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Hassan-Nasrallah

In Libano Ahmadinejad accolto da eroe: Israele “scomparirà”

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  • Tags: Hassan-Nasrallah, Hezbollah, Mahmoud Ahmadinejad, Netanyahu
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(Credits: Epa/Nabil Mounzer)

(Credits: Epa/Nabil Mounzer)

Un bagno di folla adorante. A Mahmoud Ahmadinejad deve essere sembrato di trovarsi a Teheran invece che a Bint Jbeil, il feudo di Hezbollah a pochi chilometri dal confine con lo Stato di Israele. Il presidente iraniano ha concluso tra gli applausi e le invettive antisemite la sua due giorni nel Paese dei cedri.

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  • anna.mazzone
  • Venerdì 15 Ottobre 2010

Il viaggio a Beirut di Mahmoud Ahmadinejad

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  • Tags: Hassan-Nasrallah, il mio iran, Mahmoud Ahmadinejad, Rafik-Hariri, Saad-Hariri
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Farian Sabahi, docente presso l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere. Ha scritto Storia dell'Iran (dal 1892 a oggi) e "Un'estate a Teheran". Nel 2010 ha ricevuto l'Amalfi Media Award.
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(Credits: Epa)

(Credits: Epa)

Nelle prossime ore il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il capo degli Hezbollah libanesi, Hassan Nasrallah, saranno le star del panorama mediatico mediorientale: Ahmadinejad è stato infatti invitato nel Paese dei cedri. E i leitmotiv di questa visita saranno probabilmente le consuete invettive contro il vicino Israele, nemico sia della Repubblica islamica sia degli agguerriti Hezbollah libanesi.

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  • farian
  • Mercoledì 13 Ottobre 2010

Israele: via libera allo scambio di prigionieri con Hezbollah

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  • Tags: Ehud-Olmert, Hassan-Nasrallah, Hezbollah, Israele, Libano, Olmert
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Il premier israeliano Olmert

Via libera allo scambio di prigionieri con Hezbollah: Gerusalemme rilascerà domani, mercoledì 16 luglio, cinque detenuti politici libanesi, tutti condannati per “attività terroristiche”, tra i quali anche il “famigerato” - la definizione è del quotidiano israeliano Haaretz - Samir Kantar, condannato a cinque ergastoli per triplice omicidio nel 1979, tra cui quello di una bambina massacrata a colpi di calcio di fucile. Per il capo dello Stato Shimon Peres sarà un boccone difficile da digerire: “Firmerò la sua liberazione - ha detto - col cuore pesante”. Per Bibi Netanyahu, il leader del Likud (destra) in testa in tutti i sondaggi, sarà invece un’occasione d’oro per polemizzare con il governo di coalizione di Ehud Olmert, la cui credibilità è stata minata dalle inchieste per mazzette e dalle accuse, tutte politiche, per la disastrosa gestione della guerra in Libano dell’estate 2006.

In cambio Hezbollah, la fazione sciita che ha guidato la resistenza anti-israeliana fino al ritiro dal sud del Libano nel 2000, restituirà i due riservisti la cui cattura scatenò la guerra del 2006: Ehud Goldwasser ed Eldad Regev, presi prigionieri al confine con il Libano e considerati il casus belli del conflitto. Lo stato ebraico consegnerà anche i resti di duecento miliziani e in cambio pretende informazioni sulla sorte di Ron Arad, navigatore dell’aviazione catturato ventidue anni fa dalla fazione sciita Amal e poi ceduto a Hezbollah. Un rapporto della milizia afferma che è morto durante al prigionia, ma il ministro della Difesa e leader del Labour Ehud Barak si dice determinato a scoprire quale sia stato il suo destino e perché non siano stato mai stati consegnati i resti.

Hezbollah ha già fornito la sua interpretazione dello scambio di prigionieri. Secondo Sheik Nabil Kaouk, comandante del gruppo sciita nel sud del Libano, lo scambio dei detenuti è la più evidente dimostrazione dell’”incapacità di Israele di sconfiggere la resistenza sia dal punto di vista politico che militare”. Non è d’accordo, come prevedibile, Miki Goldwasser, la madre di uno dei riservisti rapiti. “Questa è una vittoria di Israele su Nasrallah ed Hezbollah”, ha dichiarato alla stampa.

  • redazione
  • Martedì 15 Luglio 2008

Pace fragile in Libano: chi ha vinto e chi ha perso con l’accordo di Beirut

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  • Tags: Beirut, Fouad-Siniora, Hassan-Nasrallah, Hezbollah, Libano
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Dopo giorni di violenti scontri tra sostenitori della maggioranza anti-siriana e dell’opposizione guidata dal gruppo sciita Hezbollah sembra che la situazione in Libano stia tornando alla normalità. Nel pomeriggio di ieri la Lega araba ha infatti annunciato che le fazioni rivali hanno raggiunto un accordo per uscire dalla crisi e i colloqui riprenderanno oggi a Doha, in Qatar. In serata è stato riaperto l’aeroporto internazionale della capitale libanese, chiuso da una settimana.

Accordo in sei punti. In base all’accordo in sei punti che è stato annunciato a Beirut dal primo ministro del Qatar, Hamad ben Jassem Al-Thani, che ha guidato la delegazione della Lega araba in Libano, maggioranza e opposizione si sono impegnate a proseguire i colloqui per un governo di unità nazionale e una nuova legge elettorale.
L’accordo prevede anche l’elezione alla presidenza della Repubblica del comandante dell’esercito, il generale Michel Suleiman, e la rimozione delle tende di Hezbollah, montate al centro di Beirut nel novembre 2006, all’inizio della protesta contro la maggioranza antisiriana. Le fazioni hanno inoltre accettato di non utilizzare le armi e di contribuire a consolidare l’autorità dello Stato su tutto il territorio libanese.

Sud del Libano. Al di là del linguaggio diplomatico a uscire vittorioso dal confronto è il movimento Hezbollah che è riuscito a impedire al governo filo occidentale di smantellare la sua rete clandestina di comunicazione, comando e controllo e ha dimostrato nei combattimenti di poter sconfiggere agevolmente le milizie rivali. L’unico settore del Libano che non ha registrato scontri è quello meridionale dove, tra il fiume Litani e il confine israeliano, sono schierati i 12.400 militari di Unifil guidati dal generale Claudio Graziano.

Una calma dovuta essenzialmente all’assenza di rivali di Hezbollah che controlla ogni angolo del territorio e i movimenti delle truppe dell’Onu e dei 15.000 soldati libanesi dislocati nel sud. Truppe che non hanno mai disarmato nessuna milizia, tanto meno gli Hezbollah, nonostante le decine di depositi di armi, convogli e bunker segnalati al comando libanese dai caschi blu. La risoluzione 1701 dell’Onu attribuisce infatti alle truppe regolari libanesi l’autorità di disarmare le milizie, un compito per il quale possono chiedere il sopporto di Unifil anche se finora non lo hanno mai fatto.

Il problema dell’Unifil. La crisi che sta destabilizzando il Libano rischia di lasciare Unifil senza interlocutori affidabili a Beirut con i caschi blu schierati in un’area dove Hezbollah ha fatto affluire indisturbata armi di ogni genere. Un rapporto dell’Onu riferisce che i miliziani sciiti hanno ottenuto da Iran e Siria 30.000 razzi katyusha e centinaia di missili antiaerei e anticarro sufficienti a combattere un’altra guerra contro Israele. La destabilizzazione del Libano non lascerebbe indifferente Gerusalemme con il rischio che i caschi blu si trovino tra due fuochi e senza la possibilità di difendersi adeguatamente.

Le basi di Unifil non sono infatti state realizzate per una forza combattente ma sono per lo più presidi mal difendibili disseminati sul territorio per agevolare le attività di pattugliamento in un ambiente non ostile. I caschi blu risultano quindi molto vulnerabili a imboscate e attentati poiché pur disponendo di una decina di battaglioni non possono esercitare un reale controllo del territorio che, considerata l’inefficienza dell’esercito libanese, resta saldamente nelle mani di Hezbollah.
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Giusto cambiare le regole di ingaggio Unifil in Libano per consentire ai soldati di sparare per disarmare i contendenti?
  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 16 Maggio 2008

Nel sud del Libano relazioni pericolose per i soldati italiani

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  • Tags: Hassan-Nasrallah, Hezbollah, Libano, unifil.-.unifil.-beirut
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Un tank delle Nazioni Unite nel sud del Libano. Alle spalle un manifesto del leader degli Hezbollah Hassan Nasrallah

Di Pino Bongiorno

Guarda la GALLERY: Beirut sprofonda nella guerra civile
La sigla è Sa-18 mini-Sam. È l’ultima generazione di un sistema missilistico avanzato terra-aria, in grado di colpire fino a 6,2 chilometri e a un’altezza massima di 5 mila metri. È prodotto dalla società russa Kbm. A importare ufficialmente i mini-Sam è stata la Siria, con l’obbligo di non farli avere a “terze parti”. In realtà, dopo essere stati consegnati a Damasco nel dicembre 2007, sono finiti, già a partire da gennaio, negli arsenali dell’ala militare di Hezbollah, meglio nota come “resistenza islamica del Libano”. Trasportati a bordo di camion, che si sono mossi in convogli scortati, dalla valle della Bekaa fino ai villaggi del sud, nella zona interdetta dagli accordi internazionali delle Nazioni Unite, i missili sono stati nascosti nei bunker costruiti sotto le abitazioni, pronti a essere usati sia contro gli aerei israeliani che sorvolano il Libano sia contro gli elicotteri delle forze armate di Beirut.
I sistemi Sa-18 sono l’esempio più appariscente del riarmo di Hezbollah in grave violazione della risoluzione dell’Onu 1701, che ha posto fine alla guerra con Israele nell’estate 2006. “Il gruppo terroristico libanese ha raddoppiato il numero di razzi e missili a sua disposizione” ha accusato il ministro israeliano dei Trasporti Shaul Mofaz, già capo di stato maggiore delle forze armate, durante la sua recente visita a Washington. Incontrando il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, Mofaz ha sostenuto che “Hezbollah ha il controllo completo di tutto il sud del Libano”. E ha attaccato i caschi blu così come l’esercito di Beirut, con le sue quattro brigate schierate nella zona cuscinetto tra il fiume Litani e la linea blu del confine con lo stato ebraico: “La presenza dell’Unifil e dei soldati libanesi è insignificante e non costituisce un ostacolo al rafforzamento militare di Hezbollah”.
Dopo settimane di accuse anonime sui quotidiani israeliani, è la prima volta che un esponente del governo di Gerusalemme ufficializza il malcontento e le preoccupazioni dei vertici politici e militari sulla missione di pace guidata dal generale degli alpini Claudio Graziano e composta da 13.291 soldati di 28 nazioni. Di questi, 2.141 sono italiani a presidio del settore occidentale delle operazioni, con base a Tibnin.
Che Hezbollah sia tornato a mostrare la sua faccia spavalda e feroce lo confermano diversi rappresentanti della maggioranza politica libanese (sunniti, cristiani e drusi), che non riesce a eleggere dal 24 novembre il presidente della repubblica per l’opposizione dei gruppi filosiriani.
Il ministro delle Telecomunicazioni Marwan Hamadeh ha rivelato che “Hezbollah ha ultimato la costruzione di una rete privata di comunicazioni da Beirut fino al confine israeliano”. “Sì, è vero” ha ammesso il parlamentare di Hezbollah, Hassan Fadlallah. “Questa rete telefonica fa parte del nostro arsenale e non permetteremo a nessuno di toccarla”.
Il leader druso Walid Jumblatt è andato oltre: “Siamo arrivati al punto che i miliziani libanesi controllano con telecamere segrete, poste nell’aeroporto di Beirut, il traffico dei jet privati dei nostri politici, probabilmente per assassinarli. Il capo della maggioranza, Saad Hariri, e io stesso siamo i bersagli prescelti”.
Di fronte a tante accuse, molto spesso provate, la domanda è: ha ancora senso la missione Unifil 2, così come è concepita? Non servirebbe forse rafforzarla e renderla più incisiva? Il nuovo governo di Silvio Berlusconi ha già fatto sapere di voler ridiscutere le regole d’ingaggio disposte dal Palazzo di vetro. La questione sarà sollevata nelle prossime settimane al Consiglio di sicurezza, anche se è prevedibile l’opposizione di Russia e Cina a un mandato più forte in funzione anti Hezbollah, magari con la scusa che pure Israele viola le risoluzioni continuando, anzi intensificando progressivamente, i sorvoli aerei sul sud del Libano.

Manifestazione di giovanissimi militanti di Hezbollah, con fucili di plastica.

Un fatto però è certo: in queste condizioni l’Unifil 2 sembra non funzionare. Dovrebbe “liberare” l’area fra il Litani e la linea blu “da personale armato, assetti e armamenti che non siano quelli del governo libanese e dell’Unifil”, come detta la risoluzione 1701. Invece così non è.
La prova? Quel che è successo nella notte fra il 30 e il 31 marzo, quando una pattuglia del contingente italiano ha fermato un camion pieno dei mini-Sam nei pressi di Jbal Al Botm, nella parte meridionale del distretto di Tiro, senza però riuscire a sequestrarlo per il tempestivo intervento di due gruppi di guerriglieri di Hezbollah, che scortavano il convoglio.
L’incidente è stato fugacemente denunciato nel settimo rapporto del segretario dell’Onu Ban Ki-moon, che ha messo sul banco degli imputati Siria e Iran per “il sostegno fornito a Hezbollah”. In tal modo, ha aggiunto il diplomatico sudcoreano, l’organizzazione continua a mantenere “una capacità paramilitare in grado di sfidare il monopolio del governo libanese sull’uso legittimo della forza”. In realtà, come Panorama è in grado di rivelare, quell’incontro ravvicinato fra una pattuglia italiana e i miliziani sciiti non è stato l’unico da gennaio a oggi.
In un rapporto al ministro della Difesa uscente, Arturo Parisi, lo stesso generale Graziano, pur non parlando mai di Hezbollah, ma più genericamente di “uomini armati”, ha svelato che ci sono stati altri due incidenti, senza però entrare nel merito. E il generale della Brigata Ariete, Paolo Ruggiero, il quale ha appena ultimato il periodo di comando a Tibnin, ha raccontato che, se da un lato i soldati italiani sono riusciti a scovare 248 bunker e vari depositi di armi, dall’altro “tutte le nostre attività sono costantemente monitorate dai servizi di vedetta, a piedi o in motorino”. Segnale chiaro che Hezbollah si prepara davvero alla prossima guerra con Israele, a dispetto della presenza dei caschi blu e dei soldati regolari libanesi.
“La missione Unifil 2 è strategica per il nostro Paese” ribadisce Andrea Margelletti, presidente del Centro di studi internazionali, di ritorno dal Libano. “Non solo perché abbiamo un ruolo leader nel Mediterraneo, ma anche perché abbiamo una notevole capacità di manovra politica, cosa che non succede, per esempio, in Afghanistan”. Anche Parisi difende con vigore l’iniziativa assunta dal governo Prodi nel 2006. Ma, in un’intervista a Panorama, precisa: “Se il nuovo governo intende chiedere la modifica del mandato, è meglio che abbandoni il discorso ozioso sulle regole d’ingaggio e ci dica cosa intende fare. Penso che la linea seguita finora sia adeguata. Ma non è detto che non possano esserci idee migliori. Se le proposte terranno insieme l’interesse della pace, quello nazionale e la sicurezza dei nostri militari nel perseguimento della missione, le valuteremo senza pregiudizi”.

  • redazione
  • Sabato 10 Maggio 2008

Libano in fiamme: le milizie di Hezbollah controllano tutta Beirut ovest

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  • Tags: Beirut, Fouad-Siniora, Hassan-Nasrallah, Hezbollah, Libano
  • 3 commenti

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Il Libano sta scivolando verso la guerra civile. Gli scontri fra le forze dell’opposizione coagulate attorno ad Hezbollah e quelle governative filo-occidentali, cominciati tre giorni fa, hanno provocato una decina di morti e venti feriti e paralizzato la capitale Beirut, totalmente isolata. Quartieri sunniti sono presidiati dagli Hezbollah sciiti e si combatte strada per strada pure nell’elegante zona di Al Hamra.

Battaglia delle comunicazioni. Quella in corso è anche una battaglia per il controllo delle comunicazioni. Al provvedimento con cui l’esecutivo di Fuad Siniora ha deciso lo smantellamento della rete telefonica privata gestita dagli Hezbollah, questi ultimi hanno risposto attaccando e mettendo a tacere l’emittente televisiva “Future Tv”, che fa capo a Saad Hariri, leader della maggioranza antisiriana. Le parti si accusano reciprocamente di aver dato avvio alla guerra.

Le immagini di Euronews


Dichiarazione di guerra. Saad Hariri chiede a Hezbollah di porre fine alle barricate e bloccare l’evoluzione verso la guerra civile. Hassan Nasrallah, leader degli integralisti sciiti sostenuti e finanziati da Siria e Iran, ha definito “una dichiarazione di guerra” la decisione del governo di bloccare la rete telefonica parallela e di rimuovere il capo della sicurezza dell’aeroporto di Beirut (dove Hezbollah avrebbe collocato telecamere-spia). Nasrallah ha accusato il governo di voler trasformare lo scalo in una “base per la Cia, l’Fbi e il Mossad”. Qualche minuto dopo il suo discorso sono ricominciati gli scontri, ancora più pesanti, in varie parti della città.

Guarda il VIDEO-servizio

Soldati Unifil. “Quando ho sentito le parole di Nasrallah, ho capito che può accadere il peggio”, ci dice Dalia Khamissy, una fotografa libanese. “Ciò che vedo mi riporta alla mente le immagini della guerra civile degli anni Settanta e Ottanta. Ognuno dà la colpa all’altro senza ammettere le proprie. E queste divisioni fratricide non possono che far piacere ai nostri nemici esterni. Sono passati meno di due anni dai bombardamenti di Israele.” Il braccio di ferro tra governo e opposizione che da cinque mesi impedisce l’elezione di un Presidente della Repubblica rischia ora di coinvolgere anche i soldati italiani della forza internazionale Unifil, stanziati nel sud. Dopo le accuse della stampa israeliana (secondo cui l’Unifil non avrebbe contrastato le attività degli Hezbollah e il traffico d’armi), si è riaperta la polemica sulle regole d’ingaggio, che non consentono ai militari di sparare se non per difendersi. Mentre l’Onu ammette che in futuro le regole potrebbero essere cambiate, come ipotizzato da membri del governo Berlusconi, Nasrallah - che con le sue milizie controlla il sud del Paese, al confine con Israele - mette in guardia l’Italia dal modificare il suo status se vuole continuare ad essere accettata e non considerata forza di occupazione.
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Giusto cambiare le regole di ingaggio Unifil in Libano per consentire ai soldati di sparare per disarmare i contendenti?
  • eri garuti
  • Venerdì 9 Maggio 2008

Libano: la missione Unifil? Un mezzo flop

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  • Tags: Beirut, Hassan-Nasrallah, Hezbollah, Libano, Massimo-DAlema, Unifil
  • 2 commenti


Tensione sempre più alta a Beirut dove l’empasse istituzionale che da sei mesi paralizza il governo libanese sembra giunta a un punto di svolta con la prossima nomina del nuovo presidente che dovrà sostituire il filo-siriano Emile Lahoud. Difficile un compromesso tra la maggioranza filo occidentale di Saad Hariri e del premier Fuad Sinora e le forze filosiriane che insieme agli Hezbollah cercano da tempo di assumere il controllo del “Paese dei cedri”.

Il rischio concreto di una nuova guerra civile comporta inevitabili ripercussioni sull’azione dei caschi blu schierati nel sud e guidati dal generale italiano Claudio Graziano, come dimostra anche l’arrivo a Beirut della troika europea composta da ministri degli esteri di Italia, Francia e Spagna, non a caso i paesi maggiormente impegnati con i contingenti militari assegnati a Unifil. Dopo 14 mesi di missione il bilancio di questa operazione militare presenta un solo aspetto positivo: ha impedito lo scoppio di un nuovo conflitto tra Israele e Hezbollah. Per il resto non c’è molta gloria in una missione nella quale 13.000 caschi blu bene armati non possono compiere neppure l’ispezione di un veicolo se non gli viene chiesto espressamente dall’esercito libanese. Un mese fa un rapporto dell’Onu confermò che Hezbollah non solo non aveva disarmato ma aveva ricostituito completamente i suoi arsenali con razzi a lungo raggio Zezal e Fajr, con una portata di 250 chilometri, missili anticarro, antiaerei e antinave, inclusi i missili cinesi C-802. A togliere credibilità ai caschi blu ha contribuito anche la notizia dei tre giorni di esercitazione condotta da Hezbollah nel Libano meridionale riferita dal giornale libanese Akhbar, vicino alle posizioni degli estremisti sciiti. Secondo il quotidiano filo-Hezbollah migliaia di miliziani del gruppo sciita hanno preso parte alle esercitazioni a sud del fiume Litani, supervisionate dal leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. L’attentato contro i caschi blu spagnoli dell’estate scorsa e alcuni altri sventati negli ultimi tre mesi confermano inoltre che Unifil non ha il controllo del piccolo territorio nel quale opera nel quale cellule terroristiche del gruppo jihadista sunnita Osbat al Ansar, legato forse ad Al Qaeda ma non certo estraneo a Damasco, che ha la sua base sede nel campo profughi palestinese di Ain Heloué.

  • gianandrea gaiani
  • Giovedì 22 Novembre 2007

Libano: chi c’è dietro l’attentato ai caschi blu?

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  • Tags: Fatah-al-Islam, Hassan-Nasrallah, Hezbollah, Libano, onu, siria, Spagna, Unifil
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Forse è vero che gli Hezbollah non c’entrano nulla con l’autobomba che ha ucciso ieri sei caschi blu spagnoli ferendone altri due e probabilmente è credibile anche l’ipotesi dell’intelligence di Madrid che attribuisce l’attentato al movimento terroristico palestinese Fatah al Islam, affiliato ad al-Qaeda e che aveva minacciato già in passato di colpire le truppe di Unifil. Sul piano pratico però l’attentato è stato compiuto in una delle aree del Libano meridionale ritenute da sempre sotto il controllo diretto dei miliziani sciiti che proprio a Khiam e Marjayun avevano combattuto le battaglie più dure contro le truppe israeliane nell’estate del 2006. Difficile credere che gruppi di miliziani e cellule terroristiche possano muoversi liberamente in quest’area senza che Hezbollah ne sia al corrente a meno che la Siria, considerata a Beirut lo sponsor delle azioni di destabilizzazione e terrorismo che stanno sconvolgendo da tempo il “paese dei cedri”, non abbia imposto alle milizie di Hassan Nasrallah la presenza di gruppi sunniti che hanno il compito di mettere in crisi la missione dell’Onu. Lo stesso schema attuato da Iran e Siria nei confronti della guerra irachena nella quale i due paesi aiutano sia i gruppi estremisti sciiti sia le milizie di al-Qaeda con lo scopo unico di scatenare il caos.

L’attacco a Unifil potrebbe mirare a ridurre ulteriormente la già scarsa efficacia dei caschi blu la cui presenza (complice un mandato che impedisce di fatto ogni attività di reale controllo del territorio) secondo Israele non ha impedito il massiccio riarmo di Hezbollah. Se la missione dell’Onu guidata dall’Italia fallisse si spalancherebbe la porta di un nuovo conflitto con Israele mentre l’attentato agli spagnoli conferma anche altri due elementi importanti.
Il primo riguarda il ruolo della Spagna. Dopo il ritiro di Madrid dalla Coalizione in Iraq in seguito agli attentati di Madrid del marzo 2004 sembra che il terrorismo islamico ritenga gli spagnoli l’anello debole dell’Occidente e dell’Europa. Non a caso il ministro della Difesa di Madrid Josè Antonio Alonso, si è sentito in dovere di precisare che “malgrado il sanguinoso attentato la Spagna continuerà a sostenere la missione dell’Unifil”. Il secondo aspetto riguarda invece la strategia dei gruppi terroristici legati ad al-Qaeda e più in generale all’estremismo islamico che colpiscono in Iraq una coalizione a guida Usa, in Afghanistan le forze Nato sotto l’egida dell’Onu e in Libano addirittura i caschi blu. Distinzioni importantissime per gli accesi dibattiti politici sul multilateralismo in Italia e in Europa ma solo ridicole sfumature per i terroristi. Per loro sono tutti “crociati”, inclusi i 2.500 militari italiani schierati in Libano.

  • gianandrea gaiani
  • Lunedì 25 Giugno 2007
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