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“Uh-Ah, Zelaya no se va!” Gridano i sostenitori dell’ormai ex presidente dell’Honduras. E proprio quel “no se va” è all’origine del colpo di Stato militare nel paese centroamericano: il presidente eletto nel 2005 voleva cambiare la costituzione per garantirsi la possibilità di un nuovo mandato. La voglia di rielezione “perpetua” è un fattore che accomuna molti dei leader delle giovani democrazie dell’ America Latina, anche se vengono da un passato recente di dittature militari. Che siano socialisti bolivariani come Hugo Chavez o filo-statunitensi di destra come Alvaro Uribe, la tentazione di incollarsi alla poltrona più di quanto sarebbe auspicabile per l’alternanza democratica è presente nei desideri dei presidenti del continente. Forti del forte sostegno popolare, sono tentati dal colpo di mano, ma non sempre gli riesce, vediamo alcuni casi (guarda la Mappa):
Visualizza America Latina: i presidenti che vogliono l’elezione “a vita” in una mappa di dimensioni maggiori
Argentina:
C’è alternanza, ma non di cognome: da Nestor a Cristina, i Kirchner occupano la Casa rosada da quasi un decennio (verify). Secondo un’interpretazione condivisa da molti commentatori, l’ex presidente che ha risollevato il paese dopo la crisi economica del 2001 avrebbe favorito l’ascesa politica della moglie proprio per aggirare il vincolo del massimo di due mandati consecutivi alla guida del governo.
Venezuela:
Hugo Chavez ha cambiato addirittura il nome del paese, che adesso è una “repubblica bolivariana”. Al secondo tentativo, dopo il fallimento del 2007, è riuscito a far approvare un referendum con cui si garantisce la possibilità di essere rieletto presidente un numero “indefinito” di volte.
Colombia:
Alvaro Uribe, l’opposto ideologico di Chavez, forte dei suoi successi contro le Farc, ha pensato che fosse necessario presentarsi per un terzo mandato alle prossime elezioni, tra 11 mesi. Ma per ora ha trovato una dura opposizione dalla Corte di giustizia costituzionale che ha bocciato la proposta di un referendum.
Perù:
L’ex presidente Alberto Fujimori, negli anni ‘90, è stato artefice di un “autogolpe” con cui sciolse il parlamento e sospese le attività della magistratura. Fu rieletto nel ‘95 e per presentarsi una terza volta nel 2000 fece approvare una legge di “interpretazione autentica della Costituzione”. Vinse ancora, ma una serie di scandali economici e giudiziari lo costrinsero a fuggire dal paese. Vi ritornò in veste di imputato ed è stato recentemente condannato a 25 anni di reclusione.
Brasile:
Se Lula da Silva è stato rieletto con un consenso record (60% dei voti al primo turno), lo deve anche in parte al predecessore socialdemocratico Fernando Henrique Cardoso, che nel 1997 cambiò la Costituzione per potersi presentare alle elezioni dell’anno seguente.

Il presidente honduregno Manuel Zelaya Rosales
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Il golpe in Honduras si ripercuote in tutta l’America Latina. Lo spettro del ritorno dei colpi di stato militari mobilita gli internauti e i governi, contro un incubo che ricorda le dittature degli anni ‘70. Ma anche i governi della sinistra “bolivariana”, alleati del presidente deposto Manuel Zelaya sono sotto accusa per i loro leader sempre più accentratori. Zelaya, scacciato da casa sua a Tegucigalpa dai militari, è apparso ieri in Costa Rica e oggi ha parlato in una conferenza stampa dal Nicaragua a fianco dei presidenti della cosiddetta “Alleanza bolivariana delle americhe”, Alba: Hugo Chavez (Venezuela), Daniel Ortega (Nicaragua), Ernesto Correa (Ecuador) e il cancelliere cubano Bruno Rodriguez a nome di Raùl Castro. Chavez ha approfittato dell’occasione per uno dei suoi show, citando Fidel Castro e chiamando “Gorilletti” il neo presidente Micheletti. (Mentre Correa lo ha chiamato “Pinochetti“). Il link al video del discorso di Zelaya sta già facendo il giro della rete spinto da Twitter. Sul sito di “microblogging” vengono citate le parole del presidente dell’Honduras “Sono vivo per la grazia di Dio, avevo più di otto militari incappucciati che mi puntavano le armi in faccia” trovano sostenitori e oppositori.
Dal paese centroamericano arrivano report contrastanti: c’è chi parla di censura “Hanno bloccato la CNN e stanno dando partite di calcio”, “I militari sono nelle redazioni dei giornali”. Si lanciano appelli per uno sciopero generale, proclamato da domani da parte del principale sindacato Central General de Trabajadores. In Spagna sono state convocate manifestazioni davanti al consolato honduregno a Madrid per oggi pomeriggio.
Molti indicano i colpevoli del “complotto” ai danni del presidente eletto: “Sono le élites militari che temevano una svolta a sinistra”, ma c’è anche chi rispolvera la mano dei “gringos”: “è il primo golpe di Obama, sono stati addestrati dalla Cia”. Poco importa che il presidente americano e Hillary Clinton si siano premurati di non riconoscere il nuovo presidente e di dare solidarietà a Zelaya, i cospirazionisti sono già in moto.
Ma su Twitter trovano spazio anche i detrattori di Zelaya che vedono con favore il golpe: “Zelaya Rosales ha messo in pericolo lo stato di diritto”, “lasciate che Honduras risolva i suoi problemi e non immettetevi nelle nostre questioni interne”. Il presidente nominato dal parlamento Micheletti ha garantito che ci saranno elezioni generali per il 29 novembre. “Zelaya voleva farsi Dio dell’Honduras e per questo è stato deposto, la gente non è con lui” viene scritto in inglese sul sito “Ireport” che accusa Zelaya e Chavez di essere i responsabili della situazione. Ma almeno ufficialmente, dall’esterno nessuno sembra appoggiare i golpisti. I vicini del Salvador hanno mobilitato le forze armate alla frontiera. “Daremo una lezione indimenticabile a questa borghesia irresponsabile” tuona Chavez. Nei prossimi giorni si capirà se il vero bluff è quello dei militari o quello dei “bolivariani” al potere in buona parte dell’America Latina.
VIDEO: Proteste a Tegucigalpa, la capitale

Tutto il mondo ha osservato, chi con piacere, chi con smarrimento, la stretta di mano fra il caudillo venezuelano Hugo Chavez e il presidente americano Barack Obama. Dopo anni di tensioni e di relazioni deteriorate, in cui il capo di Stato socialista non è stato certo tenero con gli Usa (invitati letteralmente ad andarsene a quel Paese), a molti è sembrato un gesto storico, sia a Caracas che a Washington.
Chi invece non ci ha dato proprio peso è stata l’opposizione al Chavez, che dopo il referendum dei mesi scorsi (vinto con il 55 per cento dei voti) potrà essere rieletto presidente senza limiti di mandato. Un’opposizione frammentata, scottata dalla sconfitta elettorale e preoccupata per il suo futuro: lo scambio di doni al summit delle americhe in Trinidad e Tobago, per loro al momento non vuol dire nulla e, anche sui giornali di riferimento degli oppositori, è stata accolta freddamente. “La loro preoccupazione attuale - chiosa Francisco Toro sul Caracas Chronicles - è semplicemente di tenere i loro leader vivi e fuori di prigione”.
Fra i gruppi che ancora tengono testa compatti agli uomini del presidente, ci sono gli studenti, uno dei gruppi che più si è mobilitato nei giorni del referendum, scendendo in piazza e sfidando le classi meno abbienti, le più vicine al leader bolivariano. Più frammentata è l’opposizione politica: uno dei leader di riferimento, il sindaco di Caracas, ha visto i suoi poteri fortemente limitati a causa delle nuove disposizioni presidenziali e per un certo periodo non ha avuto nemmeno accesso al suo ufficio, occupato da manifestanti. Come lui, i capi dei vari stati del governo federale, si sono visti spogliare di molte competenze relative al budget e alla sicurezza, circostanza che li ha lasciati zoppi nella loro opera di opposizione a Chavez.
E che soprattutto li ha lasciati divisi su quali debbano essere i prossimi passi per continuare la loro battaglia. Proprio approfittando di questo, negli ultimi mesi, il presidente venezuelano ha dato un ulteriore giro di vite. “Anche se ha stretto la mano ad Obama - continua Toro - le cose non sono cambiate. La retorica estremista contro gli Stati Uniti può anche essere meno presente, ma nell’ultimo mese Chavez ha esplicitamente detto che “l’opposizione va piallata” e chi non è d’accordo con lui “sarà cacciato”. Bersagliati da una nuova repressione e sotto assedio, difficilmente i leader avranno tempo di guardare le foto del Presidente”. Dovranno piuttosto cercare una nuova linea comune per opporvisi.

L’ufficialità, per bocca di Tibisay Lucena, l’occhialuta presidente del Consiglio Nazionale Elettorale venezuelano, è arrivata in Italia pochi minuti dopo le tre di notte. Il “Sì” ha trionfato con il 54,36%, pari a oltre 6 milioni di voti, un milione in più dei “No” nel referendum costituzionale che ieri ha portato alle urne per la quindicesima volta in dieci anni la popolazione venezuelana. Risultato? Da oggi Hugo Rafael Chavez Frias può ricandidarsi all’infinito alla presidenza e restarci anche dopo il 2012, quando terminerà il suo attuale mandato.
“Uh, ah, Chavez no se va”. Il ritornello rivoluzionario con cui migliaia di venezuelani riuniti davanti al Palazzo presidenziale di Miraflores hanno festeggiato la vittoria del loro leader, l’ex tenente colonnello dei paracadutisti Hugo Chavez, è quello solito ma ieri sera, 15 febbraio 2009, è un giorno destinato a rimanere nella storia del paese sudamericano più ricco di petrolio e più “rivoluzionario” dopo la Cuba dei fratelli Castro.
Se la forza lo sorreggerà (ma ha 54 anni e scoppia di salute), se i suoi concittadini lo vorranno - sempre che il “modello socialista rivoluzionario bolivariano” mantenga l’attuale sistema democratico anche in futuro, Hugo potrà rimanere alla presidenza “a piacere”. Sino al 2019, o al 2025 o, magari, al 2031. “El pueblo unido jamas serà vencido”. Dopo l’inno nazionale Chavez canta assieme ai suoi anche la canzone resa celebre in Italia dagli Inti-Illimani, mentre nel cielo esplodono fuochi artificiali. Subito dopo, da un improvvisato “balcone del popolo”, Hugo saluta Fidel Castro, il suo idolo politico che dieci secondi dopo l’annuncio ufficiale della vittoria gli ha inviato un messaggio al telefono, dicendogli che la vittoria di Chavez “ha una dimensione tale da non poter essere misurata”. “Ha vinto il Sì. Ha vinto la verità sulla menzogna. Ha vinto la patria contro chi vende la patria. Ha vinto la dignità del popolo”, tuona Hugo dal “balcone del popolo”.
Chavez festeggia dal balcone del popolo
Poi un’ora e mezza di discorso acceso (breve visti i suoi standard) in cui cita più volte l’apostolo Paolo (“un guerriero di popoli”), la rivoluzione socialista e, naturalmente, Simon Bolivar. L’eroe del Sud America che proprio il 15 febbraio (ma di 190 anni fa) aveva pronunciato di fronte al Parlamento di Angostura, nella Guayiana, un discorso che oggi è più che mai attuale. “La continuità del potere di uno stesso individuo è stata spesso la fine dei regimi democratici… Il popolo si abitua ad obbedirgli e lui si abitua a comandarlo. Da qui trae origine la tirannia”, disse all’epoca Bolivar. Un discorso che, naturalmente, ieri sera Hugo Chavez ha cancellato dal suo repertorio di citazioni.

Prima, erano “cani, porci, rapaci e malvagi capitalisti” da cacciare, perché depredavano il Venezuela della sue ricchezze. Ora, le compagnie petrolifere occidentali sono le benvenute a Caracas: Chevron, Royal Dutch/Shell e Total, dopo essere state messe in un angolo con tasse e royalties sempre maggior man mano che il prezzo del greggio che saliva, avranno di nuovo accesso ad alcune delle riserve petrolifere più grandi del mondo.
Già, perché coi prezzi del petrolio in picchiata fino a 35 dollari al barile e con la produzione nazionale in declino, il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha optato per una decisa quanto pragmatica marcia indietro. «Se trattare nuovamente con le multinazionali dell’energia è necessario per la sua sopravvivenza politica, Chavez lo farà – ha spiegato al New York Times Roger Tissot, membro di Gas Energy, una società di consulenza brasiliana –. Non bisogna dimenticare che è un militare che capisce quando è necessario perdere una battaglia per vincere la guerra».
La posta in palio per il presidente socialista è riuscire a mantenere in piedi, nonostante la crisi finanziaria mondiale, tutti quei progetti sociali e di welfare che in questi anni sono stati finanziati con i proventi della vendita del greggio, che nel 2008 ha rappresentato circa il 93 per cento dell’export venezuelano. E siccome proprio su questi progetti Chavez ha costruito buona parte della sua popolarità e del suo appeal sulle masse, ora, a circa un mese dal referendum costituzionale che potrebbe garantirgli la possibilità di nuovi mandati presidenziali, il leader venezuelano è deciso a giocarsi il tutto per tutto.
Così, dopo anni in cui i suoi partner privilegiati erano le compagnie statali di Paesi come Bielorussia, Iran o Cina, è arrivata questa nuova e per ora timida apertura alle multinazionali private, che dovrebbero, grazie all’esperienza accumulata altrove, essere in grado di far crescere nuovamente la quota di produzione petrolifera di Caracas, calata dopo gli ultimi anni. Anche se le fonti ufficiali parlano di 3,3 milioni di barili al giorno, infatti, altre fonti, come l’Opec, di cui il Venezuela è membro, ritengono più verosimile una cifra vicina ai 2 milioni e mezzo.
«Ma un accordo su un pezzo di carta non vuol dire nulla, finché Chavez non cambierà le regole del gioco – ha chiosato un petroliere venezuelano, che ha richiesto di restare anonimo per paura di rappresaglie –. Non è un caso che da quando è al potere, ovvero negli ultimi dieci anni, in Venezuela non sia stato avviato nessun nuovo progetto di largo respiro».
Dopo la mezza sconfitta delle amministrative, arriva oggi a Caracas Dmitri Medvedev, il presidente russo che, oltre a firmare un accordo di cooperazione bilaterale per la costruzione di reattori atomici, ha il compito di portare un po’ di ossigeno al presidente “bolivariano” Hugo Rafael Chávez Frías e fargli sentire che, almeno sul piano internazionale, non è così isolato. La visita di Medvedev era stata annunciata in pompa magna dallo stesso leader del Venezuela in concomitanza con le dichiarazioni esplosive sui progetti atomici di Caracas.
“Energia atomica. Tecnologia russa per il Venezuela. Costruiremo reattori atomici!”, aveva detto la scorsa settimana Chávez, facendo preoccupare non poco i vicini e, soprattutto, Washington, considerata da Hugo la causa di tutti i mali del mondo. Inoltre, proprio oggi iniziano le esercitazioni navali congiunte della marina venezuelana con una flotta russa guidata dall’incrociatore “Pietro il Grande”, armato di missili a testata nucleare.
Delle aspirazioni atomiche dei rivoluzionari bolivariani e dell’alleanza russo-venezuelana Panorama.it ha parlato con Edward Luttwak, economista di formazione, scrittore affermato e tra i massimi esperti di geopolitica. Con un curriculum da fare invidia a chiunque si interessi di strategia militare, Luttwak, rumeno di nascita, cresciuto tra l’Italia e la Gran Bretagna, statunitense d’adozione, parla una serie infinita di lingue e, tra i tanti incarichi, è stato consulente del National Security Council statunitense, del Dipartimento di Stato Usa e del ministero del Tesoro giapponese.
Professor Luttwak, che ne pensa delle aspirazioni “nucleari” del presidente del Venezuela Hugo Chávez?
E’ normale che abbiano fatto scalpore. Detto questo la centrale nucleare non si farà perché per costruirla sono necessari molti anni e, assai prima, Chávez sarà già un brutto ricordo. Data l’inflazione venezuelana e la condizione disastrosa della popolazione che si è impoverita mentre il prezzo del petrolio era ai massimi storici, le cose a Caracas sono destinate a cambiare prima di ogni possibile minaccia atomica.
Quindi a suo avviso non c’è il rischio che il Venezuela diventi una potenza atomica?
Molto prima che si proceda a questa centrale nucleare, molto prima che si compiano i primi passi, l’accordo russo venezuelano sarà già dimenticato.
Il presidente Medvedev arriva oggi in Venezuela proprio il giorno in cui iniziano le esercitazioni navali tra Mosca e Caracas nel Mar dei Caraibi, un evento senza precedenti. Inoltre la Russia è il maggior venditore di armi a Chávez che, comunque, l’annuncio “nucleare” l’ha fatto. Che idea si è fatto?
Che quando il Venezuela compra armi russe si tratta di un teatrino populista senza alcuna rilevanza strategica.
In che senso?
Perché quelle vendute da Mosca sono armi non funzionali, che forse potranno essere utilizzate per spaventare un po’ di borghesi venezuelani. Soprattutto quando finiscono nelle mani di una milizia male addestrata come quella chavista che al massimo sparacchierà in giro nelle strade del paese causando qualche danno. Ma, le ripeto, non è una cosa seria. Queste come l’annuncio “atomico” sono bambinate che non racchiudono in sé nessuna minaccia strategica per Washington.
Qual è l’obiettivo di Chávez allora?
Adottare la strategia tipica dei dittatori populisti, cioè quella della diversione esterna per togliere il focus dai gravi problemi interni che, nel suo paese, purtroppo, non è stato capace di risolvere. Chávez del resto rappresenta un fenomeno già visto.
Ossia?
Quello del populismo sudamericano che inizia sempre quando c’è qualcosa in cassa da dividere e da portare via. In questo caso si è trattato dei guadagni del petrolio che purtroppo non sono stati spesi né per mantenere la capacità industriale della Pdvsa (l’industria petrolifera statale, ndr) né per investire nel futuro del paese con l’educazione. Invece di puntare su questi fattori sono state distribuite somme “a piacere”.
A chi?
A quelli che mettono la camicia rossa e inneggiano al dittatore populista, ai militari, ai soci d’affari, ai famigliari di Chávez, agli amici della sua famiglia, agli agitatori del partito, ai politicanti e persino a qualche straniero che è venuto a “mangiare” al tavolo della “rivoluzione bolivariana”. È una brutta storia perché in Venezuela ogni 20, 30 anni c’è un boom petrolifero. Il primo è stato usato per costruire tutti gli edifici e le strutture che si vedono oggi a Caracas mentre questo è andato in fumo. È stata una grande occasione sprecata.
Dal punto di vista internazionale qual è oggi il ruolo del Venezuela?
Visto da Washington Chávez non è mai stato preso sul serio. Perciò non c’è mai stata una reazione statunitense a tutte le dichiarazioni pazzoidi sulla fantomatica invasione americana e gli ipotetici tentativi di assassinio contro il leader “bolivariano” denunciati dallo stesso Chávez. Caracas è stata sempre lasciata in pace perché le dichiarazioni del suo presidente non contano e sono considerate delle pagliacciate totali.
Perché Mosca si presta dunque alle “pagliacciate” di Caracas?
Perché anche il regime di Putin ha bisogno di nemici per giustificare la sua deriva autoritaria. E allora si unisce a Chávez. Entrambi necessitano di distrazioni esterne per fini interni. Ma non c’è niente di serio nei rapporti con il presidente “bolivariano”, né nelle esercitazioni navali congiunte tra Venezuela e Russia.
Cambierà qualcosa con la nuova Casa Bianca?
La Marina russa e quella venezuelana non rappresentano affatto una minaccia strategica per gli Stati Uniti. Sa, per la Marina Usa affondare entrambe sarebbe questione di 5 minuti. Anzi basterebbe la Guardia Costiera, senza neanche bisogno di far intervenire la Marina.

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All’indomani delle elezioni amministrative venezuelane il presidente Hugo Chavez ha dichiarato nuovamente di voler cancellare dalla costituzione la norma che limita a due i possibili mandati presidenziali. L’obiettivo del caudillo venezuelano, al potere dal 1999, è in realtà quello di poter essere rieletto anche nel 2012, quando dovrebbe essere eletto per la quarta volta consecutiva, ed evitare di fatto tutti i limiti temporali alla sua rielezione. Lo scorso anno fu bocciato un referendum popolare per emendare 69 articoli della Costituzione del 1999, voluta dallo stesso Chavez, che limitavano di fatto temporalmente i poteri presidenziali e avrebbero dato nuovo slancio alla trasformazione del Venzuela in una Repubblica socialista.
Per l’osservatore distratto di cose sudamericane, le elezioni amministrative che ieri dovevano scegliere 22 governatori e oltre 300 sindaci sono state un trionfo per il presidente Hugo Rafael Chávez Frías. Il partito “rojo rojito” da lui fondato un paio di anni fa, ovvero il PSUV, è stato quello che ha ottenuto il maggior numero di voti e su 22 stati (l’equivalente delle nostre regioni) ne ha portate a casa 17. Andando al di là del proprio naso, tuttavia, e analizzando il quadro che esce dal voto di ieri, ben si capisce come non siano tutte “rose e fiori” per l’ex tenente colonnello dei paracadutisti e come la sua “rivoluzione bolivariana” esca de facto più debole rispetto a quattro anni fa.
Alle amministrative del 2004, infatti, l’opposizione aveva conquistato appena due stati, Zulia, la cui capitale Maracaibo dopo Caracas è la città più importante del paese, e Nueva Esparta, nella parte orientale del paese. Oggi, oltre a questi che si sono confermati anti-chavisti, se ne sono aggiunti altri tre: Miranda, dove alcuni feudi tradizionalmente chavisti sono caduti, Carabobo e Tachira (anche se qui mancherà l’ufficialità sino a stasera essendo ancora in corso lo scrutinio).
Inoltre Chavez e i suoi hanno perso il “Distrito Capital”, ovvero la capitale Caracas, anch’essa strappata dall’opposizione al PSUV. La sconfitta di Aristobulo Isturiz, candidato chavista per il governo della capitale, rappresenta il colpo più duro per il presidente “bolivariano” che nei prossimi quattro anni sarà costretto, volente o nolente, a dialogare e fare i conti con il candidato dell’opposizione che ha trionfato, ovvero il neoeletto sindaco Antonio Ledezma. Insomma, mentre l’apparato governativo festeggia l’opposizione, in realtà, ha vinto nelle zone più ricche e popolate del Venezuela, basti pensare che Miranda, Zulia, Distrito Capital, Carabobo e Tachira riuniscono da sole oltre la metà della popolazione del paese.
“Andatevene a fare in c… yankee di m…”. Con questa frase, ripetuta più volte ieri sera poco dopo le 19, oltre l’una di notte in Italia, il presidente del Venezuela Hugo Rafael Chávez Frías ha intimato all’ambasciatore degli Stati Uniti di lasciare, entro 72 ore, il paese sudamericano. Teatro dell’ennesimo discorso infiammato di Chávez la città di Puerto Cabello, nello stato centrale di Carabobo, dove il presidente è intervenuto per “caricare” i membri del Psuv, il Partito socialista unito del Venezuela, in vista delle elezioni amministrative che si terranno il prossimo 23 di novembre. Una decisione radicale e spiegata da Chávez come un atto di solidarietà nei confronti del governo boliviano di Evo Morales che due giorni fa aveva dichiarato “persona non grata” l’ambasciatore Usa Philip Goldberg, accusato di appoggiare i disordini scoppiati recentemente in alcune province boliviane che, da circa due anni, si oppongono al governo centrale di La Paz. “Ci informano ora che il Dipartimento di Stato statunitense ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore boliviano dal suo territorio”, ha detto Chávez aggiungendo che “da oggi il Venezuela comincia a riconsiderare le sue relazioni diplomatiche con il governo statunitense”.
Una breve pausa e poi, in pieno effluvio di parole di fronte alla folla osannante, il leader bolivariano ha tuonato: “Ho appena parlato con il ministro degli Esteri Nicolas Maduro e perché la Bolivia sappia che non è sola a partire da questo momento l’ambasciatore yankee ha 72 ore per lasciare il paese. In solidarietà con Bolivia, il suo popolo e il suo governo”. Dopo avere annunciato il ritiro immediato dell’ambasciatore venezuelano a Washington, “prima che lo caccino”, Chávez ha detto che manderà un nuovo ambasciatore negli Usa solo “quando là ci sarà un nuovo governo che rispetti i popoli latinoamericani, che rispetti l’America di Simon Bolivar. Andatevene a fare in c… yankee di m… Perché qui c’è un popolo degno, un popolo degno, yankee di m… Andate a fare in c… cento volte. Noi siamo qui, i figli di Bolivar, i figli di Guaicaipuro, i figli di Túpac Amaru, siamo decisi ad essere liberi”. Insulti pesanti e accuse, come nello “stile” del presidente del Venezuela. “Responsabilizzo di tutto questo e di ciò che potrà accadere il governo statunitense che sta dietro a tutte le cospirazioni contro i nostri popoli”, ha continuato Chávez, aggiungendo una “minaccia petrolifera”. “Se ci sarà una qualsiasi aggressione al Venezuela non ci sarà petrolio né per il popolo né per il governo statunitense. Noi, yankee di m…, sappiatelo, siamo decisi ad essere liberi, accada quel che accada e costi quel che costi. Basta della tanta m… vostra, yankee! Come dicono i nostri fratelli arabi, inshallah, salam aleikum, voglia Dio che un giorno il popolo statunitense abbia un governo con cui si possa conversare e che rispetti i popoli latinoamericani, perché noi meritiamo rispetto”. Per la cronaca, nel suo discorso di tre minuti sul tema, il presidente si è rivolto nei confronti del governo Usa per sei volte con insulti pesanti ed espliciti in diretta tv, una media di una parolaccia ogni trenta secondi. Un record difficilmente battibile e che riporta Chávez al centro della scena internazionale per le sue “intemperanze verbali” dopo il “porque no te callas”, ovvero il “perché non stai zitto” con cui Re Juan Carlos cercò di zittirlo lo scorso settembre.
Il presidente venezuelano Hugo Chávez è volato a Mosca per fare shopping di armamenti. Durante la permanenza nella capitale russa Chávez ha incontrato il presidente Dimitri Medvedev e il primo ministro Vladimir Putin ma, soprattutto, ha siglato accordi per l’acquisto di sistemi missilistici terra-aria e di tre sottomarini, per un totale di un miliardo di dollari, pari a circa 600 milioni di euro: cifre confermate da “fonti del complesso militare-industriale” russe. Chávez ha anche lanciato un appello affinché Venezuela e Russia diventino partner strategici in due settori: petrolio e difesa. Un’alleanza che, a detta del presidente venezuelano, ha lo scopo di proteggere la sovranità di Caracas dalle minacce statunitensi.
Ma quali sono i rischi di questo nuovo, l’ennesimo, shopping bellico chavista? Nel suo rapporto 2008, l’Istituto internazionale di indagini per la pace di Stoccolma (Sipri) rende noto che “il volume dei trasferimenti internazionali di armi verso il Sud America è stato, nel periodo 2003-2007 del 47% superiore a quello registrato nel quinquennio 1998-2002”, anche se aggiunge che al momento “è improbabile che la regione sia protagonista di una corsa agli armamenti come la si intende classicamente”. Il Sipri è una delle voci più rispettate al mondo in merito alla questione armamenti e, nello specifico, non lancia un “allarme Venezuela”.
A differenza, per esempio, dell’altrettanto qualificato Servizio di Inchiesta del Congresso statunitense che, in un recente studio, ha sottolineato la gravità dei 4,4 miliardi di dollari Usa investiti da Chávez nell’acquisto di armamenti tra 2003 e 2006, il 90% dei quali dalla Russia di Medvedev e Putin. Con Chávez il Venezuela si è trasformato nel paese che, a detta degli osservatori, può risvegliare il fantasma della corsa alle armi in America Latina. Un fantasma che la visita a Mosca sembra rendere sempre più reale. Se, infatti, negli ultimi anni gli acquisti erano stati 100mila fucili Kalashnikov e svariati sottomarini di classe Kilo e Amir con 6mila miglia di autonomia, a portare Chávez a Mosca questa volta sono stati soprattutto i sistemi digitali di difesa aerea e di intelligence.
Dopo la Russia il leader venezuelano sarà dal 23 luglio in Bielorussia per poi volare in Portogallo e Spagna dove vedrà Juan Carlos. Obiettivo? Fare la pace con il re dopo l’oramai famosa frase “Por que no te callas”, ovvero “perché non chiudi la bocca” rivoltagli dal sovrano iberico durante il vertice iberoamericano di Santiago del Cile, lo scorso settembre. Staremo a vedere ma, sicuramente, anche questa volta ci sarà di che scrivere.
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