
Diventerà pienamente operativa il 15 dicembre la flotta dell’Unione Europea mobilitata per fronteggiare la minaccia dei pirati somali nelle acque del Golfo di Aden. Varata il 10 novembre scorso, l’Operazione Atalanta sarà composta da sei navi da guerra, per lo più fregate lanciamissili, e da tre aerei da pattugliamento marittimo a lungo raggio basati nel poeto di Gibuti, già sede della Flotta francese dell’Oceano Indiano.
La forza europea, per la quale Bruxelles ha stanziato 8,3 milioni di euro per tutto il 2009, rimpiazzerà le tre unità della NATO schierate già da alcune settimane in quelle acque (con il doppio compito di proteggere i mercantili in transito e scortare le navi del Programma Alimentare Mondiale che hanno scaricato a Mogadiscio 30.000 tonnellate di aiuti umanitari) anche se nei giorni scorsi l’Alleanza Atlantica ha annunciato di voler aumentare le misure di contrasto al fenomeno della pirateria che nelle acque somale ha già visto attaccate oltre 100 navi, 40 delle quali catturate e portate nelle “tortughe” di Harardere e Eyl. Un’attività illecita che oltre ad aver fruttato alle bande somale oltre 50 milioni di dollari in riscatti sta costando una fortuna agli armatori (a causa dei premi assicurativi delle navi saliti da 900 a 9.000 dollari al giorno) e all’Egitto in seguito al calo del traffico verso il Canale di Suez.
Xavier Solana, responsabile per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, ha annunciato che la flotta guidata dall’ammiraglio britannico Philip Jones “svolgerà i suoi compiti con regole d’ingaggio molto robuste” che dovrebbero includere l’uso delle armi contro i barchini pirati. Nella conferenza stampa tenutasi ieri a Bruxelles Jones ha però ammesso che al momento la missione prende il via con appena tre navi fornite da Londra, Parigi e Atene anche se “nei prossimi mesi ci aspettiamo una nave dalla Germania poi dalla Spagna, dall’Olanda e dal Belgio”. Jones ha auspicato che anche l’Italia partecipi all’operazione superando i problemi di natura finanziaria che finora hanno indotto Roma a non aderire a Eunavfor. Il contrammiraglio della Royal Navy ha annunciato che le sue navi potranno usare ”tutte le misure necessarie, incluso l’uso della forza, come deterrente per prevenire e intervenire al fine di impedire atti di pirateria e rapine armate che possono essere commesse nell’area”.
A parte la fregata britannica Cumberland che ha inviato motoscafi dei Royal Marines a uccidere e catturare alcuni pirati,
le navi della NATO guidate dal cacciatorpediniere italiano Durand de La Penne
non hanno mai aperto il fuoco contro i veloci barchini dei pirati limitandosi a metterli in fuga con sorvoli a bassa quota degli elicotteri o ostacolandone le manovre né sono autorizzate a liberare le navi sequestrate o a colpire le basi dei gruppi criminali sulle coste del Puntland somalo.
L’uso della forza militare contro la pirateria è giuridicamente autorizzato dalla Convenzione di Montego Bay del 1982 ed è stato sollecitato anche nei giorni scorsi dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU che autorizza le navi ad entrare nelle acque territoriali somale per inseguire i pirati. Inoltre ogni stato che ha subito attacchi alle sue savi mercantili potrebbe legittimamente attaccare i pirati. Per ottenere risultati concreti e risolutivi sarebbero però necessarie azioni sul territorio somalo per distruggere le imbarcazioni e le basi stesse dei pirati con raid militari . Interventi militari a terra richiesti dal governo del Puntland (stato autoproclamatosi tale e non riconosciuto dall’ONU) e dal primo ministro del governo ad interim somalo, Nur Hassan Hussein, secondo il quale “le operazioni navali non sono sufficienti ma devono essere attaccate anche le basi sulla terraferma”.
Una posizione condivisa da Noel Choong, direttore del Centro di monitoraggio della pirateria dell’International Marittime Bureau di Kuala Lumpur, il quale ritiene che “senza dissuasione e a fronte di rischi minimi, con la prospettiva di ricchi guadagni, gli attacchi continueranno”.

Definirli pirati, a questo punto, diventa riduttivo. Dopo mesi di silenzio, i corsari che imperversano nel Corno d’Africa, sequestrando decine di navi l’anno e mettendo in pericolo le forniture di petrolio via mare per l’Europa, cominciano a parlare. E a svelare che, a sostenere il fenomeno della pirateria, c’è una rete di collaboratori che si estende in tutto il mondo.
Agenti, traduttori, negoziatori per facilitare la presa di contatto con le compagnie delle navi sequestrate: sono solo alcune delle figure che gravitano attorno alla pirateria somala, secondo quanto emerso da un’inchiesta realizzata dall’Associated Press. “I pirati sono un’organizzazione criminale, e come tale attirano una miriade di gente che ne vuole approfittare”, spiega a Panorama.it Robert Middleton, ricercatore esperto di Africa orientale presso l’organizzazione Chatham House. “Sono persone che si definiscono consulenti legali o finanziari, ma spesso non hanno alcuna qualifica specifica. Ciò non toglie che possano tornare utili, soprattutto se basati all’estero”.
Man mano che il business dei rapimenti si allarga, crescono anche le capacità operative dei pirati. Buona parte dei “collaboratori esterni” farebbero parte della diaspora somala, e sarebbero stanziati in punti nevralgici per il traffico mondiale come gli Emirati Arabi Uniti, o in Paesi come il Canada dove la presenza somala è molto forte. Loro compito sarebbe il curare le relazioni esterne, ma anche riciclare il denaro dei riscatti e in alcuni casi riscuoterlo direttamente, grazie al sistema dell’hawala. Cresciuto esponenzialmente durante la guerra civile a causa della liquefazione dello stato somalo e delle banche, l’hawala è una specie di sistema bancario informale, in cui persone di fiducia all’estero ricevono o emettono pagamenti per conto dei somali ancora residenti in patria, salvo poi riscuotere (o consegnare) il denaro grazie a un agente di stanza in Somalia, che spesso è un parente o un amico fidato.
Un sistema in cui non si usano carte, transazioni su internet o altro, e che per questo motivo è estremamente difficile da contrastare. “La forza del fenomeno è proprio quella di essere informale”, prosegue Middleton. “I pirati non possono certo essere paragonati alla mafia come livello organizzativo, almeno per il momento. Ed è proprio il livello artigianale di questi aspetti che garantisce loro di non essere scovati”. Pagamenti in contatti e attraverso una rete di rapporti familiari e alleanze tra clan impossibili da monitorare. Per questo gli Emirati Arabi stanno tentando di contrastare il fenomeno regolamentando l’hawala (che dovrebbe essere segnalata in caso superi un certo ammontare) e limitando i pagamenti cash. Provvedimenti che, per il momento, hanno avuto un’efficacia limitata. Anche perché, dall’altra parte del Golfo di Aden, sulla costa somala, una pletora di ufficiali governativi corrotti è sempre pronta a sostenere la principale “attività economica” che il Paese ha avviato dallo scoppio della guerra civile ad oggi.

Pirateria somala
In questa fotografia scattata dalla marina americana la truppa del cargo mercantile MV Faina, battente bandiera del Belize, con i loro sequestratori vestiti in nero. Gli Stati Uniti avevano chiesto di poter controllare lo stato di salute dei sequestrati nell’Oceano indiano.
A mali estremi, estremi rimedi. La drammatica crescita registrata dal fenomeno della pirateria in Somalia ha provocato un aumento sostanziale dei costi di spedizione, costringendo le compagnie di trasporto marittimo a sondare nuove strade per proteggere i preziosi carichi dai bucanieri del Corno d’Africa. Così, a fianco della flotta Nato che pattuglia il Golfo di Aden, presto potrebbero essere schierati anche contractors privati. Tra questi c’è anche la Blackwater, la compagnia di sicurezza americana accusata di aver ucciso in maniera indiscriminata 17 civili iracheni in una sparatoria avvenuta nel settembre 2007 a Baghdad.
A comunicare la discesa in campo nella lotta contro i pirati è stata la stessa Blackwater, attraverso un comunicato stampa in cui rende noto di essere stata contattata da alcune compagnie marittime. Formata nel 1997 proprio da ex membri delle forze speciali della Marina Usa, la Blackwater sostiene di avere l’esperienza e la capacità, più di ogni altro concorrente, di assistere le compagnie di trasporto nel Golfo di Aden e altrove. Ma ricorrere ai contractors privati è veramente la soluzione migliore per liberare il Corno d’Africa dalla pirateria?
Secondo quanto riferito dall’International Maritime Bureau, dall’inizio dell’anno i pirati somali avrebbero attaccato più di 70 imbarcazioni. Al momento, nelle loro mani ve ne sono undici, mentre sarebbero circa 200 i membri dell’equipaggio sotto sequestro e in attesa di riscatto. “Da qualche mese i pirati hanno spostato la loro zona di operazioni dall’Oceano Indiano al Golfo di Aden, colpendo imbarcazioni molto più sensibili di prima dal punto di vista economico”, spiega a Panorama.it Hans Tino Hansen, direttore della compagnia danese Risk Intelligence, specializzata in sicurezza marittima. Per il Golfo passa circa il 10 percento delle forniture energetiche mondiali, oltre che buona parte del commercio marittimo tra Asia ed Europa, e l’emergenza pirateria ha fatto lievitare di dieci volte i costi per l’assicurazione dei carichi.
Per contrastare il fenomeno, la Nato ha deciso di inviare una flotta militare di una ventina di unità. Ma pattugliare più 2,5 milioni di chilometri quadrati di acque è un’impresa proibitiva anche per le navi della coalizione. Per questo sia il governo americano che quello somalo hanno accolto con soddisfazione la notizia della discesa in campo delle compagnie di sicurezza private. La Blackwater dovrebbe scortare le imbarcazioni nei tratti più pericolosi di mare con una propria nave, la McArthur, propriamente equipaggiata. In questo modo, secondo quanto riferito dalla compagnia di sicurezza americana, le navi da trasporto non sarebbero più costrette ad armare i propri equipaggi, diminuendo così il rischio di scontri a fuoco potenzialmente letali con i pirati.
Più che controllare le acque territoriali somale, le compagnie private e la flotta Nato mirano a mettere in sicurezza un corridoio, situato a circa 200 km dalle coste somale, nel quale le imbarcazioni possano transitare senza problemi. Una soluzione già sperimentata negli ultimi mesi, ma che secondo Hansen non permetterà di vincere la guerra contro i pirati, i quali possono contare su più di 1.200 uomini e su equipaggiamenti militari e sistemi di comunicazione d’avanguardia. “Per sconfiggerli è necessario controllare il territorio somalo, altrimenti i pirati avranno sempre un retroterra dove potersi rifugiare”, conclude Hansen.
L’impiego dei contractors, anche per limitate operazioni di scorta, desta comunque perplessità. Non è chiaro quali siano le regole di ingaggio che le compagnie private dovrebbero rispettare, e che la Nato non ha ancora specificato. Un punto che andrà chiarito per non ripetere l’eccidio di Baghdad, che ha avvelenato per mesi i rapporti tra il governo americano e quello iracheno, il quale aveva chiesto l’espulsione della Blackwater dal proprio territorio. Anche perché, in una terra di nessuno com’è al momento la Somalia, devastata da 17 anni di guerra ininterrotta e con un governo che si regge in piedi solo grazie alle truppe inviate dall’alleata Etiopia, i contractors potrebbero sentirsi legittimati ad agire ancora di più secondo il proprio arbitrio.

Un’imbarcazione di pirati si affianca alla nave ucraina. Photo: Ap
I corsari del Corno d’Africa hanno colpito ancora. Solo che stavolta l’hanno combinata più grossa del solito. Famosi per aver reso le acque del golfo di Aden le più pericolose del mondo, lo scorso giovedì i pirati somali hanno sequestrato una nave ucraina che trasportava 33 carri armati e altro materiale bellico destinato all’esercito keniano. Il colpo più grande nella recente storia della pirateria potrebbe però segnare una svolta nella lotta internazionale al fenomeno.
Non è chiaro se i pirati sapessero cosa trasportava l’imbarcazione ucraina Faina, ma per dei cacciatori di taglie come loro poco importa. La richiesta di riscatto è di 20 milioni di dollari per nave ed equipaggio, composto da 20 uomini, uno dei quali sarebbe morto domenica. La minaccia che le armi finiscano in mano ai miliziani somali è così grave che perfino Usa e Russia hanno deciso di collaborare. La nave da guerra Neustrashimy sta facendo rotta verso le acque somale, mentre domenica l’americana USS Howard avrebbe avvistato la nave tra i porti di Harardheere e Hobyo, lungo le coste orientali della Somalia, e la starebbe tenendo d’occhio aspettando l’arrivo di rinforzi. I pirati non sembrano preoccupati dello spiegamento di forze, e hanno avvertito di essere pronti a combattere fino alla morte per respingere qualsiasi attacco nei loro confronti.
Nati in quel laboratorio bellico che è la Somalia, ormai in guerra permanente dal 1991, i pirati hanno prosperato approfittando del disinteresse della comunità internazionale e della debolezza delle istituzioni somale. Nella regione autonoma del Puntland hanno creato un’organizzazione sempre più sofisticata, che ora ha addirittura un portavoce per i rapporti con la stampa. Come ha riferito a Panorama.it Andrew Mwangura, dell’East African Seafarers Association i corsari si spostano in gruppi di piccole imbarcazioni a motore, estremamente veloci e facili da manovrare. Coordinati generalmente da una nave-madre dotata di gru per poter controllare il mare in lontananza, sono equipaggiati di armi pesanti, cellulari e impianti Gps, e riescono a operare fino a 300 km di distanza dalla costa. I pirati attaccano qualsiasi tipo di imbarcazione passi attraverso il golfo di Aden: nelle loro mani sono caduti pescherecci, navi-cargo, imbarcazioni del World Food Program e yacht di lusso. Nel solo 2008, gli attacchi al largo delle coste somale registrati dall’International Maritime Bureau sono stati 24.
Nonostante la minaccia per una rotta così importante come quella che, attraverso il Mar Rosso, collega il Mediterraneo all’ Oceano Indiano, finora la comunità internazionale non si è mossa. Lo scorso giugno il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione che autorizza i Paesi alleati della Somalia a intervenire militarmente nelle acque del golfo di Aden. Ma a parte la spettacolare cattura di un gruppo di pirati per mano dell’esercito francese avvenuta la scorsa estate e qualche pattugliamento, nulla è stato fatto a livello di coordinamento degli sforzi. L’episodio di giovedì potrebbe rappresentare uno spartiacque importante: c’è infatti il pericolo che le armi sequestrate dai pirati finiscano in mano agli insorti somali vicini alle Corti islamiche, che dall’inizio 2006 cercano di rovesciare il governo di Mogadiscio. Una minaccia che potrebbe favorire la creazione di una “coalizione di volenterosi” per risolvere il problema.
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