“Andatevene a fare in c… yankee di m…”. Con questa frase, ripetuta più volte ieri sera poco dopo le 19, oltre l’una di notte in Italia, il presidente del Venezuela Hugo Rafael Chávez Frías ha intimato all’ambasciatore degli Stati Uniti di lasciare, entro 72 ore, il paese sudamericano. Teatro dell’ennesimo discorso infiammato di Chávez la città di Puerto Cabello, nello stato centrale di Carabobo, dove il presidente è intervenuto per “caricare” i membri del Psuv, il Partito socialista unito del Venezuela, in vista delle elezioni amministrative che si terranno il prossimo 23 di novembre. Una decisione radicale e spiegata da Chávez come un atto di solidarietà nei confronti del governo boliviano di Evo Morales che due giorni fa aveva dichiarato “persona non grata” l’ambasciatore Usa Philip Goldberg, accusato di appoggiare i disordini scoppiati recentemente in alcune province boliviane che, da circa due anni, si oppongono al governo centrale di La Paz. “Ci informano ora che il Dipartimento di Stato statunitense ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore boliviano dal suo territorio”, ha detto Chávez aggiungendo che “da oggi il Venezuela comincia a riconsiderare le sue relazioni diplomatiche con il governo statunitense”.
Una breve pausa e poi, in pieno effluvio di parole di fronte alla folla osannante, il leader bolivariano ha tuonato: “Ho appena parlato con il ministro degli Esteri Nicolas Maduro e perché la Bolivia sappia che non è sola a partire da questo momento l’ambasciatore yankee ha 72 ore per lasciare il paese. In solidarietà con Bolivia, il suo popolo e il suo governo”. Dopo avere annunciato il ritiro immediato dell’ambasciatore venezuelano a Washington, “prima che lo caccino”, Chávez ha detto che manderà un nuovo ambasciatore negli Usa solo “quando là ci sarà un nuovo governo che rispetti i popoli latinoamericani, che rispetti l’America di Simon Bolivar. Andatevene a fare in c… yankee di m… Perché qui c’è un popolo degno, un popolo degno, yankee di m… Andate a fare in c… cento volte. Noi siamo qui, i figli di Bolivar, i figli di Guaicaipuro, i figli di Túpac Amaru, siamo decisi ad essere liberi”. Insulti pesanti e accuse, come nello “stile” del presidente del Venezuela. “Responsabilizzo di tutto questo e di ciò che potrà accadere il governo statunitense che sta dietro a tutte le cospirazioni contro i nostri popoli”, ha continuato Chávez, aggiungendo una “minaccia petrolifera”. “Se ci sarà una qualsiasi aggressione al Venezuela non ci sarà petrolio né per il popolo né per il governo statunitense. Noi, yankee di m…, sappiatelo, siamo decisi ad essere liberi, accada quel che accada e costi quel che costi. Basta della tanta m… vostra, yankee! Come dicono i nostri fratelli arabi, inshallah, salam aleikum, voglia Dio che un giorno il popolo statunitense abbia un governo con cui si possa conversare e che rispetti i popoli latinoamericani, perché noi meritiamo rispetto”. Per la cronaca, nel suo discorso di tre minuti sul tema, il presidente si è rivolto nei confronti del governo Usa per sei volte con insulti pesanti ed espliciti in diretta tv, una media di una parolaccia ogni trenta secondi. Un record difficilmente battibile e che riporta Chávez al centro della scena internazionale per le sue “intemperanze verbali” dopo il “porque no te callas”, ovvero il “perché non stai zitto” con cui Re Juan Carlos cercò di zittirlo lo scorso settembre.
- Venerdì 12 Settembre 2008
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