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Gordon-Brown

Crisi finanziaria: così è resuscitato Gordon Lazzaro Brown

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  • Tags: David-Cameron, Gordon-Brown, Gran-Bretagna, inghilterra, Labour-Party, Paul-Krugman
  • 6 commenti

Il primo ministro britannnico Gordon Brown

“Sei Flash Gordon?”, gli ha chiesto un giornalista svedese, impressionato dalla veloce reazione del Regno Unito alla crisi. “No, solo Gordon, posso garantirtelo”. Il primo ministro inglese, in questi giorni di crisi, ha comunque la forza di scherzare. Già, perché dalla tempesta che ha squassato l’economia mondiale l’inquilino del numero 10 di Downing Street, ne è uscito rafforzato: i sondaggi parlano chiaro, e dopo mesi in cui le sue quotazioni e il suo gradimento da parte dell’elettorato inglese sono scese in picchiata, i numeri sono saliti e gli stanno regalando qualche soddisfazione. Il segreto? Un ritorno all’antico e un piano che ha convinto le cancellerie di tutta Europa e che anche gli Usa hanno copiato.

Proprio l’economia, infatti, era stata il trampolino di lancio per lo scozzese Brown durante gli anni di governo del predecessore Tony Blair, di cui era stato il Cancelliere dello Scacchiere, ovvero il ministro del Tesoro. E ora, dopo quello che la stampa, ma anche gli altri governanti, hanno iniziato a chiamare il “Piano Brown”, ovvero l’ingresso dei governi nei capitali delle banche per garantire loro la liquidità necessaria per salvaguardare le imprese e i depositi, quello che gira in Europa è un Gordon totalmente diverso, al punto da sembrare quasi ringiovanito. Persino i giovani scalpitanti all’interno delle fila del partito laburista, che cercavano di prenderne il posto in vista dell’appuntamento elettorale del 2010 e che erano preoccupati per le batoste ricevute ultimamente dal Labour nelle varie tornate amministrative, sono stati messi in riga. Niente più “notti dei lunghi coltelli” e pugnalate alle spalle: tutti in fila dietro al capo, tutti uniti dalla difficile congiuntura.

 “Non è questo il momento di pensare alla sua successione”, ha detto il rampante ministro degli Esteri David Miliband, candidato numero uno a prenderne il posto alla guida del Labour. E se fino a poco tempo fa la stampa ironizzava su Brown, sul partito in difficoltà economica, costretto a ricorrere a una donazione milionaria da parte di J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, oggi anche i giornali sono saltati sul carro del vincitore. “Il supereroe del numero 10 guarda al prossimo passo”, ha titolato il giornale della City londinese, il Financial Times. “Gordon Brown ha salvato il sistema mondiale finanziario?”, lo ha elogiato dalle colonne del New York Times Paul Krugman, fresco di premio Nobel per l’Economia. Il premier inglese, insomma, si gode il suo nuovo momento d’oro. E, anche se nei sondaggi è ancora staccato dal giovane leader dei Conservatori David Cameron, ora sembra più a suo agio. Al punto che è andato addirittura all’attacco. “Questi non sono giorni per un novellino”, ha detto puntando il dito contro il rivale. Sono più i giorni per un super eroe.

  • matteo.buffolo
  • Giovedì 16 Ottobre 2008

Labour Party in crisi: e se tornasse Tony Blair?

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  • Tags: David-Cameron, Gordon-Brown, Gran-Bretagna, tony-blair
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La coppia Cherie-Tony Blair

È il leader debole di un partito così indebolito da andare incontro a un collasso certo nelle prossime elezioni. Pochi, nel Labour, lo appoggiano. Molti non lo vorrebbero. Ma solo un pugno di suoi avversari interni è uscito allo scoperto per chiederne la testa. La fronda non è ancora così forte da poter vincere la partita ma il futuro del Partito Laburista sembra nero. Come spesso appare l’espressione facciale del suo Numero Uno, Gordon Brown. C’è chi dice che solo una persona può cambiare la rotta che porta dritta verso il burrone.

Il suo nome è Tony Blair. In diversi sognano il clamoroso ritorno dell’ex premier, dell’ex amico, del nuovo rivale. Ma questo rischia di rimanere, appunto, un sogno. La realtà è che in vista della Conferenza Programmatica del Labour Party (sabato, 20 settembre), sono state molte le voci di coloro che hanno messo in discussione (come mai era avvenuto nei mesi precedenti), la leadership del premier britannico. Il clima che si respirerà a Manchester sarà un indizio fondamentale per capire quanto tempo sopravviverà la carriera politica di questo ombroso scozzese che guida il governo inglese dal giugno 2007 dopo le dimissioni di Blair. “L’appuntamento era stato convocato per dare ossigeno alla politica del suo governo, ma arriva in un momento molto difficile per lui, per il partito, per l’economia britannica, colpita più di altre dalla crisi finanziaria statunitense. Se il Labour lo cacciasse ora, sarebbe da pazzi. Però credo che, al massimo, entro due mesi, se non cambieranno le cose, il premier rischia il posto”. L’analisi di Patrick Wintour, editorialista del Guardian, quotidiano di Londra molto vicino alle posizioni laburiste, è impietosa. Il giornalista ha appena pubblicato un lungo articolo in cui racconta l’ultima, drammatica riunione del gabinetto Brown. In questa occasione, il primo ministro ha messo sul piatto un tema di discussione: la debolezza della proposta politica del leader conservatore David Cameron. Apriti cielo. Con i sondaggi che danno in caduta libera i laburisti, una parte dei membri del governo presenti alla riunione - almeno cinque - hanno iniziato a protestare con forza. Volevano discutere di un’altra questione:la scarsa popolarità del premier. “Le mie fonti mi hanno raccontato di toni accessi, molta rabbia e frustrazione”, racconta Wintour. “Un mio interlocutore mi ha detto che quando Deborah Mattinson, colei che si occupa dei sondaggi per il partito, ha iniziato a parlare della poca considerazione del pubblico nei confronti di David Cameron, alcuni ministri hanno espresso con forza il loro disappunto rispetto a questa analisi. Si respirava un clima irreale, sembrava di parlare con marziani, mi dicevano” spiega l’editorialista del Guardian.

Non tutti coloro che hanno alzato la voce possono essere considerati dei seguaci di Tony Blair. Certo è che sono stati uomini e donne vicine all’ex primo ministro a esprimere le prime pubbliche critiche nei confronti di Brown. Attacchi così aperti da essere quasi sfrontati. Culminati nelle dimissioni di David Cairns, sottosegretario con delega alla Scozia, date come segno di protesta contro la debolezza di Brown. Per gettare acqua sul fuoco, per smentire che esista una strategia per affossare l’attuale inquilino del numero 10 di Downing Street, è dovuto scendere in campo il suo rivale interno al governo, l’uomo che potrebbe prenderne il posto, il ministro degli esteri David Miliband. In una intervista alla Bbc, il capo del Foreign Office si è distanziato dai ribelli, dicendosi sicuro della inutilità di un cambio della guida dell’esecutivo. Per ora, verrebbe da aggiungere. Ma se non sarà il giovane Miliband o l’outsider Jack Straw ad insediare il trono, chi lo farà? La stampa britannica ha vagheggiato il ritorno del fondatore della Terza Via. Tony Blair, ora conferenziere milionario, potrebbe rivestire i panni del Salvatore della Patria.

Un’ipotesi fantascientifica? Per Patrick Wintour lo scenario di un rientro in servizio di Blair è improbabile. “Non è più membro del parlamento, ha perso molto feeling con l’elettorato a causa delle scelte che poi l’hanno portato a lasciare l’incarico. Difficile pensare che ci sia spazio per lui. Anche se ci sono settori del partito che lo vorrebbero. No, credo che se Gordon Brown sarà fatto fuori - e Miliband non voglia bruciarsi in una impresa impossibile, - è credibile che i laboristi vadano alle prossime elezioni con alla guida una figura di secondo piano. Dopo la sconfitta, l’attuale gruppo dirigente farà i conti”. Parole che non danno molto spazio all’ottimismo. Ma con i sondaggi che girano, sarebbe impossibile altrimenti. Il 52% dei sudditi di Sua Maestà Britannica è pronto a votare per David Cameron. Dietro Gordon Brown si schiera solo il 24% dell’elettorato. Numeri da ecatombe per il partito che ha guidato la Gran Bretagna nell’ultimo quindicennio.

  • michele.zurleni
  • Domenica 21 Settembre 2008

Gordon Brown in crisi non festeggia il primo anno a Downing Street

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  • Tags: Gordon-Brown, labour, Londra, premier
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Il premir britannico Gordon Brown

Il premir britannico Gordon Brown

La sua scelta è stata confermata dall’ultimo, disastroso sondaggio che lo riguardava. Dopo aver letto quelle cifre, i Conservatori avanti di 20 punti, il suo elettorato dimezzato, Gordon Brown ha deciso che non era proprio il caso di festeggiare i suoi primi dodici mesi al numero 10 di Downing Street.
Niente interviste, niente discorsi, niente dichiarazioni per celebrare l’avvenimento. Per lui non poteva esserci compleanno più amaro. E, per il suo partito, ricorrenza più infelice. L’uomo che avrebbe dovuto risollevare le sorti di un traballante Labour dopo l’uscita di scena di Tony Blair ha fallito la missione. Anzi, è stato proprio lui la causa principale del collasso. Ha trascinato i laburisti ai minimi storici.
Dopo un braccio di ferro durato mesi, l’anno scorso, Brown era riuscito a convincere l’ex Primo Ministro a cedergli il posto. Si era subito proposto come il leader in grado di correggere le “storture” dell’ultima fase del Blairismo, in particolare la guerra in Iraq che aveva contribuito a togliere consenso al fautore della “Terza Via”.

Lui, economista scozzese, puritano, un passato da primo della classe, dalle scuole primarie ai vertici del Labour party, si era presentato come un uomo rigoroso, determinato, attento alla sostanza dei problemi, ben lontano dalla politica “tutto immagine e comunicazione” del suo predecessore: “Ironia della sorte, la sua personalità si è dimostrata debole, non adatta. Un leader senza forza” dice senza giri di parole Ed Vulliamy, giornalista e scrittore inglese, corrispondente per anni in Italia del quotidiano The Guardian. ” Gordon Brown si era proposto come l’alternativa a Tony Blair. Ma in realtà, non ha fatto altro che seguire la politica del suo predecessore. Senza però averne il carisma. Le faccio un esempio. Dopo aver criticato (anche aspramente) Blair per averli tenuti troppo stretti, io personalmente pensavo che avrebbe allentato i lacci del rapporto con Washington. Credevo che Brown avrebbe diretto le sue attenzioni verso l’Europa, cercando di modernizzare il rapporto tra Londra e il resto del Continente. E, invece, cosa fa? Si fa riprendere dalle televisioni di tutto il mondo con il Presidente degli Usa sul campo di golf per dimostrare quanto siano saldi i legami con gli Stati Uniti.”
Per altri critici, il primo ministro britannico è semplicemente un indeciso, ben lontano dal modello di “animale politico” incarnato da Tony Blair, incapace di cogliere l’attimo. Lui, più a suo agio nelle aule universitarie che i nei corridoi di Westminster, asceso al potere, preso il timone del governo in mano, è stato costretto a passare dalla strategia alla tattica. E, tutti i suoi limiti sono emersi. Come nel caso delle elezioni che non ci sono mai state. Tre mesi dopo essere entrato a Downing Street, finita la “luna di miele” con il suo elettorato, Gordon Brown decide di andare ad elezioni anticipate, investendo così la parte di “tesoretto” di consensi rimasta ancora nelle casse del Labour. È convinto di vincere la consultazione e lavorare in pace per i successivi cinque anni. A quel punto, tutti si attendono
l’annuncio ufficiale. Che non arriverà mai. Si, perché nel frattempo, Brown si accorge che è destinato alla sconfitta. E rinuncia alla competizione, in attesa di tempi migliori. Che non sono giunti. E che, Gordon Brown, non vedrà mai.
“I conservatori di David Cameron vinceranno nel 2010 Niente può evitarlo” spiega Ed Vulliamy. Il quale collega il declino laburista anche alla crisi economica che sta vivendo la Gran Bretagna.

Spiega il giornalista inglese che, dopo anni di vacche grasse, grazie alla crisi innescata dai subprime, ora l’economia britannica (basata sull’industria dei servizi) sta vivendo un momento di grande difficoltà. Di cui Brown è solo in parte responsabile, ma di cui pagherà le conseguenze. Nessuno ha fiducia in lui.
Un recente sondaggio della Icm ha chiesto agli intervistati di dare (da uno a dieci) un voto al leader laburista. Solo il 3,94% gli ha concesso il massimo. Ben il 23% dei consultati gli ha rifilato un sonoro uno. Una dolorosa beffa per il primo della classe. L’uomo che aveva studiato per 20 anni per diventare primo ministro, è stato invece bocciato (probabilmente senza appello) alla prima prova.

  • michele.zurleni
  • Venerdì 27 Giugno 2008

Unione europea: il valzer di poltrone scatena le diplomazie europee

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  • Tags: Bruxelles, Fogh-Rasmussen, Gordon-Brown, Javier-Solana, Jean-Claude-Juncker, José-Manuel-Barroso, nicolas sarkozy, presidente-del-Consiglio-europeo
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Jose Manuel Barroso.

Salvo brutte sorprese, a otto mesi dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona prevista il 1° gennaio 2009, le principali diplomazie europee stanno affilando i coltelli per la nomina del prossimo presidente del Consiglio dell’Unione europea. Una battaglia senza esclusioni di colpi, resa tanto più complicata che entro fine anno i 27 Stati membri dovrebbero pronunciarsi sul destino di José Manuel Barroso, attuale presidente della Commissione, e quello dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza comune, lo spagnolo Javier Solana.

Il ruolo di Sarkò. A guidare il valzer di poltrone sarà Nicolas Sarkozy, presidente di turno dell’Ue dal 1° luglio al 31 dicembre 2007. Al capo di Stato francese spetta infatti il compito di trovare un consenso tra i suoi 27, cosa non facile se si pensa agli interessi cruciali che si annidano attorno alle tre figure istituzionali menzionate. Per la poltrona del presidente del Consiglio, destinato dal 2009 in poi a rappresentare l’Unione europea nei Summit internazionali più importanti, sembra profilarsi un testa a testa tra il premier danese Anders Fogh Rasmussen e il suo omologo lussemburghese Jean-Claude Juncker. Il primo avrebbe l’appoggio del Regno Unito, mentre il secondo, noto per il suo spirito europeista, ha già incassato il sì dell’Eliseo. Proprio da Parigi, fonti vicine a Sarkò hanno rivelato ai principali quotidiani d’Oltralpe che la scelta del lussemburghese sarebbe quella più logica: “Rasmussen mira ormai alla Nato” scrive sul suo blog il corrispondente di Libération a Bruxelles, “mentre l’ex premier spagnolo Felipe Gonzalez non è candidato a nulla e Tony Blair è bruciato” (nonché “troppo euroscettico” sottolinea Le Figaro).

Candidature grigie. L’esclusione del leader britannico conferma la decisione degli Stati membri di voler piazzare sulla poltrona della presidenza del Consiglio una figura di alto profilo istituzionale, ma non carismatica. Juncker sarebbe il candidato perfetto: presidente dell’Eurogruppo (organo informale che riunisce una volta al mese i ministri dell’Economia e delle Finanze degli Stati membri alla vigilia dell’Ecofin) e membro del Partito popolare europeo (Ppe), il premier del Lussemburgo è ormai un’istituzione nelle istituzioni (fu uno dei grandi architetti del Trattato di Maastricht). Ma a Londra, la sua candidatura viene giudicata “inaccettabile” (sul Tamigi il suo europeismo è considerato esasperante). Sarkozy dovrà quindi dimostrare grandi capacità persuasive nei confronti Gordon Brown: nel passato i governi inglesi non hanno mai esitato a esercitare il diritto di veto per imporre le loro preferenze (lo sanno bene i belgi Jean-Luc Dehaene e Guy Verhofstadt, le cui candidature alla presidenza della Commissione furono stroncate a favore di Jacques Santer nel 1994 e di Barroso nel 2004). Non a caso ieri il Times ha indicato come grande favorito il premier danese Rasmussen, apprezzato per le sue tendenze liberali.

Dopo-Solana. Ma non sono da escludere colpi di scena. Il più clamoroso potrebbe vedere l’attuale presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, approdare alla guida del Consiglio consegnando a Juncker le chiavi del Berlaymont. L’ipotesi piace a Parigi che durante la sua presidenza di turno vorrebbe porre fine all’incognita Solana. Problema: la nomina del prossimo Alto Rappresentante Ue degli Affari esteri è vincolata all’esito delle elezioni parlamentari europei previste nel 2009. Di fronte al probabile trionfo delle destre, per gli Stati membri si impone la necessità di controbilanciare lo strapotere del Ppe (Barroso, Juncker e Rasmussen ne fanno parte) lasciando ai socialisti il compito di proporre un loro leader. Il nome di Solana circola con insistenza nei corridoi di Bruxelles, ma in alcune capitali europee c’è chi sostiene che prolungare l’incarico dello spagnolo rischia di compromettere la svolta che l’Ue intende dare alla sua immagine già appannata attraverso la scelta di volti nuovi. Come se Barroso e Juncker portassero quel vento di freschezza indispensabile per riavvicinare le istituzioni al cittadino europeo…

  • diego.manila
  • Giovedì 8 Maggio 2008

Londra, vincono i conservatori con Boris Johnson

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  • Tags: Boris-Johnson, David-Cameron, Gordon-Brown, ken-livingsotne, Londra
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Il sindaco di Londra Boris Johnson. (credits: www.boris-johnson.com)
Il conservatore Boris Johnson (nella foto) ha conquistato il municipio di Londra con 1.168mila voti, superando di 140mila preferenze il rivale laburista Ken Livingstone, sindaco della capitale britannica dal 2000. Gli elettori di Inghilterra e Galles, impegnati a rinnovare migliaia di consiglieri locali durante le consultazioni del primo maggio, hanno impartito una severa lezione al premier Gordon Brown: per la Bbc, se i dati fossero proiettati su scala nazionale, il Labour diventerebbe il terzo partito con il 24%, superati dai Liberaldemocratici con il 25% e dai Conservatori, saliti al 44%. Mai così male nel voto locale da 40 anni. “Non è solo un voto contro il cattivo operato del governo, ma un voto di fiducia per noi” ha gioito il leader conservatore David Cameron, che ora inizia la lunga marcia verso Downing Street nel 2010.

Johnson ha improntato la sua campagna per la poltrona di sindaco di Londra sulla sicurezza, promettendo più polizia per le strade e contro i comportamenti antisociali. Ha detto di avere ‘idee nuove’ per Londra, ma persino i conservatori dubitano delle sue qualità di amministratore, tanto che, in caso di vittoria, promettono di affiancargli un team di esperti. Presentatore di quiz televisivi, direttore di riviste, esperto di storia romana, ciclista e protagonista di gaffe vere e presunte. Boris Johnson, un dandy con i capelli sempre scompigliati, non potrebbe essere più diverso da Ken Livingstone, il ruvido ribelle laburista col trench spiegazzato.
Il nuovo sindaco di Londra è una celebrità, prima ancora che un deputato, nel Regno Unito, e questo grazie alla sua costante presenza sulla stampa popolare, negli ultimi anni, spesso per i motivi sbagliati. Boris, 44 anni, nel 2004 come direttore della rivista Spectator dovette fare le sue scuse ufficiali per un editoriale in cui aveva criticato la città di Liverpool per il dolore espresso per la morte di Ken Bigley, un ostaggio ucciso in Iraq. Nato a New York e allievo del celebre ed esclusivo college di Eton, come il suo grande amico e leader dei Conservatori David Cameron, e poi di Oxford, Johnson è un grande cultore della classicità, dalla storia, all’arte alla filosofia. Ha anche condotto un programma tv sulla storia di Roma antica. Giornalista praticante del Times, cadde in disgrazia da giovanissimo quando falsificò una dichiarazione: tuttavia la sua carriera lo fece approdare al Daily Telegraph, dove divenne corrispondente da Bruxelles. Tornato dopo cinque anni, ne fu commentatore politico e nel 1999 divenne direttore dello Spectator, carica che lasciò nel 2005.

LEGGI ANCHE: Gran Bretagna, disfatta dei laburisti nelle loro roccaforti

  • redazione
  • Sabato 3 Maggio 2008

Gran Bretagna, disfatta dei laburisti nelle loro roccaforti

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  • Tags: Boris-Johnson, Gordon-Brown, ken-livingstone, Londra
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Gordon Brown (nella foto) preannuncia la disfatta: il primo ministro britannico ha definito “brutto” e “deludente” per i laburisti il risultato delle elezioni locali in Inghilterra e Galles. Per David Cameron, leader dei conservatori, è un “grande momento”. Quando lo scrutinio è giunto a due terzi, secondo le stime della Bbc, il partito del premier è al terzo posto con il 24% dei consensi, staccato di venti punti percentuali dai conservatori che toccano il 44%, e superati di un punto anche dai liberaldemocratici, al 25%: sarebbe il peggiore risultato da quarant’anni per il Labour e, se i dati fossero proiettati su scala nazionale, diventerebbe il terzo partito. Traballa anche la poltrona del sindaco di Londra: Ken Livingstone, già due volte primo cittadino laburista di Londra, potrebbe perdere la capitale inglese. Il candidato conservatore Boris Johnson è in testa nelle cosiddette “prime preferenze” in nove circoscrizioni su quattordici, ma senza la maggioranza assoluta: ora occorre contare le “seconde preferenze”, che nel 2004 diedero la vittoria a “Ken il rosso”. Londra si è apparentemente spaccata sui due candidati, indicano gli analisti. Boris ha fatto il pieno nei sobborghi residenziali ricchi e conservatori, Ken nel centro, dove tradizionalmente fa man bassa il Labour, e dove sono concentrate le enormi minoranze etniche londinesi, ostili ai Tory.

Sulla base dei risultati definitivi nei 159 comuni oltre Londra dove si è votato ieri il partito di Cameron ha conquistato 65 assemblee locali, dodici in più delle precedenti elezioni, registrando un incremento di 256 seggi. Ai laburisti ne sono andate diciotto, nove consigli e 331 seggi in meno. Ai liberaldemocratici dodici assemblee, un comune e 34 consiglieri in più. In 64 comuni non c’è ancora una maggioranza chiara. Con il 40% dei voti scrutinati nei quattordici distretti elettorali di Londra, il conservatore Johnson - scrive la Bbc - è in testa in nove, contro i cinque di Livingstone. Il sistema prevede due preferenze: se con la prima nessuno ha il 50% più uno dei voti, si conteggiano anche le seconde preferenze dei due candidati che hanno raccolto più consensi con la prima. Per i commentatori della Bbc, è impossibile fare previsioni, e il vincitore potrebbe emergere solo a tarda notte, attorno all’una ora italiana.

L’affluenza è stata del 35%, simile al passato: l’analisi del voto mostra come i laburisti abbiano perso consensi in loro tradizionali roccaforti. Secondo gli esperti questo è più che altro il risultato della impopolare abolizione della fascia di tassazione del 10% per i redditi più bassi, ennesima gaffe di Brown, che ha ammesso si sia trattato di un errore. Il premier, che negli anni come ministro delle Finanze aveva la fama di uomo al comando dell’economia, si è inoltre mostrato incerto nell’affrontare l’attuale crisi del credito. Secondo un sondaggio della Bbc, un anno fa, il 48% pensava che il Labour avesse la competenza per guidare l’economia, una percentuale che ora scende al 22%. Brown ha detto che il partito “imparerà la lezione” che viene da questo voto e “mostrerà di aver ascoltato, andando avanti. Ascolterò e imparerò, questo è il mio lavoro…le circostanze economiche non ci hanno aiutati, ma la gente deve essere certa che il governo li guiderà attraverso questi tempi difficili”.

  • redazione
  • Venerdì 2 Maggio 2008

Gordon Brown, l’inverno del suo scontento

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  • Tags: David-Cameron, Gordon-Brown, Gran-Bretagna, inghilterra, Londra, tony-blair, Tories
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Di Simona Tobia
Povero Gordon Brown. Proprio lui, il premier britannico che quando aveva raccolto il testimone di Tony Blair aveva saputo far volare il Partito laburista, a neanche 8 mesi di distanza si trova già in fase di stallo. E, come nelle migliori tragedie scespiriane, quando il leader vacilla, crolla anche tutto il resto.
Rischio recessione, crisi bancarie e intercettazioni telefoniche nelle ultime settimane hanno preso il sopravvento sulla politica inglese, che ormai somiglia in parecchi punti a quella italiana. Negli ultimi giorni persino l’arcivescovo di Canterbury, con le sue dichiarazioni sull’esistenza di aree del paese governate solo dalla legge islamica (che aiuterebbe a mantenere la coesione sociale), ha dato grattacapi a Brown, costringendolo a chiarire che la sharia non può essere una giustificazione per violare le leggi del regno.
Per Brown, l’uomo dei conti che quand’era cancelliere dello Scacchiere aveva costruito il successo di Blair facendo uscire il paese dalla crisi degli anni Novanta, l’incubo è iniziato con il tracollo della Northern Rock, banca travolta dalla tempesta che dagli Usa si è abbattuta in autunno sugli istituti di credito britannici. Il governo è dovuto correre ai ripari. E l’Office of national statistics ha fatto sapere che la Northern Rock comparirà sui conti del governo come “public financial corporation”, anche se ha puntualizzato che non si deve parlare di nazionalizzazione.
Neanche le polemiche sulle intercettazioni accennano a placarsi, da quando sono emerse le conversazioni tra Sadiq Khan, musulmano membro del parlamento, e Babar Ahmod, un detenuto sospetto terrorista. Una commissione sta esaminando il caso, ma intanto è emersa una presunta operazione di polizia con intercettazioni delle conversazioni fra avvocato e cliente in carcere di cui occorre appurare l’estensione. È necessario anche verificare quanto ne sapesse il ministro di Giustizia Jack Straw. In ogni caso sia i conservatori sia i liberali chiedono a gran voce un’inchiesta per fare chiarezza.
Sono i conti, tuttavia, la nota più dolente per il governo. Sulla stabilità dell’economia britannica molti dei più autorevoli osservatori sono tutt’altro che ottimisti, a cominciare dal governatore della Bank of England, Mervyn King. “Quest’anno ci troveremo di fronte a un aumento dell’inflazione e la crescita economica rallenterà” ha dichiarato a fine gennaio. La sterlina è in forte discesa e, secondo i dati pubblicati dalla Bank of England il 14 gennaio, il cambio contro l’euro ha toccato il minimo di 1,31.
Non solo, sono sempre più numerosi gli inglesi che non sono più in grado di pagare il mutuo sulla casa, perdendo la proprietà dell’immobile. L’organo che controlla gli istituti che concedono mutui, il Council for mortgage lenders, fornisce a Panorama dati significativi: se nel 2007 i mutui non andati a buon fine sono stati lo 0,25 per cento del totale, nel 2008 si arriverà allo 0,38.
Risultato: la perdita di fiducia nel Partito laburista, che secondo il più recente sondaggio dell’Icm registra il 35 per cento delle preferenze contro il 37 per cento del Partito conservatore. Tutta colpa di Brown?
“È tutta una questione di immagine” spiega a Panorama Rodney Barker, professore di studi politici della London school of economics. “Il premier non è un oratore brillante e ha gestito piuttosto male alcune situazioni, come la crisi della Northern Rock. L’elettorato vuole un leader affidabile, brillante e ben informato, mentre Brown è l’opposto. E l’immagine che il governo trasmette è di scarsa competenza, nonché di mancanza di unità”.
Dalla sua Gordon Brown ha i dati appena usciti sul 2007, che testimoniano una crescita dell’occupazione, al 74,7 per cento, e la stabilità del tasso d’inflazione, che rimane al 2,1 per cento (nell’area euro è al 3,1, negli Usa al 4,1 per cento). “Il tasso di crescita sarà irregolare, ma resterà sempre tra i più alti dei paesi del G7″ ha dichiarato il premier.
“Certo i problemi di Brown dipendono solo in parte dal suo operato” sottolinea Barker “e la situazione non è affatto grave come viene dipinta, ma resta il fatto che la gente si aspettava grandi cose mentre invece ha avuto “business as usual””.
Nell’agenda di Brown è prioritario il rilancio dell’immagine del partito in vista delle prossime elezioni. Ma dovrà anche contrastare l’idea che i conservatori di David Cameron rappresentino il futuro. Perché, a dar retta a un sondaggio del Daily Telegraph, gli elettori temono che il 2008 li lascerà più indebitati del solito. E molti iniziano a sospettare che David Cameron saprebbe proteggere i loro risparmi meglio di Gordon Brown.

  • redazione
  • Mercoledì 20 Febbraio 2008

Mugabe, un guastafeste al summit Europa-Africa di Lisbona

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  • Tags: Bruxelles, Gordon-Brown, Lisbona, Manuel-Barroso, Regno-Unito, Robert-Mugabe, Summit-Unione-Europea-Africa, Zimbabwe
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Pace, conflitti, cooperazione, migrazioni, tutela ambientale, good governance, diritti umani e rapporti economico-commerciali. Tanti quanto cruciali sono i temi che l’Unione Europea e l’Africa si apprestano ad affrontare a Lisbona nel prossimo week-end. E davvero tanta è stata l’attesa per il vertice bilaterale. Il motivo? Bisognerebbe chiederlo al presidente della Commissione Ue, Manuel Barroso, letteralmente terrorizzato all’idea che lo scontro frontale tra il governo laburista inglese e il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, possa offuscare i dibattiti del summit. A dire il vero, è già tanto se il vertice euro-africano sia stato mantenuto.
Dal 2000, prima l’ex premier inglese Tony Blair, poi l’attuale inquilino di Downing Street Gordon Brown hanno imposto ai loro omologhi europei il rifiuto di fare incontrare i capi di Stato dei rispettivi continenti qualora il dittatore fosse stato incluso nella lista degli invitati. Mugabe tuttavia, ha sempre potuto contare sull’appoggio dei suoi pari, convinti che l’esclusione di un “membro della famiglia” equivalesse a uno schiaffo politico inaccettabile per il continente africano.
Ma quest’anno la musica è cambiata. E non tanto perché le posizioni della Gran Bretagna si siano ammorbidite – anzi, Gordon Brown ha già fatto sapere che dopo la conferma della presenza di Mugabe a Lisbona non parteciperà al vertice -, quanto per la convinzione da parte di molti paesi europei che la recente offensiva cinese in terre africane necessita di una risposta chiara da parte dell’Ue. Non sarà facile.
Mentre Pechino accumula i contratti milionari con gli africani, Bruxelles è invischiata in una guerra commerciale senza quartiere con i paesi Acp (Africa-Caraibi-Pacifico). Ma piuttosto che attirare l’attenzione sulle sfide del summit, i media europei non fanno altro che puntare i riflettori sul caso Mugabe. Per i giornalisti inglesi, l’ossessione è d’obbligo. “Per favore, venite” titola The Economist rivolgendosi ai leader africani, “ma non portate i vostri mostri”. Chiaro il riferimento a Mugabe e al suo omologo sudanese Omar el Beshir, “due dittatori che non avrebbero mai dovuto essere accolti a Lisbona”. Il quotidiano The Indipendent da invece spazio alle posizioni dei leader europei, convinti che “la presenza di Mugabe non offuscherà i dibattiti”. Di sicuro, per Gordon Brown è uno smacco.
“In realtà” ricorda a Panorama.it Giovanni Carbone, politologo dell’Università degli Studi di Milano, “il Regno Unito non è mai riuscito a levare questa cortina di opposizione contro Mugabe. Questo rivela che al di là della Cina, l’Africa ha sempre rivendicato una certa autonomia nei confronti dell’Europa”.

  • diego.manila
  • Venerdì 7 Dicembre 2007
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