Archivio per il tag “Hillary-Clinton”

Messico: l’emergenza narcos è la prima guerra di Obama

Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.
L'esercito messicano si mobilita contro la violenza dei narcos (Credits: Supaman89 by Flickr)

L'esercito messicano contro la violenza dei narcos (Credits: Supaman89 by Flickr)

Corpi da una parte e teste dall’altra. L’ultimo ritrovamento, tra i cespugli, domenica 14 marzo nello stato di Guerrero, ad Acapulco, la città-cartolina del Messico. Ma se i cadaveri decapitati in Messico sono oramai la norma, non era mai successo che il “metodo” venisse esportato a Filadelfia, come ha denunciato lo scorso anno il congressman repubblicano Mark Kirk .

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Hillary Clinton in Brasile per far pressione sull’Iran

Farian Sabahi, docente presso l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere. Per Bruno Mondadori ha scritto Storia dell'Iran (dal 1892 a oggi).
(AP Photo/Pablo Martinez Monsivais, Pool)

(AP Photo/Pablo Martinez Monsivais, Pool)

Dopo aver assistito all’inaugurazione del presidente eletto Jose Mujica a Montevideo, oggi il Segretario di Stato americano Hillary Clinton lascerà l’Uruguay e partirà per un tour dell’America latina con tappa in Cile, Brasile, Costa Rica e Guatemala. Ma la Clinton non andrà a Buenos Aires anche se nella capitale dell’Uruguay ha programmato un incontro bilaterale con la presidente dell’Argentina Cristina Fernandez de Kirchner. Continua

Bertolaso, sms dall’inferno di Haiti

Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso

Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso

Quando è partito, lo scorso 22 gennaio, già sapeva che cosa si sarebbe trovato di fronte. Port-au-Prince con tutti i suoi cadaveri mai sepolti, le macerie, gli sciacallaggi non è L’Aquila. E il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, di catastrofi ne ha viste molte e alcuni disastri li ha anche risolti. Continua

Caro Bertolaso, qualcuno è in grado di fare meglio di Washington?

Bolognese, 46 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".
Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il capo della Protezione civile Guido Bertolaso

Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il capo della Protezione civile Guido Bertolaso

Difficile definire semplicemente una gaffe le critiche espresse dal direttore della Protezione Civile, Guido Bertolaso, alla gestione statunitense dell’intervento umanitario ad Haiti. Continua

Stati Uniti: Hillary signora delle gaffe

Hillary Clinton
Di MARCO DE MARTINO

L’ultimo sgarro al protocollo è diventato un fumetto sui tabloid inglesi. Il ministro degli Esteri britannico David Milliband sospira in camera da letto: «Un giorno ti vedrò al 10 di Downing street». «E io ti mostrerò il mio Studio Ovale» risponde Hillary Clinton, che viene così travolta dalle risate della stampa britannica per avere definito in una intervista al mensile Vogue il 44enne Milliband «giovane, bello e vibrante». Continua

Se Barack Hussein Obama spaventa Israele

Gerusalemme

D’accordo, è un pacifista di lungo corso, uno scrittore schierato nettamente a sinistra che non ha mai lesinato critiche anche aspre ai dirigenti della destra israeliana. Insomma, si sa da che parte sta. Questa volta,  però, su La Stampa, Abraham Yehoshua ha centrato il cuore del problema.

Nel discorso di  ieri al Cairo Obama ha detto agli uomini di Netanyahu quello che nessun presidente americano aveva mai osato dir prima: che Israele sta sbagliando sulla politica degli insediamenti nella West Bank, che l’America non volterà le spalle alle aspirazioni nazionali dei palestinesi e che la promessa di un semplice autogoverno amministrativo dei Territori che immagina Netanyahu non   è sufficiente. Occorrono secondo Obama - come voleva il vecchio Rabin - due Stati, uno di fianco all’altro, nella pace e nella sicurezza. E occorre riconoscere che “i palestinesi soffrono da sessant’anni nella ricerca di una patria e vivono una situazione di umiliazioni quotidiane intollerabile”.

Non è un caso che, ieri, dopo aver vivisezionato i passaggi di Obama sull’Iran e sui palestinesi, il più indispettito, secondo le indiscrezioni, fosse proprio il premier del Likud. E non è un caso che i dirigenti di Hamas abbiano invece accolto con qualche favore i “toni nuovi” di un presidente che “ha finalmente abbandonato la retorica che contraddistingueva il suo predecessore”.  Tutto questo dopo che la platea (musulmana) presente all’Università del Cairo aveva omaggiato il discorso del presidente Usa con un boato di applausi e sorrisi. Vuol dire che l’asse Israele-Stati Uniti è  entrata in crisi? Tutt’altro. Eppure, se le parole hanno ancora un senso, ora che a Gerusalemme c’è un governo di destra considerato molto vicino ai coloni della West Bank, quel rapporto  è destinato a cambiare, a entrare in una nuova fase: assai più “dialettica” - per usare un eufemismo - di quella precedente.

Il presidente americano, insomma,  ha dimostrato  di essere un uomo di frontiera. Un po’ cristiano, un po’ musulmano, certamente molto americano, di quell’America che unisce e mescola culture e tradizioni e  forse - secondo alcuni - dimentica le sue radici Wasp e irlandesi. Il nome e le cose: Barack “Hussein” Obama, appunto. Manca forse all’anagrafe, secondo i nazionalisti israeliani,   un Levy che annacqui e arricchisca quell’Hussein che ancora, in larghe fasce dell’opinione pubblica ebraica, suona come una minaccia di sventure.

Obama, mano tesa all’Islam

Hillary Clinton e Barack Obama

Ha annunciato un “nuovo inizio” nei rapporti tra Stati Uniti e musulmani e ha rilanciato anche la vecchia parola d’ordine di Oslo: quel “Due Popoli e due Stati” che per una decina d’anni è stata ripetuta come un mantra in tutti i consessi diplomatici e che il  premier israeliano Netanyahu oggi vorrebbe abolire. Sostituendola con l’assai  meno impegnativa “Autogoverno dei palestinesi”.

Nel giorno in cui ha fatto visita  all’Università del Cairo, ultima tappa del suo tour mediorientale, il presidente americano ha ribadito la necessità di costruire un futuro di pace per il Medioriente basato sul dialogo a tutto campo, anche con i nemici di ieri. La guerra in Iraq, ha detto il presidente, ci insegna l’importanza del soft power  per arrivare a un accordo di pace: una svolta a 360 gradi,  per lo meno nei toni, rispetto all’era Bush & Cheney, quando sullo sfondo  delle loro parole (e quelle  dei loro nemici) riecheggiava  l’eco delle cannoniere e degli attentati suicidi. Ma il rapporto preferenziale tra Usa e Israele, anche per Obama, non è in discussione.
Decisivo per ridisegnare la mappa del Medioriente, secondo gli analisti, il coinvolgimento di tutti gli attori chiave della regione, a cominciare dall’Egitto di Mubarak, impegnato nelle trattative - tramite il suo plenipotenziario Omar Suleiman -  con i dirigenti dell’Anp e di Israele e con quelle, sotto traccia, con i dirigenti di Hamas. “L’Islam è parte dell’America” ha ribadito poi Obama rispondendo indirettamente a Osama Bin Laden che ieri, nell’ennesimo comunicato audio via web, ha accusato Barack di voler continuare la politica bushiana dell’odio contro l’Islam, come dimostra, secondo i fondamentalisti, l’operazione americana nella valle pachistana dello Swat, dove i profughi   pashtun   sarebbero ormai più di un milione. E dove gli jihadisti  e i talebani hanno una delle loro roccaforti.
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Blog e fonti dal Medioriente: i blog palestinesi 1 - 2 - Haaretz (Israele)
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Incubo nucleare: come uscirne

Iran

Di Fausto Biloslavo, Pino Buongiorno E Marco De Martino

Tante volte annunciato, smentito, rievocato, l’incubo si è trasformato in realtà: l’Iran ha abbastanza uranio per costruirsi una bomba nucleare. A fine gennaio una tonnellata di materiale sufficiente a produrre 25 chili di uranio arricchito è passata attraverso le 6 mila centrifughe della centrale di Natanz. E a fine febbraio l’ultima consegna dalla Russia di 82 tonnellate di uranio a basso arricchimento ha attivato il reattore di Bushehr, destinato a entrare in piena attività in estate. Ma forse Teheran quella bomba non la costruirà.

Per fermare l’orologio dell’apocalisse la Casa Bianca ha cambiato linea: Barack Obama è il primo presidente Usa a proporre negoziati diretti con gli ayatollah dai tempi della crisi degli ostaggi del 1979 (era Carter). E ha coinvolto l’Italia. Una svolta diplomatica vista con sospetto da Israele, che pur invocando sanzioni più dure contro l’Iran mantiene aperta l’opzione militare. Anche se il no degli Stati Uniti al sorvolo dell’Iraq rende impossibile, per ora, un attacco aereo ai siti nucleari iraniani. In compenso il governo israeliano ha già intrapreso una guerra segreta, fatta di sabotaggi, appoggio ai dissidenti armati e operazioni con tro le centrali nucleari. Ma se Israele dovesse colpire, ora che Benjamin Netanyahu si appresta a diventare premier, i pasdaran sarebbero pronti alla rappresaglia missilistica.

Come promesso da Obama in campagna elettorale, l’amministrazione americana ha aperto le porte a un dialogo diretto con l’Iran invitando Teheran al summit sull’Afghanistan in programma a fine marzo. È il primo tentativo di coinvolgere gli iraniani su una questione cruciale come quella afghana, dove dovrebbe esistere una convergenza di interessi con gli Stati Uniti: è comune l’obiettivo di bloccare i talebani, ma anche la lotta al traffico di droga e armi. In realtà il processo di revisione della politica nei confronti dell’Iran non è ancora concluso, anche se l’obiettivo strategico è fissato: coinvolgimento del regime teocratico e non più esclusione.

Una strategia di piccoli passi. Meno chiaro il ruolo dei diversi emissari e consiglieri: da Richard Holbrooke, rappresentante del presidente Usa per la regione Afghanistan-Pakistan, a Dennis Ross, consigliere speciale del segretario di Stato per il Golfo Persico, fino a Lee Hamilton, consulente di Obama. “Le linee guida mi sembrano ben definite. Il pericolo di un attacco militare americano non esiste più” dice l’analista Fareed Zakaria a Panorama. “Le circostanze possono cambiare, ma la strategia sarà quella del contenimento, da tentare insieme a europei, arabi moderati e anche a Israele. Non dimentichiamo che questo processo ha pure i suoi benefici: è la prima volta che Israele e i paesi arabi sono sullo stesso fronte per una grossa questione strategica”. Sulla linea dei piccoli passi è un altro studioso assai ascoltato a Washington, Richard Haas, presidente del Council on foreign relations. “L’obiettivo è fare progressi ove possibile, come in Afghanistan” spiega a Panorama. “Gli Usa devono procedere applicando il multilateralismo e lavorare con l’Aiea di Vienna, l’Europa, la Russia, la Cina e gli altri importanti partner commerciali dell’Iran. Bisogna anche consultarsi di continuo con Israele, gli stati arabi e la Turchi”. Rimane la domanda: e le sanzioni economiche già applicate all’Iran? Per Dennis Ross non bisogna mollare. Come nella più classica diplomazia di scuola pragmatica, insomma, ci sono l’incentivo delle porte aperte verso la comunità internazionale e la minaccia delle ulteriori misure punitive. “A Teheran vanno indicati chiaramente costi e benefici della rinuncia al nucleare” conclude Zakaria. Hillary Clinton deve muoversi su un pericoloso crinale, attenta a non cadere nelle trappole di Teheran e a non scontentare né Israele né i paesi arabi moderati. È una diplomazia che punta, da un lato, a capire meglio le intenzioni dei capi della teocrazia.Il ruolo di Roma. Ed è qui che l’Italia è entrata in gioco, tanto che il ministro degli Esteri Franco Frattini ha avuto da Washington un incarico speciale, con pesanti malumori dei colleghi di Gran Bretagna, Francia e Germania: sondare a Teheran il governo per verificare se c’è una concreta possibilità di cooperazione, a cominciare dalla questione afghana, per la quale potrebbe partire anche un altro invito nel corso del prossimo G8. Il viaggio, inizialmente annunciato, è stato annullato suscitando qualche polemica. Ora si attende una nuova data: prima del 21 marzo o dopo il 5 aprile. Sull’altro fronte c’è il tentativo di isolare l’Iran per spingerlo a più miti consigli. Hillary Clinton ha già avuto reazioni positive da Mosca e ha spedito due alti emissari a Damasco per avviare negoziati con il presidente Bashar Assad. “Ora gli iraniani hanno abbastanza uranio per farsi la bomba atomica. Per poi trasformarla nella testata di un missile potrebbero metterci altri sei mesi” dichiara a Panorama Emily B. Landau dell’Istituto di studi per la sicurezza nazionale di Tel Aviv. “Ma anche se avranno la bomba non è detto che la sganceranno. La vogliono per ribadire il loro ruolo di potenza regionale, non solo nei confronti di Israele ma agli occhi dei paesi arabi come l’Arabia Saudita altrettanto allarmati”.

Tensioni latenti. Da Teheran Naaser Saghafi-Ameri, del Centro per le ricerche strategiche, minimizza: “Il governo ha detto ripetutamente che il programma nucleare è solo civile. Se l’Iran l’avesse voluto, si sarebbe già dotato di un arsenale nucleare, come Pakistan e Corea del Nord. Comunque Teheran sta considerando l’ipotesi di negoziare con gli Usa”. Ma il 5 novembre un rapporto per la guida suprema Ali Khamenei consigliava di accogliere a braccia aperte le proposte di dialogo dell’Occidente, che potrebbe far crescere lo status regionale dell’Iran e far guadagnare tempo per lo sviluppo dei progetti atomici. Gli israeliani guardano con sospetto alle aperture diplomatiche verso l’Iran. “Useranno il dialogo con l’Occidente per prendere tempo al fine di costruire la bomba” ha dichiarato Amos Yadlin, il capo dell’intelligence militare, durante la riunione di gabinetto dell’8 marzo. “Abbiamo queste alternative: un inasprimento delle sanzioni e la dissuasione nucleare americana. Infine è sempre sul tavolo l’opzione militare con un attacco preventivo” spiega Ely Karmon dell’Istituto per l’antiterrorismo di Herzliya. “L’opzione militare è l’extrema ratio, ma in Israele tutti se l’aspettano” spiega a Panorama Mario Arpino, ex capo di stato maggiore e comandante italiano durante la prima guerra del Golfo. “È possibile un attacco aereo di 24 ore, ma neppure gli israeliani riuscirebbero a evitare la ritorsione. Per ora verrà usata la carota diplomatica facendo balenare il bastone della forza”. Secondo un recente rapporto del Centro di studi internazionali e strategici di Washington, l’attacco preventivo dal cielo coinvolgerebbe tre squadroni per un massimo di 150 aerei.

L’ex agente Cia Bob Baer però osserva: “Un intervento militare per ora è fuori discussione, gli americani rifiuterebbero a Israele l’uso dello spazio aereo sull’Iraq”. Ossia il percorso più breve per colpire i siti nucleari, anche se una via alternativa potrebbe essere l’Oman. Gli obiettivi primari sarebbero i sei grandi complessi coinvolti nel programma nucleare e altri 18 centri sospetti o in via di costruzione. Per piegare veramente l’Iran ci vorrebbero tre settimane di raid. Missione quasi impossibile, che prevede un piano alternativo: l’uso di ordigni nucleari adatti a perforare i bunker per polverizzarli nel sottosuolo. Se poi gli iraniani osassero una rappresaglia nucleare su Israele, i sottomarini con la stella di Davide colpirebbero Teheran dal Golfo di Oman con testate nucleari miniaturizzate. “In cooperazione con gli Stati Uniti le operazioni coperte israeliane puntano a eliminare figure chiave coinvolte nel programma nucleare e a sabotare la catena di forniture” ha rivelato Reva Bhalla, analista di Stratfor.

Nel 2007 Ardeshire Hassanpour, responsabile dell’impianto di Isfahan, è morto avvelenato dal gas. Il Mossad ha poi ottenuto da società europee presenti in Iran informazioni e foto di siti sensibili. E Israele crea società di copertura per infiltrare la catena di forniture al nucleare iraniano inserendo materiale difettoso che sabota gli impianti. Fra gli obiettivi, i progetti 110 e 111 per la costruzione della prima testata nucleare. Per l’ex generale Carlo Jean, “se Teheran aiuta Hezbollah, dall’altra parte si riforniscono le dissidenze armate interne all’Iran. A partire dai baluchi”. “Tutte le installazioni nucleari sul territorio dell’occupante sionista sono nel nostro raggio d’azione. Se saremo attaccati, risponderemo con i missili” ha appena annunciato il generale Mohammed Ali Jafari, comandante dei guardiani della rivoluzione. In caso di attacco, l’Iran mobiliterebbe contro Israele le milizie sciite di Hezbollah in Libano e le cellule di Hamas a Gaza. Attentati e attacchi suicidi colpirebbero obiettivi come ambasciate e centri ebraici, pure in Europa.

Anche i paesi del Golfo temono rappresaglie della propria popolazione sciita. Arabia Saudita ed Egitto considerano una minaccia il nucleare iraniano. Non solo: Teheran mette in dubbio la sovranità del Bahrain (fatto che ha portato il Marocco a rompere le relazioni diplomatiche con l’Iran). “Attaccarci sarebbe una follia” osserva l’ex ambasciatore Saghafi-Ameri. “Potrebbe scoppiare una specie di terza guerra mondiale con effetti devastanti nella regione, ma anche in Europa”.

Hillary Clinton invita l’Iran alla conferenza sull’Afghanistan

Hillary Clinton apre con una mossa a sorpresa nel grande gioco asiatico: il segretario di Stato americano ha inviato l’Iran alla Conferenza Nato-Onu sull’Afghanistan che dovrebbe tenersi a Bruxelles il prossimo 31 marzo. Un meeting fortemente voluto dall’amministrazione Obama. “Niente è stato ancora deciso, ma se andiamo avanti con questa idea la mia aspettativa è che l’Iran venga invitato in quanto Paese vicino dell’Afghanistan”, ha detto la Clinton alla fine del Consiglio esteri della Nato che ha sancito anche l’accordo dei ministri per una ripresa “formale” delle relazioni con la Russia.

La conferenza sull’Afghanistan, alla quale l’Alleanza sta lavorando, intende coinvolgere il numero più ampio possibile di attori, sotto l’ombrello delle Nazioni Unite: oltre ai ministri degli Esteri dei paesi membri della Nato, dovrebbero partecipare i 41 Paesi contributori della missione Isaf, i donatori, le organizzazioni internazionali e anche gli Stati di transito (come la Russia) e le nazioni vicine (Pakistan, India e Iran). Con un duplice obiettivo: discutere prima del vertice per il sessantesimo della Nato (che si terrà agli inizi di aprile a Strasburgo e Kehl) del cambio di strategia in Afghanistan annunciato dalla nuova amministrazione di Barack Obama, e raccogliere i contributi militari e civili già promessi da molti Paesi per rafforzare la missione internazionale. Ad aprirla dovrebbe essere il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon. A presiederla, l’inviato speciale dell’Onu nella regione, Kai Eide. L’ipotesi di coinvolgere l’Iran nella ricerca di una soluzione ”regionale” per l’Afghanistan trova molti consensi tra gli Alleati. ”Prima o poi l’Iran dovrà esser coinvolto”, aveva detto solo dieci giorni fa il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer al Consiglio Difesa della nato a Cracovia.

Visita in Iran “riprogrammata” per il ministro degli Esteri Franco Frattini: sarebbe stato un viaggio esplorativo, limitato al dossier AfPak (Afghanistan e Pakistan) per sondare la volontà di Teheran di partecipare alla stabilizzazione dell’area. Tra ieri e oggi, invece, alcuni avvenimenti hanno fatto salire la prudenza e consigliato un rinvio della visita. In modo particolare fanno riflettere le dure prese di posizione delle autorità di Teheran contro Israele e gli Stati Uniti. Si tratta, secondo il titolare della Farnesina, di dichiarazioni “orribili e inaccettabili”, “negazioniste”, sulla “distruzione di Israele” e “sui nostri amici americani che hanno teso all’Iran una mano per il dialogo”. Ma c’è di più: l’Iran, spiega la Farnesina, ha in programma di organizzare la settimana prossima una Conferenza su Gaza i cui obiettivi sono antitetici a quelli della Conferenza appena svoltasi a Sharm El Sheikh e di cui l’ Italia è stata co-sponsor. La linea di fondo non cambia: l’Italia ritiene che Teheran sia un interlocutore potenziale per risolvere la crisi afghana e Frattini ha sottolineato che l’Iran “occupa uno spazio importante nella regione con una sua struttura ed un suo ruolo”. L’Iran, ha detto, è “una vittima” del traffico della droga e certamente “non è avvantaggiato” dal traffico delle armi.

Il viaggio di Hillary a Gerusalemme: l’alleanza con Israele è salda

Israele

Si sono parlati. E lo hanno fatto con chiarezza, diretti, senza peli sulla lingua. La basi per un (nuovo) rapporto di fiducia (nonostante le differenze tra la nuova amministrazione statunitense e il futuro governo di Gerusalemme) sembrano essere state poste dopo la giornata di incontri tra il Segretario di Stato Hillary Clinton e la leadership israeliana.

Il più atteso, quello con Benjamin Netanyahu, l’uomo incaricato di formare il nuovo esecutivo, sembra essere stato il più franco - come si dice in diplomazia; una vero e proprio chiarimento. “It was deep, important and good“. È stato importante, produttivo e abbiamo affrontato i temi in profondità, ha detto il leader del Likud, dopo il faccia faccia con il numero uno della diplomazia statunitense. “Abbiamo trovato un terreno comune, per raggiungere l’obiettivo comune che i nostri paesi hanno in questa regione” ha detto Netanyahu. I due hanno discusso del rapporto con i palestinesi e del dossier Iran. Su Teheran, dicono le indiscrezioni, Bibi è stato molto netto, così come aveva fatto anche il ministro della difesa e la guida del partito laburista Ehud Barak: segnale verde al tentativo di Barack Obama di trovare un canale di dialogo diretto con gli ayatollah per convincerli a rinunciare all’”avventura” atomica, ma solo se Washington metterà una deadline, una data ultimatum entro la quale l’Iran dovrà rinunciare all’arma nucleare, pena, in caso contrario, sanzioni e - eventuale - opzione militare, mai ritirata dal tavolo. Su questo, Hillary Rodham Cliton sembra aver convenuto con i suoi interlocutori. E ciò proprio nella giornata in cui, il Dipartimento di Stato ha annunciato la missione di due inviati speciali a Damasco per discutere con il regime siriano, una svolta rispetto all’atteggiamento della precedente amministrazione. Ma il nuovo approccio statunitense con Bashir Al Assad non sembra voler dire che Washington abbia intenzione di “accettare” sull’altro fronte, quello iraniano, l’agenda di Teheran sulla corsa all’atomica sciita. Se su questo tema, la comprensione tra il Segretario di Stato Usa e i suoi partners sembra essere stata “forte”; sull’altro dossier caldo, i rapporti con i palestinesi, i distinguo sono emersi a seconda di chi, Hillary Clinton si è trovata davanti.

Nella conferenza stampa dopo il meeting con Tzipi Livni, il ministro degli esteri israeliano e numero uno di Kadima, l’ex first lady ha detto con molta nitidezza che la Casa Bianca punta alla nascita di uno Stato palestinese, come “soluzione indispensabile per porre termine al conflitto israelo-palestinese”. La Livni non ha bocciato l’uscita. Anzi. Ma,ieri, il grande quesito era: cosa dirà il leader del Likud, visto che non ha mai appoggiato lo schema “Due popoli, due Stati“, ma anzi l’ha sempre osteggiato? E cosa farà il suo governo - soprattutto nel caso in cui la coalizione formata sia quella di estrema destra - se le pressioni americane continueranno in futuro per arrivare, a tutti i costi, a quella soluzione? La curiosità non è stata soddisfatta. Clinton e Netanyahu sono rimasti molto abbottonati nelle dichiarazioni fatte dopo l’incontro. I collaboratori del futuro primo ministro di Gerusalemme hanno però voluto far sapere che, comunque, un’apertura c’è stata.

Il leader del Likud si sarebbe detto disponibile a “intraprendere” negoziati politici con l’Autorità Nazionale Palestinese, andando ben oltre quelle trattative su accordi economici tra le parti di cui aveva parlato nel passato. “Mi sembra molto difficile che negli anni del mandato di Barack Obama possa nascere uno stato palestinese” - dice Michia Pomerance, politologa dell’Università Ebraica di Gerusalemme, grande esperta dei rapporti tra Stati Uniti e Israele. “Certo, dipenderà molto dalle condizioni politiche, ma mi sembra sempre più evidente che l’opinione pubblica israeliana sia impreparata a tale soluzione”. Secondo la docente, la Casa Bianca perseguirà questo obiettivo, ma, probabilmente, senza riuscire a centrarlo. Comunque, quello che è emerso dagli incontri di Hillary Clinton è che il rapporto tra Washington e Gerusalemme sia ancora ben saldo, difficilmente, veramente scalfibile. Non è un caso che il Segretario di Stato abbia detto con molto chiarezza che il suo esecutivo “lavorerà con qualunque governo rappresenti la volontà
democratica della popolazione israeliana”. Non certo un appoggio incondizionato, ma la dimostrazione di una vera volontà di collaborazione con l’alleato di sempre in Medioriente.

La visita di Clinton in Israele (France 2)

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