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Chiude il campo di Calais, l’ultima spiaggia dell’immigrazione

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  • Tags: calais, francia, immigrazione-europea, migranti
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Testo e foto di Giampaolo Musumeci
Niente più “jungle” a Calais. Niente più “terra di nessuno” nella cittadina francese. Pochi giorni fa, il ministro francese per l’immigrazione Eric Besson ha annunciato lo smantellamento della “jungle”, la giungla, un accampamento di alcune centinaia di afghani che da anni sorge vicino al porto della cittadina francese in una zona boschiva. Uomini tra i 15 e i 30 anni, reduci da viaggi lunghissimi, di mesi a volte anni, dall’Afghanistan ma anche da Iran, Iraq e Kurdistan, pronti a nascondersi dentro ai camion diretti in Inghilterra stazionano lì, in una vasta area che nessuno frequenta, tranne, a volte, la Polizia. Calais, ultima frontiera dell’immigrazione, Calais, ultima spiaggia per migliaia di migranti.

E così, entro l’anno, la “jungle” potrebbe sparire, e con essa le tende e le capanne costruite dalle centinaia di rifugiati e profughi che vedono in Calais un buon punto di partenza per arrivare a Londra. Quelli che vedi qui tra gli alberi, sono tutti ripari di fortuna, costruiti con tronchi e legni, resti di vecchie tende, lamiere. Ci si dorme anche in tre o quattro, specie d’inverno quando il vento freddo dell’oceano rende la giungla un inferno di neve, fango e umidità. Se potessero, i migranti rimpiangerebbero il vecchio centro d’accoglienza della vicina Sangatte, gestito dalla Croce Rossa, che nel 2002 Nicolas Sarkozy, allora ministro degli Interni dal pugno di ferro, decise di chiudere.

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“Attira i migranti”, si disse. “Come se un profugo in fuga dalla guerra venisse qui in Francia per farsi una doccia”, ribattevano le associazioni. Assisto alla costruzione di una tenda di cinque nuovi arrivati: sono appena scesi dal treno che arriva da Parigi. Sono stati fortunati: nessun controllo di Polizia alla stazione. Così stasera possono “mettere su casa”, grazie agli altri afghani che già vivono nella giungla e che aiutano i nuovi arrivati.

La vita nella “jungle” o nella “piccola Kabul” come alcuni la chiamano, scorre uguale e monotona tutti i giorni: si lotta contro il freddo, si esce dal fitto bosco per andare nei punti di raccolta delle associazioni “Secours Catolique” e “Salam”, per avere un pasto caldo, si attende per fare una doccia calda, quando è possibile. A volte si fa la coda al supermercato per comprare qualcosa. “Viviamo come i pellerossa, nelle tende” è capace di ironizzare Ahmed, 23 anni, di Kabul, a Calais da tre mesi, fisico minuto e voce imperiosa. Anche lui stasera ci proverà ancora.

“Voglio raggiungere Birmingham - mi racconta Khaled, 27 anni di Herat - dove c’è mio fratello Mohamed che mi aspetta, assieme a mio zio. Sono quasi due anni che mi aspettano. Hanno una casa e un lavoro in Inghilterra”. Khaled e Ahmed sono passati anche loro da Patrasso, l’altro “collo di bottiglia” nella rotta dell’immigrazione che da est conduce in Europa. Sanno che cosa vuol dire attendere. Qui a Calais, tutto è scandito dalle partenze dei “ferry boat” verso Dover, verso l’Inghilterra. Allora, in gruppetti di tre o quattro, ma a volte anche molto più numerosi, si tenta di saltare la recinzione che protegge l’area portuale. Metri di rete e filo spinato e telecamere rendono difficilissimi i tentativi. In più, la polizia francese pattuglia regolarmente la lunga strada che costeggia il porto e dalla quale partono gli “assalti”. E dentro l’area, ci sono i controlli a infrarossi della polizia britannica, che scannerizza un camion su tre, a caccia di calore corporeo.

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Per questo, molti migranti tentano di nascondersi nei camion, prima che questi entrino nel porto. Spesso i tir diretti oltremanica stazionano nei parcheggi di Calais per alcune ore, prima di entrare nell’area portuale. Spesso, l’autista si concede un po’ di riposo o un pasto caldo in uno dei tanti ristoranti della cittadina francese. Quello è il momento: i migranti, nascosti dal buio, li vedi sgusciare fra i camion, le mani corrono veloci alle maniglie dei portelloni, a volte a forzare le chiusure, per infilarsi dentro. Altre volte, si cerca il nascondiglio tra i semiassi. Una pratica rischiosissima, se non si conosce bene il tipo di camion. Lo sa bene chi ha fatto la stessa cosa nel porto di Patrasso per arrivare in Italia. Se sbagli a sistemarti tra le ruote, alla prima manovra, muori schiacciato. Poco meno di una roulette russa. “Non ho paura” mi dice Ahmad, se Dio vuole morirò, se Dio vuole arriverò in Inghilterra, Inshallah. Sono qui per cambiare la mia vita e Dio mi assisterà”. E così anche stasera, dalla giungla di Calais, usciranno ombre silenziose, tradite solo da un ramo spezzato. E parole bisbigliate, e a volte canti, appena sussurrati in kurdo o in farsi. Khaled e Alì anche stasera, camminano verso il porto. Inshallah, sarà la volta buona per loro. Insahallah, England.


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LEGGI ANCHE: l’African House, l’altra faccia di Calais - Le rotte dell’immigrazione dall’Africa

  • redazione
  • Giovedì 7 Maggio 2009

Immigrati: l’African House, l’altra faccia di Calais

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  • Tags: calais, francia, immigrazione-europea, migranti
  • 2 commenti

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Testo e foto di Giampaolo Musumeci

La “jungle” non è l’unico lato nascosto di Calais. E nemmeno il più eclatante. Forse è solo quello più drammaticamente evidente. A poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria, in zona semicentrale, c’è una vecchia area industriale dismessa. Un grosso capannone in legno che ospita, in media, trecento africani, quasi tutti eritrei e somali. Uomini, donne e bambini che dormono su materassini e sacchi a pelo e letti di fortuna, sopra un cumulo di immondizia che trasborda dalle fondamenta dell’edificio. Accendono i fuochi per scaldarsi e cucinare dentro all’ex fabbrica. L’odore è a tratti insopportabile. Ecco, benvenuti all’African House.

Questa è la parte nera di Calais, la parte africana che è rigorosamente separata da quella abitata dagli afghani o dagli iracheni. Qui non è difficile sentir parlare italiano. Roben è eritreo, ha 24 anni, ed ha vissuto in Italia per due anni, a Roma. Ha in mano un permesso di soggiorno per asilo politico. Che non gli è servito a molto perché non è riuscito a trovare uno straccio di lavoro nella Capitale. Ora vuole tentare la fortuna in Inghilterra, ma è già sei mesi che è qui a Calais.

Anche Jonas vuole raggiungere la Gran Bretagna. Ma è senza documenti. Così, quando ogni giorno, al mattino e alla sera, la polizia francese irrompe nella fabbrica per i consueti controlli, è uno dei primi a fuggire. Non sempre la polizia preleva migranti per l’identificazione. Ma quando lo fa, per loro, sono dolori. In base alla circolare “Dublino2” la richiesta di permesso di soggiorno va fatta nel primo paese in cui avviene l’identificazione del migrante. E se sorpreso in un altro paese europeo, deve essere rispedito lì. Per questo, essere identificati qui in Francia significa legare il proprio futuro, nel bene e nel male, al paese transalpino. E per chi vuole andare in Inghilterra, magari a raggiungere amici o familiari, equivale a una tragedia. Anche qui nell’African House, come nella “jungle” il tempo scorre lentissimo. Si gioca a calcio nel piazzale antistante alla fabbrica, si attende l’orario dei pasti caldi che le associazioni come “Salam” garantiscono ai migranti. Un altro edificio più piccolo, a fianco al grosso capannone, anche quello è occupato dagli africani. Fra loro, anche qualche nigeriano. Per andare a vedere dove vivono, si fa per dire, bisogna arrampicarsi su quello che era una volta il primo piano dell’edificio. Una scala vecchia e mezza marcia mi consente, con difficoltà, di arrampicarmi.

Al piano superiore, l’odore di rifiuti è meno forte e si confonde con quello di Zighnì, l’inconfondibile piatto tipico eritreo. Ci sono alcune donne che cucinano su un fornelletto a gas. Altre riposano su vecchi materassi. Un gruppo di ragazzi, invece, si sta vestendo. Sono le 18, è ora di andare. Perché anche qui, all’African House, tutti attendono le partenze dei traghetti per Dover.


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  • redazione
  • Giovedì 7 Maggio 2009
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