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Ingrid Betancourt e il marito Juan Carlos Lecompte
Di Silvia Grilli
Al tavolo del ristorante dell’hotel Lutetia, in boulevard Raspail a Parigi, un uomo piccolo con qualche linea di febbre si stringe stretto il soprabito.
«Ma non ha portato il fotografo? Lo sa che il quotidiano Libération mi ha dedicato il ritratto del giorno? Ha scritto che sono una specie di playboy e mi ha paragonato a George Clooney». L’uomo minuto, 51 anni, colombiano, è Juan Carlos Lecompte, il secondo futuro ex marito dell’ex ostaggio, ex candidato presidente della Colombia Ingrid Betancourt, 48 anni. Continua

Ingrid Betancourt incontra Benedetto XVI
Un incontro di 25 minuti con il Papa. Ingrid Betancourt, hanno riferito fonti della Sala Stampa vaticana, è uscita profondamente “commossa” dall’udienza di oggi nella residenza estiva pontificia di Castel Gandolfo. Alle 12,30 è stata accolta dal Pontefice e ha detto di aver raccontato a Benedetto XVI “la sua esperienza spirituale durante la prigionia”. L’ex ostaggio delle Farc, liberata il 2 luglio scorso dopo sei anni di prigionia nella giungla colombiana, aveva espresso tra i suoi primi desideri quello di incontrare il Pontefice, il quale aveva fatto sapere che l’avrebbe ricevuta appena possibile.
All’incontro, strettamente privato, non sono stati ammessi giornalisti, solo un gruppo ristretto di fotografi e cameramen per alcune immagini ricordo. Betancourt, dopo l’incontro, ha salutato il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, nel cortile del palazzo ed è salita in macchina per tornare a Roma, dove terrà una conferenza stampa nel palazzo della Provincia.
Ad accompagnare Ingrid Betancourt in Italia c’è la madre, Yolanda Pulecio, che era già stata ricevuta dal Benedetto XVI lo scorso gennaio mentre la figlia era ancora prigioniera, la sorella Astrid e i due figli di lei.
Continua a fare discutere, soprattutto in Colombia e in Svizzera, la liberazione di Ingrid Betancourt e di altri 14 ostaggi dello scorso 2 luglio avvenuta nell’ambito dell’operazione “Scacco Matto”. Proprio ieri, infatti, il presidente Álvaro Uribe Vélez dalla capitale Bogotà ha ammesso che “sì, uno dei liberatori che hanno portato a compimento l’operazione portava su un giubbotto l’insegna della Croce Rossa”. Accusato da più parti perché in base alla Convenzione di Ginevra l’uso indebito del simbolo della CRI rappresenta un crimine di guerra, Uribe ha chiesto pubblicamente scusa all’organizzazione umanitaria con sede in Svizzera spiegando che l’errore si deve unicamente “al nervosismo” di uno dei liberatori, intimorito dal vedere “tanti guerriglieri armati”. Le polemiche sono scoppiate dopo che la tv statunitense CNN aveva mandato in onda un video della liberazione della Betancourt in cui uno dei falsi operatori umanitari – in realtà un membro dell’esercito colombiano – portava al braccio una fascia contenente il simbolo della Croce Rossa. Difficile comunque che il governo di Bogotá sia sanzionato. “Stiamo trattando direttamente con il governo di Bogotá con cui abbiamo una relazione molto buona”, spiega Carlos Ríos della Croce Rossa colombiana, “inoltre hanno già ammesso che si tratta di un errore”.
Tensione con Ginevra. C’è tuttavia un altro motivo di tensione tra Bogotá e Ginevra che ha fatto molto rumore nelle ultime ore. La procura generale colombiana ha infatti comunicato alla stampa che aprirà un’inchiesta contro Jean Pierre Gontard, un mediatore svizzero accusato di avere consegnato 500mila dollari ai guerriglieri delle Farc. Secondo il procuratore Mario Iguaran, infatti, esisterebbero “elementi che ci permettono di considerare che il mediatore svizzero potrebbe essere l’autore di un reato o aver partecipato a un’associazione a delinquere”. La decisione della procura colombiana è stata presa in seguito alle dichiarazioni rilasciate dal ministro della Difesa di Bogotá Juan Manuel Santos che qualche giorno fa aveva accusato Gontard di avere consegnato 500mila dollari a un membro delle Farc in Costa Rica. Inoltre il nome di Gontard figurerebbe più volte sul computer di Raul Reyes, il numero due delle Farc, ucciso dall’esercito colombiano il primo marzo scorso in territorio ecuadoregno. Per ora dalla Svizzera il ministero degli Esteri ha chiesto ufficialmente di “cessare gli attacchi contro Gontard”, ma da Bogotá hanno ribattuto che non si tratta di una questione politica bensì di semplici “indagini”.
Oggi il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías riceve il suo omologo colombiano Álvaro Uribe Vélez nella città di Coro (Venezuela nord-occidentale) e lo fa, sono parole sue, “come si riceve un fratello”. Un bel giro di valzer rispetto a quattro mesi fa quando l’ex tenente dei paracadutisti di Caracas aveva deciso di chiudere le frontiere con Bogotá e mobilitare decine di carri armati al confine, dichiarandosi pronto a fare la guerra al governo colombiano colpevole di aver ucciso in un’operazione militare al confine ecuadoriano il numero 2 delle Farc, Raúl Reyes, commemorato da Chávez come “un vero rivoluzionario”.
La vita è strana. Soprattutto in America Latina dove ai giri di valzer e alle contraddizioni di Hugo sono oramai un po’ tutti abituati. Ma perché stupirsi? Non è lui del resto che dall’aprile 2002 non perde occasione per attaccare a parole l’impero Usa, colpevole a suo dire di aver tentato di rovesciarlo con un golpe durato 48 ore, cui però ha continuato a vendere in questi anni la maggior parte del petrolio venezualeano prodotto dalla Citgo, la società petrolifera di proprietà della compagnia statale venezuelana PDVSA (sede centrale a Huston, Texas) , da qualche anno completamente controllata dal líder máximo di Caracas?
Oggi Uribe sarà ricevuto come “un fratello” da Hugo che, sino a qualche mese fa, assai prima della liberazione di Ingrid Betancourt, era il politico ad avere più credito presso i guerriglieri delle Farc e nei cui campi era facile vedere drappi inneggianti alla rivoluzione bolivariana. Lo stesso Chávez lo scorso anno si era prima proposto a Uribe come mediatore tra la guerriglia e il governo di Bogotá, ricevendo per tutta risposta da Uribe un deciso diniego. Offeso per non poter più fare “a piacere” il padrone in casa d’altri, quattro giorni dopo Hugo interrompe le relazioni con la Colombia e il 27 novembre richiama con urgenza il suo ambasciatore dalla Bogotá del “fratello” Uribe. Dopo aver fatto liberare qualche ostaggio senza che nessuna radio svizzera denunciasse alcun pagamento, a gennaio Chávez lancia un appello affinché le FARC siano tolte da Unione Europea e Usa dalla lista dei gruppi terroristi e vengano riconosciute internazionalmente come gruppo insorgente perché “io confino con loro, non con la Colombia”.
Poi le minacce di guerra a Bogotá di inizio marzo, le denunce di Uribe secondo il quale Chávez “finanzierebbe il genocidio”, la morte (o uccisione) del leader fondatore delle FARC, Manuel Marulanda alias Tirofijo e, lo scorso 2 luglio, la liberazione della Betancourt per mano dell’esercito colombiano, aiutato tecnologicamente da Washington e da un paio di militari israeliani in pensione. Un colpo durissimo per Hugo passato nel giro di poche ore da possibile salvatore di Ingrid a vero sconfitto dell’operazione colombiana. La vita è strana e a volte il passato è meglio dimenticarselo. Soprattutto per Hugo che oggi incontrerà Álvaro per l’undicesima volta da quando è a Miraflores. Anche perché la crisi economica e la recente scarsità di alcuni prodotti base come il latte e la carne in Venezuela impongono a Chávez l’intensificazione dei rapporti commerciali con Uribe, ieri “servo dell’Impero” e oggi “fratello”. Ma, soprattutto, suo principale fornitore di alimenti.
Ingrid Betancourt con il Generale Mario Montoya
Alvaro Uribe è a Cartagena per accogliere il candidato repubblicano alle presidenziali americane John McCain. Sa quello che sta per accadere, ma non appare preoccupato più di tanto. A McCain lo confida durante il colloquio: “Stiamo per liberare Ingrid Betancourt”.
Può andare bene. Può andare male. Come tante altre volte negli ultimi mesi, il presidente colombiano scommette e vince, dimostrando che in quel fisico minuto ha una tempra d’acciaio.
La mattina di mercoledì 2 luglio Betancourt, 47 anni, già candidata alla presidenza della Colombia, è tornata libera con uno spettacolare blitz durato solo 22 minuti. Era stata sequestata sei anni e cinque mesi fa dai narco-terroristi delle Farc. Con lei hanno lasciato il carcere duro e violento altri tre ostaggi americani e 11 soldati colombiani.
All’indomani dell’operazione chiamata in codice Scacco Matto si può dire quello che Giovanni Falcone aveva previsto per Cosa Nostra: “Come tutte le cose nella vita c’è un inizio e una fine”. Oggi è cominciata la fine del più vecchio movimento guerrigliero marxista dell’America latina, sconfitto dall’inflessibilità del presidente Uribe e dal combinato disposto dell’intelligence americana e delle forze armate colombiane. Altro che pagliacciate alla Hugo Chavez, propostosi nel Natale scorso come mediatore (in realtà si è scoperto successivamente che per anni è stato un complice dei guerriglieri).
Infiltrazioni ad alto livello nella dirigenza delle Farc. Spionaggio elettronico con strumenti sofisticati acquistati in Israele. Tecniche anti-guerriglia degne dei migliori eserciti. Tutto questo ha permesso il ritorno a casa di Betancourt e la sconfitta epocale dei terroristi marxisti diventati narcotrafficanti, che nei mesi scorsi hanno subito la morte di tre dei loro capi e la defezione di 800 militanti.
E allora vediamolo assieme questo film d’azione e di intrighi. Prima scena: novembre dell’anno scorso. L’intelligence militare colombiana riesce a confiscare il video girato dai sequestratori con la prova che Betancourt, cittadina franco-colombiana, è ancora in vita. A quel punto c’è il via libera alle trattative, ma a una condizione: gli interlocutori devono essere quelli che hanno in custodia gli ostaggi, non i leader delle Farc.
E’ a questo punto che i satelliti-spia americani e le intercettazioni elettroniche riescono a circoscrivere l’area nel sud della Colombia dove sono tenuti nascosti i prigionieri. L’ora X di operazione Scacco Matto scatta tre settimane fa quando Betancourt e i suoi compagni di sventura sono rintracciati con assoluta certezza in un villaggio della foresta. I generali escogitano una trappola micidiale riuscendo a beffare il commando delle Farc. Con una sofistica tecnologia israeliana i tecnici dell’intelligence militare si inseriscono nelle frequenze radio usate dalla segreteria generale delle Farc. Uno di loro si spaccia per Alfonso Cano, il nuovo comandante dell’organizzazione dei narcos dopo la morte nel marzo scorso del leggendario Manuel Marulanda. “Compagni Cesar e Gafar (i due aguzzini che hanno in mano i sequestrati, ndr), riunite i prigionieri in un unico gruppo e portateli nella località che vi indicherò”. Il falso Cano spiega ancora che alcuni elicotteri di un’organizzazione umanitaria non governativa avrebbero preso a bordo gli ostaggi per trasferirli in un posto più sicuro. L’ordine è eseguito all’istante.Cesar guida i 14 ostaggi, in precedenza divisi in tre gruppi, vicino al fiume Apaporis, fra il dipartimento di Guaviare e Vaupes, nell’estrema area sud-orientale della Colombia. Qui è previsto l’appuntamento con gli elicotteri di fabbricazione russa e ridipinti in bianco e rosso. A bordo non ci sono però gli operatori umanitari della fantomatica Ong, ma gli agenti sotto copertura dell’intelligence militare, addestrati nelle due settimane precedenti. Indossano magliette con l’immagine sofferta di Che Guevara. Rimane la parte più difficile: convincere i due sequestratori a salire a bordo. E’ sempre la voce camuffata di Cano a superare l’ultimo ostacolo.
Appena gli elicotteri decollano, gli agenti si identificano e mettono le manette ai due terroristi liberando contemporaneamente tutti gli altri ex ostaggi. Il viaggio di ritorno prevede una sosta nell’accampamento militare di San José del Guaviare. Da qui un aereo militare porta tutti all’aeroporto di Bogotà, dove nel frattempo è sbarcato il presidente Uribe reduce dall’incontro con John McCain. “Complimenti, è stata un’operazione impeccabile” commenta Betancourt prima di cominciare la conferenza stampa più bella della sua vita.
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LA GALLERY - VIDEO: Le prime immagini, il ringraziamento
La senatrice colombiana, Ingrid Betancourt, è stata liberata oggi da un blitz dell’esercito, dopo sei anni in mano alle Forze armate rivoluzionarie (Farc). Con lei anche altri 14 ostaggi: tre americani e undici soldati colombiani. Secondo le prime informazioni le sue condizioni di salute sono buone, anche se il lungo peridodo di prigionia nella jungla l’ha molto debilitata. La notizia è stata riferita dal ministro della Difesa, Juan Manuel Santos.
Le numerose campagne condotte in tutto il mondo per la sua liberazione, hanno trasformato la Betancourt nel simbolo di tutte le persone prese in ostaggio nella lunga crisi colombiana. Nel video e nella lettera inviate dalla guerriglia nel novembre 2007 come prove della sua sopravvivenza, la senatrice appariva come una donna senza speranza, praticamente allo stremo, solo l’ombra della leader politica combattiva e di carattere, che aveva retto con coraggio i primi anni di prigionia.
Nata il giorno di Natale del 1961, ha studiato a Parigi, dove il papà, Gabriel Betancourt, era ambasciatore presso l’Unesco.
Che avrebbe fatto strada lo predisse il poeta cileno Pablo Neruda, che un giorno, dopo aver letto una sua poesia, sentenziò: “Questa bambina andrà lontano”. Sposata in prime nozze con Fabrice Delloye, diplomatico e padre dei suoi due figli, Melanie e Lorenzo, ha divorziato per tornare a unirsi in matrimonio con un manager colombiano di origine francese, Juan Carlos Lecompte.
A 33 anni è entrata alla Camera, e quattro anni dopo ha varcato le porte del Senato con il partito Verde Oxigeno, con cui, senza alcun apparato, ha ottenuto nel 1998 158.184 preferenze, il maggior numero mai raggiunto da un candidato colombiano. La sua carriera politica è stata rapida, grazie all’impegno pacifista e alle battaglie parlamentari contro la corruzione, fino alla pubblicazione nel 1996 del libro Sì sabia (Sì, lo sapeva) sul finanziamento della campagna del presidente Ernesto Samper da parte del Cartello di Calì della cocaina.
Il suo sequestro, e quello della vice-candidata presidenziale e amica, Clara Rojas, era avvenuto durante un rischioso viaggio fra le città di Florencia e San Vicente del Caguan, capoluogo della “zona di distensione” nel sud della Colombia, controllata all’epoca dalle Farc, appena cinque giorni dopo la rottura del negoziato di pace con l’allora presidente Andres Pastrana.
Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, si è proposto più volte come mediatore con le Farc per la liberazione degli ostaggi, incontrando sempre l’opposizione del presidente Alvaro Uribe. La sua mediazione il 10 gennaio scorso ha portato alla liberazione di Clara Rojas e di un altro ostaggio, Consuelo Gonzales De Perdomo. Il 28 febbraio scorso le Farc hanno lasciato andare un’altra ex parlamentare rapita, Gloria Polanco, 49 anni, sequestrata nel 2001 insieme a due dei suoi tre figli, poi liberati nel 2004. Le Farc nel 2005 avevano ucciso suo marito in un’imboscata.
Ingrid Betancourt era stata dichiarata nel dicembre 2003 cittadina onoraria di Roma dall’allora sindaco Walter Veltroni, ed è stata anche candidata al premio Nobel per la pace.
LA GALLERY - VIDEO: Le prime immagini, il ringraziamento

“Dipende da Lei. Lei, che dirige le Farc, ha un appuntamento con la Storia. Non lo manchi. Liberi Ingrid Betancourt e quegli ostaggi più indeboliti”. Il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, ha lanciato oggi un drammatico appello al capo dei guerriglieri colombiani, Manuel Marulanda (alias Tirofijo), affinché rilasci l’ex attivista politica sequestrata dalle Farc il 23 febbraio 2002. “Ingrid è in grave pericolo di vita. Non ha più forze per resistere a una vita in cattività che potrebbe presto trasformarsi in tragedia”, ha continuato il presidente francese. “C’è un’emergenza. Mia madre sta molto male”, è l’appello diffuso sempre oggi da Lorenzo Delloye, 20 anni, uno dei figli della politica colombiana in un video diffuso dai media francesi in cui il giovane invita tutta la Francia a partecipare alla “marcia silenziosa” organizzata domenica prossima in diverse città del Paese, tra cui Parigi, Nizza, Avignone, Marsiglia, Tolosa, Bordeaux, Montpellier e Strasburgo.
L’appello di Sarkozy
Sempre in un comunicato diffuso oggi sul sito web di Abp Noticias, il comandante delle Farc Ivan Marquez ha detto che la morte di Reyes compromette gli sforzi fatti per raggiungere un accordo che permetta la liberazione degli ostaggi, in prigionia da sei anni nel mezzo della giungla.
L’appello del figlio: Liberatela
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Il servizio de Le Iene sulle Farc
Il servizio de Le Iene sulle Farc II

Una manifestazione per chiedere la liberazione di Ingrid Betancourt a Medellin in Colombia
Un miliardo di euro all’anno. È l’attuale fatturato dell’industria del sequestro in Sud America, uno dei business più importanti di tutto il continente. Così radicato che il 50% dei sequestri del pianeta sono concentrati qui.
Dalla Colombia al Venezuela, dall’Argentina al Paraguay, non c’è Paese latinoamericano che ne sia immune. Perfino il Brasile dove democrazia e crescita sembrano procedere a braccetto è in prima fila tra i Paesi più toccati dal problema. Il che significa che le radici di questa piaga sono più lontane e solo in parte legate alla politica.
Certo, il caso di Bogotá con le Farc (le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e i loro ostaggi, gli ultimi dei quali liberati lo scorso 27 febbraio, è eclatante. I guerriglieri si finanziano oltre che con il narcotraffico proprio con i sequestri. Al di là di quelli civetta, come i 40 parlamentari per liberare i quali le Farc propongono uno scambio di prigionieri, ve ne sono al momento 770, anonimi, ideali per finanziare senza tanti problemi le casse della guerriglia.
Sempre in Colombia oltre alla Farc la gente comune se la deve vedere con l’Eln, l’Esercito di Liberazione Nazionale, il secondo movimento di guerriglieri del paese che, quasi come uno slogan, amano ripetere alle loro vittime “tu finanzi la nostra guerra”. Al momento 440 persone risultano essere nelle loro mani. E non finisce sempre bene se si pensa che tra Farc e Eln dal 1996 al 2007 sono morte 1285 persone mentre erano sequestrate.
Ma oltre alle motivazioni di tipo politico il rapimento è diventato il modo più facile e meno rischioso di fare soldi anche per la micro e la macrocriminalità. Le cifre ufficiali parlano di 7.500 sequestri ogni anno in tutta l’America Latina ma i numeri in realtà salgono vertiginosamente se si pensa che la maggior parte dei rapimenti, per paura degli stessi sequestrati, non viene neanche denunciata. In Messico nel 2007 sono stati denunciati 438 sequestri di lunga durata come riferito dal Consiglio Cittadino per la sicurezza e la giustizia penale, per un fatturato di 600 milioni di dollari. In Venezuela, soprattutto a Caracas, il coprifuoco cala tutte le notti sulla città. E non stupisce che le stime parlino di un rapimento in media al giorno.
Perfino D’Alema, nel suo recente viaggio, ha sottolineato l’importanza di una sinergia tra Italia e Venezuela visto che la comunità italiana è stata particolarmente toccata negli ultimi anni dall’emergenza rapimenti. Quanto al Brasile, a San Paolo, l’ultima moda sono i sequestri lampo, 500 al mese, questa la media. Si viene rapiti al semaforo solo per andare a ritirare danaro al bancomat con le carte di credito. Oppure si può essere vittime di “golpe” telefonici. Un finto sequestro di un familiare simulato al telefono, con tanto di riscatto da pagare subito in banca. Sono in molti a caderci ed è successo perfino ad un giornalista della Bbc. Ma il colmo è in Argentina. Dove i sequestratori sono spesso poliziotti corrotti che chiedono il pizzo. E che non ci pensano un attimo a rapire in caso di diniego.

“Ognuno deve capire e, in modo particolare le Farc, che tutto il mondo condannerà le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia se Ingrid Betancourt non sarà liberata. Questa donna è malata, molto malata e noi lo sapevamo da mesi. Adesso la sua morte potrebbe essere questione di settimane”. Queste parole, dure come un macigno, sono state pronunciate ieri dal primo ministro francese Francois Fillon e dimostrano come Parigi, dopo anni di trattative, abbia davvero rotto gli indugi sulla questione. E, forse, perso anche la pazienza.
Questa sorta di ultimatum implicito, “poche settimane, meglio se pochi giorni per liberare Ingrid”, è strettamente legato a un altro episodio che, in molti, avevano letto come l’ennesima dimostrazione di “buona volontà” da parte del gruppo guerrigliero colombiano d’ispirazione marxista leninista. E cioè l’annunciata liberazione, la seconda in poco più di un mese, di quattro parlamentari - Gloria Polanco de Lozada, Luis Eladio Pérez, Orlando Beltrán e Luis Eduardo Gechem - da parte delle Farc avvenuta mercoledì 27 febbraio e celebrata, grazie alla mediazione del presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías.
Al di là del messaggio implicito di “buona volontà” che le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia stanno cercando in tutti i modi di far passare l’ultimo “rescate” ha brutalmente riportato alla ribalta il dramma che da sei anni e sei giorni vive la famiglia di Ingrid Betancourt. E, soprattutto, ha ribadito l’urgenza di un suo rilascio immediato. Le prime dichiarazioni di Luis Eladio Pérez e di Gloria Polanco, due dei parlamentari liberati, hanno confermato quanto già si poteva desumere dal video che le Farc avevano girato come “prova in vita” della donna: “Bisogna fare qualcosa perché la Betancourt ha problemi fisici ed è molto maltrattata dalla guerriglia. Sta malissimo, è fisicamente e moralmente esausta, dobbiamo fare una campagna imponente per liberarla il prima possibile. Le Farc si sono accanite contro Ingrid e le condizioni in cui è costretta a sopravvivere sono subumane. Soffre di epatite cronica di tipo B. L’ultima volta che l’ho vista era lo scorso 4 febbraio”.
Oltre alle reazioni francesi, ieri è intervenuto anche Chávez che sulla mediazione con le Farc per liberare Ingrid si sta giocando la faccia con Parigi. E lo ha fatto lanciando un appello diretto al comandante in capo dei guerriglieri colombiani, Manuel Marulanda: “Mentre continuiamo le trattative sulla liberazione di Ingrid”, ha detto il presidente venezuelano, “ordina che sia trasferita in un luogo più vicino a te. È urgente perché la sua condizione è molto delicata”. La speranza è che Tirofijo gli dia ascolto. Del resto è proprio Chávez l’unico presidente che le Farc hanno dimostrato più volte di rispettare ed ascoltare.
La Betancourt è malata: il video-SERVIZIO

Meno quattro. Con il rilascio degli ex parlamentari Gloria Polanco, Luis Eladio Perez, Orlando Beltran e Jorge Eduardo Gechem, sotto sequestro da sei anni, il numero degli ostaggi in mano alle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) è sceso a quaranta. Ma non è solo una questione di numeri. Man mano che gli ostaggi vengono consegnati (nel gennaio scorso avvenne un’altra liberazione, quella di Clara Rojas e Consuelo Gonzalez de Perdomo ndr) le Farc dimostrano sempre più quello che secondo gli esperti internazionali è qualcosa più di un’ipotesi: sono in crisi.
Guarda caso, infatti, quest’ultimo rilascio, è arrivato dopo che l’Fbi ha assestato meno di una settimana fa un duro colpo ai marxisti-leninisti del loro leader Marulanda, alias Tirofijo, grazie alle intercettazioni telefoniche. 39 arresti in 7 paesi, compresi gli Stati Uniti: tra di loro anche un ex carceriere di Ingrid Betancourt, la quale secondo la testimonianza dei quattro ex parlamentari appena liberati, verserebbe in gravi condizioni di salute. In concomitanza con la liberazione degli ostaggi la polizia colombiana ha arrestato a Saboyá, nel dipartimento di Boyacá nell’area centro-orientale del paese, Helí Mejia Mendoza, meglio conosciuto come “Martin Sombra”, guerrigliero storico, dalla fine degli anni ’60. Un durissimo colpo per le Farc reso possibile grazie alle indicazioni di un informatore che adesso riceverà 1, 7 miliardi di pesos, l’equivalente di poco più di 600 mila euro.
Ma a spiegare la crisi dei guerriglieri colombiani a livello internazionale non è solo la strategia di repressione culminata nella sequela di arresti. Da quando, infatti, sono state inserite nella lista delle organizzazioni terroriste dell’Unione Europea, le Farc hanno perso automaticamente interesse e fascino anche tra le frange più radicali della sinistra del Vecchio Continente. Dai governi alle Ong è stato un graduale fuggi fuggi. Secondo i dati dell’intelligence colombiana, in Europa attualmente i rappresentanti ufficiali delle Farc sarebbero circa una trentina, distribuiti tra Svizzera, Belgio, Spagna, Germania, Svezia e Danimarca con l’obiettivo, tra gli altri, di rinvigorire un proselitismo ormai infiacchito. Da qui la scelta, completamente nuova rispetto agli anni ‘80 e ‘90, di scegliere nuove strategie di comunicazione. Dalla rete delle organizzazioni di rifugiati ad Internet. Il portale delle Farc è così diventato una delle quindici pagine web più visitate della Colombia. Ma non basta evidentemente a sostenere un movimento che perde sempre più colpi.
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