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Gli automobilisti sospettano il complotto. Ma come, ci mettiamo tutti in viaggio per le vacanze e la benzina rincara? Colpa dei petrolieri!
Il governo li asseconda e richiama le compagnie all’ordine minacciando indagini antitrust. I petrolieri un po’ protestano, un po’ abbozzano. È un film già visto, si ripete ogni volta che sul display dei distributori di benzina il conto è più salato. Certo, probabilmente i petrolieri ci marciano un po’ adeguando troppo rapidamente i prezzi all’insù. Ma l’aumento della verde e del gasolio, non solo in Italia, è la spia di una situazione paradossale in cui si trova il mercato mondiale del greggio.
Nei primi 6 mesi di quest’anno i consumi di petrolio sono diminuiti del 2 per cento a livello globale e del 9 per cento in Italia. Parallelamente i consumi di benzina e gasolio sono scesi del 5 per cento. Eppure, le quotazioni del greggio sono raddoppiate, passando nel giro di poco più di 6 mesi dai 35 dollari (a cui erano precipitate dopo il picco di 147 dollari toccato l’11 luglio 2008) agli attuali 70 dollari. Più che prendersela con i petrolieri gli automobilisti dovrebbero chiedersi: come è possibile che salga il prezzo di un bene la cui domanda sta calando?
E magari indirizzare le loro maledizioni alle grandi banche internazionali che sono tornate a guidare la danza della speculazione sulle materie prime. Il prezzo del petrolio viene fissato in due grandi mercati: al Nymex (New York Mercantile Exchange, che dal 2008 fa capo al Cme Group, a sua volta nato dalla maxifusione tra il Chicago Mercantile Exchange e il Chicago Board of Trade) e al londinese Ice Futures Europe, controllato dall’americana Intercontinental Exchange di Atlanta. In questi mercati si scambiano contratti future, ovvero scommesse sull’andamento futuro dei prezzi, con scadenze che partono dal prossimo mese di ottobre (i contratti più trattati) fino a dicembre 2017.
Il problema è che su questi due grandi mercati si scambia molto più petrolio di quello che esiste nella realtà. Oggi al Nymex ci sono transazioni per un valore di oltre 500 milioni di barili al giorno, all’Ice di altri 200 milioni al giorno. Peccato che la produzione giornaliera di greggio sia pari, in tutto il mondo, a circa 85 milioni di barili, cioè quasi un decimo di quello che viene trattato nelle borse dei future.
In sostanza, c’è uno scollamento tra il mondo che stabilisce il prezzo del petrolio e il mondo che il greggio lo produce, lo lavora e lo consuma. “Con il calo della domanda e le quotazioni in rialzo” sintetizza Davide Tabarelli, presidente della Nomisma Energia, “le raffinerie guadagnano sempre meno e i produttori non riescono più a vendere petrolio”. Succede così in una fase di rallentamento dell’economia: oltre un certo prezzo il mercato (che è fatto anche di oli, plastiche e innumerevoli derivati degli idrocarburi) non compra più. Galleggiamo su un mare di oro nero invenduto, ma caro. In questo momento, rivela la newsletter Energy Intelligence, ci sono 110 milioni di barili di greggio e 70 milioni di barili di gasolio fermi nelle petroliere davanti a grandi porti come quello di Rotterdam.
Certo, non è solo colpa della speculazione, come ricorda Massimo Nicolazzi, amministratore delegato del Centrex Europe & Energy Gas e autore del libro Il prezzo del petrolio. Tra le ragioni dei rincari ci sono le strozzature dell’industria della raffinazione. E c’è la crescita delle riserve e degli stock. “Negli Stati Uniti” conferma Enrico De Stefano della Galaxy Energy, una società di trading di Monte-Carlo “le riserve strategiche sono ai massimi da sempre, mentre quelle cinesi sono salite al record di 235 milioni di barili”. Tuttavia, la speculazione svolge un ruolo fondamentale.
E il timore degli esperti è che si stia riformando la grande bolla, esattamente come è successo prima del crollo del 2008.
“La Goldman Sachs e grandi banche internazionali come Ubs, Jp Morgan, Barclays hanno giocato un ruolo importante nella crescita del mercato fino al crac del 2008″ sostiene De Stefano. “Ricordo che proprio la Goldman Sachs emetteva un bollettino mensile sul petrolio che di fatto alimentava le aspettative di un rialzo dei prezzi. Ho l’impressione che quel meccanismo si sia rimesso in funzione”. Già: un vorticoso giro di carta con le banche che reggono il gioco. E un prezzo del barile che va su e giù come uno yo-yo, paralizzando gli investimenti in nuovi giacimenti di petrolio se è troppo basso, bloccando l’economia se è troppo alto. Questa situazione non piace a nessuno.
Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, ha proposto una serie di misure per tentare di stabilizzare le quotazioni del greggio, aumentando la trasparenza del mercato. Oltre che le grandi compagnie e i produttori, l’eccessiva volatilità del greggio preoccupa molto le autorità pubbliche. E questa volta vogliono vederci chiaro. “Il 28 luglio 2009″ racconta Tabarelli “sono iniziate negli Usa le audizioni della Commodity futures trading commission per studiare l’introduzione di limiti alle posizioni degli speculatori. Tali limiti esistono dagli anni Venti per le materie prime agricole e non vi è ragione perché non possano essere applicati anche al petrolio, dove attualmente ve ne sono di molto blandi per i contratti in scadenza”.
A riprova che il tema del prezzo del greggio è molto caldo, un’altra partita si è aperta a Londra tra l’organo di vigilanza Financial service authority e la potente lobby finanziaria. Per ora queste audizioni hanno prodotto un risultato: l’americana Federal trade commission ha varato giovedì 6 agosto una serie di nuove regole per prevenire la manipolazione del mercato, con multe fino a 1 milione di dollari al giorno per chi diffonde notizie false o nasconde informazioni che potrebbero influire sui prezzi. Basterà? Gli esperti sono scettici.
Per ridurre la speculazione si potrebbe obbligare gli operatori a “coprire almeno il 50 per cento del valore del contratto e a ricevere il petrolio fisico alla sua conclusione” suggerisce De Stefano della Galaxy. Certo è che il mercato, affinché resti liquido, non può che essere pure speculativo.
A meno che non si faccia come con le cipolle. Nel 1957 una bolla dei prezzi investì il mercato danneggiando gli agricoltori. L’allora senatore Gerald Ford fece approvare dal Congresso una nuova norma: è vietato fare contratti future sulle cipolle. A distanza di 50 anni si può scommettere su tutto, tranne che su questo saporito bulbo.

LA RIPRESA DELL’ORO NERO
-9% il calo subito nei primi 6 mesi di quest’anno dai consumi di petrolio. Quelli di benzina sono scesi del 5 per cento.
70 dollari è il prezzo a cui è arrivato il petrolio, con un raddoppio rispetto ai valori di fine 2008.
65 dollari al barile è il prezzo a cui dovrebbe attestarsi a fine anno il prezzo del greggio secondo Davide Tabarelli della Nomisma Energia.
800 milioni di barili al giorno è l’ammontare dei contratti future che vengono scambiati al Nymex di New York e all’Ice di Londra.
85 milioni di barili al giorno la produzione petrolifera mondiale.
4 milioni di barili è il taglio di produzione giornaliera deciso dall’Opec per sostenere le quotazioni del greggio.
Prima, erano “cani, porci, rapaci e malvagi capitalisti” da cacciare, perché depredavano il Venezuela della sue ricchezze. Ora, le compagnie petrolifere occidentali sono le benvenute a Caracas: Chevron, Royal Dutch/Shell e Total, dopo essere state messe in un angolo con tasse e royalties sempre maggior man mano che il prezzo del greggio che saliva, avranno di nuovo accesso ad alcune delle riserve petrolifere più grandi del mondo.
Già, perché coi prezzi del petrolio in picchiata fino a 35 dollari al barile e con la produzione nazionale in declino, il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha optato per una decisa quanto pragmatica marcia indietro. «Se trattare nuovamente con le multinazionali dell’energia è necessario per la sua sopravvivenza politica, Chavez lo farà – ha spiegato al New York Times Roger Tissot, membro di Gas Energy, una società di consulenza brasiliana –. Non bisogna dimenticare che è un militare che capisce quando è necessario perdere una battaglia per vincere la guerra».
La posta in palio per il presidente socialista è riuscire a mantenere in piedi, nonostante la crisi finanziaria mondiale, tutti quei progetti sociali e di welfare che in questi anni sono stati finanziati con i proventi della vendita del greggio, che nel 2008 ha rappresentato circa il 93 per cento dell’export venezuelano. E siccome proprio su questi progetti Chavez ha costruito buona parte della sua popolarità e del suo appeal sulle masse, ora, a circa un mese dal referendum costituzionale che potrebbe garantirgli la possibilità di nuovi mandati presidenziali, il leader venezuelano è deciso a giocarsi il tutto per tutto.
Così, dopo anni in cui i suoi partner privilegiati erano le compagnie statali di Paesi come Bielorussia, Iran o Cina, è arrivata questa nuova e per ora timida apertura alle multinazionali private, che dovrebbero, grazie all’esperienza accumulata altrove, essere in grado di far crescere nuovamente la quota di produzione petrolifera di Caracas, calata dopo gli ultimi anni. Anche se le fonti ufficiali parlano di 3,3 milioni di barili al giorno, infatti, altre fonti, come l’Opec, di cui il Venezuela è membro, ritengono più verosimile una cifra vicina ai 2 milioni e mezzo.
«Ma un accordo su un pezzo di carta non vuol dire nulla, finché Chavez non cambierà le regole del gioco – ha chiosato un petroliere venezuelano, che ha richiesto di restare anonimo per paura di rappresaglie –. Non è un caso che da quando è al potere, ovvero negli ultimi dieci anni, in Venezuela non sia stato avviato nessun nuovo progetto di largo respiro».
Da Bruxelles
Un paio di settimane fa erano stati i pescatori di mezza Europa a ribellarsi a Bruxelles contro l’impennata del costo dei carburanti. Ieri, alla vigilia di un cruciale summit europeo organizzato per discutere il “problema petrolio”, è toccato agli agricoltori, ai tassisti e ai camionisti belgi dire la loro su un’emergenza divenuta ormai globale. Nelle ultime settimane la capitale belga è diventata la città di riferimento per casseurs e manifestanti che proprio non ci stanno a vedere diminuire drasticamente il proprio potere d’acquisto. “Bruxelles sta diventando l’epicentro della crisi”, ha scritto il principale quotidiano belga in lingua francese, il Le Soir. Eh già, come dare torto ai manifestanti? E’ meglio far sentire la propria voce a Bruxelles piuttosto che a Gembloux o a Vertemate con Minoprio. Trattori, camion e taxi in piazza Per gran parte della giornata, la città che ospita le principali istituzioni europee è stata quindi semi-paralizzata dai cortei organizzati dai sindacati locali. Secondo la polizia, alla manifestazione hanno partecipato oltre 500 trattori, 170 autoarticolati e 150 “taxi chauffeurs”. Quanto basta per bloccare il centro di una metropoli che non è poi tanto grande (più o meno quanto Milano). Gli organizzatori hanno poi pensato di protestare “a macchia di leopardo”. Gli agricoltori francofoni si sono radunati al Parco del Cinquantenario (a uno sputo dal blindatissimo quartiere europeo già teatro di scontri un paio di settimane fa).
Il VIDEO
I camionisti, in gran parte fiamminghi, e i tassisti hanno invece mandato in tilt il traffico sulla circonvallazione che delimita il centro storico della capitale europea. Salvare l’agricoltura europea Intervistati da Panorama.it, gli iscritti a un sindacato locale che rappresenta gli interessi dei giovani agricoltori (la Fédération des Jeunes Agriculteurs) hanno motivato la loro decisione di scendere in piazza “sia protestare contro il caro petrolio sia per chiedere maggiore stabilità dei prezzi. Ma anche per dire no alle politiche ultraliberiste dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e della Politica Agricola Comune”. Già, la famigerata PAC dell’Unione europea, tanto criticata da molti perché ritenuta responsabile della recente impennata dei prezzi di cereali e generi alimentari di prima necessità (solo il grano, nell’ultimo anno è aumentato dell’80 percento) . La manifestazione di Bruxelles si è poi chiusa con alcune dichiarazioni del premier belga Yves Leterme, che in piazza ha promesso di fare pressioni alla Commissione europea affinché si impegni, in vista delle prossime negoziazioni dell’OMC, di non fare concessioni che potrebbero danneggiare l’agricoltura del Vecchio Continente.
Da Bruxelles
“Erano al massimo sette o otto persone, tutte armate di bastoni, con in mano mattoni che hanno iniziato a lanciare contro le vetrine della nostra sede. L’attacco è durato pochissimi minuti, ma per fortuna gli aggressori sono stati dispersi dalla polizia. Era da anni che non vedevo violenze simili nel centro di Bruxelles”. M. S. è sotto choc. Davanti alla Direzione Generale Agricoltura e Pesca, il marciapiede è costellato di pezzi di vetro frantumato, pietre e bastoni di legno. La calma apparente viene regolarmente interrotta dagli elicotteri che sorvolano le arterie centrali di Bruxelles, alla ricerca di manifestanti pronti a colpire altre sedi della Commissione europea. Su rue de la Loi, il viale che principale che conduce alla Commissione, è ormai vietata al traffico. Sullo sfondo, si intravedono le forze dell’ordine in assetto anti-sommossa, segno che la tensione è ancora molto alta. Sono chiuse pure le stazioni metropolitane del centro. “Per motivi di sicurezza” giustifica un poliziotto belga, per poi ammettere: “Certo che non ce l’aspettavamo. Sapevamo che i pescatori sono brutti clienti, ma oggi l’hanno davvero fatta grossa”.
La cronaca. È iniziato tutto verso le nove di stamattina, quando circa 300 pescatori, soprattutto francesi e italiani, hanno bloccato il quartiere comunitario con una manifestazione di protesta contro il rialzo dei prezzi del carburante. I pescatori chiedono di pagare il gasolio non oltre 40 centesimi di euro al litro (contro gli attuali 80 centesimi). Al termine dell’incontro tra una delegazione di manifestanti e alcuni membri del Gabinetto del Commissario europeo alla pesca, Joe Borg (in trasferta a Riga), la portavoce della Commissione ha dichiarato alla stampa “che una soluzione immediata non è stata trovata. Invitiamo gli Stati membri a intervenire ricorrendo al fondo europeo per la pesca”. In particolar modo, Bruxelles ha chiesto alla Francia di recuperare 65 milioni di euro accordati come prestiti nel 2006 a titolo di fondo per gli aiuti ai pescatori. Appena appresa la notizia del fallimento della mediazione tra la loro delegazione e il team del Commissario Borg, i manifestanti rimasti fuori dal palazzo del Berlaymont hanno sommerso i poliziotti di petardi, fuochi di bengala, pietre e lattine vuote. A sua volta, la polizia ha caricato i pescatori per poi disperderli nelle vie adiacenti alla sede centrale della Commissione Ue.
Di Pino Buongiorno
Flash dal mondo del petrolio. A San Paolo del Brasile la compagnia statale Petrobras annuncia di aver scoperto un immenso giacimento di greggio a 7mila metri di profondità, nel bacino Santos, con un potenziale, tutto da verificare, di 33 miliardi di barili. Quanto basterebbe per fare entrare il Brasile nel club dei 10 maggiori esportatori di energia al mondo. Cambiamo continente: a Pointe Noire, in Congo, l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni firma un accordo con il governo di Brazzaville per ricavare oli non convenzionali dallo sfruttamento delle sabbie bituminose su un’area di 1.790 chilometri quadrati.
Mentre in una sola settimana accade tutto questo, a Parigi l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) fa trapelare i primi risultati shock di una ricerca su 400 fra i megadepositi mondiali di oro nero. Gli esperti dell’Aie sono allarmisti perché prevedono che la futura offerta di petrolio si ridurrà notevolmente. Contro gli attuali 87 milioni di barili consumati ogni giorno, ne occorrerebbero 116 milioni nel 2030 per far fronte alla domanda mondiale, spinta per lo più dalla crescita di Cina e India. Ma per l’esaurimento progressivo dei pozzi e la diminuzione di investimenti si produrranno non più di 100 milioni di barili.
A Washington deputati e senatori tengono quotidianamente sulla graticola i boss di “Big Oil”, i quattro colossi mondiali del petrolio. Li accusano di guadagnare profitti smisurati a scapito degli automobilisti e di spendere troppo poco per nuovi giacimenti e soprattutto per la ricerca di fonti di energia alternative.
Il più bersagliato è il presidente e amministratore delegato della Exxon Mobil, Rex Tillerson, che l’anno scorso ha fatto conquistare alla sua multinazionale un record nella storia del capitalismo: 40,6 miliardi di utili. Per nulla intimorito dalla ribellione dei discendenti Rockefeller, che chiedono “una svolta verde”, Tillerson contrattacca. E punta l’indice contro lo stesso George W. Bush, andato a Riad per chiedere al re saudita di pompare più greggio, quando avrebbe dovuto fare di più per aumentare la produzione negli Stati Uniti, in particolare al largo delle coste della Florida e della California.
“Siamo al momento della verità soprattutto per le compagnie petrolifere” spiega a Panorama Steve LeVine, uno dei principali analisti del settore, autore del best-seller The Oil and the Glory, dedicato al grande gioco del petrolio nel Caucaso (il libro sarà presto pubblicato anche in Italia). “In questo momento c’è una grande ansia e contemporaneamente un certo entusiasmo per la scoperta di pozzi e di risorse non convenzionali, come il petrolio pesante del bacino dell’Orinoco in Venezuela e le sabbie bituminose del Congo e della provincia di Alberta, in Canada. Ma la vera corsa inizierà solo quando le compagnie capiranno a quali nuovi condizioni dovranno trattare con i grandi produttori di petrolio e gas naturale, come Russia, Arabia Saudita e Brasile”.
Di certo, secondo molti esperti, stiamo pagando i 20 anni di benzina a basso costo che hanno frenato, se non bloccato, l’esplorazione e l’estrazione del petrolio: non ne valeva la pena. Oggi gli alti prezzi (il petrolio potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile quest’estate e i 200 dollari nel 2009, secondo la Goldman Sachs) dovrebbero spingere in senso contrario. Ma non è sempre così.
È vero che l’Arabia Saudita ha promesso di investire 129 miliardi di dollari in progetti di espansione nei prossimi 5 anni, a cominciare dallo sfruttamento del campo petrolifero di Khurais, con l’obiettivo, già a fine 2009, di aumentare la produzione a 12 milioni di barili al giorno. Altrettanto incontestabile la tendenza che si sta affermando fra i paesi produttori, che controllano il 90 per cento delle riserve mondiali: il nazionalismo energetico. La Russia è in prima fila nel voler tenere alti i prezzi, anche a costo di sacrificare le scoperte di nuovi giacimenti o evitare il declino dei vecchi.
Decisive, poi, le tensioni geopolitiche. Succede in Iraq, secondo paese al mondo per riserve provate, dove bande sunnite e sciite fanno a gara nel bruciare pozzi e minare oleodotti. Accade in Iran, paralizzato dalle sanzioni internazionali. Per non parlare della Nigeria, infestata dalla guerriglia. Nel continente latinoamericano è il Venezuela a non esprimere tutte le sue potenzialità a causa del presidente populista Hugo Chávez, che allontana i grandi investitori.
Quanto al restante 10 per cento, anche in questo caso l’offerta non pareggia la domanda. “L’esplorazione è ripartita con grande vigore. Alcuni importanti successi sono già visibili in Africa e Sud America” assicura Claudio Descalzi, vicedirettore generale della produzione all’Eni. “Però dobbiamo anche scontare la rigidità del sistema industriale: è limitata la disponibilità di piattaforme, di mezzi navali, di cantieri, di acciaierie e, non ultima, di personale specializzato”. Tutto ciò comporta un aumento vertiginoso dei costi per costruire nuovi impianti, finendo per ritardare quasi tutti i progetti più importanti. Come quello di Kashagan.
Gli analisti del Cera, uno dei maggiori centri di ricerca del settore, sono arrivati alla conclusione che, “se nel 2000 un pezzo di equipaggiamento costava mediamente 100 dollari, oggi ne costa 210″.
In buona sostanza, almeno nel breve e nel medio periodo, la questione non è “la fine del petrolio”, ma la sua produzione largamente insufficiente. Per dirla con le parole di John Watson, uno dei capi di Chevron, “il problema dell’oro nero non è sotto la superficie, ma al di sopra”.

Di Pino Buongiorno
Sono potenti. Sono celebri. Ma quest’anno sono anche terribilmente ansiosi. I 2.450 partecipanti all’annuale appuntamento del World economic forum di Davos, sulle Alpi svizzere, dal 23 al 27 gennaio, sanno che è iniziato un anno di straordinarie incertezze politiche ed economiche, come mai negli ultimi due decenni.
Prima di partire per la «Magica montagna» tanto cara a Thomas Mann, i capi di stato e di governo, gli imprenditori delle multinazionali, gli accademici e gli scienziati di fama hanno ricevuto un voluminoso rapporto intitolato «Rischi 2008». Il livello di allarme, segnalato dai 100 top manager ed esperti intervistati, è altissimo sia per i timori crescenti di un’imminente stagnazione americana ed europea sia per il vuoto politico che si è venuto a creare nell’anno delle elezioni presidenziali in Russia e in America. «È un futuro di sfide eccezionali» avverte Klaus Schwab, il fondatore del World economic forum. «Ma anche di opportunità per dimostrare le capacità di leadership».
In soli 12 mesi il pianeta è cambiato profondamente. L’anno scorso si discuteva di cambiamento del clima. L’agenda politica del 2008 rimette al primo punto la sicurezza delle fonti energetiche, come all’inizio degli anni Ottanta. La politica estera americana ha sempre avuto come principio guida quello di evitare che altre nazioni potessero usare l’oro nero per far avanzare le proprie pretese egemoniche. Dunque, petrolio accessibile per tutti, a prezzi di mercato. Ma diversi mutamenti nel rapporto domanda-offerta ora minacciano questo sistema.
Il gap tende a ridursi, la produzione è ai massimi livelli e i consumi, soprattutto negli Stati Uniti e in Asia, crescono esponenzialmente: dagli 87 miliardi di barili attuali ai 110 miliardi fra una decina di anni.
Nell’era dei 100 dollari al barile, la fatidica soglia toccata il 2 gennaio scorso, i paesi produttori festeggiano una prosperità senza precedenti: 700 miliardi di dollari in più solo nel 2007. La conseguenza fin troppo ovvia è che alcuni di essi, Russia in particolare (ma anche Venezuela), vogliono giocare un ruolo politico assai più incisivo.
Nello stesso tempo la sete di petrolio scuote i paesi consumatori (Usa, Unione Europea, Giappone, India e Cina), che si lanciano in una caccia spasmodica all’ultima goccia di greggio, facendo venire meno le vecchie alleanze e snaturando le regole del mercato.
Terzo: le grandi compagnie petrolifere perdono progressivamente terreno nei paesi produttori. Devono affrontare un pericoloso «nazionalismo delle risorse» che porta a utilizzare l’energia come arma politica privilegiata. Sono domande fin troppo retoriche quelle che si pone un recente rapporto del National petroleum council americano: «La competitività per le risorse sempre più scarse sfocerà in conflitti politici e anche militari fra le maggiori potenze?».
E ancora: «Gli accordi bilaterali fra le nazioni diventeranno comuni, nel momento in cui i governi tentano di assicurarsi i prodotti energetici al di fuori dei tradizionali meccanismi di mercato?». La realtà, al di là delle previsioni più fosche, è che l’ordine mondiale è stato sconvolto. La superpotenza americana non detta più legge da sola e soprattutto non ha più l’influenza di una volta. Quando George W. Bush arrivò alla Casa Bianca, nel gennaio 2001, il barile costava 30 dollari. Quando iniziò il secondo mandato, nel gennaio 2005, era salito a 48 dollari, fino ai 100,1 dollari del 2 gennaio: una crescita complessiva di quasi il 230 per cento. Lo shock negli Stati Uniti, ubriachi di benzina a basso prezzo, è stato terribile, tanto da bloccare la crescita, assieme alla crisi del credito, al crollo del mercato immobiliare e alla svalutazione del dollaro.
Scendono gli Stati Uniti, avanzano nuovi protagonisti. Oggi il mondo si può definire multipolare. La Cina, il secondo paese consumatore di energia, si è messa a competere sulle rotte del petrolio, trasformandosi in una potenza quasi neocoloniale in Africa e in Sud America. Per proteggere i contratti nei nuovi mercati dei paesi emergenti il governo di Pechino ha deciso di utilizzare la forza navale e aerea.

Secondo un rapporto del Pentagono, la Cina sta addirittura costruendo una flotta di cinque nuovi sottomarini nucleari intercontinentali, dotati di missili balistici.
Ancora più sorprendente è la resurrezione della Russia nel corso degli ultimi 18 mesi. «Il Cremlino ha scoperto che nel 21° secolo è più facile marciare attraverso l’Europa facendo business piuttosto che con l’Armata rossa» dichiara a Panorama Steve Levine, uno dei maggiori esperti della nuova geopolitica dell’energia, autore del recente best-seller Oil and Glory. «È un’altra dimensione nello spostamento del centro di gravità per quanto riguarda l’influenza globale verso est».
Nelle dichiarazioni ufficiali Stati Uniti e Unione Europea si oppongono ai piani russi di costruzione dei nuovi gasdotti. Eppure, chiede Levine, «chi sono i partner della Russia in questi progetti?
Germania e Italia. Il Cremlino usa la forza o la persuasione, a seconda degli interlocutori, per convincere società come Eni, Basf ed E.On a cooperare sia nei programmi del South Stream sia in quelli del North Stream. È il prezzo da pagare per avere accesso ai giacimenti di gas naturale russo».
Dopo aver onorato tutti i debiti, il governo russo ha aumentato il budget federale di 10 volte dal 1999, ha accumulato riserve in oro e in monete forti pari a 425 miliardi di dollari e ha creato un fondo di stabilizzazione di 150 miliardi di dollari. Il risultato è che il presidente Vladimir Putin e il suo probabile successore Dmitri Medvedev sono in grado oggi di reclamare il ritorno alla propria sfera d’influenza delle ex repubbliche sovietiche.
Non solo, hanno la forza per resistere al nuovo sistema di difesa missilistico voluto da Washington nell’Europa orientale e per affrontare in piena autonomia questioni scabrose come il nucleare iraniano e l’indipendenza del Kosovo.
Anche il venezuelano Hugo Chávez usa l’improvvisa ricchezza per allargare il suo raggio d’azione soprattutto in America Latina, dove può contare su alleati fedeli in Bolivia, Nicaragua e persino in Argentina. A Buenos Aires è esploso nelle scorse settimane uno scandalo politico per i presunti finanziamenti elargiti da Chávez alla campagna elettorale della vincitrice Cristina Kirchner.
All’improvviso, grazie ai 13 miliardi di barili del megagiacimento di Kashagan, dove ha un ruolo chiave l’Eni, il Kazakhstan rinnova il «Grande gioco» nell’Asia centrale pretendendo il ruolo di arbitro. Russia, Cina, Stati Uniti e Unione Europea corteggiano il presidente Nursultan Nazarbaiev e si contendono gli oleodotti. L’autocrate di Astana è abile ad accontentare ora una superpotenza ora l’altra, mantenendo sempre in equilibrio la bilancia del potere, ma badando a proteggere i propri interessi.
Per chiudere il contenzioso sullo sfruttamento di Kashagan, sollevato l’estate scorsa, Nazarbaiev ha ottenuto un bonus di 4,5 miliardi di dollari per i ritardi nella produzione e ha fatto trasferire l’8,5 per cento dell’intero progetto alla società petrolifera di stato KazMunaigaz, messa sullo stesso piano delle sorelle occidentali maggiori.
Anche la Turchia, centro nevralgico per il passaggio delle petroliere e degli oleodotti, ritorna agli antichi splendori sul palcoscenico internazionale, coccolata da molte diplomazie, prime fra tutte quelle americana e italiana.
In questa nuova geopolitica guidata dal barile di greggio c’è chi non si accontenta solo di contare di più, ma fa shopping strategico in giro per il mondo.
È il caso dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. «Questi paesi produttori vogliono un posto al tavolo dell’alta finanza» spiega Steve Levine.
Un recente dossier della società di consulenze McKinsey stima che gli investitori arabi del Golfo hanno ora in mano un immenso tesoro di proprietà sparse in tutto il pianeta per complessivi 3,8 milioni di miliardi. La sola Abu Dhabi investment authority, che ha asset stimati attorno ai 900 miliardi di dollari, ha oggi la stessa forza finanziaria della Banca del Giappone. Per salvare il colosso americano Citigroup sono dovuti intervenire sia il fondo di investimenti statali dell’emirato di Abu Dhabi sia il principe e miliardario saudita Alwaleed bin Talal.
I petrodollari (sempre più petroeuro) comprano tutto: influenza politica e grandi imprese. Il denaro dell’energia altera così i vecchi equilibri, ma non ne inventa di nuovi. Di certo il mondo si complica come negli anni della guerra fredda. Basta osservare quello che sta succedendo oggi nel Mare Artico. Russia, Canada, Norvegia, Danimarca e Stati Uniti reclamano la sovranità sui fondali del Polo Nord per poter sfruttare le immense risorse sottomarine. E, tanto per non perdere tempo, la Russia il 2 agosto 2007 ha pensato bene di anticipare le potenze rivali e di piantare la sua bandiera a 4.200 metri di profondità.
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