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La prossima guerra degli Usa? Contro la Cina

Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
Hu Jintao  e Barack Obama

Hu Jintao e Barack Obama

Cambia la dottrina della Guerra Americana. Ma il nemico (potenziale) è sempre quello: la Cina, il grande Competitore. E rimane l’avversario “intermedio”: il network del terrorismo islamico fondamentalista.

Il Pentagono - mentre a Washington si discute sull’opportunità di un faccia a faccia tra Obama e il Dalai Lama -  ha reso pubblico il testo del Quadriennial Defense Review, la Bibbia degli obiettivi strategici americani, la summa del pensiero militare a stelle e strisce. Era un documento molto atteso perché le anticipazioni avevano già fatto intuire cambiamenti epocali. Che, infatti, ci sono stati. Continua

Messico: la guerra dei narcos

In Messico, tutti parlano di guerra “de los cuernos de chivos”. La guerra delle corna di vacca, un nome che potrebbe far pensare ai toreri e alle corride. Ma la guerra delle corna di vacca prende in realtà il nome dall’arma preferita dai narcotrafficanti messicani, il Kalashnikov, che col suo caricatore ricurvo da 70 colpi ricorda le corna dei bovini. Ma che è decisamente meno mansueto, visto che nell’ultimo anno i morti sono il doppio di quello precedente: da gennaio i corpi sulle strade, fra narcotrafficanti, civili, agenti e soldati, sono stati 5376 secondo il ministro della giustizia Eduardo Medina-Mora. “E temo che non siamo ancora al massimo”, ha ammesso sconsolato.

Oggi, l’epicentro del conflitto, sono soprattutto tre stati: Chihuahua e Baja California, dove i vari cartelli della droga si sono scontrati nelle strade di Juárez e Tijuana, e a Sinaloa, sede di uno dei gruppi di narcotrafficanti più potenti. Su tutte la città di Ciudad Juarez, la più popolosa dello stato di Chihuaha, a pochi chilometri dalla frontiera con gli Usa, è lo snodo principale della droga che dal Sud America arriva negli Stati Uniti. Di fronte a Ciudad Juarez, in Texas, c’è El Paso: in pratica, una sola grande area metropolitana divisa in due dal confine. Con la differenza che da una parte, regna l’ordine, mentre nella metà messicana sparatorie, morti e ritrovamenti raccapriccianti sono all’ordine del giorno.

“Queste organizzazioni criminali sembrano non avere limiti - spiega Medina-Mora, che precedentemente era a capo del dipartimento di sicurezza pubblica e capo dei servizi di intelligence - Certamente hanno un grande potere di intimidazione: ma nonostante questo incremento così preoccupante negli omicidi legati alla droga il livello di violenza in Messico rimane più basso di molti altri stati, come Colombia e Brasile”. Eppure, i numeri sono impressionanti. Per fare un paragone, i morti di quest’anno sono più dei caduti americani nella guerra in Iraq. E la rabbia e l’esasperazione dei cittadini sono così forti che, più di cinquant’anni dopo dalla sua abolizione, si è acceso a Città del Messico un dibattito sulla reintroduzione della pena di morte. E anche se, secondo i costituzionalisti messicani, sarà difficile arrivare al ritorno della pena capitale, il capo del governo dello stato di Coahuila, Humberto Moreira, ha detto che consentirà la pena di morte anche per i rapitori che uccidono o mutilano le loro vittime. “Anche se non ritorneremo alla pena capitale - ha spiegato Gerardo Priego, un parlamentare del Pan, il partito di governo - è indicativo come questo dibattito si sia acceso subito nell’opinione pubblica, dimostrando che ormai la sicurezza nazionale e nelle nostre strade è il tema numero uno in tutto il Paese”, anche se Miguel Carbonell, un costituzionalista, ha detto che la possibilità di reintrodurla è “nulla”. “Anche se siamo tutti preoccupati per quello che sta accadendo - ha detto - lo Stato non deve cadere nello stesso errore dei criminali”.

Chávez incontra “fratello Uribe” e torna a Canossa

Chavez abbraccia Uribe

Oggi il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías riceve il suo omologo colombiano Álvaro Uribe Vélez nella città di Coro (Venezuela nord-occidentale) e lo fa, sono parole sue, “come si riceve un fratello”. Un bel giro di valzer rispetto a quattro mesi fa quando l’ex tenente dei paracadutisti di Caracas aveva deciso di chiudere le frontiere con Bogotá e mobilitare decine di carri armati al confine, dichiarandosi pronto a fare la guerra al governo colombiano colpevole di aver ucciso in un’operazione militare al confine ecuadoriano il numero 2 delle Farc, Raúl Reyes, commemorato da Chávez come “un vero rivoluzionario”.
La vita è strana. Soprattutto in America Latina dove ai giri di valzer e alle contraddizioni di Hugo sono oramai un po’ tutti abituati. Ma perché stupirsi? Non è lui del resto che dall’aprile 2002 non perde occasione per attaccare a parole l’impero Usa, colpevole a suo dire di aver tentato di rovesciarlo con un golpe durato 48 ore, cui però ha continuato a vendere in questi anni la maggior parte del petrolio venezualeano prodotto dalla Citgo, la società petrolifera di proprietà della compagnia statale venezuelana PDVSA (sede centrale a Huston, Texas) , da qualche anno completamente controllata dal líder máximo di Caracas?

Oggi Uribe sarà ricevuto come “un fratello” da Hugo che, sino a qualche mese fa, assai prima della liberazione di Ingrid Betancourt, era il politico ad avere più credito presso i guerriglieri delle Farc e nei cui campi era facile vedere drappi inneggianti alla rivoluzione bolivariana. Lo stesso Chávez lo scorso anno si era prima proposto a Uribe come mediatore tra la guerriglia e il governo di Bogotá, ricevendo per tutta risposta da Uribe un deciso diniego. Offeso per non poter più fare “a piacere” il padrone in casa d’altri, quattro giorni dopo Hugo interrompe le relazioni con la Colombia e il 27 novembre richiama con urgenza il suo ambasciatore dalla Bogotá del “fratello” Uribe. Dopo aver fatto liberare qualche ostaggio senza che nessuna radio svizzera denunciasse alcun pagamento, a gennaio Chávez lancia un appello affinché le FARC siano tolte da Unione Europea e Usa dalla lista dei gruppi terroristi e vengano riconosciute internazionalmente come gruppo insorgente perché “io confino con loro, non con la Colombia”.

Poi le minacce di guerra a Bogotá di inizio marzo, le denunce di Uribe secondo il quale Chávez “finanzierebbe il genocidio”, la morte (o uccisione) del leader fondatore delle FARC, Manuel Marulanda alias Tirofijo e, lo scorso 2 luglio, la liberazione della Betancourt per mano dell’esercito colombiano, aiutato tecnologicamente da Washington e da un paio di militari israeliani in pensione. Un colpo durissimo per Hugo passato nel giro di poche ore da possibile salvatore di Ingrid a vero sconfitto dell’operazione colombiana. La vita è strana e a volte il passato è meglio dimenticarselo. Soprattutto per Hugo che oggi incontrerà Álvaro per l’undicesima volta da quando è a Miraflores. Anche perché la crisi economica e la recente scarsità di alcuni prodotti base come il latte e la carne in Venezuela impongono a Chávez l’intensificazione dei rapporti commerciali con Uribe, ieri “servo dell’Impero” e oggi “fratello”. Ma, soprattutto, suo principale fornitore di alimenti.

Messico: esplode la violenza dei narcos

Pistola

Il Messico? Potrebbe presto essere ricordato come l’esempio classico di fallimento dello stato, almeno per quanto concerne le politiche di sicurezza e di lotta al narcotraffico. A sostenerlo, oltre all’agenzia Usa Stratford, sono i 420 morti ammazzati solo a maggio, di gran lunga il mese più sanguinoso della recente storia messicana. Al centro dell’emergenza lo stato di Sinaloa, situato nel nord-est del paese sulla costa del Golfo della California ma, soprattutto, base dell’omonimo cartello della droga che ha scatenato la guerra. Per cercare di porre un freno alla mattanza, il presidente messicano Felipe Calderón ha inviato con la massima urgenza duecento soldati specializzati in lotta al narcotraffico e guerriglia urbana che si andranno ad aggiungere ai 2.700 uomini di Polizia, Esercito e Marina, già sul territorio da metà maggio.

Narcos all’attacco. Ma è a Culiacán, la capitale di Sinaloa, che l’attacco alle forze di polizia si è fatto più cruento, con sette poliziotti abbattuti il 27 maggio scorso. Testimonia lo scrittore messicano Elmer Mendoza, già vincitore di numerosi premi internazionali: “Vivo in una città sotto assedio. In panetteria e al mercato di frutta spuntano giovani soldati con in pugno fucili Barret calibro 50. Sono piccoli di statura e probabilmente vengono dal sud del paese. Il presidente ha dichiarato guerra al narcotraffico e ha conquistato tre città: Ciudad Juárez, Tijuana e Culiacán, la mia”.
Ma se è una vera conquista lo dirà il tempo perché la guerra contro il narcotraffico, trasformatasi in una vera e propria emergenza nazionale, è tutt’altro che vinta. Per Stratford, tradizionalmente vicina all’intelligence di Washington, l’escalation della violenza dei cartelli di droga messicani potrebbe rendere plausibile un intervento statunitense nelle aree sotto attacco. A cominciare da Ciudad Juárez, città dello stato di Chihuahua sulle rive del Rio Grande di fronte alla texana El Paso, lo scorso fine settimana messa a ferro e fuoco dalle bande dei narcos. Che avevano avvertito per e-mail che sarebbe stato il week-end “più sanguinoso della storia” e che, purtroppo, hanno mantenuto la promessa. Solo domenica 25 maggio i morti ammazzati sono stati 25, tra cui 8 poliziotti.

Violenza

L’iniziativa di Calderon. Per cercare di arginare la violenza, giovedì 29 maggio Calderón ha incontrato d’urgenza i governatori degli stati di frontiera statunitensi. A Bill Richardson (New Mexico), Tick Perry (Texas) e Arnold Schwarzenegger (California), ha ricordato che “la battaglia contro il narcotraffico che sta combattendo il Messico tutti i giorni costa la vita ai poliziotti del mio paese, nonostante la maggior parte dei consumatori di questa droga sia statunitense”. In sintesi: noi ci mettiamo i morti, voi i consumatori. Per evitare di essere accusati di “stare a guardare”, tutti e tre i governatori si sono detti favorevoli alla cosiddetta “Iniziativa Mérida”, il piano statunitense di finanziamento alla lotta contro il narcotraffico in Messico che dovrebbe essere approvato dal Congresso e che prevede un primo stanziamento di 450 milioni di dollari.

Petraeus al Senato Usa: “Non affrettare il ritiro dall’Iraq”. No war in azione

Manifestanti no-war contestano l'audizione del generale David Petraeus

Chiamato a deporre di fronte a una commissione del Senato a Washington, il comandante delle forze americane a Baghdad, David Petraeus, ha esortato (guarda il video) il Parlamento Usa a non affrettare il ritiro dall’Iraq: “La situazione sul terreno è sì migliorata rispetto a settembre” ma non “in modo omogeneo” in tutto l’Iraq e i progressi registrati sono ancora troppo “fragili e reversibili come hanno dimostrato gli eventi delle ultime due settimane” per giustificare un’ulteriore riduzione delle truppe.

Al rientro di circa 20 mila soldati dal fronte entro luglio (su un totale di 158 mila) deve quindi fare seguito, secondo il generale, “un periodo di pausa di 45 giorni” prima di decidere ulteriori riduzioni del contingente americano. Petraeus, contestato nell’audizione da alcuni pacifisti che indossavano l’hijab nero, avevano il viso truccato di un bianco cadaverico e le mani imbrattate di rosso sangue, è apparso preoccupato soprattutto per il ruolo giocato dall’Iran e dalle milizie sciite radicali capeggiate da Moqtada al Sadr, mentre il numero dei miliziani vicino ad Al Qaeda, ha dichiarato con soddisfazione, è “stato significativamente ridotto”, anche se non azzerato.

Quando il ritiro delle truppe?


Contro Petraeus si è scagliata non solo la pattuglia pacifista ma anche il senatore democratico Carl Levin, del Michigan, che ha definito senza mezzi termini la strategia di Petraeus come “un piano di guerra senza exit strategy“. Al suo fianco si è invece subito schierato John Mccain, che ha ribadito di “vedere genuine prospettive di un successo” in Iraq, che potrebbe essere minato da un ritiro troppo affrettato delle truppe. Un chiaro riferimento alle posizioni di Hillary e Obama, tutt’e due favorevoli ad accelerare, anche se con alcuni distinguo, il piano di ritiro.

Il presidente americano George Bush annuncerà giovedì in un discorso televisivo le sue decisioni sul livello di truppe in Iraq in un discorso di circa venti minuti. Tutto lascia pensare che seguirà il giudizio dato oggi al Congresso dal generale Petraeus e che, dopo la fine del ritiro dei 20 mila uomini a luglio, non darà seguito a un ulteriore riduzione delle truppe.


Il sostegno di John McCain

La reazione di Obama

Chávez, le Farc e lo spettro della guerra in America Latina

Il presidente Hugo Chavez

Al presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías si riconoscono molte peculiarità: aver raccolto l’eredità di Fidel Castro, aver inventato, a comunismo sepolto, il “socialismo del secolo XXI” e infine avere suggerito al mondo che le Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia, non sarebbero un gruppo terrorista in crisi bensì degli eroici guerriglieri, ignorandone macchie ed implicazioni con il narcotraffico. Da ieri, a Chavez si può attribuire un quarto traguardo: avere riportato lo spettro della guerra in America Latina.

Dieci battaglioni con decine di carri armati inviati alla frontiera con la Colombia, la chiusura dell’ambasciata venezuelana a Bogotà, tutto il personale diplomatico ritirato, l’aviazione mobilitata. Sono queste alcune delle misure adottate domenica 2 marzo dal presidente venezuelano, letteralmente infuriato perché qualche ora prima l’esercito colombiano aveva ucciso il numero due delle Farc, Raúl Reyes. “Un vero rivoluzionario”, lo ha definito Chávez sapendo che la sua eliminazione rappresenta l’ennesimo colpo inferto ai guerriglieri marxisti dal presidente colombiano Álvaro Uribe Velez.

Come mai questa misura così drastica? Ufficialmente la Colombia è stata accusata da Chávez di avere sconfinato in Ecuador durante gli scontri con le Farc che sabato 1 marzo hanno portato all’uccisione di Reyes. Ipotesi tutt’altro che peregrina dal momento che quella di rifugiarsi presso stati vicini è una strategia consolidata delle Farc che da anni approfittano dei confini “porosi” con Ecuador e Venezuela.

In realtà, l’avere per l’ennesima volta attirato tutta l’attenzione dei mass-media su un nemico esterno (sia esso l’Impero, Álvaro Uribe o il re di Spagna), porta ad un risultato concreto, molto utile a Chávez. Non si parlerà più dell’inflazione galoppante che sta erodendo il potere d’acquisto dei venezuelani, nonostante l’introduzione di una nuova moneta dall’inizio del 2008, il bolivar forte. Né della mancanza di prodotti alimentari base, dal latte alle uova, che da mesi soffre il popolo della Repubblica Bolivariana de Venezuela.

La minaccia di guerra alla Colombia, dunque, per ora appare più come un diversivo ad uso e consumo interno che una reale minaccia. Resta il fatto che dal conflitto delle Falkland-Malvinas nella regione non soffiavano più venti di guerra. Nel 1982 lo scontro Argentina-Inghilterra segnò drammaticamente una generazione di giovani lanciati al macello da una giunta militare già destinata al fallimento. Di fatto la guerra con Londra per riprendere le Falkland-Malvinas fu l’ultimo colpo di coda di Gualtieri prima del crollo della dittatura.

Il video-SERVIZIO della Cnn

Ci sono ancora soldati italiani in Iraq

Di Giovanni Porzio

Gli italiani non hanno abbandonato l’Iraq. Dopo il ritiro del contingente da Nassiriya, il sostegno allo sforzo di ricostruzione del paese devastato dalla guerra è proseguito: in forme più discrete, ma in settori essenziali come l’addestramento delle forze armate e il supporto alle amministrazioni locali.
Ufficiali e sottufficiali italiani della Ntm-I, Nato training mission in Iraq, sono impegnati nella formazione del vertice militare iracheno, mentre ai carabinieri è stato assegnato il difficile incarico di addestrare la polizia. Nella provincia di Dhi Qar i tecnici italiani lavorano a numerosi progetti civili. E il governo di Roma ha aperto una linea di credito di 400 milioni di euro, di cui 100 già disponibili per interventi prioritari nell’agricoltura e nell’irrigazione.
“Il ruolo dei nostri carabinieri è di particolare rilievo politico” sottolinea l’ambasciatore a Baghdad Maurizio Melani. “Per battere il terrorismo serve la fiducia della gente e i carabinieri, con la loro esperienza nella lotta alla mafia e al terrorismo, sono uno strumento di eccellenza. La loro competenza nel controllo dei disordini e nelle tecniche di perquisizione è fondamentale ed è ora riconosciuta anche dagli americani”.
Una valutazione condivisa anche da Staffan De Mistura, l’inviato speciale delle Nazioni Unite a Baghdad: “I carabinieri sono gli unici che hanno chiara consapevolezza del rapporto tra politica e popolazione e della gestione del contesto militare”.
Nell’aprile 2003, subito dopo l’ingresso delle colonne blindate della coalizione nella capitale, molti iracheni si diedero al saccheggio. Ministeri, magazzini, palazzi di Saddam Hussein, ospedali, musei, caserme furono assaliti dalla folla inferocita e affamata. I marines, reparti d’assalto avvezzi al combattimento in prima linea, non seppero mantenere l’ordine e reagirono con brutalità: i liberatori in pochi giorni si trasformarono in truppe di occupazione. Un errore che è costato caro e ha insegnato molto.
Ora in tutte le operazioni di peacekeeping l’apporto di nuclei specializzati come i carabinieri è considerato indispensabile, tanto che in ambito Nato si stanno costituendo, a guida italiana, analoghi reparti con la partecipazione della Gendarmérie francese e della Guardia civil spagnola e portoghese.
“Siamo qui su esplicita richiesta del governo iracheno” spiega a Panorama il generale Alessandro Pompegnani, vicecomandante della missione Nato, che coordina le attività dei nostri militari dalla base allestita nell’ex Centro culturale di Saddam, all’interno della Zona verde di Baghdad. “Abbiamo un preciso mandato: istruire i vertici militari iracheni in collaborazione con i locali ministeri dell’Interno e della Difesa, e addestrare la polizia”.
È un’area d’intervento strategica. Nel 2008, con il previsto disimpegno degli Stati Uniti, le responsabilità operative delle forze armate irachene aumenteranno. Ma la loro affidabilità è dubbia. Congedate nel 2003 dal proconsole americano Paul Bremer e poi a fatica ricostituite, sono dominate dagli sciiti e pesantemente infiltrate dai miliziani di Muqtada al-Sadr.
Negli anni scorsi centinaia di soldati e poliziotti iracheni hanno disertato, trafugato armi ed esplosivi, torturato presunti terroristi e alimentato la guerra civile schierandosi con gli insorti. Da quando, in aprile, i ministri fedeli a Muqtada si sono dimessi, nell’esercito e nella polizia molti quadri superiori sadristi sono stati sostituiti. Ma la deriva confessionale e la conflittualità religiosa non sono state cancellate.
“Il nostro obiettivo è creare un nuovo senso dello stato” dice Pompegnani. “Cerchiamo di abbattere le barriere tra sciiti, sunniti, curdi e di trasmettere il senso di appartenenza nazionale”. Dovranno anche facilitare l’integrazione dei volontari sunniti arruolati dal generale David Petraeus, evitando che si trasformino in un’altra incontrollabile milizia armata.
È la sfida dei prossimi mesi, affidata ai 41 ufficiali e sottufficiali dell’Arma che da ottobre sono dislocati a Camp Dublin, il perimetro addestrativo allestito nella base americana Victory, vicino all’aeroporto di Baghdad. Nell’arco di 2 anni i carabinieri formeranno al mantenimento dell’ordine pubblico e alla controinsurrezione otto battaglioni di 450 allievi: il primo corso si è appena concluso.
I militari italiani, molti dei quali hanno conosciuto l’Iraq a Nassiriya, sono motivati da un forte spirito di servizio. “Sono alla quinta missione all’estero: tre nei Balcani, una a Gaza” riferisce con orgoglio il maresciallo Mimmo Sammarco, di Avetrana (Taranto), 35 anni, da 16 nell’Arma. Il loro comandante, colonnello Fabrizio Parrulli, 44 anni, barese, ex allievo della Nunziatella di Napoli, per venire a Baghdad ha lasciato a casa moglie e due figli. “La lontananza pesa” racconta. “Ma il lavoro occupa tutta la giornata. Quando si vivono queste esperienze, quando si vede la gente soffrire e morire, è persino difficile tornare in Italia: molte cose appaiono insignificanti”.
Un altro delicato settore in cui l’Italia è impegnata è quello della salvaguardia del patrimonio storico e culturale. Gli oltre 10 mila siti archeologici sono in uno stato di totale abbandono. Orde di tombaroli continuano a saccheggiare le rovine delle antiche città assire, sumere e babilonesi. Migliaia di reperti vengono contrabbandati in Europa, Stati Uniti, Emirati arabi e Giappone.
Il governo italiano ha messo a disposizione i fondi per riabilitare i musei di Nassiriya, Diwaniyah e Kufa, mentre il Centro ricerche archeologiche e scavi di Torino ha terminato il restauro delle sale assire e islamiche del museo di Baghdad dal quale, nei primi giorni dell’occupazione americana, sparirono 15 mila oggetti, solo in parte recuperati.
Se le condizioni di sicurezza lo consentiranno, nei prossimi mesi almeno un’ala del museo schiuderà le porte ai primi visitatori.

LEGGI ANCHE: Baghdad ritorna alla vita. Non è più un inferno, ma un angosciante purgatorio

Iraq e Afghanistan: antropologi al fronte

Soldati Usa sul luogo di un attentato in Iraq
Oltre centocinquanta antropologi, sociologi ed esperti di cultura locale spediti al fronte. Nel tentativo di gestire meglio due conflitti sfuggiti di mano in molte zone dell’Afghanistan e in Iraq, il Pentagono ha pensato di integrare le unità militari impegnate nei contesti più caldi con 26 Human Terrain Teams (qui un video del New York Times) chiamati a fornire consigli per favorire il dialogo con le popolazioni locali. Perché ora più che mai, la vera battaglia da vincere non riguarda il controllo del territorio, ma il superamento delle reciproche differenze (e diffidenze) culturali.
Un cambiamento di strategia che segna anche la sconfitta del paradigma tecno-centrico con cui gli Stati Uniti pensavano di poter conquistare i due paesi mediorientali, secondo Noah Shachtman, autore di un bel reportage su Wired (”Come la tecnologia ha finito col perdere la guerra: i network critici in Iraq sono umani, non elettronici”).
Dove per tecnologia è da intendersi la dottrina del “network-centric warfare” (Ncw) a cui si sono ispirate tutte le operazioni militari americane dell’ultimo decennio (qui un ricco speciale interattivo del Washington Post). Era il 1998 e due vice ammiragli statunitensi davano alle stampe “Network-Centric Warfare” (qui in versione pdf), volume destinato a far scuola e ad essere sposato in toto dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld negli anni successivi. Alla base la convinzione che la guerra è tutta una questione di gestione e organizzazione delle informazioni. Di qui la necessità di adottare il modello della rete e interconnettere tutti gli attori (umani e artificiali) impegnati al fronte. Decine di migliaia di unità sparse sul territorio avrebbero così agito in maniera coordinata ed efficace. Come un unico organismo. Il tutto attraverso una robusta dotazione tecnologica: telecamere, sensori, ricevitori Gps, satelliti-spia, mappe tridimensionali, computer e via dicendo. “Afghanistan, Iraq e Libano - scrive l’autore del reportage - sono stati i primi conflitti pianificati, lanciati ed eseguiti con le tecnologie e l’ideologia del network. Dovevano essere le guerre del futuro. E il futuro ha perso”.
O, meglio, è stata vinta la battaglia per la conquista del territorio, ma si sta rischiando di perdere quella ben più importante del nation-building. Ecco perché gli antropologi sono stati inviati al fronte: ora si tratta di interconnettere e ricostruire anche le reti sociali e umane. “Le guerre continueranno ad essere incentrate sui network - dice Wired - Ma alcuni network saranno sociali. Non collegheranno computer, aerei telecomandati e Humvee, ma tribù, sette, partiti politici e culture intere”.

I segreti di Guantanamo finiscono sul web

Si chiama “Camp Delta Standard Operating Procedures (Sop)”, è il manuale di detenzione che descrive in modo dettagliato le procedure utilizzate a Guantanamo, il carcere speciale gestito dagli Stati Uniti sull’isola di Cuba, ed è disponibile sul web. Nonostante il documento sia esplicitamente “For Official Use Only”. Il rapporto (238 pagine, in formato pdf) è stato pubblicato da utenti anonimi su Wikileaks.org, un sito che si batte per la libertà di stampa e contro la censura e che secondo Wired News è una sorta di Wikipedia il cui obiettivo è portare alla luce documenti riservati. Il materiale, datato 28 marzo 2003, comprende la mappa del campo, le misure per manipolare psicologicamente i detenuti, i metodi per intimidirli con i cani e i quattro livelli di accessibilità per la Croce Rossa internazionale (dal “nessun accesso” fino all’accesso “senza restrizioni”). Il Pentagono, sostiene Wired News, non ha voluto commentare l’accaduto. Amnesty International chiede da anni la chiusura di Guantanamo, considerato un campo di detenzione dove vengono violati i diritti umani.

Iraq, anche l’Fbi critica la società di sicurezza privata Blackwater

http://www.flickr.com/photos/eraserhead5/323819724/
Sembrano non finire i guai per la Blackwater, la società di sicurezza privata americana accusata dalle autorità irachene di avere il grilletto facile. Una recente inchiesta ha appurato come i contractors abbiano ucciso il 16 settembre scorso 17 civili in quello che la Blackwater sostiene fosse un agguato della guerriglia. In realtà però dalle prime risultanze dell’inchiesta affidata all’Fbi sulla vicenda, a quanto riporta il New York Times, emerge che furono completamente immotivate le uccisioni di almeno quattordici dei diciassette civili iracheni uccisi dalle bodyguards. La notizia piomba sulla società che ha l’appalto per garantire la sicurezza del personale del Dipartimento di Stato americano dopo altre e recenti accuse di uccisioni e violenze immotivate. Benché il governo di Baghdad voglia porre sotto la legge irachena tutti gli operatori delle società private e abbia sospeso la licenza alla Blackwater, i mille bodyguard della società americana continuano a lavorare anche se con modalità più ristrette. L’accordo di compromesso in fase di negoziato tra americani e iracheni garantirebbe infatti alle Psc (Private Security Company) di non essere sottoposte alla legge di Baghdad ma le loro attività verrebbero poste sotto il controllo delle forze americane.
Attualmente in Iraq sono presenti circa 30 mila guardie private delle quali quasi un terzo lavorano a contratto con i governi statunitense e britannico, mentre gli altri proteggono installazioni e scortano convogli di società private, straniere e irachene. Le Psc sono concentrate per lo più a Baghdad e Bassora ma sono presenti con basi operative anche a Nassiryah, Mosul e nei principali centri iracheni. I loro compiti sono ancora indispensabili nonostante il forte calo delle azioni di guerriglia e terrorismo e anche i tecnici italiani della Farnesina ancora presenti a Nassiuryah si avvalgono della scorta degli specialisti britannici della Aegis. Senza le Psc i compiti di scorta e protezione ricadrebbero sui militari alleati, 170 mila in tutto dei quali 160 mila statunitensi. Forze destinate a ridursi nel 2008 in base ai programmi della Casa Bianca (130 mila soldati entro giugno e forse a 100 mila entro la fine dell’anno) e comunque insufficienti a garantire la protezione di installazioni e personale civile.

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