Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

bandiere all'entrata di Camp Delta. credits:LaPresse
Aveva promesso che li avrebbe fatti processare da un tribunale civile. Per dimostrare che con lui, l’America ha (aveva) voltato pagina. Non possiamo continuare a tradire i nostri valori, la nostra Costituzione; a calpestare lo stato di diritto, aveva declamato in più occasioni. Quindi, basta con le torture e le prigioni segrete della Cia; basta con le Corti Militari Speciali e, infine, basta con Guantanamo. Continua
Bolognese, 46 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".
Neppure le nuove minacce terroristiche al cuore degli States orchestrate nello Yemen sembrano aver indotto il presidente americano Barack Obama a rimettere in discussione la decisione di chiudere il carcere speciale di Guantanamo. Nemmeno all’indomani della notizia - resa nota in un rapporto del Pentagono - secondo cui il 20% dei prigionieri liberati ritorna a combattere. Continua

210 detenuti in tutto. 100 circa trasferiti su suolo americano. 65 rimpatriati nei paesi d’origine. 33 in Europa. Di questi, accolti 3 nel nostro paese. Ecco la fotografia della “diaspora” dei detenuti di Guantanamo. Continua
- giamp
- Lunedì 21 Dicembre 2009
Photostream - India, la peggiore siccità degli ultimi vent’anni
Ansa/Epa/Sanjeev Gupta
24/08/09 - Sono 47 i distretti indiani colpiti ufficialmente (dichiarati cioè tali dal governo) dalla siccità in in Uttar Pradesh anche se sono molti di più quelli dove le pioggie sono state di molto inferiori alla media stagionale. Sono 700 milioni gli indiani che vivono di attività agricole e che sono dipendenti per queste dalle precipitazioni monsoniche.
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Mondiali di Atletica a Berlino: le foto più belle

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24/08/2009 - Si sono conclusi il 23 agosto a Berlino i Mondiali di atletica, che hanno visto trionfare, quanto a ricchezza dei medaglieri, gli Stati Uniti (con 22 medaglie, di cui 10 ori), la Giamaica (13 medaglie) e il Kenya (11 medaglie). Nessuna medaglia in nessuna specialità per l’Italia. Nella foto: Yarisley Collado (cuba), lancio del disco.
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Grecia: incendio “di proporzioni bibliche”
Credits: AP Photos/Nikolas Giakoumidis
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24/08/2009 - Con l’aiuto di mezza Europa, la Grecia sta cercando di far fronte agli incendi che minacciano Atene e che già hanno distrutto decine di case e devastato 15.000 ettari di terreno nella regione dell’Attica, a nord-est della capitale.
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Photostream - Filippine: Arrestato terrorista islamista

AP Photo/Bullit Marquez
25/08/09 - Dino Amor Pareja, conosciuto anche come Khalil Pareja, importante esponente del movimento terrorista-islamista filippino di Rajah Solaiman, connesso ad al-Qaida, èstato arrestato lo scorso venerdì a Marawi, nel sud delle Filippine. Nella foto, Pareja è ritratto mentre grida “Allahu Akbar” (Dio è grande), durante il trasferimento verso la detenzione.
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Photostream - Rientrato a Kabul “detenuto-ragazzo” di Guantanamo

Credits: AP Photo/Rafiq Maqbool
25/08/2009 - Gli avvocati di Mohammed Jawad hanno annunciato ieri il rientro in Afghanistan del “detenuto-ragazzo” incarcerato a Guantanamo. Jawad era stato acciuffato nel 2002 e accusato di aver lanciato una bomba a mano a Kabul, provocando il ferimento di due soldati americani e del suo interprete. Era entrato a Guantanamo l’anno successivo; secondo gli avvocati aveva, all’epoca, 12 anni. Oggi ne ha 18, sei dei quali passati nel carcere su territorio cubano.
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Photostream - Ted Kennedy
AP Photo/Manuel Balce Ceneta
26/08/09 - La morte del senatore Ted Kennedy è stata annunciata dalla famiglia mercoledì mattina. In questa foto del 2004 è ritratto durante un discorso, tenuto alla George Washington University a Washington, sugli effetti della guerra in Iraq sulla sicurezza degli Stati Uniti. Il profilo di Ted Kennedy sul New York Times.
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Festa della Tomatina: battaglia di pomodori a Valencia

Credits: Alberto Saiz/AP/LaPresse
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27/08/2009 - Battaglia di pomodori nel villaggio di Bunol, vicino a Valencia, per la Festa della Tomatina. Più di quaranamila persone prendono parte ogni anno alla festa, che si tiene ormai da 64 anni.
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Julia Roberts a Roma sul set di Eat, Pray, Love

Credits: Ansa/Claudio Onorati
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27/08/2009 - L’attrice statunitense Julia Roberts è a Roma, impegnata sul set del film “Eat, pray, love”, trasposizione cinematografica dell’omonimo libro di Elizabeth Gilbert, con la regia di Ryan Murphy. Oltre a Julia Roberts, “Eat, pray, love” avrà come protagonisti Javier Bardem e Luca Argentero, al suo esordio in una grande produzione internazionale. In questa foto, eccola aggirarsi nel centro storico di Roma, nei pressi di Piazza Navona.
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Credits: AP Photo/Themba Hadebe
28/08/09 - L’atleta sudafricana Caster Semenya - vincitrice della medaglia d’oro ai mondiali di atletica di Berlino negli 800 metri e al centro di polemiche riguardanti la sua effettiva appartenenza al genere femminile - è stata accolta da un bagno di folla entusiasta anche nel suo villaggio di origine, Masehlong, nella regione di Moletjie.
Circa 1000 persone del suo villaggio hanno cantato e ballato intorno a lei.
Ad alimentare le polemiche sempre più infuocate scoppiate a Washington intorno alla chiusura del carcere speciale di Guantanamo, incluso un feroce dibattito tra il presidente Barack Obama e l’ex vice presidente Dick Cheney, si inserisce un rapporto del Pentagono anticipato dal New York Times
secondo il quale un ex detenuto su sette, tra i 534 che hanno lasciato negli ultimi anni il carcere militare americano di “Gitmo“, è tornato a combattere o a svolgere attività militante in organizzazioni terroristiche.
Le rivelazioni confermano l’allarme lanciato dal direttore dell’FBI, Robert Mueller, sulla pericolosità di molti dei 240 detenuti che ancora si trovano nella prigione. Secondo il quotidiano newyorchese, il Pentagono starebbe ritardando la diffusione del rapporto per non ostacolare sul piano politico la decisione di Obama di chiudere la prigione, duramente contestata dell’opposizione repubblicana e da parte dei democratici. Il rapporto evidenzia che 74 ex prigionieri sono tornati al terrorismo e fornisce le identità di 29 di loro mentre gli altri nomi vengono mantenuti segreti per ragioni di sicurezza nazionale e per operazioni di intelligence in corso. Tra gli ex detenuti identificati, ci sono Said Ali al-Shihr, sospettato di aver preso il comando di Al Qaida in Yemen e di aver lanciato un attacco lo scorso anno contro l’ambasciata Usa a Sanaa, e Abdullah Ghulam Rasoul, noto anche come Mullah Abdullah Zakir, che sarebbe ora un comandante talebano in Afghanistan.
Il primo è il comandante talebano responsabile degli attentati più efferati ai danni delle truppe britanniche in Afghanistan negli ultimi mesi è un ex detenuto di Guantanamo uscito dalla prigione di Kabul grazie al governo di Hamid Karzai. Abdullah Ghulam Rasoul ha trascorso 6 anni a Camp X-Ray prima di essere rimesso in libertà dalle autorità afgane nel dicembre 2007, dopo che una commissione in Usa aveva stabilito che non costituiva più una minaccia. Rasoul adesso sarebbe riapparso con il nome di mullah Abdullah Zakir, nuovo capo delle operazioni talebane nella provincia di Helmand e regista della strategia contro le truppe britanniche: un uomo “molto pericoloso” e che, prima della cattura, era considerato a stretto contatto con il mullah Omar. Rasoul era stato catturato insieme ad altri talebani a Kunduz, nel nord dell’Afghanistan, nel dicembre 2001. Tra i nomi resi noti vi sono militanti rimasti uccisi in azione: Mohamed Yusif Yaqub, rilasciato nel maggio del 2003 e poi divenuto capo delle operazioni dei talebani nel sud dell’Afghanistan, ucciso dalle forze americane nel 2004. Abdullah Mehsud, rilasciato nel marzo del 2004 e diventato leader delle forze talebane nella provincia pakistana della frontiera nord occidentale, si è fatto esplodere nel 2007 per evitare la cattura. Maulavi Abdul Ghaffar, rilasciato alla fine del 2002 e diventato comandante talevano nelle province di Uruzgan ed Helmand, è stato ucciso in un raid americano nel 2004. Valutazioni che sembrano aver indotto la Commissione del Congresso chiamata l’8 maggio a decidere sullo stanziamento di 50 milioni di dollari necessari a smantellare il campo a bocciare la richiesta del presidente mentre il 22 dello stesso mese il Senato ha approvato un progetto supplementare di bilancio per il 2009 che ha stanziato 91,3 miliardi di dollari per finanziare le guerre in Iraq e in Afghanistan negando però a Obama i fondi per la chiusura di Guantanamo

Guantanamo non è ancora un affare chiuso. Torna a turbare i sonni di Barack Obama, che in uno dei suoi primi atti da presidente aveva ordinato lo smantellamento graduale del carcere speciale voluto da George W. Bush. Ma l’operazione si sta rivelando più complicata del previsto. In un rapporto non ancora rivelato del Pentagono ci sarebbe, secondo quanto svela il New York Times, un dato che potrebbe rinforzare gli argomenti dei critici della decisione: un ex detenuto su sette (il 14%, 74 in totale) dopo essere stato liberato torna a partecipare (o comincia a partecipare, visto che si tratta in alcuni casi di innocenti) ad attività terroristiche contro gli Stati Uniti. Nel rapporto però sarebbero nominati solo 29 “recidivi” per questioni di segretezza.
Come se non bastasse, il presidente ha incassato un colpo basso dal suo stesso partito, che al Congresso ha negato gli 80 milioni di dollari necessari per la chiusura di Guantanamo, perché non sono stati dati abbastanza dettagli sulla sorte dei 240 prigionieri che si trovano ancora nella base cubana. Il loro destino processuale, inoltre, ha attirato contro Obama le critiche di alcuni movimenti per i diritti civili, visto il dietro-front del democratico sui tribunali speciali, prima rinnegati ora mantenuti per convenienza. Il direttore dell’Fbi Robert S. Mueller ha detto mercoledì che il trasferimento di alcuni prigionieri nelle carceri americane porrebbe dei problemi alla sicurezza nazionale. E proprio oggi è stata scoperta una cellula terroristica di quattro uomini pronta a colpire una sinagoga a New York. Insomma, il tema non si presenta di facile soluzione per la squadra del presidente.
Per questo Obama ha deciso di contrattaccare e ha affidato le sue repliche a un discorso a Washington: “Chiuderemo Guantanamo anche contro il Congresso, entro il prossimo gennaio” avverte il Commander in chief, “la prigione ha indebolito la sicurezza nazionale”. Il presidente ha spiegato che gli attuali 240 detenuti saranno divisi in cinque categorie. Alcuni saranno processati in tribunali ordinari, altri in corti militari speciali, altri ancora, una cinquentina circa, saranno trasferiti all’estero o in prigioni di massima sicurezza negli Usa.
Ma resterà un nucleo di terroristi ”che non possono essere processati e che costituiscono un pericolo per la sicurezza”, e non verranno rimessi in libertà né potranno essere sottoposti a processi: verranno sviluppate procedure per valutare cosa fare di loro. Poi ha attaccato George Bush: “ha preso dopo l’11/9 una serie di decisioni precipitose ”basate più sulla paura che sulle previsioni modellando troppo spesso i fatti e le prove perché si adattassero alle convinzioni ideologiche” ha detto. ”Un esperimento fallito che ci ha lasciato una valanga di problemi legali”. Ma piacciano o no, è con quelle decisioni che Obama si trova ad avere a che fare, e scaricare la colpa sul predecessore non lo aiuterà a risolvere il grattacapo Guantanamo. Non a caso, sempre nello stesso discorso, il presidente ha annunciato la propria contrarietà a commissioni di inchiesta sui metodi della lotta antiterrorismo degli scorsi otto anni, torture incluse. Cercando una soluzione rapida a un grattacapo che pensava di risolvere nei suoi primi cento giorni.
Di Mario Sechi
Incontrare John Yoo significa entrare nel vasto mondo della guerra e del diritto, fare una lunga cavalcata nella storia americana e nei segreti del potere più grande (e temuto) del presidente degli Stati Uniti: quello di commander in chief, comandante in capo delle forze armate. Yoo è nato nel 1967 a Seul (Corea del Sud) e poi espatriato negli Stati Uniti. È stato il legal advisor dell’amministrazione Bush per il diritto di guerra, uno dei più stretti collaboratori del ministero della Giustizia. Portano la sua firma molti memorandum riservati per la Casa Bianca. Oltre a essere uno degli esponenti di punta del centro studi conservatore American enterprise institute, Yoo è professore all’Università di Berkeley, uno dei santuari liberal dell’istruzione americana, non proprio un covo di neocon. Tanto che il City council di Berkeley qualche settimana fa ha chiesto di istituire un corso alternativo per gli studenti. Richiesta respinta al mittente, non solo perché contro la libertà di pensiero e parola, ma perché a Yoo vengono riconosciuti un indiscutibile magistero e una grande apertura di pensiero.
Per comprendere seriamente cosa è accaduto alla Casa Bianca dopo l’11 settembre 2001 è necessaria la lettura dei suoi libri: The Powers of war and peace (University of Chicago Press, 2005) e War by other means (Atlantic Monthly Press, 2006). È qui che Yoo spiega le origini giuridiche della nascita del Patriot act e del carcere di Guantanamo, i decreti di George W. Bush sulle tecniche di interrogatorio, l’impossibilità di applicare la convenzione di Ginevra ai terroristi di Al Qaeda, l’eccezionale flessibilità della costituzione scritta e adottata dai padri fondatori a Filadelfia nel 1787 pensando a un’America non ancora superpotenza ma già allora bisognosa di essere “fortezza” capace di pensare e applicare la dottrina della guerra preventiva.
È con questo eccezionale testimone della “presidenza dell’11 settembre” che Panorama commenta i primi decreti di Barack Obama. Decisioni che sono coerenti con quanto dichiarato durante la campagna elettorale e segnano, se non un’inversione di rotta nella politica antiterrorismo (tutta ancora da verificare), una dichiarazione di principio e discontinuità sulla quale negli Stati Uniti si è acceso un intenso dibattito.
Professor Yoo, il presidente Barack Obama ha chiesto ai giudici dei tribunali militari di Guantanamo di sospendere per 120 giorni tutti i procedimenti in corso. La ritiene una buona iniziativa?
Il neopresidente deve avere la possibilità di stabilire proprie linee di indirizzo politico, ma alla fine si accorgerà che per processare i terroristi servono i tribunali militari.
Non pensa che sia possibile spostare i processi nei normali tribunali, seguendo procedure che sono già ben codificate nel tempo?
No. I normali processi non contemplano la necessità di proteggere le nostre fonti di intelligence, né i metodi che ci hanno permesso di catturare gli esponenti di Al Qaeda.
L’annunciata chiusura del carcere di Guantanamo rappresenta davvero un’opportunità per restaurare la credibilità internazionale degli Stati Uniti?
Beh, gli Stati Uniti dovranno continuare a tenere da qualche parte i capi terroristi. Se non sarà a Guantanamo, sarà da qualche altra parte. Non li si può certo liberare tra la popolazione civile.
La possibilità che altri paesi si prendano in carico questi detenuti è una soluzione praticabile per l’amministrazione Obama?
Sarebbe altamente auspicabile che altri stati si prendessero alcuni di questi detenuti, ma rimarrebbe comunque il problema dei duri, i più estremisti: quelli non li prenderebbero. Ci sarebbe il rischio di esportare il problema in altri paesi e si aprirebbe il conflitto fra la detenzione di questi terroristi e i diversi sistemi giuridici, che prevedono processi pubblici, aperti.
Questi detenuti a Guantanamo continuano a rappresentare una minaccia? E perché?
Come i tribunali militari americani hanno dimostrato, molti dei detenuti di Guantanamo non smettono di essere una minaccia: se rilasciati, tornerebbero a combattere gli Stati Uniti e i loro alleati.
Si possono applicare le norme della convenzione di Ginevra ai terroristi islamici?
Non ritengo che in questo caso valgano le norme della convenzione di Ginevra. Parliamo di trattati che regolano i conflitti fra nazioni e le loro forze armate. Al Qaeda è un non stato, che non ha firmato i trattati e non ha intenzione di seguire le regole della guerra.
Le regole per gli interrogatori decise dall’amministrazione Bush sono accettabili?
Ritengo che lo fossero e che fossero necessarie per raccogliere le informazioni necessarie a fermare i terribili attacchi contro gli Stati Uniti e i suoi alleati.
Questo però solleva problemi costituzionali. Quali?
Penso che la vera preoccupazione costituzionale sia che la nuova amministrazione, il Congresso e i tribunali vanifichino la capacità dei nostri servizi di intelligence e delle nostre forze armate di combattere Al Qaeda con la giusta aggressività.
Quali sono oggi i rischi per gli Stati Uniti?
Un eccesso di fiducia e passività, dal momento che, negli ultimi sette anni, siamo riusciti a prevenire qualsiasi attacco sul nostro territorio.
Qual è la sua speranza?
Spero che la nuova amministrazione manterrà la sostanza delle nostre politiche contro il terrorismo e, ora che la campagna elettorale è finita, metta da parte gli eccessi di partigianeria.
LEGGI ANCHE: Chiudono anche le carceri segrete della Cia
Guantanamo, ha detto nei giorni scorsi il neo-presidente Obama, deve chiudere entro un anno.
L’ordine è già stato firmato e la prigione per i terroristi creata da Bush nel 2002, salvo nuove disposizioni, dovrebbe essere svuotata entro il 31 dicembre 2009. Ma a parte l’annuncio, la nuova amministrazione statunitense vuole - ma soprattutto deve - muoversi con cautela. Perché, come ha riportato il New York Times, gli ex detenuti di Guantanamo spesso e volentieri non sono agnellini.
Non lo è di certo Said Ali al-Shihri, uno dei sospettati per l’attentato all’ambasciata americana in Yemen dello scorso settembre. Al-Shihri nella prigione americana a Cuba c’è stato fino al 2007, e poi è stato rilasciato e portato nel suo paese natale, l’Arabia Saudita. Da lì, dopo un corso obbligatorio per gli ex jihadisti, è riemerso dalle sabbie dello Yemen. Ed è riemerso come capo di Al Qaeda nello Stato del sud della penisola arabica, con tanto di annuncio del gruppo terroristico del suo nuovo ruolo.
Un annuncio che è stato confermato addirittura dal contro terrorismo americano. “Si tratta proprio dell’ex detenuto - ha detto al giornale liberal newyorkese un ufficiale, chiedendo di rimanere anonimo - Dopo il ritorno in Arabia Saudita, i suoi movimenti fino allo Yemen devono ancora essere scoperti”. La lezione, mentre Obama discute con i leader dei vari paesi alleati per sondare la loro disponibilità a prendere parte dei detenuti, è che chi accetta i prigionieri di Guantanamo, deve anche tenerli d’occhio.
E nella superprigione, ora, almeno metà dei carcerati sono di origine yemenita e gli sforzi per rimpatriarli dipendono, in buona parte, dalla creazione in Yemen di un programma di riabilitazione, finanziato parzialmente dagli Usa. Ma il piccolo Stato è da anni ritenuto un paradiso dai membri di Al Qaeda: la presenza di un governo debole e la povertà disperata in cui versa buona parte della popolazione del Paese hanno sempre attirato la presenza dei terroristi, e negli ultimi due anni c’è stata un’escalation nel numero degli attentati. Una circostanza che fa buon gioco all’opposizione dei repubblicani, che criticano il piano di Obama per la chiusura della base in assenza di misure precise per chi sarebbe rilasciato.
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