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Malvine/Falkland: la guerra (di parole) tra Gran Bretagna e Argentina continua. Per il petrolio ma non solo

Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.
Uno dei tanti cartelli che in Argentina rivendicano le isole (Credits: alex-s by Flickr)

Uno dei tanti cartelli che in Argentina rivendicano le isole (Credits: alex-s by Flickr)

Che fare quando su un premier piovono con un’intensità sempre maggiore accuse di corruzione mentre l’economia arranca?

Deve essere stata questa la domanda che frullava in testa alla presidente argentina Cristina Kirchner quando martedì scorso si è svegliata come ogni giorno nella sua residenza di Olivos. Un rapido briefing con il marito Néstor, ex presidente recentemente accusato, tra le altre cose, di speculazione avendo comprato 2 milioni di dollari prima dell’ultima, l’ennesima, svalutazione del peso, e la risposta Cristina poche ore dopo già l’aveva in mano. Continua

Birmania, è caccia ai giornalisti ma online trapelano notizie e foto

[i]24 settembre 2007 -[/i] Due cortei, che raccolgono decine di migliaia di persone ciascuno, stanno sfilando attraverso Yangon, Myanmar. Secondo i testimoni, le strade sono gremite di gente che applaude ed incoraggia i monaci buddisti e alcuni manifestanti brandiscono cartelli in cui chiedono riconciliazione nazionale e la liberazione di prigionieri politici. Si tratta della più importante manifestazione contro il regime militare al potere degli ultimi vent'anni, giunta oggi al settimo giorno consecutivo.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
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L’appello è disperato: “Qualcuno può fare qualcosa per la nostra nazione, ora all’interno di Yangon sembra una zona di guerra. Ho sentito degli spari al telefono, oltre cinquanta colpi, proprio ora, ma le persone non stanno abbandonando la protesta e sempre più gente scende in strada”. È il racconto in diretta di Ko-htike, un blogger birmano che da Londra sta pubblicando su internet immagini e testimonianze degli scontri nella sua nazione, inviate con i cellulari da chi sta partecipando alla rivolta contro la giunta militare a Yangon, ex capitale della nazione.

Mentre il numero delle vittime continua a salire e si denunciano rastrellamenti casa per casa, a poche ore dalla morte del cronista giapponese Kenji Nagai, ai giornalisti stranieri viene data la caccia come pericolosi criminali. I gruppi editoriali privati birmani hanno deciso di sospendere le pubblicazioni a causa dell’aggravarsi della situzione a Yangon, la principale città del paese, dove è diventato impossibile assicurare la distribuzione dei giornali. Il provvedimento riguarda in particolare i quattro settimanali del gruppo Eleven media, i due settimanali del gruppo Yangon Media e i settimanali Kamudra, Voice e Market.
Ma fortunatamente Ko htike non è solo a dare voce al paese sotto assedio: altre persone stanno diffondendo sul web immagini dalle strade affollate di monaci, giovani universitari, civili esasperati. In questi giorni siti come Flickr e Technorati hanno raccolto centinaia di fotografie che documentano la repressione violenta del regime birmano. E tra i blogger italiani crescono di ora in ora le adesioni alla campagna mondiale per la manifestazione di oggi: i partecipanti indosseranno una maglietta rossa in segno di solidarietà ai monaci.

Secondo l’associazione Open net soltanto lo 0,1% della popolazione birmana può accedere a internet. In queste ore la giunta al potere nell’ex Birmania sembra aver fatto tagliare l’accesso a Internet, nell’intento d’impedire la trasmissione on line di fotografie, video e persino semplici notizie su quanto sta accadendo nel Paese asiatico, unica fonte d’informazione all’esterno. Abbassate le saracinesche di tutti i bar della città dotati di terminali, nessuna risposta al telefono dagli uffici del maggiore provider nazionale.
I controlli sono rigidi, ma l’associazione di giornalisti Reporter senza frontiere è riuscita a diffondere un manuale per aggirare i filtri sul web che isolano la Birmania dal resto del mondo.

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Birmania, la repressione non si ferma: muore un fotografo giapponese

La giunta militare di Myanmar è pronta ad “azioni estreme”. E la minaccia si sta concretizzando nell’ex capitale Yangon. La polizia ha aperto il fuoco ad altezza d’uomo sui manifestanti nel decimo giorno consecutivo di protesta contro la giunta.
Un fotografo giapponese è stato ucciso nei pressi della pagoda di Sule, uno dei fronti della protesta, dove i manifestanti erano diretti, cantando l’inno nazionale e inneggiando al generale Aung San, eroe dell’indipendenza e padre della leader della Lega nazionale per la democrazia, Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari.
Nella stessa zona i militari hanno fatto irruzione nell’hotel Traders per smascherare giornalisti stranieri entrati con visto turistico. Spari sono stati uditi anche nelle vicinanze della stazione ferroviaria della ex capitale mentre le reti televisive controllate dalla giunta trasmettono soltanto musica, inframezzate da proclami sull’illegalità della protesta.
È stato lo stesso ministero degli Esteri birmano a informare poi le autorità giapponesi della morte di diverse persone nella proteste odierne, dopo aver confermato il decesso della vittima nipponica.

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