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Gordon-Brown

David Cameron
DIARIO DAL WEB - In Gran Bretagna, 45 milioni di persone sono impegnate in una votazione tutt’altro che scontata. Scegliere il nuovo primo ministro non è un’impresa facile. Da questa tornata elettorale i conservatori usciranno sicuramente come primo partito, ma le probabilità di un “parlamento appeso” (hung parliament), vale a dire un parlamento senza un maggioranza assoluta, sono sempre più concrete. Continua
Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

Militari britannici in Afghanistan (Keith Cotton RLC, Crown Copyright)
Il governo britannico ha annunciato di voler restringere l’accesso dei giornalisti al
contingente britannico schierato in Afghanistan per tutta la durata della campagna elettorale in vista delle
elezioni politiche del maggio prossimo.
Il divieto riguarderà i reporter “embedded”, aggregati ai reparti combattenti in prima linea, che hanno documentato in modo completo tutti gli aspetti del conflitto incluse le difficoltà e le carenze in mezzi ed equipaggiamenti delle truppe di Sua Maestà.
Continua

Un Poliziotto della Psni, la Polizia Nordirlandese di fronte al Parlamento di Stormont a Belfast
L’Esercito irlandese di liberazione nazionale (INLA), uno dei più vecchi gruppi dissidenti dell’Ira, ha annunciato di aver completato il suo disarmo.
Il gruppo paramilitare cattolico che ha ucciso 147 persone fra il 1974, anno della sua fondazione, e il cessate-il-fuoco del 1998, ha confermato di aver smantellato il suo intero arsenale con la supervisione della Commissione internazionale indipendente per il disarmo (Iicd). L’Inla è l’ultimo gruppo che depone le armi nell’ambito dell’Iicd, dopo che a gennaio era stata la volta della più grande formazione paramilitare lealista, l’Associazione di difesa del’Ulster (UDA).
“Riteniamo che le condizioni siano ormai cambiate in maniera tale che altre alternative sono aperte ai rivoluzionari per perseguire e alla fine raggiungere i nostri obiettivi”, ha dichiarato Martin McMonagle, portavoce dell’Inla e rappresentante del braccio politico del movimento, il Partito repubblicano socialista irlandese (Irsm). Continua
- giamp
- Mercoledì 10 Febbraio 2010

Con un giorno di anticipo l’Inghilterra si reca oggi alle urne per eleggere 72 europarlamentari e rinnovare 34 consigli consigli amministrativi e provinciali.
Per il premier Gordon Brown è l’ultima spiaggia per cercare di invertire la rotta prima delle elezioni del maggio 2010. I sondaggi della vigilia, per il New Labour, sono impietosi: 18%, al quarto posto dopo i Tories di Cameron, gli Euroscettici dell’UKIP e i liberaldemocratici. Ma a preoccupare Brown è anche la fronda nel suo partito: dopo le dimissioni di Jacqui Smith, ministra dell’Interno, ieri ha lasciato il governo anche Hazel Blears, la responsabile per le Comunità locali. Il motivo? Lo scontento per la crisi economica e lo scandalo delle note spese gonfiate dei deputati del suo partito che hanno fatto crescere, tra gli ex elettori di sinistra, la tentazione dell’astensionismo.
Secondo i bene informati la fronda nel New Labour ha un motivo: i topi abbandonano la nave per evitare il naufragio, indebolire il capitano e scegliere un nuovo leader per risalire la china in vista delle elezioni generali (ammesso che non sia troppo tardi). Spuntando anche al premier l’ultima arma che gli è rimasta: il rimpasto di governo post-elezioni.
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Che la crisi economica sarebbe stata al centro dell’incontro di ieri fra il premier britannico Gordon Brown e il presidente americano Barack Obama, era facilmente intuibile. Che l’incontro sancisse, in un certo qual modo, la fine del rapporto privilegiato fra Londra e Washington, già meno. Ma ciò che si è percepito martedì alla Casa Bianca è stato proprio questo: a differenza del rapporto Blair-Bush, quello Brown-Obama non è basato su nessun debito di gratitudine, e il numero 10 di Downing Street non è più una tappa obbligata quando il presidente Usa vuole parlare all’Europa.
Certo, Brown è stata il primo leader europeo a mettere piede nello Studio Ovale versione obamiana, e ne è uscito rincuorato. E molti quotidiani inglesi, primo fra tutto il Times, sottolineano come l’ex senatore dell’Illinois a parole abbia ribadito la centralità del rapporto con Londra, in attesa del G20 del prossimo mese, da cui sia il Premier britannico che il Presidente americano sperano esca un insieme di mosse politico finanziarie comuni, da applicare ovunque per arginare la crisi dirompente e ridare fiducia e ossigeno ai mercati. “Abbiamo una visione comune del mondo - ha detto Obama - Questo ci permetterà di lavorare bene e velocemente assieme”, aggiungendo poi che, per quanto al turmoil finanziario non possa esserci una soluzione veloce, “saranno le azioni coordinate a riportare il mondo sul percorso della prosperità”.
In realtà, però, a Brown - che oggi parlerà davanti al Congresso, invitandolo ad “afferrare il momento in cui tutto il mondo vuole lavorare con l’America” - non è stata riservata un accoglienza caldissima. Al punto che solo martedì mattina, a premier già partito, i giornali inglesi hanno saputo che non ci sarebbe stata una conferenza stampa congiunta, come tutti si aspettavano. E il Financial Times, oggi, ha rincarato la dose con un editoriale dal titolo “No much chance of any “Yo Brown” (Non troppe possibilità per un “Ehi, Brown”): di certo la visita non servirà allo scopo sperato da Brown, ovvero godere di riflesso della popolarità di Obama, ha chiosato l’influente giornale finanziario. Spiegando come il presidente americano sia intenzionato a tenere, nei fatti, una certa distanza: se parte del grande successo di Obama viene dal non essere percepito come responsabile della situazione economica, durante gli anni scorsi Brown è stato prima Cancelliere dello Scacchiere e poi premier.
di Simona Tobia - da Londra
“Bisogna pur rompere qualche uovo per fare un’omelette” diceva Margaret Thatcher, quando doveva risollevare l’economia inglese negli anni Ottanta. A trent’anni di distanza, più che di omelette c’è chi parla di frittata. Dilagata in tutto il paese l’ondata di scioperi spontanei iniziata a fine gennaio nella raffineria Total nel Lincolnshire, quando l’azienda italiana Irem, vincitrice dell’appalto per una parte dei lavori, ha annunciato che avrebbe usato 300 operai italiani e portoghesi. Un colpo all’orgoglio nazionale, proprio nel momento in cui il premier Gordon Brown aveva promesso “lavori inglesi ai lavoratori inglesi”. Per non parlare della previsione shock del commissario europeo Joaquim Almunia: “Ci sono alte probabilità che in futuro la Gran Bretagna entri nell’euro”.
Nessuno dubita che il disastro economico del Regno Unito sia conseguenza diretta della crisi globale. Ma come mai i grossi guai dei settori finanziario e bancario si sono rapidamente estesi, infettando in poco più di un anno l’intera economia britannica? I dati sul prodotto interno lordo pubblicati (pil) a fine gennaio dall’ufficio di statistica indicano un calo dell’1,5 per cento nell’ultimo trimestre 2008, annunciando ufficialmente che il paese è in recessione. E la previsione per il pil 2009 fa tremare: calo del 2,1 per cento (2,8 secondo il Fondo monetario internazionale). La disoccupazione a gennaio ha raggiunto 1,92 milioni di persone, mentre tutti i giorni i media annunciano il bollettino di guerra di licenziamenti, cassa integrazione e aziende in amministrazione controllata, come Woolworths e Zavvi.
Per cercare di porre un freno a quest’inquietante deriva la Banca d’Inghilterra ha ridotto ulteriormente il tasso d’interesse all’1,5 per cento (il più basso da quando la banca centrale venne fondata, nel 1694). Ma nonostante l’iniezione di denaro pubblico e uno schema assicurativo che protegge contro i prestiti rischiosi, le banche sono restie a finanziare imprese e consumi. Neanche la riduzione dell’iva al 15 per cento e le svendite postnatalizie con sconti fino al 75 per cento hanno rimesso in moto il commercio al dettaglio.
Ormai nessuno crede più che si tratti solo di una “recessione dei colletti bianchi”, ovvero il ridimensionamento del terziario, che nel Regno Unito ha un peso superiore ad altri paesi avanzati. A trascinare in basso il pil non sono solo finanza e servizi, ma anche l’industria manifatturiera (calo della produzione nell’ultimo trimestre 2008 del 3,3 per cento rispetto al trimestre precedente e del 5,2 rispetto allo stesso periodo del 2007), già fortemente ridimensionata.
Questa catastrofe ha anche radici lontane, a partire dalla deregulation degli anni Ottanta, che con la rivoluzione liberista di Margaret Thatcher pose fine al modello di stato corporativo che aveva caratterizzato la Gran Bretagna dal dopoguerra. L’immagine del “brave new world” inglese da allora è stata caratterizzata soprattutto dai servizi: finanza e banking in testa, poi turismo, comunicazioni e ricerca specializzata. Tanto che oggi il settore dei servizi rappresenta il 31 per cento del pil, mentre l’industria manifatturiera e quella mineraria valgono la metà (15,7 per cento). “Questo modello economico non è più sostenibile” sintetizza a Panorama Adam Lent, del Trade union congress (Tuc), che riunisce le organizzazioni sindacali britanniche. “L’attuale situazione è l’eredità diretta della rivoluzione thatcheriana, che con il declino del settore industriale a favore di quello dei servizi ha reso il Regno Unito molto più esposto alla crisi globale”.
Un giudizio di parte che ha il sapore della vendetta, quello del sindacalista. In realtà il calo nella produzione e la perdita di posti di lavoro sono stati pure causati da una contrazione della domanda ed esacerbati dalla crisi del credito. “È chiaro che questo modello interamente basato sul credito non funziona” dice Lai Co della Confederation of british industry, la locale Confindustria. “Ci si affida al credito per acquistare e per produrre. Ma dal momento che l’economia è così incerta, gli investitori sono riluttanti e ciò causa una contrazione nella domanda di beni e quindi nella produzione”.
In ogni caso la rivoluzione thatcheriana ha qualche nesso con l’attuale crisi. Tutti gli esperti ritengono concordi che la modernizzazione della Lady di ferro fosse indispensabile, negli anni in cui il Regno Unito veniva definito il malato (”sick man”) d’Europa. È un dato di fatto che a fine anni Settanta l’industria inglese fosse estremamente inefficiente, soprattutto se paragonata a quella tedesca o giapponese. Provvedimenti come la chiusura delle miniere (97 tra il 1984 e il ’92), la riforma della legge sindacale nell’84 e le privatizzazioni di fine anni Ottanta sono stati tutti passi verso la realizzazione del modello economico basato sul libero mercato caro alla Lady di ferro quanto al New labour di Tony Blair.
Gli effetti collaterali di questa rivoluzione sono evidenti: deregulation, privatizzazioni e smantellamento di rami secchi hanno decimato l’apparato manifatturiero. “L’industria inglese è un ossimoro: non esiste più. La maggior parte delle aziende che hanno stabilimenti in Gran Bretagna è in mani straniere, basti pensare a Rolls-Royce, Bentley, Mini e Land Rover, che fanno parte di gruppi come Bmw e Tata” osserva caustico Vin Hammersley, ex manager Bmw e oggi analista della Warwick business school. “A Coventry, la mia città, c’erano 86 produttori di auto, 75 di moto, 35 di carrozzerie e 25 di motori. Oggi ne è rimasto uno. Dove c’erano le fabbriche ci sono supermercati”.
Ma per Simon Jenkins, giornalista del progressista Guardian e autore del libro Thatcher & sons, la Lady di ferro ha molti meriti. Anzitutto aver trasformato l’industria inglese da obsoleta e improduttiva in una delle più avanzate: “È stato molto crudele, ma andava fatto. La modernizzazione era necessaria perché l’industria britannica era inefficiente. Oggi non sono necessarie misure altrettanto drastiche, proprio perché sono già state adottate. È vero che non produciamo più navi e treni, ma li compriamo dove costano meno, ed è piuttosto ingenuo pensare di non doversi adattare al mercato del lavoro che cambia”. Fra i principali demeriti attribuiti a Thatcher, non avere capito che il Regno Unito richiede un’economia mista e non sbilanciata a favore di un solo settore (che, se fallisce, si trascina dietro anche gli altri).
Commenta l’ex manager Bmw: “Smantellando l’industria Thatcher ed eredi hanno mostrato di non conoscere la ricetta di quell’omelette. Non possiamo essere una nazione di negozianti, come diceva Napoleone, ma neanche di bancari, informatici e guide turistiche. Abbiamo bisogno di un’economia mista, con un settore industriale competitivo”.

Non si fermano gli scioperi a «gatto selvaggio» dei lavoratori inglesi contro la decisione della Irem, l’azienda siracusana che si è aggiudicata l’appalto per la costruzione di un impianto in una raffineria nel nord dell’Inghilterra, di assumere a termine un centinaio di lavoratori italiani. Alle agitazioni - bollate come «protezioniste» e vagamente «xenofobe» dal governo inglese - si sono uniti novecento contrattisti della centrale nucleare di Sellafield, nel nord-ovest. Proseguono anche i picchetti davanti alla raffineria Total di Grimsby, dove anche questa mattina si sono radunati trecento lavoratori inglesi sfidando freddo e neve. La loro preoccupazione è che gli italiani, e più in genere gli stranieri, possano rubare il lavoro agli inglesi in un momento di grave crisi economica.
Gordon Brown accusa i sindacati e si schiera dalla parte delle norme europee e per l’apertura dei mercati, a difesa del diritto degli italiani a portare a termine il lavoro, mentre la classe operaia britannica, per voce di Derek Simpson, leader del maggiore sindacato, considerato vicino al Labour, si schiera a favore delle mobilitazioni. Il tabloid News of the World ci ironizza sopra: «Avanti di questo passo Brown perderà un altro posto di lavoro. Il suo». Si riferisce alle legislative, che si svolgeranno tra un anno, e che segnano, dopo l’apparente ripresa di popolarità di Brown per il modo in cui aveva saputo aggredire la crisi con misure che avevano di fatto aperto la strada alle nazionalizzazioni bancarie, un nuovo pesante calo dei sondaggi per il Labour del premier inglese.
A difesa di Brown scende in campo anche il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini: «Faccio riferimento alle parole del primo ministro Gordon Brown che è persona saggia e competente, che ha detto che quegli scioperi sono indifendibili». «Questa è l’Europa della libera circolazione di tutti i lavoratori - prosegue Frattini, a margine di un convegno a Milano sulla ‘Pace Commerciale nel Mediterraneo‘ - quindi di quelli italiani in Gran Bretagna e di quelli inglesi in Italia».
«La libera circolazione dei lavoratori è un principio fondativo dell’Unione europea, che non può in alcun modo essere messo in discussione, pena la crisi del patto comunitario» ha invece detto il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
«Nel caso specifico poi - ha continuato a margine della presentazione a Montecitorio del rapporto del Cnel sul lavoro che cambia - l’azienda si avvale di propri lavoratori specializzati non altrimenti sostituibili nel breve periodo imposto dall’immediata esecuzione dei lavori» .
E’ giusta la protesta dei sindacati inglesi contro l’assunzione di 100 lavoratori italiani?
Riuscirà la crisi economica a piegare l’orgoglio dei sudditi di Sua maestà e convincerli ad abbracciare l’euro? L’idea di dire addio alla sterlina e pagare una pinta di birra in cent (parecchi) e non più in pence suona come una rivoluzione epocale per un paese dall’europeismo tiepidissimo. Eppure, il presidente della Commissione europea José Manuel Durão Barroso a una radio francese (sgarbo massimo per gli eterni rivali d’oltremanica) ha rivelato: “Alcuni politici britannici mi hanno detto: “Se fossimo nell’euro staremmo meglio””; aggiungendo che “la Gran Bretagna non è mai stata più vicina a entrare nell’euro”.
Apriti cielo! I conservatori sono insorti: “Mantenere la sterlina è vitale per il futuro economico della Gran Bretagna” ha detto William Hague, ministro degli Esteri del governo ombra dei Tory. Perfino i laburisti hanno raffreddato gli entusiasmi del presidente della Commissione. Peter Mandelson, ex commissario europeo, ministro alle Attività produttive nel governo di Gordon Brown, ha smentito di essere l’ispiratore delle rivelazioni radiofoniche di Barroso: “L’obiettivo dovrebbe essere l’ingresso nell’euro, resto di quell’idea” ha affermato, precisando subito: “Il governo non si lancerà in questa sfida nell’attuale clima economico”.
Eppure, c’è chi come Will Hutton, vicepresidente della Work foundation, organizzazione non-profit di ricerca e consulenza economica, argomenta sulle pagine del settimanale Observer perché alla Gran Bretagna converrebbe aderire proprio adesso alla moneta unica: “Se entrassimo nell’euro, sia il governo sia la City sarebbero in grado di sostenere la spesa e i prestiti necessari ad allontanare la recessione. Il livello competitivo di cambio, poi, rafforzerebbe le nostre esportazioni almeno per una generazione. E i risparmi della classe media non sarebbero distrutti dall’inflazione”.
Il 4 dicembre la Bank of England ha tagliato il tasso ufficiale di sconto portandolo al 2 per cento, il livello più basso degli ultimi 57 anni. Nel frattempo il valore della sterlina è precipitato da una media di 1,45 euro (con picchi spesso superiori a 1,50 toccati tra il 2004 e il 2007) all’attuale livello di 1,15 euro. Gli anni in cui lo splendore finanziario della City era arrivato a oscurare la stella di Wall Street sono ormai un ricordo sbiadito.
“Per la gente è uno shock che la sterlina valga così poco, ma prima era decisamente troppo forte” spiega a Panorama Simon Tilford, capo economista del Centre for European reform, centro studi di Londra. “Forse oggi è un po’ troppo debole, ma è indispensabile per l’economia inglese: il mercato immobiliare sta crollando, il petrolio del Mare del Nord sta calando, le famiglie sono fortemente indebitate”. Ironia delle sorti congiunturali: a questo tasso di cambio sarebbero gli stati “del continente”, Francia, Italia e Germania in testa, a non volere che Londra approdi all’eurozona. “Il vantaggio competitivo per l’export inglese sarebbe enorme” ammette Tilford.
Nel 1997 Gordon Brown, allora cancelliere dello Scacchiere, fissò cinque criteri per l’adesione alla moneta unica: la convergenza tra l’economia britannica e quella della zona euro, la sufficiente flessibilità per affrontare i cambiamenti economici, l’impatto dell’euro su occupazione, investimenti stranieri e servizi finanziari. La decisione finale sarebbe comunque dovuta spettare agli elettori chiamati a esprimersi in un referendum.
“I criteri sono stati soddisfatti al 100 per cento” osserva Hutton. A mancare, però, sono altri e decisamente più importanti parametri: quelli di Maastricht. “Ci vorrebbero tre, quattro anni prima che la Gran Bretagna potesse essere pronta” dichiara a Panorama Daniel Gros, direttore del Centre for European policy studies di Bruxelles. “Credo, però, che questa crisi convincerà gli inglesi a rivedere le loro posizioni per due motivi. Primo: la protezione del sistema bancario è molto più difficile per un governo la cui moneta nazionale non costituisce valuta di riserva, come lo sono euro e dollaro. Secondo: Londra riteneva che le sue regole fiscali fossero migliori, più credibili. Ora però sta sprofondando nel debito pubblico, e forse comincia a pensare che attenendosi al patto di stabilità non si sarebbe arrivati a questo punto”.
Dissente, almeno in parte, Tilford che giura di essere a favore dell’ingresso della Gran Bretagna nell’euro, ma non fino a quando non saranno superate alcune debolezze del sistema economico britannico. Una su tutte: “l’estrema sensibilità al tasso di interesse a breve termine”. “Se nel 1999 fossimo entrati nell’euro con un tasso che era molto più basso del nostro e un cambio sterlina-euro piuttosto alto” sostiene “ora forse ci troveremmo intrappolati in una crisi anche peggiore. Le finanze pubbliche sarebbero state gestite con maggior rigore? Chi lo sa. Di certo altri membri dell’euro non l’hanno fatto”.
L’economia inglese non è un malato così grave, al momento, da giustificare un pensionamento anticipato dell’euroscetticismo britannico, secondo Tilford, tanto più che la moneta unica “non è una panacea”. “Anzi, poter ancora contare sull’aggiustamento dei cambi per favorire le esportazioni è uno dei classici meccanismi usati nei periodi di recessione per far ripartire l’economia” fa eco Francesco Caselli, professore di economia alla London school of economics. “Per questo sono stupito quando si richiama la debolezza della sterlina per sostenere che sarebbe più conveniente aderire all’euro. È esattamente il contrario”.
Gli avvocati della valuta europea all’ombra del Big Ben sostengono che l’adesione permetterebbe alla Gran Bretagna di ottenere un “ruolo chiave nel dibattito sulla gestione del sistema finanziario internazionale. Consentendo agli inglesi di contare di più”. “Questa motivazione reggerebbe fino a quando l’euro non provocasse problemi al governo britannico, nel qual caso gli inglesi chiederebbero immediatamente di uscirne” conclude Tilford. “In altri paesi non accadrebbe mai, perché il sentimento di appartenenza alla famiglia europea è più forte”.
Probabilmente è vero, come sottolinea Caselli, che “l’Ue farebbe ponti d’oro a Londra pur di attirarla nell’euro, perché il successo politico sarebbe talmente importante da giustificare perfino qualche tolleranza in più su Maastricht”.
Dall’altra parte della Manica, però, il ponte poggerebbe su un terreno impervio: “Quando una nazione decide di rinunciare alla propria moneta, la sua identità è in pericolo. Noi non siamo Europa, siamo un’isola” commenta lo chef di Londra Oliver Moesley.
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