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immigrazione-europea

Belfast, ondata di razzismo

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  • Tags: Belfast, immigrazione, immigrazione-europea, noi e loro, Sei Contee
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I muri di Belfast. Foto di Giampaolo Musumeci

I muri di Belfast. Foto di Giampaolo Musumeci

Dopo il settarismo, il razzismo. In Irlanda del Nord, la violenza sembra non finire mai. Mentre, a dispetto degli annunci ufficiali, la situazione fra le comunità cattolica e protestante rimane tesa, nonostante anche gli annunciati disarmi dei gruppi paramilitari unionisti come Uda e Uvf (Real e Continuity Ira invece proseguono la lotta), a Belfast e nelle sei contee si aggiungono nuove tensioni. Nel mirino di gruppi neonazisti o comunque razzisti ci sono le comunità Rom, quella polacca e quella indiana. Continua

  • giamp
  • Mercoledì 13 Gennaio 2010

Immigrati: Tutti a casa (forse)

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  • Tags: immigrati, immigrazione-europea
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immigrati
di Anna Jannello, Giovanni porzio e Franca Roiatti

Cinquemila euro sono una fortuna in Ghana. E alla fine Emmanuel Adjei, 24 anni, ex studente di agronomia, rinchiuso da un anno nel centro di detenzione per gli immigrati illegali di Safi, sull’isola di Malta, ha deciso di accettarli. «Sono stufo di rischiare la pelle sui barconi, di nascondermi, di campare di espedienti. Non voglio più vivere da clandestino». Emmanuel ha aderito al programma di rimpatrio volontario varato lo scorso anno dal governo della Valletta con i contributi dell’Unione Europea. Il bonus in contanti è sufficiente per acquistare il biglietto aereo e avviare una piccola attività commerciale.

Ma sono ancora in pochi a compilare il formulario del ministero dell’Interno che dà diritto alla somma di denaro. «Che me ne faccio di quei soldi?» dice Gebre Araya, arrivato dall’Eritrea dopo sei mesi di viaggio attraverso Sudan e Libia. «Ero un soldato, se torno all’Asmara mi arrestano. Poi ho una famiglia numerosa da mantenere. Voglio un lavoro e un posto dove fare crescere i miei figli».
Però nell’Europa in recessione le opportunità di lavoro sono sempre più scarse. Milioni di emigranti, regolari e non, ingrossano un esercito di disoccupati la cui alternativa all’impiego sempre più precario sembrerebbe una sola: il ritorno a casa. Su questo hanno fatto leva i governi di Madrid, Praga e Tokyo lanciando programmi di sovvenzione dei rimpatri. Con risultati piuttosto controversi.
Il premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero ha proposto lo scorso anno agli extracomunitari che perdevano il lavoro di incassare in anticipo il sussidio di disoccupazione purché accettassero di tornare a casa senza fare rientro in Spagna per almeno tre anni. Ora che la crisi si è fatta pesantissima, con un pil in forte caduta (-2,9 per cento nei primi 3 mesi del 2009), e i disoccupati hanno raggiunto quota 4 milioni, di cui il 28,4 per cento immigrati, il governo di Madrid rilancia. Estendendo l’offerta anche ai romeni e probabilmente ai bulgari. L’obiettivo principale di Zapatero è di rimandare in America Latina e Nord Africa almeno 500 mila persone, tuttavia nei primi 5 mesi dall’avvio del programma soltanto 4.617 ne hanno approfittato. E pare destinata a ottenere scarsi risultati anche l’iniziativa che riguarda i 718 mila romeni, dei quali 70.912 senza lavoro.
Stesse difficoltà a Praga, dove il governo ha previsto di concedere un biglietto aereo di sola andata, un bonus di 500 euro e un alloggio gratuito fino alla partenza agli immigrati che lasciano la Repubblica Ceca. Dal 16 febbraio circa 1.500 persone hanno accettato l’offerta, in maggioranza provenienti dalla Mongolia e dall’Uzbekistan. L’obiettivo sarebbe di rimandare a casa 12 mila dei circa 360 mila stranieri e, soprattutto, di convincere i vietnamiti a rimpatriare. Pochissimi di loro hanno accettato.
«Il problema è che molti si sono indebitati fino al collo per arrivare in Europa e non vogliono tornare a casa fino a quando non abbiano ripagato tutti i debiti» chiarisce Tereza Rejskova del centro studi Migration online di Praga. Un vietnamita arriva a sborsare 10 mila euro per un viaggio che può durare mesi. Per questo 500 euro non sono una cifra allettante, nonostante il rischio di andare incontro all’espulsione. «Chi ha famiglia, è inserito da lungo tempo nel paese e può accedere a un minimo di assistenza sociale non se ne va facilmente. Soprattutto fino a quando le mogli o le madri che fanno le badanti, le domestiche o le baby-sitter conserveranno il posto» commenta Anna Triandafyllidou, ricercatrice al centro Eliamep di Atene, capofila di Clandestino, progetto europeo di studi sull’immigrazione irregolare. «Piuttosto, la crisi spingerà molti più stranieri ad accettare lavoro sottopagato. Nelle campagne greche ci sono già esempi di pachistani disposti a lavorare per 25 euro al giorno anziché 55, come prevede il contratto».
Nei primi tre mesi del 2009 è triplicato il numero di immigrati che in Irlanda e Portogallo si sono rivolti all’Organizzazione internazionale della migrazione (Oim) per un rimpatrio assistito, secondo progetti che prevedono aiuti per avviare un’attività nel paese d’origine. Piuttosto incerti invece i dati sul controesodo del milione di europei orientali arrivati in Gran Bretagna dopo l’allargamento della Ue nel 2004. Solo qualche mese fa si prevedeva che la metà di loro, in maggioranza polacchi, avrebbero lasciato fabbriche e cantieri d’oltremanica per tornare a casa. Ma così non è: «Ci sarà un decremento al massimo del 10-15 per cento» prevede Franck Düvell del Centre on migration, policy and society di Oxford. «Molti restano, altri decidono di trasferirsi in Germania per lavorare in nero».
A poco sembrano servire le conferenze che vari sindaci polacchi tengono in Gran Bretagna per convincere i compatrioti a tornare, prospettando migliori opportunità. A Krzystof Kubacki, licenziato dalla J.P. Morgan, è andata bene: ha trovato posto nella seconda banca polacca e con The Telegraph commenta: «Londra non è più il posto migliore dove stare. È il momento giusto per tornare a casa». Molti, però, continuano a preferire il Regno Unito, sebbene il governo abbia reso più difficile per i disoccupati stranieri ottenere sussidi. Risultato: la competizione anche per i lavori malpagati s’è fatta più dura.
In Francia si ragiona per obiettivi e quello fissato per il 2008 (26 mila espulsioni di irregolari) è stato addirittura superato. Gli allontanamenti sono stati 29.796, di cui 10.072 ritorni volontari. «Una progressione spettacolare» l’ha definita l’ex ministro dell’Immigrazione Brice Hortefeux, fedelissimo di Nicolas Sarkozy, ora al dicastero del Lavoro, incassando le critiche di Thomas Hammarberg. Il commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, ha accusato di arbitrarietà le amministrazioni «costrette ad applicare la legge in modo meccanico, senza tenere conto delle situazioni personali».

Immigrati sbarcati a Porto Empedocle

L’Ofii, Office français de l’immigration et de l’intégration, ha programmi di sostegno in 32 paesi, soprattutto africani. Oltre al viaggio di ritorno e all’assistenza per i documenti, offre una somma di 7 mila euro per intraprendere un’attività nel paese d’origine. Abdoulaye Diouf, senegalese, è così rientrato a Dakar dopo 6 anni, ha acquistato una ventina di macchine per la tessitura e ha creato un’azienda di confezioni che dà lavoro a otto persone. Youssouf Diallo, originario del Mali, stanco di lavori precari in Francia, con quei soldi ha aperto un chiosco di bibite.
È finanziato dall’Italia e dalla Commissione europea il progetto di ritorno assistito dello Iom a Tripoli. «Dall’aprile 2006 a oggi abbiamo fornito assistenza e aiuto finanziario a oltre 3.500 aspiranti clandestini in Europa» riferisce il capomissione Laurence Hart. Non sempre tuttavia il rientro nel paese d’origine è un’esperienza a lieto fine. Secondo l’agenzia statistica di Sarajevo, per esempio, circa 4 mila bosniaci hanno già perso il posto nei paesi Ue o negli altri stati balcanici. Gente destinata a rientrare rischiando di peggiorare il bilancio della spesa pubblica e di provocare problemi sociali in un paese che deve fare i conti con un’alta disoccupazione, un gran numero di pensionati e le tante vittime di guerra che ricevono un sostegno pubblico.
Problemi in parte assimilabili a quelli dei villaggi indiani del Kerala, che assistono al rientro delle migliaia di pescatori e contadini diventati manovali nei cantieri ora fermi di Dubai, o a quelli dei tagiki cacciati da Mosca, dove la crisi economica ha riacceso l’odio razziale.
Oltre il 50 per cento del pil del Tagikistan è frutto delle rimesse degli emigrati, un calo anche minimo può avere conseguenze profonde. «Nel 2009 assisteremo a una diminuzione di circa il 5 per cento nel totale delle rimesse verso i paesi in via di sviluppo» chiarisce Dilip Ratha, esperto della Banca mondiale. «Verranno a mancare i soldi per istruire e curare i bambini, con effetti pesanti sulla capacità di crescita futura degli stati più fragili».
Se a questo si sommano le previsioni negative sull’economia africana, si capisce perché Ratha sostiene che la recessione difficilmente fermerà gli emigranti. «I flussi per quest’anno rallenteranno. Partiranno meno persone, ma continueranno a partire. E soprattutto in molti continueranno a restare nei paesi ricchi».
(hanno collaborato Anna Maria Angelone, Stefano Giantin, Gian Antonio Orighi e Walter Rauhe)

  • redazione
  • Sabato 23 Maggio 2009

Il modello maltese? Un autentico lager

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  • Tags: immigrazione-europea, Malta
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immigrati

di Giovanni Porzio
Il segnale che la tempesta era in arrivo l’aveva dato il Pinar, il mercantile turco con a bordo 140 migranti che in aprile era rimasto per 4 giorni al largo di Lampedusa in balia del conflitto di competenza tra Roma e La Valletta sullo sbarco dei clandestini. Poi a gettare benzina sul fuoco con una bordata contro i rimpatri forzati decisi dal governo italiano ha provveduto di persona, il 6 maggio, il premier maltese Lawrence Gonzi, dicendosi “disgustato” dall’intransigenza del Viminale nei confronti dei profughi avvistati su tre carrette del mare e rispediti in Libia.
E non è finita. Ricuciti in tutta fretta con attestazioni di eterna amicizia e promesse di reciproca collaborazione, i rapporti diplomatici tra i due paesi sono ora sottoposti a un ennesimo stress test. L’11 maggio la fregata Spica della Marina italiana, con a bordo 69 migranti, si è vista rifiutare l’autorizzazione ad attraccare alla Valletta e ha dovuto ripiegare su Porto Empedocle: i clandestini, sostengono le autorità maltesi, si trovavano su un’unità militare e dunque già in territorio italiano. La replica è arrivata a ruota dal ministro degli Esteri Franco Frattini: un dossier di Medici senza frontiere sulle “condizioni inumane” nei centri di detenzione degli extracomunitari a Malta. Dove Panorama è andato a guardare.
“Benvenuto nel gulag” sogghigna Robert Amusi, approdato un anno fa a Safi, l’ex caserma dell’esercito britannico che ospita uno dei tre campi di detenzione dell’isola. “Qui siamo in 860, tutti africani partiti dalla Libia e diretti in Italia. Siamo finiti a Malta per sbaglio, abbiamo chiesto l’asilo politico ma ci è stato negato”.

In Ghana Robert faceva il meccanico. Ha attraversato in camion il Burkina Faso, il Niger, il deserto libico. A Misurata ha consegnato 1.000 dollari a uno scafista, ma gli è andata male. “Sognavo un lavoro in Europa, mi sono svegliato in prigione e senza un soldo”. Stessa sorte per Efe Osarobe, 26 anni, nigeriano di Benin City. Dice che al suo paese è perseguitato per motivi politici: ha denunciato i brogli elettorali e lo vogliono fare fuori. “Siamo rimasti sei giorni in mare. Tre di noi sono morti. C’era burrasca e la barca, stracarica, si è rovesciata in piena notte”. La prospettiva di essere rimandato in Libia lo atterrisce: “Piuttosto mi uccido. Ci trattano come bestie, soprattutto noi che siamo cristiani”. Alcuni dei suoi compagni si tolgono la camicia: mostrano le cicatrici e i segni delle frustate.

Di fronte all’edificio, in un’area abbandonata, c’è il cimitero delle imbarcazioni sequestrate. Dozzine di gusci in vetroresina sfondati, costruiti in Libia. I motori Yamaha da 40 cavalli, venduti dall’Egitto alla marina di Muammar Gheddafi e misteriosamente finiti in mano ai trafficanti, sono stati messi all’asta. Il blocco C del campo, riservato ai clandestini più irrequieti, è una gabbia circondata da inferriate alte più di 5 metri, reticolati e matasse di filo spinato. Il secondino che toglie il lucchetto alle celle si raccomanda di fare attenzione: ci sono state rivolte, aggressioni. Materassi e coperte bruciate. Dentro è quasi buio: la luce filtra appena dai vetri rotti delle feritoie. Nella penombra si distinguono prima gli occhi, poi i volti e infine i corpi dei detenuti raggomitolati nelle brande. L’aria è greve di sudore, puzzo di urina e immondizia, cibi speziati cucinati su fornelli da campeggio. Ci sono somali, sudanesi, eritrei, nigeriani. Tutti si lamentano: “D’estate si soffoca per il caldo e d’inverno non c’è riscaldamento. Non abbiamo medicine. È pieno di scarafaggi e di zanzare. C’è una sola latrina per 40 persone: non siamo animali!”.

In aprile, dopo 6 mesi di lavoro a Malta, Medici senza frontiere ha deciso di sospendere per protesta le attività di sostegno agli immigrati e di divulgare il rapporto che denuncia senza mezzi termini le inumane condizioni di vita dei detenuti. “Celle sovraffollate, standard igienici inadeguati e scarsa assistenza sanitaria” riassume a Panorama Philippa Farrugia, coordinatrice della squadra di Msf, “mettono a repentaglio la salute fisica e mentale dei detenuti. A farne le spese sono come sempre i più deboli: ci sono casi di donne e di minorenni che hanno tentato più volte di suicidarsi. È un trattamento indegno di un paese membro della Ue”. In alcuni blocchi dei centri di reclusione di Safi, Lyster Barracks e Ta’kandja lo spazio disponibile pro capite non supera i 3 metri per 2 e i detenuti sono spesso costretti a dormire per terra o a spartirsi il materasso. “Fino al febbraio 2009″ si legge nel rapporto di Msf “la sezione E del blocco Hermes disponeva di una sola doccia funzionante per oltre 100 persone. I dormitori sono costantemente allagati dai reflui delle latrine e degli scarichi”.

Il flusso crescente dei migranti è destinato a provocare un sensibile deterioramento delle già precarie condizioni sanitarie. Il dossier di Msf elenca un numero allarmante di malattie infettive, scabbia, varicella, gastroenteriti, tubercolosi, hiv, la cui trasmissione è favorita dalle procedure di isolamento: pazienti affetti da malattie contagiose vengono rinchiusi in cella con individui sani isolati per motivi disciplinari. Le cure mediche sono state appaltate a due società private che intervengono in modo saltuario e in assenza di protocolli stabiliti. Non esistono farmacie, gli indumenti sono forniti da volontari esterni e i reclusi dispongono soltanto di una carta telefonica da 5 euro ogni 2 mesi.
I cancelli del carcere si schiudono dopo un periodo massimo di detenzione di 1 anno e mezzo. Ma sono pochi i boat people che riescono a ottenere lo status di rifugiato. La maggior parte dei clandestini viene respinta o deve accontentarsi di un documento di “protezione temporanea”: un assegno mensile provvisorio di 130 euro e un alloggio (con obbligo trisettimanale di registrazione) nella tendopoli di Hal Far o nell’ex istituto tecnico di Marsa, trasformato in centro di accoglienza da una fondazione benefica dei frati cappuccini.
Padre Ahmed Bugre, che lo gestisce, non ha un compito facile: “Non c’è integrazione, abbiamo problemi di alcolismo, consumo di droga e prostituzione. Ma sopratutto c’è molta rabbia. È gente in fuga dagli orrori della guerra e da una sordida miseria. Nessuno di loro vuole tornare a casa. E a Malta si sentono in trappola: tenteranno ancora, con ogni mezzo, di raggiungere le coste italiane”. Abdul, che in Somalia ha lasciato la moglie e i bambini di 2 e 4 anni, non ha dubbi: “Certo che ci riprovo, non ho più niente da perdere. Meglio annegato che ammazzato come un cane a Mogadiscio. Cos’altro posso fare per il futuro dei miei figli?”.

  • redazione
  • Domenica 17 Maggio 2009

Vita da rifugiato. Le testimonianze

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  • Tags: calais, francia, immigrazione-europea, migranti
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Medhani

Medhani è in Italia dal 2004. Ha lasciato l’Eritrea perché contrario alla guerra - LEGGI ANCHE: Lo speciale migrazione

 

Testo e foto di Giampaolo Musumeci
Molti rifugiati scelgono come approdo le coste dell’Italia, quarto paese al mondo per numero di domande di asilo. Nel 2008, le richieste sono state 31 mila, il 75 per cento delle quali da migranti sbarcati nelle coste del Meridione. Molti migranti pensano che una volta ottenuto lo status di rifugiato possa iniziare una nuova vita. Ma non è così. O per lo meno lo è abbastanza raramente. La crisi economica che attanaglia l’intera Europa infatti non risparmia nessuno.

Sono in gran parte eritrei, ma anche etiopi, somali e sudanesi i circa 200 rifugiati e richiedenti asilo per motivi umanitari che hanno sfilato per le vie centrali di Milano. Secondo il leader della protesta, un eritreo di 37 anni, che si fa chiamare Paulus, il corteo è composto al 40% da rifugiati, molti dei quali sono in Italia da anni. Il resto sono richiedenti asilo. Quasi tutti sono arrivati via mare dalla Libia. “E’ meglio morire che vivere così, come animali - ha detto Paulus. “Noi veniamo dalla paura, abbiamo vissuto per anni nella paura e ora non abbiamo paura più di nulla”. Gli extracomunitari innalzano cartelli con scritte come ‘Il dormitorio è una prigione’ e ‘Venga rispettato il diritto all’asilo’. Nelle scorse settimane gli immigrati dal Corno d’Africa hanno rifiutato le sistemazioni proposte dal comune di Milano. Ecco tre storie di rifgugiati che vivono in Italia che abbiamo raccolto.

Mikies
Mikies è un rifugiato di 21 anni, è eritreo e viene da Asmara dove ha lasciato i genitori, una sorella e un fratello. Da sei mesi è a Milano, da un anno in Italia. La sua casa ora è il Parco di Porta Venezia. Mikies, dopo aver lasciato la sua terra, ha vissuto la durezza della prigione libica di Kufrah, nel deserto, dopo essere stato catturato: “I poliziotti libici ci picchiavano, quasi tutti i giorni, uomini e donne, senza motivo”. Ha rischiato la vita durante il viaggio di tre giorni in mare alla volta di Lampedusa. “Sono partito perché volevo solo la libertà, ma ora vorrei una casa e un lavoro. Certo, in Norvegia e nei paesi del Nord Europa, essere rifugiati è un’altra cosa. Ti danno una casa e ti permettono di lavorare” dice.

Medhani ha 27 anni ed è di Asmara. È a Milano con la sorella e un nipotino di due anni. È in Italia dal 2004: “Ero un militare in Eritrea ma non volevo andare a combattere quella guerra. Se torno, mi sparano”. Non sa cosa fare: non trova lavoro, non trova casa. Una cosa è certa: di tornare indietro “non se ne parla nemmeno”.

Mukahmil Mukahmil ha 22 anni ed è etiope di Addis Abeba. “Sono in Italia da due anni e sette mesi. Sono riuscito a lavorare solo 5 mesi girando tra Verona, Trento, Bolzano, Roma e Milano. Facevo il magazziniere. Ogni giorno faccio chilometri per chiedere a tutte le agenzie interinali e cooperative se c’è un lavoro, ma nulla”. La sua storia è da brividi: “Ho passato due anni in prigione a Kufra senza poter comunicare coi miei familiari. Ero così debole e malconcio che non riuscivo nemmeno a camminare. Poi ho lavorato ancora a Kufrah e Bengasi per poter guadagnare i soldi per arrivare a Lampedusa. Alla fine sono stato tre volte nelle prigioni libiche. E l’ultima volta mi hanno rilasciato perché ho pagato 400 dollari”.

  • redazione
  • Venerdì 15 Maggio 2009

Come cambieranno ora le rotte migratorie

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  • Tags: immigrazione-europea
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Emergenza immigrazione a Lampedusa

Di Giampaolo Musumeci
LEGGI ANCHE: Tutti gli articoli sull’immigrazione europea

Se la nuova politica di respingimento del governo italiano continuerà, e se la Libia farà ciò che ha promesso, cioè contrastare le partenze dei barconi carichi di migranti, grazie anche ai pattugliamenti congiunti con l’Italia che dovrebbero iniziare a giorni, allora le rotte dell’immigrazione sono destinate a cambiare.
Il risultato che si otterrà, ci dicono gli esperti, non saranno minori partenze dall’Africa verso l’Europa. Semplicemente, i migranti partiranno da altri luoghi, diversi dalla Libia, e approderanno in altri luoghi diversi da Lampedusa o la Sicilia. Perché la grande macchina dei trafficanti di uomini, dei “passeur”, è una macchina efficiente ed estremamente elastica. E reagisce prontamente alle azioni di contrasto dell’Europa. Certo, allungando le rotte, cambiano di porti di partenza, cambiando gli approdi. Rendendo i viaggi più pericolosi.

Così, se non si partirà più dalle spiagge libiche, si partirà dal vicino Egitto. Usando grosse navi madre e poi facendo trasbordare i migranti su piccoli gommoni al largo delle coste calabresi o siciliane. E l’altro approdo, a questo punto, potrebbe diventare la Grecia e le sue tante isole. Impossibili da controllare, da monitorare, e già prese d’assalto dagli scafisti turchi. Perché il flusso migratorio dalla Turchia alla Grecia è massiccio. Non solo afghani, iracheni e iraniani, ma anche tanti africani arrivano in Grecia. La maggior parte di loro, eritrei, etiopi, somali, ma non solo, infatti, atterra con un visto turistico in Siria o nella stessa Turchia, e poi fa sparire i documenti. Da lì, Istanbul, e poi Izmir, nelle mani dei trafficati che organizzano loro il viaggio per Samo, Mitilini e le altre isolette che distano poche miglia dalla costa turca.

Altri eritrei ancora tentano di arrivare in Israele passando dal Sinai, ma il ferrei controllo degli israeliani e le brutali repressioni egiziane li fermano spesso alla frontiera. Dalle spiagge egiziane, poi, partiranno sempre più i migranti palestinesi, che passeranno dal vicino valico di Rafah, quando sarà possibile. E così faranno anche i tanti africani provenienti dal corno d’Africa.
Più lenta sarà invece la risposta dei trafficanti dell’entroterra, che continueranno noncuranti a far partire i camion carichi di persone da Agadez e a far pericolosamente attraversare il deserto verso la Libia. In centinaia potranno morire o perdersi nel deserto, prima che il passaparola tra i migranti arrivi a Bamako o a Ouagadougou e dica: “Dalla Libia non si parte più!”.
La gigantesca macchina transnazionale dei trafficanti di uomini così si organizzerà e reagirà al pugno di ferro di Italia e Libia. Ma gli introiti saranno sempre garantiti: il numero dei migranti che preme e vuole arrivare in Europa è incalcolabile e le migliaia di euro a testa che i disperati spendono per lasciare i loro paesi, finirà ancora nelle tasche della mafia dell’immigrazione. Le rotte cambieranno. E a farne le spese saranno sempre loro: i migranti.

  • redazione
  • Martedì 12 Maggio 2009

In Spagna cercasi immigrati disperatamente

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  • Tags: Brasile, colonizzazione, Ecuador, immigrazione-europea, Perù, piccoli-comuni, Spagna
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Perù

Una sorta di colonizzazione al contrario. Come a dire che la storia prima o poi ha sempre il suo rovescio della medaglia. Lo sa bene la Spagna in balia in questi ultimi anni di una profonda crisi, oltre che economica, anche demografica. Interi paesini, infatti, nel centro come sulle coste si stanno spopolando con il rischio di trasformarsi   in veri e propri paesi fantasmi. Sono 2648 i piccoli comuni interessati dal problema. E chi può, adesso, si ingegna per correre ai ripari. Così una quindicina di loro, con più coraggio forse e con un occhio più internazionale hanno varato un autentico piano di ripopolamento. Ma dove attingere allora se non in quell’America Latina di cui gli spagnoli furono colonizzatori senza scrupoli? La Spagna dunque sta chiamando a raccolta intere famiglie originarie dell’Ecuador, del Perù e perfino di un paese come il Brasile dove si parla portoghese e dove gli spagnoli non si fecero vedere.
I benefit che i comuni in cambio concedono sono del resto allettanti e vengono comunicati da regolari annunci sui giornali: case gratis, lavoro assicurato e in alcuni casi addirittura il biglietto aereo pagato a spese della pubblica amministrazione. I nuovi emigrati a richiesta sono diventati così un modello per l’intera comunità. A Lorcha,  per esempio, minuscolo comune di montagna di 735 abitanti nella Spagna orientale, otto bambini di cui due brasiliani e sette ecuadoriani tengono in vita l’unica scuola elementare del posto. Ad Avodar, sulla costa mediterranea invece quattro famiglie brasiliane hanno ricevuto oltre a casa e lavoro anche un assegno da 1000 euro come incentivo al trasloco da una parte all’altra del mondo. Insomma, l’idea sta riscuotendo successo e i paesini non muoiono. La prova del fatto che in fondo il mondo è più piccolo di quanto si creda.

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  • paolo.manzo
  • Martedì 12 Maggio 2009

Immigrati riportati in Libia, la levata di scudi delle Ong

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  • Tags: calais, francia, immigrazione-europea, migranti
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Emergenza immigrazione a Lampedusa

LEGGI ANCHE: Tutti gli articoli sull’immigrazione europea

Di Giampaolo Musumeci

Il forzato ritorno di 227 migranti in Libia ha violato il diritto di asilo di queste persone, ponendole a rischio di trattamenti inumani e degradanti.  Human Rights Watch (Hrw) stigmatizza così, dopo la viva protesta della Conferenza episcopale, l’operazione condotta ieri dalle motovedette italiane. “L’Italia si comporta come se avesse fatto qualcosa di positivo rimandando immediatamente queste persone indietro”  sottolinea Bill Frelick, responsabile del settore rifugiati dell’organizzazione.

“In realtà, hanno negato a queste persone il diritto di asilo e le hanno messe in una situazione difficile. Sappiamo quanto duramente la Libia ha trattato altri migranti rientrati nel Paese”. I ricercatori di Hrw, che si trovano in Sicilia, dopo aver visitato Malta e la Libia, hanno racconto le testimonianze dei migranti, che parlano di maltrattamenti e detenzioni in condizioni inumane da parte delle autorità libiche. Hrw sottolinea che l’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani proibisce all’Italia di rifiutare il diritto di asilo quando vi è il rischio di trattamenti degradanti e inumani.

E la denunce di questo tipo riguardanti il paese del Colonnello Gheddafi sono tante, tantissime. Torture, continui abusi dei diritti umani, vera e propria compravendita dei migranti, come fossero schiavi, connivenza della polizia con i trafficanti, prigionie lunghe e ingiustificate. Vi sono testimonianze di come migliaia e migliaia di migranti siano abbandonati, dopo mesi di prigionia, nel deserto a sud della Libia, al confine col Niger, spesso senza viveri e senza acqua. Per i migranti la Libia è un vero inferno.

La levata di scudi da parte anche di Cei, Vaticano, Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu e opposizione non ferma comunque la nuova strategia del Governo. Proprio oggi Maroni, nel corso della cerimonia per il 157° anniversario della fondazione della Polizia, ha ribadito che l’operazione di ieri, “che ha consentito per la prima volta il respingimento diretto in Libia dei clandestini che si trovavano in acque internazionali, conferma l’avvio di una nuova fase nel contrasto all’immigrazione clandestina”.

“La vita delle persone che disperatamente cercano di sottrarsi alla miseria o alla guerra - ha detto ancora il Ministro - viene per noi prima di ogni altra considerazione e questo principio ha sempre ispirato l’attività di “search and rescue” che le forze di Polizia e la Marina Militare svolgono nel Mediterraneo, spesso anche in acque non di competenza italiana”. Quanto alla mancata verifica se vi fossero o meno le condizioni per la richiesta di asilo, Maroni aveva già liquidato la questione ieri affermando che la cosa spetta alle organizzazioni presenti in Libia e non all’Italia. Riguardo alla possibile presenza di minori segnalata da Save The Children, Maroni ha detto che non gli risultava la presenza di bambini a bordo.

Chiamato in causa durante l’anniversario della Polizia a Piazza del Popolo, anche il Ministro della Difesa Ignazio La Russa è intervenuto sul tema. Quella dei respingimenti, ha detto, è “la soluzione più giusta nei confronti dell’immigrazione clandestina, perché solo così si fa capire che non conviene più sbarcare in Italia. E chi critica questa linea “o accetta che gli immigrati finiscano nei Cie, con inutili sofferenze” oppure “vuole che si eluda la legge”. Per La Russa, la “vera novita”‘ di tutta questa operazione è che la Libia “ha accettato di riprendersi gli immigrati”. E in effetti, questo è un dato eclatante. Da anni il governo libico usa come arma politica la questione immigrazione e il flusso di migranti verso Lampedusa.

I recenti accordi con il governo italiano hanno certamente ammorbidito Gheddafi e reso più piane le relazioni tra i due paesi, anche in considerazione dei risarcimenti (per la guerra coloniale) e degli investimenti milionari che l’Italia si è impegnata a dare: 5 miliardi di dollari in vent’anni, sfruttamento di gas e petrolio libici, con l’Eni in prima linea. E la gestione dell’immigrazione fa parte della contropartita garantita da Gheddafi.

  • redazione
  • Venerdì 8 Maggio 2009

Ue: perché non funziona la lotta all’immigrazione clandestina

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  • Tags: frontex, immigrazione-europea
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Emergenza immigrazione a Lampedusa

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Di Giampaolo Musumeci
Frontex pigia sull’acceleratore. Dopo aver snocciolato i dati dell’attività del 2008, l’Agenzia europea che si occupa dell’immigrazione clandestina, presenta i piani per il 2009: 70 milioni di euro stanziati nel 2008, 83,5 milioni per il 2009, con richieste per il 2010 di 85 milioni e un possibile aumento fino a 102 milioni per il 2013.

Per fare cosa? Fondamentalmente, intensificare i pattugliamenti, lungo le rotte dell’immigrazione. La flotta aeronavale coordinata da Frontex conta al momento 25 elicotteri, 22 aerei, 24 navi e 89 motovedette. Grazie a questi mezzi, Frontex ha potuto vantare, nel 2008: 129.500 cittadini non comunitari respinti dagli aeroporti e dalle frontiere terrestri, 92.200 intercettati nelle acque del Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico, 82mila intercettati e non respinti dalle frontiere terrestri. I dati li ha forniti pochi giorni fa il direttore dell’agenzia, Ilkka Laitinen, in un’audizione alla Commissione Libe del Parlamento europeo, alla vigilia dell’inizio della nuova missione di pattugliamento nel Mediterraneo Nautilus IV. Frontex, agenzia nata nel 2005, si occupa oltre che di coordinare l’attività alle frontiere della polizia dei vari paesi, di trovare strategie comuni, di formare il personale in aree particolarmente critiche da gestire.

Il 46% dei circa 300.000 cittadini non comunitari intercettati o respinti nel 2008 è stato trovato lungo le frontiere terrestri, il 32% in mare, e il 22% negli aeroporti. Le forze coordinate da Frontex hanno intercettato 82.600 persone in ingresso via terra in Grecia (da Albania, Macedonia e Turchia), Bulgaria (dalla Turchia) e a Cipro (dalla parte turca dell’isola). E ne hanno respinte 56.300, sempre via terra, alla frontiera svizzera, al confine tra Slovenia e Croazia, al confine tra Ucraina e Polonia, Slovacchia e Ungheria, e alla frontiera tra Moldova e Romania. Negli aeroporti sono stati respinte 66.500 persone. Sotto controllo gli scali di Lisbona, Madrid, Londra, Dublino, Parigi, Roma e Berlino, con una particolare attenzione ai cittadini provenienti da Brasile, Marocco, Bolivia, India e Algeria. In mare, l’agenzia ha intercettato 92.200 persone, respingendone 6.700.

Ma le critiche all’operato di Frontex sono sempre lì, a ricordare quanto sia difficile la gestione dei flussi migratori in Europa che non ha una strategia comune. Da un lato, critiche rivolte al suo essere un “carrozzone”, un grosso apparato burocratico, con sede a Varsavia, che spende milioni di euro per il suo stesso sostentamento. Un paio di anni fa, con un certo imbarazzo, molte operazioni furono sospese per mancanza di fondi. E ora dovrebbero ripartire con nuova spinta. Poi ci sono le critiche come quelle di Amnesty International che ha in passato duramente stigmatizzato i respingimenti in mare verso paesi terzi di potenziali richiedenti asilo. In sostanza, ci sarebbero stati casi analoghi a quello accaduto pochi giorni fa con i tre barconi con 227 migranti, respinti dall’Italia in Libia. Che in mare accadono cose difficilmente monitorabili è cosa nota. Abbastanza eclatanti sono le denunce di ciò che succede nelle acque tra Grecia e Turchia, dove le motovedette greche sono solite non prestare soccorso oppure affondare le barche dei migranti, per costringerli a tornare indietro. Per chi ci riesce, a nuoto.

  • redazione
  • Venerdì 8 Maggio 2009
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