Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

Ricordate la polemica sollevata dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, con la proposta di armare i quattro i jet AMX italiani di bombe per allinearli agli altri aerei da guerra alleati schierati in Afghanistan? Tanto rumore per nulla perché la Difesa sembra aver deciso di non cambiare nulla, lasciando cioè ai cacciabombardieri italiani la possibilità di fare solo i ricognitori o, in caso di emergenza, di rischiare di farsi abbattere da un kalashnikov talebano per mitragliare a bassa quota con il cannoncino come facevano 70 anni fa gli aerei della Seconda Guerra Mondiale.
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(Credits: Gianandrea Gaiani)
Una tempesta in un bicchier d’acqua. Si è risolto in un flop il dibattito parlamentare sulla missione in Afghanistan nel quale si doveva discutere sulla possibilità di dotare di bombe gli aerei della nostra Aeronautica.
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(Credits: Ufficio PI RC-West)
L’Italia forse armerà i suoi cacciabombardieri in Afghanistan ma al Vertice Nato di Lisbona del 19 novembre cercherà di strappare agli alleati il ritiro più rapido possibile del contingente militare da Herat. Almeno questa è l’impressione che si ricava dalle ultime dichiarazioni del ministro della Difesa Ignazio La Russa.
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(Credits: AP Photo/Riccardo De Luca)
Su questo blog abbiamo in più occasioni sottolineato le ragioni per le quali è importante dotare di armi (bombe e missili) gli aerei dell’Aeronautica italiana schierati in Afghanistan, 4 cacciabombardieri Amx e 3 velivoli teleguidati
Predator.
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Dopo l’Iraq gli Stati Uniti si apprestano a varare una “exit strategy” anche per l’Afghanistan. La nuova strategia, che sarà illustrata il 31 marzo alla Aja, si baserà, secondo le indiscrezioni, su un approccio regionale che punti a coinvolgere, nella lotta contro il terrorismo islamico e le fazioni filo-Al Qaeda, anche le Nazioni circostanti e i gruppi locali e i capi clan finora considerati affini ai gruppi radicali in armi. E tutto questo mentre secondo il britannico Guardian il presidente e gli alleati europei intendono creare in Afghanistan la figura di un primo ministro per depotenziare Hamid Karzai, il presidente afghano cui sarà anche tolta la gestione degli aiuti economici che non saranno più gestiti dal governo centrale ma dalle province. Da Kabul il portavoce di Karzai ha liquidato l’indiscrezione come “priva di senso” ma l’impressione è che ormai, tra Karzai e l’Amministrazione americana, il rapporto sia ormai logoro. E il sospetto che il fratello del presidente afghano sia uno dei più grandi narcotrafficanti d’oppio di tutto l’Afghanistan non ha certo aiutato uno sviluppo positivo della relazione tra Kabul e Washington.
Vediamo però che cosa ha detto di preciso il nuovo presidente Usa. Parlando alla trasmissione della Cbs ‘60 minutes’ Obama ha sostenuto che “non si può pensare che un approccio esclusivamente militare in Afghanistan possa risolvere tutti i nostri problemi. Dobbiamo avere una strategia globale. E deve esserci una strategia di uscita. Si deve dare la sensazione che non si tratti di un impegno senza fine”. La priorità numero uno non cambia per Obama, ma questa volta c’è una svolta molto netta sul piano tattico rispetto alla war on terror di Bush: “Assicurarsi che Al Qaeda non possa attaccare gli Stati Uniti, gli interessi statunitensi e dei nostri alleati”. Per raggiungere questo obiettivo occorre “rafforzare l’economia afghana” e “rafforzare i nostri sforzi diplomatici in Pakistan” con “un approccio più regionale” del problema afghano “insieme ai nostri alleati”. Sul piano operativo gli Usa invieranno altri 17mila soldati e porteranno le forze afghane dagli attuali 200.000 uomini a quota 400.000 tra esercito e polizia. A Bruxelles l’inviato speciale Usa per l’Afghanistan e il Pakistan Richard Holbrooke ha incontrato il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer cui ha “delineato a grandi linee il piano Obama”, ha spiegato il portavoce dell’Alleanza James Appathurai. Nel pomeriggio Hollbrooke vedrà anche il 26 ambasciatori.

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“Consistenti aliquote di talebani sfuggono la pressione delle forze britanniche, Usa e canadesi nel sud dell’Afghanistan migrando verso il settore occidentale, area di responsabilità del contingente italiano”. L’allarme lanciato dall’intelligence italiana nella relazione semestrale del Dis (Dipartimento informazioni per la sicurezza) conferma il crescente deterioramento della sicurezza in Afghanistan e nel settore presidiato dal contingente italiano dove si preannunciano una primavera e un’estate molto calde. Il settore italiano vede “un deciso incremento delle presenze e delle attività insorgenti non solo nelle province di Farah e Badghis, ma anche in quella di Herat, sede del Comando regionale Ovest“.
A rendere più accogliente per i talebani il settore occidentale contribuisce la più scarsa presenza militare: appena 3.500 militari alleati e altrettanti afghani contro i 25.000 alleati e 30.000 afghani schierati nel sud. Una differenza che si traduce in una più ampia capacità di manovra dei miliziani su un territorio certo meno controllato. Anche per questo è previsto l’arrivo di rinforzi italiani: un battaglione della Folgore sarà presto schierati a Farah con un reparto di elicotteri mentre gli USA valutano di schierare nell’Ovest una brigata di fanteria aeromobile con 3.000 soldati che fa parte dei 17.000 rinforzi promessi dal presidente Obama.
Gli sviluppi del conflitto preoccupano USA ed europei e ieri il vicepresidente Joe Biden ha evidenziato intervenendo al Consiglio Nord Atlantico, come la Nato “ora non sta vincendo, ma la guerra è lungi dall’essere persa”. Artifici dialettici che tengono conto delle diverse strategie in gioco. Se ai talebani per vincere è sufficiente continuare a combattere evitando l’annientamento, per gli occidentali i tempi entro i quali conseguire il successo sono molto importanti per evitare che il logorio politico e militare di un conflitto senza sbocchi induca molti Paesi a ritirare i contingenti. E non mancano le polemiche interne alla Nato tra gli alleati che combattono realmente i talebani e quelli che pongono limiti ad azioni offensive o all’impiego in prima linea o nelle aree più calde. La Danimrca, che schiera 700 soldati a Helmand con i britannici e ha avuto 22 caduti dal 2002 ha accusato molti partners di non fare abbastanza in Afghanistan. Il ministro degli esteri, Stig Moeller, ha detto chiaramente che “alcuni Paesi non contribuiscono a sufficienza in rapporto alla dimensione del proprio Paese e questo è insostenibile”. La Danimarca e la Gran Bretagna, per esempio, hanno in Afghanistan una quantità di soldati pari a uno per 7.200 abitanti, mentre la Germania e la Francia ne hanno uno ogni 20.000, l’Italia uno per 25.000, la Spagna uno su 50.000 e la Turchia uno ogni 100.000.
Secondo Biden i talebani irriducibili rappresentano solo il 5% del movimento. Il 25% è incerto sul suo impegno tra le file dei ribelli, mentre il restante 70% è coinvolto solo per “via del denaro, perchè ben pagato”. Percentuali difficili da verificare mentre anche l’ennesima apertura al negoziato con i cosiddetti “talebani moderati” di Barack Obama potrebbe essere votata all’insuccesso, interpretata dagli jihadisti come un segnale di debolezza e respinta dagli stessi talebani come “priva di logica”. In vista della battaglia estiva, forse decisiva per le sorti del conflitto, i talebani hanno serrato i ranghi riunendo sotto un’unica organizzazione anche i tre movimenti del Waziristan pakistano, tradizionalmente rivali ma che hanno risposto positivamente all’appello del mullah Omar per concentrare gli sforzi contro le truppe straniere in Afghanistan.
Ai rapporti che evidenziano un numero mai così elevato di vittime civili (oltre 2.000 l’anno scorso) e di militari (51 i caduti alleati dall’inizio dell’anno) si aggiungono valutazioni politiche sempre più improntate al pessimismo nonostante il conflitto afghano rimanga “a bassa intensità”. Se si escludono alcune azioni spettacolari come l’attacco simultaneo al ministero dell’Istruzione, quello di Giustizia e alla sede dell’amministrazione delle carceri di Kabul, l’11 febbraio scorso, la minaccia talebana si manifesta soprattutto con attentati suicidi o ordigni stradali.
Secondo la Defence Intelligence Agency nel 2008 gli attacchi con ordigni rudimentali sulle strade afghane sono aumentati del 55% rispetto a un anno prima, mentre gli attacchi suicidi sono cresciuti del 21% e quelli con armi leggere del 33%.
“Il numero delle vittime e il logoramento delle truppe non possono che aumentare”, ha osservato il maggiore Sebastian Morley, ex comandante dello squadrone di forze speciali britanniche dello Special Air Service schierato in Afghanistan dimessosi nell’autunno scorso per denunciare le carenze dei suoi uomini in fatto di equipaggiamenti. “Teniamo piccole porzioni di terreno nella provincia di Helmand e mentiamo a noi stessi se pensiamo che la nostra influenza superi i 500 metri al di là delle nostre basi”. “Usciamo in operazioni, ci azzuffiamo con i Taleban e rientriamo al campo per il tè. Non controlliamo il territorio”.
A preoccupare i comandi militari alleati è soprattutto la scarsa credibilità delle istituzioni afghane: troppo deboli per controllare il territorio, troppo corrotte per acquisire il consenso popolare e soprattutto nel sud e nell’est, troppo colluse con narcotrafficanti e con gli stessi talebani per poterne arginare la minaccia. Nelle scorse settimane sono iniziate a Hellmand le operazioni antidroga ordinate dalla Nato che hanno visto un intero battaglione di marines britannici distruggere quattro laboratori di lavorazione dell’oppio e sequestrare droga per 50 milioni di sterline. Un duro colpo ai narcos che rischia però di restare isolato considerato che solo pochi paesi della Nato hanno deciso di combattere produzione e traffico di droga mentre la gran parte (inclusa Italia, Francia, Germania e Spagna) si sono rifiutati di coinvolgere i propri militari in una campagna che si preannuncia difficile e rischiosa. Eppure narcos e talebani costituiscono le due facce della stessa medaglia e i jihadisti incassano non meno di 100 milioni di dollari all’anno per la protezione offerta alle coltivazioni di oppio, alle raffinerie e ai convogli dei narcos.
Vi convince l’idea di Obama di negoziare con i talebani moderati per la pace in Afghanistan?
Washington si appresta a inviare 30 mila rinforzi in Afghanistan per imprimere una svolta nella guerra ai talebani e Al Qaeda e chiede agli europei di contribuire efficacemente in termini di impegno bellico. Poche le risposte positive giunte finora dai partners della Nato che costituiscono l’ossatura della forza di 55.000 soldati schierata in Afghanistan insieme a 12.000 soldati, quasi tutti americani, dell’operazione Endurung Freedom. Londra invierà altri 300 soldati portando a oltre 9.000 unità il suo contingente, secondo solo a quello statunitense. Parigi, Berlino e Madrid hanno già fatto sapere che non intendono aumentare le forze già schierate in Afghanistan mentre la Polonia ha addotto motivazioni economiche per giustificare il mancato invio di 600 rinforzi promessi nel settembre scorso al suo contingente di 1.600 soldati.
Più difficile da decifrare è la posizione dell’Italia. Silvio Berlusconi, nel recente colloquio telefonico con Barack Obama, ha dichiarato che “l’Italia non si tirerà indietro” mentre il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha ribadito che dopo il rafforzamento da 2.400 a 2.800 militari recentemente approvato non sono previsti a breve ulteriori incrementi in una missione definita “pericolosissima”.
Rinforzi costituiti da altri tre team di consiglieri militari che affiancano le truppe afghane e dagli alpini del 7° reggimento già in parte schierati nella provincia calda di Farah dove sempre più spesso le forze alleate combattono contro le milizie talebane e dei narcotrafficanti. Un’area che, come ha detto ieri La Russa intervistato da Lucia Annunziata su Rai Tre, “non ha niente di meglio rispetto alle zone più pericolose dell’Afghanistan”.
L’intero settore occidentale sotto comando italiano si sta surriscaldando come ha confermato il generale Paolo Serra, alla testa di 3.000 militari alleati schierati nell’ovest, che sempre nella trasmissione “Mezz’ora” ha ammesso un forte incremento delle attività nemiche.
“Abbiamo ricevuto in due mesi 30 tentativi di attentato: l’anno scorso, nello stesso periodo, erano stati meno della metà. C’è stato quindi un aumento del 56%”. Al rafforzamento delle truppe italiane con il nuovo “battle group” alpino potrebbero unirsi in primavera anche un’altra mezza dozzina di elicotteri, in parte da attacco e in parte da trasporto mentre anche gli americani valutano di inviare in questo settore una brigata di 3.000 soldati, probabilmente di fanteria aeromobile, pari al 10 per cento dei rinforzi Usa destinati all’Afghanistan nel 2009.
Truppe che “saranno le benvenute poiché possono entrare nel territorio di nostra competenza e migliorarne il controllo”ha detto il generale Serra che già ha ai suoi ordini circa 500 militari americani. Non vengono escluse modifiche alle restrizioni ancora poste all’impiego delle truppe italiane che non possono condurre azioni offensive. Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri, Franco Frattini, non ha escluso la rimozione di questi limiti mentre La Russa ha ribadito che se la natura della missione in Afghanistan dovesse cambiare il governo ne renderebbe conto alle Camere.
Certo, il deciso potenziamento delle truppe alleate in quest’area (erano 2.500 in dicembre, ora sono 3.000 e raddoppieranno presto, più altri 3.000 militari afgani) dimostra quanto sia considerata pericolosa l’infiltrazione talebana dalla provincia meridionale di Helmand. Del resto in primavera, quando i parà della Folgore sostituiranno gli alpini della Julia, è attesa una nuova offensiva alleata contro i santuari talebani soprattutto a Shindand (provincia di Herat), Farah e nel nord della provincia di Badghis. Proprio in quest’ultima provincia ieri un raid aereo americano ha ucciso il capo talebano Ghulam Dastagir e gli altri otto miliziani. Dastagir guidava i ribelli in questa provincia presidiata da truppe italiane e spagnole ed era responsabile dell’attacco lanciato lo scorso novembre a un convoglio dell’esercito afgano, costato la vita a 13 soldati.

La visita a Roma del generale David Petraeus, da fine ottobre alla testa del Central Command americano in Afghanistan e Iraq, prelude alla richiesta di un maggiore impegno italiano nelle operazioni militari alleate in Afghanistan, dove i taliban - secondo il pensatoio occidentale Icos - sono arrivati a controllare il 72% del territorio (contro il 54% del 2007).
L’uomo che ha saputo elaborare la dottrina antiguerriglia rivelatasi vincente nel conflitto iracheno illustrerà i punti salienti della nuova strategia messa a punto dal Pentagono in Afghanistan e già preannunciata dal Segretario di Stato, Condoleeza Rice. Una strategia che incontrerebbe il favore anche del presidente-eletto Barack Obama tornato a chiedere un maggior ruolo europeo nei combattimenti a Kabul. Petraeus, che ha espresso “grande apprezzamento” per il lavoro che l’Italia svolge sullo scenario afghano e per il contributo italiano nello scenario internazionale, ha avuto modo di discutere l’impegno dell’Italia in un incontro di oltre un’ora tenutosi venerdì a Washington con l’ambasciatore italiano negli Usa, Giovanni Castellaneta. Ma a Roma il generale incontrerà il premier Silvio Berlusconi, quello della Difesa Ignazio La Russa, e domani il ministro degli Esteri Franco Frattini che negli ultimi tempi hanno precisato che i rinforzi non devono essere chiesti all’Italia (sesto contributore dello sforzo della NATO in Afghanistan dopo USA, Gran Bretagna, Germania, Francia, e Canada) bensì ai numerosi stati europei che schierano contingenti solo simbolici e chepotrebbero certo fare di più.
Più che un maggior numero di truppe, è probabile che Petraeus chiederà all’Italia di abrogare alcune limitazioni che impediscono l’impiego delle forze italiane in azione offensive come nel caso dei 4 bombardieri Tornado da pochi giorni giunti in Afghanistan ma relegati a soli compiti di ricognizione e non di attacco ai talebani. Al centro dei colloqui romani ci sarà anche la situazione in Libano, dove l’Italia ha il comando della forze di caschi blu, e in Iraq dove Roma ha già confermato il prolungamento delle attuali missioni addestrative rivolte alle forze di Baghdad. Probabile infine che all’Italia venga chiesto di rientrare a far parte della forza navale di Enduring Freedom attiva nell’Oceano Indiano per il monitoraggio anti-terrorismo e ora anche contro la pirateria somala. Da quella flotta alleata, della quale l’Italia ebbe anche il comando, le nostre navi vennero ritirate nel dicembre 2006 per decisione del governo Prodi.
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