
Nel suo Paese il premier Ehud Olmert subisce pesanti critiche da una buona parte della stampa per la scarsa capacità dimostrata nel pianificare e condurre la guerra in Libano, ma c’è anche chi è disposto a dargli ancora fiducia, come il giornale israeliano Yedioth Ahronoth e la sua versione online, Ynetnews. Nel mondo arabo, e in particolare in Libano, il fatto che Israele abbia ammesso la propria sconfitta viene letta come una conferma della teoria secondo cui la guerra dell’estate scorsa è stata vinta da Hezbollah. Anzi, il leader degli integralisti Hassan Nasrallah, come riportato dal quotidiano libanese Daily Star, afferma che “Israele è più onesto nell’ammettere la sconfitta di quanto lo siano certi libanesi che non ammettono la vittoria di Hezbollah e non ne traggono le dovute conseguenze”. Il riferimento è chiaramente alla crisi politica interna che oppone attualmente il premier libanese Fouad Siniora agli Hezbollah. Siniora, dal canto suo, osserva che la pubblicazione del rapporto della commissione d’inchiesta israeliana “coincide con le voci che in Israele vorrebbero si combattesse una nuova guerra contro il Libano quest’estate per limitare gli effetti avversi del precedente conflitto.” La possibilità di una nuova guerra viene citata anche dal Jordan Times di Amman, che non esclude l’ipotesi di un coinvolgimento della Siria. Preoccupazioni analoghe vengono espresse nei Territori Palestinesi: Fatah teme che le accuse a Olmert gli impediscano di riavviare il processo di pace; Hamas ipotizza che la presa di coscienza della propria debolezza militare potrebbe portare Israele ad intensificare gli attacchi contro i Palestinesi. La Siria, che sa di poter diventare uno degli obiettivi in caso di un nuovo attacco israeliano al Libano, si limita a prendere atto del rapporto della Commissione Winograd. Pochi i commenti. Il Syria Times riporta i fatti con due sole differenze rispetto alle agenzie di stampa occidentali: la sede da cui proviene la notizia (”Gerusalemme Occupata”) e la definizione di “operazione di resistenza” per l’attacco con cui Hezbollah catturò i due soldati israeliani.

Che cosa sta accadendo a quello che un tempo era considerato il popolo più laico e nazionalista di tutto il mondo arabo? Davvero si è fatto inghiottire dall’utopia islamista, come dimostrerebbe il caso del reporter della Bbc? Le cronache ci raccontano che, in quella prigione a cielo aperto che è Gaza, i sequestri di giornalisti e operatori umanitari sono saliti a diciotto nell’ultimo anno, i commercianti palestinesi fanno affari d’oro con la vendita di gadget di Hassan Nasrallah e le organizzazioni della galassia di Al Qaeda si sono rafforzate negli ultimi due anni nella striscia di Gaza, grazie al traffico di armi attraverso la porosa frontiera con l’Egitto.
Passati nel giro di un decennio dal nazionalismo autocratico e anti-islamico dell’Olp di Yasser Arafat alle recenti seduzioni verso la guerriglia fondamentalista, i palestinesi oggi sembrano guardare all’estero per trovare nuovi eroi, tra i quali spicca il libanese Nasrallah, uno sciita illuminato dall’aureola di una guerra vittoriosa alle spalle. E’ il leader di Hezbollah l’ultimo eroe di cui ha bisogno questo popolo i cui veri nemici sono stati in passato - come spesso ricorda lo storico israeliano Benny Morris - anche i regimi arabi circostanti, ai quali ha sempre fatto comodo avere un focolaio di tensione nei Territori da spendere sul mercato della demagogia sulla fratellanza pan-araba.
In virtù del principio del divide et impera, anche Israele avrebbe commesso qualche errore, secondo il quotidiano Haaretz: prima demolendo gran parte delle infra-strutture dell’Autorità nazionale con cui sarebbe stato possibile disarmare le milizie islamiste, poi delegittimando il governo di Hamas, infine inducendo, sull’onda di un tam tam diplomatico, anche Europa e Stati Uniti a tagliare i fondi al neo nato governo palestinese. La penetrazione dei gruppi estremisti operanti nel Sinai e in Giordania sarebbe da questo punto di vista uno dei frutti avvelenati del muro contro muro tra Gerusalemme e Hamas.
Lo stesso Abu Mazen appare ormai come un generale senza truppe, il simbolo di una Palestina nazionalista e a-islamica che non c’è più. Considerato inutile da Damasco e Teheran, è stato lasciato solo finché Condoleezza Rice non ha deciso di aprire un piccolo canale di trattativa con l’Anp, in vista di un rilancio della Road Map . Secondo alcuni politici palestinesi come Mustafà Barghouti, se l’Occidente avesse voluto investire sulle componenti pragmatiche della società palestinese, avrebbe dovuto favorire la liberazione di Marwan Barghuti, l’unico leader laico e nazionalista di cui dispone il popolo dei Territori. Consentendogli di spiegare che il documento sottoscritto da quattro leader palestinesi nelle carceri, tra cui Abdel Khalek el-Natshesh di Hamas e Bassam al Shadi della Jihad islamica, non è un cedimento al sionismo. E’ un documento che porta dritto dritto al riconoscimento dello Stato di Israele al’interno dei confini del 1967 e che al contempo isolerebbe quelle componenti radicali, raccolte un tempo attorno al leader siriano Khaled Meshal e oggi attorno alle cellule qaediste, che puntano tutte le carte (contro il parere del premier Ismail Haniyeh) sulla strategia dei rapimenti.
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