
L'Huffington Post sarà ancora un blog liberal ? (Credits: Ansa/Matt Campbell)

Se c’è una lezione economica che si può apprendere dalla vendita dell’Huffington Post ad AOL è che “il progressismo vende“. E rende bene, molto bene.
Nato nel 2005 con un investimento di un milione di dollari, il Blog, principe dei blog, è stato acquistato dall’Internet company per 315 milioni di dollari. Business is business, e l’operazione di Arianna (Huffington) è stata una magistrale dimostrazione del fatto che - sinistra o non sinistra - il mercato ha delle regole (auree, per chi ci guadagna) quando si tratta di fare un affare.
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Michele Zurleni, giornalista, ha da diverso tempo una bandiera Usa sulla scrivania. La guarda e pensa alla forza che sprigiona: quella di guardare al futuro, anche in modo discutibile. Ma guardare avanti. Come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
Si chiama David Scheiner, ha 70 anni, e professa a Chicago. Da 20 anni è il medico di Barack Obama. È stato uno dei personaggi che lo ha accompagnato nella corsa alla Casa Bianca. L’ultima volta che l’ha visto, qualche settimana fa, per una visita di routine, i due hanno scherzato come al solito. È il suo doctor personale. E lui, Scheiner, da medico, boccia la riforma sanitaria del presidente. Senza appello, o quasi.
L’incredibile scoop è stato fatto dall’Huffington Post, il blog liberal che ha deciso di non essere tenero con l’inquilino della Casa Bianca.

Scheiner è stato intervistato e (attenzione, da sinistra, attenzione!) ha esternato tutte le sue critiche nei confronti del progetto del presidente.
“Non credo che funzioni - ha detto il medico di Chicago - Non ho ancora capito quanto possa costare; non so so come possano controllare la spesa sanitaria nei prossimi anni. Alla fine credo che la riforma si rivelerà inefficace”.
Concetti chiari e implacabili, in linea con l’ultima rilevazione del New York Times/CBS News poll sul gradimento decrescente della riforma sanitaria presso l’opinione pubblica.
Scheiner (che ha voluto specificare di non voler dare giudizi politici) ha poi aggiunto che, secondo lui, la proposta di Obama va incontro a un fallimento. Lui, questo medico settantenne che vorrebbe un “approccio più progressista”, ha detto
che “il pragmatismo di Obama lo danneggerà in questa come in altre vicende”.
Perchè, secondo Scheiner, “il presidente non potrà fare altro che accettare un compromesso al ribasso“. Certo, ha aggiunto, capisco che si tratti di dire “meglio qualche cosa che niente”, ma - ha ribadito - questo atteggiamento porterà al fallimento della riforma sanitaria. Quella che una parte di americani avevano sognato; un nuovo welfare esteso a tutti coloro che, ora, non ne possono usufruire.

Le parole di Scheiner rispecchiano il pensiero dei settori più radicali dello schieramento progressista. I giochi però non li fanno loro, ma altri. In particolare, in questo momento, i congressmen democratici. Nonostante il progetto di Barack Obama abbia subito una
battuta d’arresto perchè verrà discusso solo a partire da settembre (e non prima di agosto, come aveva chiesto il presidente) qualche spiraglio di accordo si intravvede.
In particolare, al Senato, la Commissione Finanze avrebbe trovato un’intesa sulla copertura finanziaria della riforma: 900 miliardi di dollari in 10 anni per avere la copertura sanitaria per il 95% degli americani entro il 2015.
L’accordo non è stato ancora siglato, ma sembra che ci siano buone prospettive per arrivare a questo risultato. Anzi, secondo il presidente
della Commissione, il democratico Max Baucus, nel 2019, la riforma porterà i primi benefici per quanto riguarda la riduzione della spesa sanitaria.
La (parziale) intesa è giunta dopo che il potente capo dello staff della Casa Bianca, Rahm Emanuel, aveva incontrato la Speaker di Capitol Hill, Nancy Pelosi, e sei dei sette Blue Dogs, i democratici moderati, contrari alla riforma di Obama.
Superate le loro perplessità, in settembre, il cammino del progetto della Casa Bianca, potrebbe essere in discesa. Ma il condizionale è d’obbligo. I dubbi rimangono. Anche e soprattutto
nell’opinione pubblica. Dopo la conferenza stampa a reti unificate, Barack Obama ha ripreso il suo viaggio nell’America profonda to sell, per
“vendere come al supermarket” - come ha scritto un importante giornale - ” la sua riforma”. A Relaigh, nella Carolina del Nord, ha incontrato un gruppo di cittadini. Ha cercato di rassicurarli. Molti applausi, ma anche
molti dubbi.
Per Barack Obama, la riforma sanitaria, diventa sempre di più la pietra miliare della sua presidenza. E se avesse ragione il suo dottore personale? E se fallisse?
Michele Zurleni, giornalista, ha da diverso tempo una bandiera Usa sulla scrivania. La guarda e pensa alla forza che sprigiona: quella di guardare al futuro, anche in modo discutibile. Ma guardare avanti. Come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Ma Barack Obama è nato veramente il 4 agosto 1961 al Kapi’olani Medical Center di Honolulu, Hawaii, stella (stato) numero 50 degli Stati Uniti?
A otto mesi dall’insediamento alla Casa Bianca, la domanda, nonostante tutte le assicurazioni date dall’interessato, continua a girare sulla rete, sui blog e sui siti ultraconservatori, alimentando la teoria (della cospirazione) secondo la quale l’elezione di Obama dovrebbe essere annullata perchè lui non sarebbe nato negli Usa, ma altrove. E solo chi nasce sul suolo americano - o da cittadini statunitensi - può essere eleggibile alla più alta carica.
Il fuoco di fila di interventi sulla rete è stato così incessante, così diffuso e capillare che della questione, oltre ad averne dibattuto milioni di persone, ne hanno parlato anche i grandi network televisivi.
Qualche settimana fa ci sono state polemiche quando uno dei più famosi anchor della Cnn Lou Dobbs durante la sua trasmissione è sembrata dare credito ai dubbi sul luogo di nascita di Obama. I rumours si sono duplicati in vista del primo compleanno di Barack Hussein come presidente degli Usa. Tanto che un trasecolato Robert Gibbs, il portavoce della Casa Bianca, l’altro giorno ha dovuto rispondere a domande sul tema durante il quotidiano briefing con i giornalisti.
“Cosa può dire per far tacere una volta per tutte i Birthers (coloro che non credono che Obama sia nato negli Stati Uniti)?” gli ha chiesto un
cronista. E Gibbs, di solito compassato, è sbottato: “Ma perchè dobbiamo parlare di cose senza senso come questa?”
In realtà del tema ne ha discusso anche il Congresso. Due giorni fa, il repubblicano Michele Bachmann ha bloccato una risoluzione alla Camera dei rappresentanti in cui si proclamavano le Hawaii come luogo di nascita di Barack Obama.
La mozione era stata presentata per festeggiare il cinquantesimo anniversario dell’adesione dell’arcipelago agli Stati Uniti, ma nel testo, tra i motivi di gloria di quello stato, si indicava anche “l’aver dato i natali al 44°presidente”. Bachmann si è opposto e la mozione è stata approvata solo verbalmente.
I democratici sperano di ratificarla entro breve. Tanta attenzione alla questione è comprensibile.
Il sogno dei gruppi conservatori è che intervenga la Corte Suprema, chieda a Barack Obama di produrre il suo certificato di nascita orginale e, nella impossibilità di farlo, venga destituito.
Per arrivare a questo obiettivo una ventina di semplici cittadini o associazioni vicine al Partito Repubblicano hanno intentato cause legali contro Obama presso i tribunali di contea o statali. Molti di queste denunce sono state archiviate. Altre no. Famoso è il caso del riservista che si era rifiutato di partire per l’Afghanistan perchè, secondo lui, l’ordine del comandante in capo (Obama) non era valido in quanto ineleggibile.
Il soldato ha fatto causa, ma l’ha persa. I rumours, la teoria della cospirazione nasce dal fatto che Obama ha prodotto solo una copia del certificato di nascita e non l’originale.
Su di un pezzo di carta si alimenta il sogno (ma anche l’incubo) di coloro che vedono in Obama un personaggio troppo lontano, troppo alieno, troppo diverso dalla loro visione dell’America, dei suoi valori e della sua missione, per pensare di esser nati - loro e Barack Hussein - sulla stessa terra, sotto la stessa bandiera.
Michele Zurleni, giornalista, ha da diverso tempo una bandiera Usa sulla scrivania. La guarda e pensa alla forza che sprigiona: quella di guardare al futuro, anche in modo discutibile. Ma guardare avanti. Come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
È la Regina dei blogger liberal. Il suo Huffington Post è stato definito da un’inchiesta della prestigiosa rivista The New Yorker come “il più ambizioso tentativo di rinventare il giornalismo americano”.
Non c’è politico a Washington che non clicchi sul suo sito almeno una volta al
giorno. Non c’è cronista di altra testata che non acceda alla pagina web per confrontare le notizie e studiarne il taglio. Le sue battaglie sono state consacrate alla causa democratica e all’ascesa di Barack Obama, il quale ha contraccambiato, accreditando per la prima volta un giornalista di un (questo) blog alla sala stampa della Casa Bianca.
Ora Arianna Huffington, con un’intervista ad un altro importante web magazine, Politico Com, sembra voler imporre un’apparente lieve, lievissima, modifica di rotta alla sua creatura: “Non possiamo essere considerati una testate partigiana, schierata con il presidente” ha detto la fondatrice del sito. Sembrerebbe una prudente presa di distanza da Obama; l’inizio di un raffreddamento dopo gli entusiasmi della campagna elettorale e della vittoria nello scorso novembre. In realtà, più che una manovra di riposizionamento (politico) reale, l’annuncio sembra voler indicare un’operazione editoriale, volta soprattutto a indebolire la forza dei blog concorrenti, in particolare quelli conservatori.
L’articolo di Politico Com (web magazine bipartisan che, però, non risparmia critiche a Obama) è piuttosto esplicito. L’Huffington Post non sta allentando, ma anzi, sta stringendo ancora di più i legami con l’attuale amministrazione.
Una prova sarebbe l’assunzione di Dan Froomkin, un blogger licenziato dal Washington Post, dopo essere diventato famoso grazie alle sue note di fuoco contro George W. Bush. Ma contemporaneamente, il sito liberal per eccellenza, sembra voler strizzare l’occhio anche ai lettori di fede o tendenza repubblicana. I quali in modo sempre più frequente, accedono al blog, o addirittura ne usufruiscono, proponendo interventi e pezzi da pubblicare. Come è successo a Tom Coburn, senatore dell’Oklahoma, il quale per fare conoscere le sue critiche alla riforma sanitaria di Barack Obama non ha scelto quotidiani affini come il Wall Street Journal, o blog comel’ultraconservatore RedState, ma ha inviato il suo articolo al sito progressista confidando nella sua autorevolezza e nella sua capacità di penetrazione.
“E’ la prova del fatto che siamo considerati sempre di più un giornale che non fornisce notizie in modo ideologico” ha detto Arianna Huffington. Secondo Politico com, invece, si tratterebbe dell’ennesimo atto di opportunismo da parte della fondatrice, abituata a piccole grandi giravolte politiche. Iniziata la sua carriera in ambienti conservatori, sposata con un deputato repubblicano e grande sostenitrice della rivoluzione di destra di Newt Gingrich, la Huffington è poi passata ai salotti progressisti, prima di dare vita quattro anni fa al suo giornale, alternativa di sinistra al “numero uno” dei blog politici: Drudge Report. Partito con limitate risorse, ora l’Huffington Post conta su di una sessantina di dipendenti a tempo pieno e nello scorso dicembre ha avuto un’iniezione nelle sue casse di 25 milioni di dollari e ora, anche con il mutuo appoggio dell’amministrazione Obama, si propone come una vera e propria potenza politico-mediatica. Con un obiettivo: attirare sempre di più l’attenzione del pubblico, anche degli altri siti, Drudge Report in testa. La Guerra (editoriale) tra blog progressisti e quelli conservatori va avanti da tempo. Questa è solo l’ennessima, durissima battaglia.

Arianna Huffington, la regina dei blogger liberal
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