
Dalla destituzione all’incitamento alla rivolta. Il percorso di Manuel Zelaya, presidente dell’Honduras, dopo il golpe dello scorso 28 giugno assomiglia ad una succosa trama di un romanzo di Marquez. Prima, la decisione di un referendum per consentire a se stesso di poter essere rieletto fuori dalle (attuali) norme costituzionali, poi il colpo di stato ad opera dei militari che, eseguendo un ordine della giustizia honduregna lo arrestano mettendolo su un aereo e costringendo a lasciare il paese. Continua

“Uh-Ah, Zelaya no se va!” Gridano i sostenitori dell’ormai ex presidente dell’Honduras. E proprio quel “no se va” è all’origine del colpo di Stato militare nel paese centroamericano: il presidente eletto nel 2005 voleva cambiare la costituzione per garantirsi la possibilità di un nuovo mandato. La voglia di rielezione “perpetua” è un fattore che accomuna molti dei leader delle giovani democrazie dell’ America Latina, anche se vengono da un passato recente di dittature militari. Che siano socialisti bolivariani come Hugo Chavez o filo-statunitensi di destra come Alvaro Uribe, la tentazione di incollarsi alla poltrona più di quanto sarebbe auspicabile per l’alternanza democratica è presente nei desideri dei presidenti del continente. Forti del forte sostegno popolare, sono tentati dal colpo di mano, ma non sempre gli riesce, vediamo alcuni casi (guarda la Mappa):
Visualizza America Latina: i presidenti che vogliono l’elezione “a vita” in una mappa di dimensioni maggiori
Argentina:
C’è alternanza, ma non di cognome: da Nestor a Cristina, i Kirchner occupano la Casa rosada da quasi un decennio (verify). Secondo un’interpretazione condivisa da molti commentatori, l’ex presidente che ha risollevato il paese dopo la crisi economica del 2001 avrebbe favorito l’ascesa politica della moglie proprio per aggirare il vincolo del massimo di due mandati consecutivi alla guida del governo.
Venezuela:
Hugo Chavez ha cambiato addirittura il nome del paese, che adesso è una “repubblica bolivariana”. Al secondo tentativo, dopo il fallimento del 2007, è riuscito a far approvare un referendum con cui si garantisce la possibilità di essere rieletto presidente un numero “indefinito” di volte.
Colombia:
Alvaro Uribe, l’opposto ideologico di Chavez, forte dei suoi successi contro le Farc, ha pensato che fosse necessario presentarsi per un terzo mandato alle prossime elezioni, tra 11 mesi. Ma per ora ha trovato una dura opposizione dalla Corte di giustizia costituzionale che ha bocciato la proposta di un referendum.
Perù:
L’ex presidente Alberto Fujimori, negli anni ‘90, è stato artefice di un “autogolpe” con cui sciolse il parlamento e sospese le attività della magistratura. Fu rieletto nel ‘95 e per presentarsi una terza volta nel 2000 fece approvare una legge di “interpretazione autentica della Costituzione”. Vinse ancora, ma una serie di scandali economici e giudiziari lo costrinsero a fuggire dal paese. Vi ritornò in veste di imputato ed è stato recentemente condannato a 25 anni di reclusione.
Brasile:
Se Lula da Silva è stato rieletto con un consenso record (60% dei voti al primo turno), lo deve anche in parte al predecessore socialdemocratico Fernando Henrique Cardoso, che nel 1997 cambiò la Costituzione per potersi presentare alle elezioni dell’anno seguente.

Il presidente honduregno Manuel Zelaya Rosales
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Il golpe in Honduras si ripercuote in tutta l’America Latina. Lo spettro del ritorno dei colpi di stato militari mobilita gli internauti e i governi, contro un incubo che ricorda le dittature degli anni ‘70. Ma anche i governi della sinistra “bolivariana”, alleati del presidente deposto Manuel Zelaya sono sotto accusa per i loro leader sempre più accentratori. Zelaya, scacciato da casa sua a Tegucigalpa dai militari, è apparso ieri in Costa Rica e oggi ha parlato in una conferenza stampa dal Nicaragua a fianco dei presidenti della cosiddetta “Alleanza bolivariana delle americhe”, Alba: Hugo Chavez (Venezuela), Daniel Ortega (Nicaragua), Ernesto Correa (Ecuador) e il cancelliere cubano Bruno Rodriguez a nome di Raùl Castro. Chavez ha approfittato dell’occasione per uno dei suoi show, citando Fidel Castro e chiamando “Gorilletti” il neo presidente Micheletti. (Mentre Correa lo ha chiamato “Pinochetti“). Il link al video del discorso di Zelaya sta già facendo il giro della rete spinto da Twitter. Sul sito di “microblogging” vengono citate le parole del presidente dell’Honduras “Sono vivo per la grazia di Dio, avevo più di otto militari incappucciati che mi puntavano le armi in faccia” trovano sostenitori e oppositori.
Dal paese centroamericano arrivano report contrastanti: c’è chi parla di censura “Hanno bloccato la CNN e stanno dando partite di calcio”, “I militari sono nelle redazioni dei giornali”. Si lanciano appelli per uno sciopero generale, proclamato da domani da parte del principale sindacato Central General de Trabajadores. In Spagna sono state convocate manifestazioni davanti al consolato honduregno a Madrid per oggi pomeriggio.
Molti indicano i colpevoli del “complotto” ai danni del presidente eletto: “Sono le élites militari che temevano una svolta a sinistra”, ma c’è anche chi rispolvera la mano dei “gringos”: “è il primo golpe di Obama, sono stati addestrati dalla Cia”. Poco importa che il presidente americano e Hillary Clinton si siano premurati di non riconoscere il nuovo presidente e di dare solidarietà a Zelaya, i cospirazionisti sono già in moto.
Ma su Twitter trovano spazio anche i detrattori di Zelaya che vedono con favore il golpe: “Zelaya Rosales ha messo in pericolo lo stato di diritto”, “lasciate che Honduras risolva i suoi problemi e non immettetevi nelle nostre questioni interne”. Il presidente nominato dal parlamento Micheletti ha garantito che ci saranno elezioni generali per il 29 novembre. “Zelaya voleva farsi Dio dell’Honduras e per questo è stato deposto, la gente non è con lui” viene scritto in inglese sul sito “Ireport” che accusa Zelaya e Chavez di essere i responsabili della situazione. Ma almeno ufficialmente, dall’esterno nessuno sembra appoggiare i golpisti. I vicini del Salvador hanno mobilitato le forze armate alla frontiera. “Daremo una lezione indimenticabile a questa borghesia irresponsabile” tuona Chavez. Nei prossimi giorni si capirà se il vero bluff è quello dei militari o quello dei “bolivariani” al potere in buona parte dell’America Latina.
VIDEO: Proteste a Tegucigalpa, la capitale
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“Prima dolori di stomaco lancinanti e poi, durante un controllo medico, la scoperta che ero diventato sterile. Non avevo più spermatozoi vivi, oppure erano senza testa o senza coda. Il medico mi disse: “Cerchi di non avere figli, potrebbero nascere dei mostri”. Quella di Jaime Espinoza, operaio nella Dole Fresh Fruit Company che per anni ha usato il pesticida Nemagón per coltivare banane in Nicaragua, è una delle testimonianze che hanno inchiodato l’azienda statunitense nel tribunale di Los Angeles. La Dole ha annunciato che presenterà ricorso, ma il giudizio ha una valenza storica: è la prima volta che la giustizia Usa impone a una multinazionale di rimborsare suoi ex dipendenti stranieri per danni fisici irreversibili e in futuro, con questo precedente, i lavoratori dei paesi poveri potrebbero fare causa alle multinazionali anche nelle nazioni dove queste hanno la sede, avendo buone possibilità di vincere.
Quello contro la Dole Fresh Fruit Company potrebbe dunque essere il primo di una serie di processi riparatori che vedono coinvolte altre aziende statunitensi, a cominciare dalla Dow Chemical e dalla Amvac Chemical, i cui prodotti chimici sono stati usati in modo sistematico e probabilmente irresponsabile in Centro America. Solo in Costa Rica, per esempio, sarebbero 30mila i dipendenti avvelenati da pesticidi della cui pericolosità a Washington si sapeva già a partire dagli anni Cinquanta e il cui uso era proibito negli Stati Uniti. Oltre a Nicaragua e Costa Rica, anche in Guatemala, Honduras e Panamá sono migliaia i lavoratori agricoli che nelle piantagioni di banane sono stati intossicati in modo irreversibile.
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L’Isola dei Famosi al gran completo è finita “in nomination”. Da Cecchi Paone al figlio di Belmondo, da Coco (quello che giocava a calcio) alla Caprioglio (quella dalle natiche di Paprika, indimenticabili per i ragazzi nati a fine anni Settanta). Non si salva nessuno. Né Cristiano Malgioglio, né l’ex valletta di Mike Miriana Trevisan, né la figlia di Claudio Villa. Tutti eliminati senza appello. Persino gli altri tre - Canonico, la Fusco e la Salvalaggio (parente del mitico Nantas della Gazzetta?) - che nessuno, almeno in Honduras, conosce. Tutti out.
Almeno secondo il passaparola, vero e proprio “televoto” virtuale, degli honduregni residenti a pochi chilometri da Cayo Cochino, dove sono esiliati i “famosi” e, soprattutto, dove vive la maggior parte del popolo indigeno dei Garifuna. 350mila persone, sparse in 46 comunità lungo la costa atlantica dell’Honduras che vivono essenzialmente di pesca e che si lamentano di come siano stati calpestati i loro diritti a causa del turismo di massa, sicuramente incentivato dal reality show di “mamma” Rai. Almeno in Italia dove, sino a 5 anni fa, si contavano sulle punta delle dita i connazionali che conoscevano Cayo Cochino…
“Le zone dove vivono le troupe e dove si gira sono presidiate dalla polizia e dall’esercito dell’Honduras - racconta Alfredo, uno degli abitanti a Panorama.it - Non siamo liberi di spostarci sulla nostra terra, perché ci sono zone dove è stato proibito l’ingresso. Inoltre, i movimenti delle barche e le attrezzature televisive spaventano la fauna delle lagune, come le tartarughe marine”.
Ma tartarughe a parte, assieme alla Rai anche altri italiani stanno stravolgendo l’equilibrio della regione e dei locali che la abitano. Il gruppo edile Astaldi ha infatti iniziato a “Bahía de Tela”, al fianco di Cayo Cochino, la costruzione di un resort ad alto impatto ambientale. Il progetto di resort “Los micos” prevede quattro hotel di lusso, 256 ville, un campo da golf, un centro ippico e un centro commerciale per una superficie totale di 300 ettari. Per costruire il campo da golf verrà interrata una laguna protetta dalla Convenzione internazionale per la protezione delle paludi. Secondo Astaldi il progetto porterà lavoro e sviluppo nella zona.
In attesa che i lavori si concludano, tuttavia, una comunità di 150 indigeni, quella di Miami - pura omonimia e niente a vedere con la Florida - si è già “trasferita”. E non proprio di sua spontanea volontà a detta delle associazioni di turismo responsabile locali e italiane che hanno nel frattempo lanciato una campagna di sensibilizzazione. Insomma, le polemiche non tendono a placarsi, come testimonia questa lettera inviata pochi giorni fa a Dagospia dal giornalista Giovanni Audifreddi di Vanity Fair da cui si evince che le critiche sulla location dell’Isola sono arrivate anche in Italia…
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