Leggi tutte le notizie su:
inghilterra

Con un giorno di anticipo l’Inghilterra si reca oggi alle urne per eleggere 72 europarlamentari e rinnovare 34 consigli consigli amministrativi e provinciali.
Per il premier Gordon Brown è l’ultima spiaggia per cercare di invertire la rotta prima delle elezioni del maggio 2010. I sondaggi della vigilia, per il New Labour, sono impietosi: 18%, al quarto posto dopo i Tories di Cameron, gli Euroscettici dell’UKIP e i liberaldemocratici. Ma a preoccupare Brown è anche la fronda nel suo partito: dopo le dimissioni di Jacqui Smith, ministra dell’Interno, ieri ha lasciato il governo anche Hazel Blears, la responsabile per le Comunità locali. Il motivo? Lo scontento per la crisi economica e lo scandalo delle note spese gonfiate dei deputati del suo partito che hanno fatto crescere, tra gli ex elettori di sinistra, la tentazione dell’astensionismo.
Secondo i bene informati la fronda nel New Labour ha un motivo: i topi abbandonano la nave per evitare il naufragio, indebolire il capitano e scegliere un nuovo leader per risalire la china in vista delle elezioni generali (ammesso che non sia troppo tardi). Spuntando anche al premier l’ultima arma che gli è rimasta: il rimpasto di governo post-elezioni.
*********************************
Segui le elezioni su The Guardian e su The Indipendent
*********************************
Da Londra
Oggi iniziano ufficialmente i lavori del G20 a Londra, e l’attesa è alta. I grandi del Pianeta si riuniranno nella zona dei Docklands e fuori dalla porta resteranno cittadini, manifestanti e polizia in speranzosa, o rabbiosa, attesa.
Ieri, oltre ai rappresentanti politici di tutte le nazioni partecipanti, sono arrivati i manifestanti. E come tutti hanno potuto vedere dalle immagini trasmesse da BBC, CNN e SKY, non sono mancati i tafferugli, conclusi in serata con una ventina di arresti, qualche graffio e delle vetrine della Royal Bank of Scotland rotte. Si parla anche di un morto collassato, ma nessuno commenta l’episodio, perchè secondo i testimoni, si sarebbe accasciato per cause naturali. E poteva andare peggio visto lo spiegamento di forze dell’ordine e le terribili descrizioni che le TV planetarie hanno mandato in onda. Come oggi, anche ieri mattina le strade della City erano stranamente spopolate. Solo a mezzogiorno hanno fatto il loro ingresso i manifestanti: appuntamento alle 12,30 per 24 ore di Climate Camp alla City. La polizia li stava aspettando.
Alla fine dell’orario di ufficio molti passano un po’ per caso, un po’ per curiosità attraverso i luoghi della protesta. Alcuni negozi e bar sono chiusi, ma non tutti. In un negozio di vestiti da uomo con fuori le insegne di grandi saldi, il commesso racconta che “la situazione è calma, forse da qualche parte son volate le bottiglie, ma potessi andrei pure io lì, ora che mi hanno tagliato orario e stipendio”. La situazione a Londra è difficile e non c’è nessuno che non senta il peso della crisi, ma le reazioni sono diverse. “Che cosa vuoi che facciano questi mocciosi zozzi seduti sulla strada?” mi chiede un tizio in camicia inamidata, camminando spedito verso la più vicina stazione della metropolitana aperta. “Danno solo fastidio”. La pensa diversamente un altro passante, anche lui forse impiegato nella City: “Hanno tutto il diritto di manifestare!” E perché lui non va? L’uomo sorride e si affretta, tenendo più stretta la sua ventiquattrore.
Non c’è grande differenza tra bankers, passanti e manifestanti: in questi giorni tutti vestono uguale. “Abbiamo ricevuto una mail che ci invita a vestire casual questa settimana” - spiega un broker di Merill Lynch, o meglio di Bank of America - “per evitare di essere un bersaglio facile”. C’è davvero tensione e un po’ di paura nella zona tra Bank e Liverpool. E qualcuno è anche rimasto a casa per evitare di essere coinvolto nei possibili scontri. “Non da noi - continua il broker - da noi si lavora forte perché ancora non si sa chi va e chi resta!” Le due banche infatti sono state fuse e i dipendenti non conoscono ancora che la loro sorte.
La gente è arrabbiata, stanca, stressata e incanala spesso la sua rabbia sulla figura del banker (alcuni dei quali hanno avuto la brillante idea di gettare banconote da 10 sterline sui manifestanti per prendersi gioco di loro). Un altro banker non risponde a nessuna domanda, ma cerca di spiegare le ragioni della crisi: “I bankers non hanno colpa, la colpa è ai vertici e ha origini profonde. Sul fatto che tutti siano coinvolti non ci sono dubbi: ho 29 anni, il mio ultimo stipendio era 80 mila sterline l’anno e mi trovo a cercare lavoro da settembre. Ma a che serve stare per strada e rischiare di prenderle dalla polizia? A nulla. Tutto tempo sprecato”.
Al Climate Camp a Bishopgate i ragazzi chiacchierano, fumano, cantano. Arrivano da Liverpool, Bristol, Brighton, Manchester, Leed, ma anche da Barcellona, Parigi e Amsterdam. Perché sono qui? “Perché bisogna fare qualcosa! - dice una ragazzina con un fiore fra i capelli - questo pianeta sta morendo e noi con lui”. “Perché tutti siamo colpiti dalla crisi - continua un ragazzo di origini spagnole arrivato qui con la sua scuola di danza - e siamo qui per chiedere a chi può di fare qualcosa.” “Non facciamo niente di male - commenta una signora inglese vestita in modo eccentrico - siamo qua perché siamo pieni di problemi: niente soldi, niente lavoro, un pianeta inquinato e Stati che continuano a investire in armamenti e guerre”.
Tutt’intorno i poliziotti vigilano attenti. Inutile provare a chiedere informazioni su cosa succede: nessuno dice nulla, il massimo che si può ottenere sono indicazioni stradali. Al calare del sole il numero dei cops aumenta: stanno per liberare le strade “perché i manifestanti sono stati seduti abbastanza”.
La manifestazione, nonostante siano volate alcune lattine, si propone di essere una manifestazione pacifica. Anche quando i cops in tenuta anti sommossa si schierano e iniziano a spingere, i manifestanti si limitano ad alzare le mani sopra la testa e la musica al massimo volume. Dalla folla salgono verso il cielo dei palloncini rossi a forma di cuore. I cops continuano a spingere e a spingere: vogliono liberare le strade prima che faccia buio per evitare che orde di ubriachi vadano a spasso per il vero cuore della città.
LEGGI ANCHE: Rimangono le distanze tra le Grandi Potenze - Scotland Yard: un morto per gli scontri di ieri. “E’ stato un collasso” - G20, entrare nei paradisi fiscali e riportarne i conti a terra - Guarda la GALLERY degli scontri
LEGGI ANCHE: G20, entrare nei paradisi fiscali e riportarne i conti a terra - Guarda la GALLERY degli scontri
Cariche a cavallo e manganellate, saccheggi e vetrine delle banche infrante, lanci di uova e bottiglie, slogan che ineggiano alla rivolta sociale contro i responsabili della crisi economica che sta mettendo in ginocchio il Vecchio Continente. E nella notte Scotland Yard dà la notizia più temuta: un uomo, soccorso nei dintorni della Bank of England, è morto negli scontri, forse per un collasso, mentre si trovava stretto - insieme a decine di manifestanti - tra due cordoni della polizia. Ci sarà un’inchiesta per chiarire come sia avvenuto. E’ stata quella di ieri una giornata di violenze e proteste nella City, il cuore del potere finanziario, come mai si erano viste negli ultimi decenni. Secondo Sky News, la protesta - in occasione del G20, il summit dei leader delle 20 Nazioni più industrializzate del mondo che si apre in una Londra blindata e sotto assedio - è divampata inizialmente a pochi metri dalla Bank of England, in Cannon Street, punto di ritrovo dei quattro cortei che hanno attraversato la città per attaccare i simboli dell’odiato potere finanziario. Per contenere la marea umana i poliziotti hanno circondato l’area bloccando nella piazza circa 2mila manifestanti che a loro volta, per rompere l’assedio, hanno cercato di sfondare i cordoni di polizia.
Nonostante il nutrito schieramento di forze dell’ordine, il bersaglio della rabbia dei manifestanti è stata anche la filiale londinese della Bank of Scotland, a Threadneedle street, presa d’assalto e poi saccheggiata da un gruppo di manifestanti (che in alcuni casi si sono portati via telefoni e computer). Non è un caso che sia stata scelta proprio la Bank of Scotland come un bersaglio privilegiato della protesta. Il suo direttore, Sir Fred Goodwin, beneficiario di una pensione d’oro da 700 mila sterline all’anno (quasi 800 mila euro) nonostante la banca sia stata salvata dal fallimento dal governo e abbia annunciato il taglio di 2.300 posti di lavoro, è diventato da giorni in larghe fasce dell’opinione pubblica il simbolo di un’odiata casta di manager super-pagati che vive alle spalle della gente comune e che, dopo aver creato la crisi, ora ne incassa i dividendi. Nei giorni scorsi la sua lussuosa villa scozzese era stata attaccata da un commando che poi aveva rivendicato l’azione via Internet.
L’assalto alla Bank of Scotland
Il risultato è che il bilancio degli scontri di oggi - mentre la capitale inglese è attraversata da 8 mila manifestanti, per lo più pacifici - è un piccolo bollettino di guerra: un poliziotto colpito con una sbarra, decine di no global fermati o arrestati, decine i contusi soprattutto tra i manifestanti. Ventiquattro gli arrestati. E la polizia che, per ora, ha evitato di usare maniere troppo forti nonostante la militarizzazione del centro cittadino. La rabbia per il ruolo giocato dai banchieri nella crisi economico-finanziaria e la frustrazione per gli scarsi progressi raggiunti in fatto di lotta al surriscaldamento climatico sono i detonatori di una rivolta che erano in molti ad attendersi, alla quale però, per la prima volta, hanno partecipato non solo i professionisti della rivolta no global, ma - come riporta The Guardian - anche molti lavoratori preoccupati per gli effetti di una crisi che assume proporzioni sempre più globali. E che ormai non è più soltanto finanziaria.
Cariche a cavallo contro un manifestante
Manifestanti assediano la polizia

Bambine di undici anni, in Gran Bretagna, possono richiedere la pillola del giorno dopo alla scuola che frequentano con un Sms, con la garanzia che i genitori non ne saranno informati. Fa discutere, e molto, un progetto-pilota in corso dallo scorso luglio in sei scuole nella contea dell’Oxfordshire. L’iniziativa, bollata come irresponsabile da sociologi e educatori, è partita dal Consiglio regionale per limitare le gravidanze indesiderate tra le adolescenti. Proprio per venire incontro alle ragazzine anche più sprovvedute, il meccanismo è di una elementare semplicità. Le allieve delle sei scuole, di una età compresa tra gli 11 e i 13 anni, in caso di rapporto non protetto inviano un messaggino all’infermeria del loro istituto per farsi consegnare gratis la pillola del giorno dopo.
Non pagano niente e non vi sono limitazioni, in teoria possono richiederne quante ne vogliono. C’è anche un numero verde di emergenza da contattare durante il week-end quando la scuola è chiusa. Il tutto con la garanzia assoluta che i genitori non ne sapranno mai niente. “Non voglio fare il moralista ma così stiamo dando un messaggio sbagliato a queste ragazze, anzi quelle di undici anni sono ancora delle bambine”, ha obbiettato Norman Wells, esponente della Fet, una associazione che si occupa di rapporti tra la scuola e la famiglia. Per la sociologa Patricia Morgan, una esperta di problemi dell’adolescenza, è “estremamente pericoloso” tagliare fuori i genitori da temi importanti come questo. “È come dare la luce verde al sesso libero a tutte le età”, ha commentato. I fautori dell’iniziativa sostengono invece che le critiche sono comprensibili ma infondate e frutto di una cultura un po’ bacchettona che non ha più ragione di essere. Il progetto non è campato in aria e sono previste eccezioni e garanzie. Prima di consegnare una pillola, ad esempio, l’operatore si accerterà che la ragazzina non abbia subito uno stupro. “Bisogna stare al passo con i tempi, qui la promiscuità non c’entra, si tratta solo di evitare il trauma dell’aborto a queste giovanissime”, ha detto Hillary Pannack, di Straight Talking, una Ong che assiste le minorenni in caso di gravidanze indesiderate.

Un soldato inglese davanti alla base militare britannica di Massereene, dove è avvenuto l’attentato di Real Ira, gruppo scissionista repubblicano irlandese
Sono l’ultima scheggia, l’ultima pattuglia di duri e puri; gli ultimi a credere ancora alla lotta armata. Ma non saranno una minaccia al processo di pace, nonostante l’attacco contro la caserma dell’esercito britannico alla caserma di Massereene, nella contea di Anrim, durante il quale sono stati uccisi due soldati. La Real Ira è tornata a colpire in Irlanda del Nord, come non avveniva da anni. Ma nonostante la sua nuova campagna, questa costola nata (dopo l’abbandono delle armi) dall’Irish Republican Army, non sarà in grado di fermare il percorso avviato tra il Sinn Feinn e gli Unionisti.
Ne è convinto Brendan O’Duffy, politologo dell’Università di Londra, esperto della storia del conflitto dell’Ulster: “Real Ira non è un gruppo numeroso, direi al massimo una cinquantina di adepti, che ha colpito per la prima volta nel 1998 quando furono gli autori della strage di Omagh, quando vennero uccise 39 persone e altre decine rimasero ferite. Certo, sono pochi — prosegue O’Duffy — non hanno seguito, poco supporto logistico, ma sono intransigenti, motivati, credono di essere rimasti gli ultimi combattenti per la libertà, coloro che devono portare la torcia del sacro fuoco dell’indipendentismo irlandese”.
Nella sua rivendicazione con una telefonata al Sunday Tribune, dell’attentato di Antrim, la Real Ira ha annunciato un’ondata di nuovi attentati. Un’offensiva per ricondurre nel terrore l’Ulster. Era dal 1997 che un soldato dell’esercito britannico non veniva ucciso. Gli irriducibili, promettono altre vittime. Perchè la nuova campagna è partita ora? Secondo il politologo di Londra, la cellula si è riorganizzata. “Dopo la strage di Omagh, Real Ira venne smantellata. Infiltrata da elementi dell’Irish Republican Army - che voleva andare a concludere un’intesa sul cessate il fuoco con il governo britannico e gli unionisti - la frazione venne demolita dai fermi e dagli arresti dei suoi componenti. Ci ha messo anni, ma alla fine, ha ricostruito una rete. Non si sa che la comandi, se le persone che si trovano in carcere oppure una nuova leadership -che opera in clandestinità. Ad ogni modo, Real Ira si è mossa anche sulla scorta della competizione di un altra, piccola frazione armata separatista: l’esercito irlandese. Si tratta di una cellula armata che sta facendo una campagna “reclutamento”. Credo che l’attacco di Massereene faccia parte della volontà della Real Ira di lanciare una sua opera di reclutamento, alternativa a quella dell’altra organizzazione“.
Chi fa parte di queste cellule è stato per anni membro della vecchia Ira. Esperto in tecniche di guerriglia, abile con le armi e la fabbricazione di ordigni, vede nell’attacco militare contro i britannici lo “spot” migliore per attirare il consenso e l’adesione di coloro che pensano ancora lotta armata. I due killer e l’autista del commando che ha colpito, “devono essere catturati e portati davanti alla giustizia il più presto possibile”, ha dichiarato il premier britannico Gordon Brown, che si è recato nell’Irlanda del Nord per visitare le truppe e incontrare i principali i dirigenti politici dell’Ulster. “I membri della Real Ira si vedono come i veri e unici eredi dell’Esercito Irlandese Repubblicano nato all’inizio del’900 come strumento di lotta contro i britannici. Sperano di cacciare gli inglesi, riunificare l’Isola. Ma su questo terreno, non trovano fertilità” dice ancora Brendan O’Duffy “visto che tutti i partiti politici, compreso lo Sinn Feinn di Gerry Adams hanno condannato l’attacco”. Non saranno queste cellule di irriducibili a mettere in pericolo il processo di pace. “Non avranno abbastanza spazio per farlo” - dice deciso il docente dell’Università di Londra. Non riusciranno, cioè, a introdursi nelle pieghe delle costruzione della architettura degli accordi di pace raggiunti dai Lealisti e dai Repubblicani. Che, è vero, dice O’Duffy, hanno subito forti scossoni nel recente passato, ma che, alla fine, hanno prodotto elezioni libere e pacifiche, una convivenza difficile, ma perseguita, dopo i decenni di guerra civile.

Che la crisi economica sarebbe stata al centro dell’incontro di ieri fra il premier britannico Gordon Brown e il presidente americano Barack Obama, era facilmente intuibile. Che l’incontro sancisse, in un certo qual modo, la fine del rapporto privilegiato fra Londra e Washington, già meno. Ma ciò che si è percepito martedì alla Casa Bianca è stato proprio questo: a differenza del rapporto Blair-Bush, quello Brown-Obama non è basato su nessun debito di gratitudine, e il numero 10 di Downing Street non è più una tappa obbligata quando il presidente Usa vuole parlare all’Europa.
Certo, Brown è stata il primo leader europeo a mettere piede nello Studio Ovale versione obamiana, e ne è uscito rincuorato. E molti quotidiani inglesi, primo fra tutto il Times, sottolineano come l’ex senatore dell’Illinois a parole abbia ribadito la centralità del rapporto con Londra, in attesa del G20 del prossimo mese, da cui sia il Premier britannico che il Presidente americano sperano esca un insieme di mosse politico finanziarie comuni, da applicare ovunque per arginare la crisi dirompente e ridare fiducia e ossigeno ai mercati. “Abbiamo una visione comune del mondo - ha detto Obama - Questo ci permetterà di lavorare bene e velocemente assieme”, aggiungendo poi che, per quanto al turmoil finanziario non possa esserci una soluzione veloce, “saranno le azioni coordinate a riportare il mondo sul percorso della prosperità”.
In realtà, però, a Brown - che oggi parlerà davanti al Congresso, invitandolo ad “afferrare il momento in cui tutto il mondo vuole lavorare con l’America” - non è stata riservata un accoglienza caldissima. Al punto che solo martedì mattina, a premier già partito, i giornali inglesi hanno saputo che non ci sarebbe stata una conferenza stampa congiunta, come tutti si aspettavano. E il Financial Times, oggi, ha rincarato la dose con un editoriale dal titolo “No much chance of any “Yo Brown” (Non troppe possibilità per un “Ehi, Brown”): di certo la visita non servirà allo scopo sperato da Brown, ovvero godere di riflesso della popolarità di Obama, ha chiosato l’influente giornale finanziario. Spiegando come il presidente americano sia intenzionato a tenere, nei fatti, una certa distanza: se parte del grande successo di Obama viene dal non essere percepito come responsabile della situazione economica, durante gli anni scorsi Brown è stato prima Cancelliere dello Scacchiere e poi premier.
di Simona Tobia - da Londra
“Bisogna pur rompere qualche uovo per fare un’omelette” diceva Margaret Thatcher, quando doveva risollevare l’economia inglese negli anni Ottanta. A trent’anni di distanza, più che di omelette c’è chi parla di frittata. Dilagata in tutto il paese l’ondata di scioperi spontanei iniziata a fine gennaio nella raffineria Total nel Lincolnshire, quando l’azienda italiana Irem, vincitrice dell’appalto per una parte dei lavori, ha annunciato che avrebbe usato 300 operai italiani e portoghesi. Un colpo all’orgoglio nazionale, proprio nel momento in cui il premier Gordon Brown aveva promesso “lavori inglesi ai lavoratori inglesi”. Per non parlare della previsione shock del commissario europeo Joaquim Almunia: “Ci sono alte probabilità che in futuro la Gran Bretagna entri nell’euro”.
Nessuno dubita che il disastro economico del Regno Unito sia conseguenza diretta della crisi globale. Ma come mai i grossi guai dei settori finanziario e bancario si sono rapidamente estesi, infettando in poco più di un anno l’intera economia britannica? I dati sul prodotto interno lordo pubblicati (pil) a fine gennaio dall’ufficio di statistica indicano un calo dell’1,5 per cento nell’ultimo trimestre 2008, annunciando ufficialmente che il paese è in recessione. E la previsione per il pil 2009 fa tremare: calo del 2,1 per cento (2,8 secondo il Fondo monetario internazionale). La disoccupazione a gennaio ha raggiunto 1,92 milioni di persone, mentre tutti i giorni i media annunciano il bollettino di guerra di licenziamenti, cassa integrazione e aziende in amministrazione controllata, come Woolworths e Zavvi.
Per cercare di porre un freno a quest’inquietante deriva la Banca d’Inghilterra ha ridotto ulteriormente il tasso d’interesse all’1,5 per cento (il più basso da quando la banca centrale venne fondata, nel 1694). Ma nonostante l’iniezione di denaro pubblico e uno schema assicurativo che protegge contro i prestiti rischiosi, le banche sono restie a finanziare imprese e consumi. Neanche la riduzione dell’iva al 15 per cento e le svendite postnatalizie con sconti fino al 75 per cento hanno rimesso in moto il commercio al dettaglio.
Ormai nessuno crede più che si tratti solo di una “recessione dei colletti bianchi”, ovvero il ridimensionamento del terziario, che nel Regno Unito ha un peso superiore ad altri paesi avanzati. A trascinare in basso il pil non sono solo finanza e servizi, ma anche l’industria manifatturiera (calo della produzione nell’ultimo trimestre 2008 del 3,3 per cento rispetto al trimestre precedente e del 5,2 rispetto allo stesso periodo del 2007), già fortemente ridimensionata.
Questa catastrofe ha anche radici lontane, a partire dalla deregulation degli anni Ottanta, che con la rivoluzione liberista di Margaret Thatcher pose fine al modello di stato corporativo che aveva caratterizzato la Gran Bretagna dal dopoguerra. L’immagine del “brave new world” inglese da allora è stata caratterizzata soprattutto dai servizi: finanza e banking in testa, poi turismo, comunicazioni e ricerca specializzata. Tanto che oggi il settore dei servizi rappresenta il 31 per cento del pil, mentre l’industria manifatturiera e quella mineraria valgono la metà (15,7 per cento). “Questo modello economico non è più sostenibile” sintetizza a Panorama Adam Lent, del Trade union congress (Tuc), che riunisce le organizzazioni sindacali britanniche. “L’attuale situazione è l’eredità diretta della rivoluzione thatcheriana, che con il declino del settore industriale a favore di quello dei servizi ha reso il Regno Unito molto più esposto alla crisi globale”.
Un giudizio di parte che ha il sapore della vendetta, quello del sindacalista. In realtà il calo nella produzione e la perdita di posti di lavoro sono stati pure causati da una contrazione della domanda ed esacerbati dalla crisi del credito. “È chiaro che questo modello interamente basato sul credito non funziona” dice Lai Co della Confederation of british industry, la locale Confindustria. “Ci si affida al credito per acquistare e per produrre. Ma dal momento che l’economia è così incerta, gli investitori sono riluttanti e ciò causa una contrazione nella domanda di beni e quindi nella produzione”.
In ogni caso la rivoluzione thatcheriana ha qualche nesso con l’attuale crisi. Tutti gli esperti ritengono concordi che la modernizzazione della Lady di ferro fosse indispensabile, negli anni in cui il Regno Unito veniva definito il malato (”sick man”) d’Europa. È un dato di fatto che a fine anni Settanta l’industria inglese fosse estremamente inefficiente, soprattutto se paragonata a quella tedesca o giapponese. Provvedimenti come la chiusura delle miniere (97 tra il 1984 e il ’92), la riforma della legge sindacale nell’84 e le privatizzazioni di fine anni Ottanta sono stati tutti passi verso la realizzazione del modello economico basato sul libero mercato caro alla Lady di ferro quanto al New labour di Tony Blair.
Gli effetti collaterali di questa rivoluzione sono evidenti: deregulation, privatizzazioni e smantellamento di rami secchi hanno decimato l’apparato manifatturiero. “L’industria inglese è un ossimoro: non esiste più. La maggior parte delle aziende che hanno stabilimenti in Gran Bretagna è in mani straniere, basti pensare a Rolls-Royce, Bentley, Mini e Land Rover, che fanno parte di gruppi come Bmw e Tata” osserva caustico Vin Hammersley, ex manager Bmw e oggi analista della Warwick business school. “A Coventry, la mia città, c’erano 86 produttori di auto, 75 di moto, 35 di carrozzerie e 25 di motori. Oggi ne è rimasto uno. Dove c’erano le fabbriche ci sono supermercati”.
Ma per Simon Jenkins, giornalista del progressista Guardian e autore del libro Thatcher & sons, la Lady di ferro ha molti meriti. Anzitutto aver trasformato l’industria inglese da obsoleta e improduttiva in una delle più avanzate: “È stato molto crudele, ma andava fatto. La modernizzazione era necessaria perché l’industria britannica era inefficiente. Oggi non sono necessarie misure altrettanto drastiche, proprio perché sono già state adottate. È vero che non produciamo più navi e treni, ma li compriamo dove costano meno, ed è piuttosto ingenuo pensare di non doversi adattare al mercato del lavoro che cambia”. Fra i principali demeriti attribuiti a Thatcher, non avere capito che il Regno Unito richiede un’economia mista e non sbilanciata a favore di un solo settore (che, se fallisce, si trascina dietro anche gli altri).
Commenta l’ex manager Bmw: “Smantellando l’industria Thatcher ed eredi hanno mostrato di non conoscere la ricetta di quell’omelette. Non possiamo essere una nazione di negozianti, come diceva Napoleone, ma neanche di bancari, informatici e guide turistiche. Abbiamo bisogno di un’economia mista, con un settore industriale competitivo”.

Non si fermano gli scioperi a «gatto selvaggio» dei lavoratori inglesi contro la decisione della Irem, l’azienda siracusana che si è aggiudicata l’appalto per la costruzione di un impianto in una raffineria nel nord dell’Inghilterra, di assumere a termine un centinaio di lavoratori italiani. Alle agitazioni - bollate come «protezioniste» e vagamente «xenofobe» dal governo inglese - si sono uniti novecento contrattisti della centrale nucleare di Sellafield, nel nord-ovest. Proseguono anche i picchetti davanti alla raffineria Total di Grimsby, dove anche questa mattina si sono radunati trecento lavoratori inglesi sfidando freddo e neve. La loro preoccupazione è che gli italiani, e più in genere gli stranieri, possano rubare il lavoro agli inglesi in un momento di grave crisi economica.
Gordon Brown accusa i sindacati e si schiera dalla parte delle norme europee e per l’apertura dei mercati, a difesa del diritto degli italiani a portare a termine il lavoro, mentre la classe operaia britannica, per voce di Derek Simpson, leader del maggiore sindacato, considerato vicino al Labour, si schiera a favore delle mobilitazioni. Il tabloid News of the World ci ironizza sopra: «Avanti di questo passo Brown perderà un altro posto di lavoro. Il suo». Si riferisce alle legislative, che si svolgeranno tra un anno, e che segnano, dopo l’apparente ripresa di popolarità di Brown per il modo in cui aveva saputo aggredire la crisi con misure che avevano di fatto aperto la strada alle nazionalizzazioni bancarie, un nuovo pesante calo dei sondaggi per il Labour del premier inglese.
A difesa di Brown scende in campo anche il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini: «Faccio riferimento alle parole del primo ministro Gordon Brown che è persona saggia e competente, che ha detto che quegli scioperi sono indifendibili». «Questa è l’Europa della libera circolazione di tutti i lavoratori - prosegue Frattini, a margine di un convegno a Milano sulla ‘Pace Commerciale nel Mediterraneo‘ - quindi di quelli italiani in Gran Bretagna e di quelli inglesi in Italia».
«La libera circolazione dei lavoratori è un principio fondativo dell’Unione europea, che non può in alcun modo essere messo in discussione, pena la crisi del patto comunitario» ha invece detto il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
«Nel caso specifico poi - ha continuato a margine della presentazione a Montecitorio del rapporto del Cnel sul lavoro che cambia - l’azienda si avvale di propri lavoratori specializzati non altrimenti sostituibili nel breve periodo imposto dall’immediata esecuzione dei lavori» .
E’ giusta la protesta dei sindacati inglesi contro l’assunzione di 100 lavoratori italiani?
Gli ultimi commenti