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(Credits: Epa/Mohamed Omar)

Altri due morti in Egitto, uccisi dai proiettili delle forze di sicurezza nella città di Suez. Gli scontri che hanno fatto 74 vittime allo stadio di Porto Said, si sono trasferiti nelle piazze. Anche al Cairo, in migliaia protestano per le strade contro i militari.
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Manifestante lancia pietre (Ansa/EPA/Mohamed Omar)
L’Egitto si prepara a una nuova giornata di sangue e scontri mentre il premier fa un passo indietro, a una settimana dalle elezioni. Gli attivisti egiziani hanno sollecitato nuove e più incisive proteste per oggi per porre fine al governo dei militari. In ventimila sono scesi in piazza Tahrir al Cairo nella notte nonostante da sabato scorso siano morte almeno 24 persone nelle proteste, secondo il bilancio ufficiale delle vittime; stando ad altre fonti i morti sarebbero almeno 33, mentre i feriti si contano a centinaia. Continua
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(Credits: Ap Foto/Mohammed Abou Zaid)

Secondo Al Jazeera è di cinque morti e più di 800 feriti il bilancio degli scontri che hanno scosso Il Cairo per tutta la notte. In azione, su cammelli e cavalli, i fedelissimi di Hosni Mubarak, che hanno attaccato i manifestanti in piazza Tahrir. Lancio di pietre, incendi e spari. Hillary Clinton chiama il vice presidente Suleiman.
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(Ap Foto/Lefteris Pitarakis)

L’Egitto si prepara alle manifestazioni di oggi, che prenderanno inizio subito dopo la preghiera del venerdì. Il presidente Hosni Mubarak teme il peggio. Nella notte è stato bloccato internet in tutto il Paese e sono continuati gli arresti degli oppositori.
Maxi retata dei Fratelli Musulmani; secondo l’avvocato Abdel-Moniem Abdel-Maksoud, almeno otto figure di spicco dell’organizzazione sono state arrestate all’alba in una serie di raid. Tra le persone portate in carcere ci sarebbero anche i portavoce Essam El-Erian, Mohamed Mursi e Hamdy Hassan.
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D’accordo, è un pacifista di lungo corso, uno scrittore schierato nettamente a sinistra che non ha mai lesinato critiche anche aspre ai dirigenti della destra israeliana. Insomma, si sa da che parte sta. Questa volta, però, su La Stampa, Abraham Yehoshua ha centrato il cuore del problema.
Nel discorso di ieri al Cairo Obama ha detto agli uomini di Netanyahu quello che nessun presidente americano aveva mai osato dir prima: che Israele sta sbagliando sulla politica degli insediamenti nella West Bank, che l’America non volterà le spalle alle aspirazioni nazionali dei palestinesi e che la promessa di un semplice autogoverno amministrativo dei Territori che immagina Netanyahu non è sufficiente. Occorrono secondo Obama - come voleva il vecchio Rabin - due Stati, uno di fianco all’altro, nella pace e nella sicurezza. E occorre riconoscere che “i palestinesi soffrono da sessant’anni nella ricerca di una patria e vivono una situazione di umiliazioni quotidiane intollerabile”.
Non è un caso che, ieri, dopo aver vivisezionato i passaggi di Obama sull’Iran e sui palestinesi, il più indispettito, secondo le indiscrezioni, fosse proprio il premier del Likud. E non è un caso che i dirigenti di Hamas abbiano invece accolto con qualche favore i “toni nuovi” di un presidente che “ha finalmente abbandonato la retorica che contraddistingueva il suo predecessore”. Tutto questo dopo che la platea (musulmana) presente all’Università del Cairo aveva omaggiato il discorso del presidente Usa con un boato di applausi e sorrisi. Vuol dire che l’asse Israele-Stati Uniti è entrata in crisi? Tutt’altro. Eppure, se le parole hanno ancora un senso, ora che a Gerusalemme c’è un governo di destra considerato molto vicino ai coloni della West Bank, quel rapporto è destinato a cambiare, a entrare in una nuova fase: assai più “dialettica” - per usare un eufemismo - di quella precedente.
Il presidente americano, insomma, ha dimostrato di essere un uomo di frontiera. Un po’ cristiano, un po’ musulmano, certamente molto americano, di quell’America che unisce e mescola culture e tradizioni e forse - secondo alcuni - dimentica le sue radici Wasp e irlandesi. Il nome e le cose: Barack “Hussein” Obama, appunto. Manca forse all’anagrafe, secondo i nazionalisti israeliani, un Levy che annacqui e arricchisca quell’Hussein che ancora, in larghe fasce dell’opinione pubblica ebraica, suona come una minaccia di sventure.

Ha annunciato un “nuovo inizio” nei rapporti tra Stati Uniti e musulmani e ha rilanciato anche la vecchia parola d’ordine di Oslo: quel “Due Popoli e due Stati” che per una decina d’anni è stata ripetuta come un mantra in tutti i consessi diplomatici e che il premier israeliano Netanyahu oggi vorrebbe abolire. Sostituendola con l’assai meno impegnativa “Autogoverno dei palestinesi”.
Nel giorno in cui ha fatto visita all’Università del Cairo, ultima tappa del suo tour mediorientale, il presidente americano ha ribadito la necessità di costruire un futuro di pace per il Medioriente basato sul dialogo a tutto campo, anche con i nemici di ieri. La guerra in Iraq, ha detto il presidente, ci insegna l’importanza del soft power per arrivare a un accordo di pace: una svolta a 360 gradi, per lo meno nei toni, rispetto all’era Bush & Cheney, quando sullo sfondo delle loro parole (e quelle dei loro nemici) riecheggiava l’eco delle cannoniere e degli attentati suicidi. Ma il rapporto preferenziale tra Usa e Israele, anche per Obama, non è in discussione.
Decisivo per ridisegnare la mappa del Medioriente, secondo gli analisti, il coinvolgimento di tutti gli attori chiave della regione, a cominciare dall’Egitto di Mubarak, impegnato nelle trattative - tramite il suo plenipotenziario Omar Suleiman - con i dirigenti dell’Anp e di Israele e con quelle, sotto traccia, con i dirigenti di Hamas. “L’Islam è parte dell’America” ha ribadito poi Obama rispondendo indirettamente a Osama Bin Laden che ieri, nell’ennesimo comunicato audio via web, ha accusato Barack di voler continuare la politica bushiana dell’odio contro l’Islam, come dimostra, secondo i fondamentalisti, l’operazione americana nella valle pachistana dello Swat, dove i profughi pashtun sarebbero ormai più di un milione. E dove gli jihadisti e i talebani hanno una delle loro roccaforti.
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