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Afghanistan: Obama va alla guerra (con l’aiuto degli italiani)

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Afghanistan

Fausto Biloslavo e Marco De Martino

Diviso in sei parti, il documento segreto ha cominciato a circolare in poche copie per la valutazione delle agenzie di intelligence americane. Viene adesso presentato al generale David Petraeus, eroe della campagna irachena. Elaborato da un gruppo di esperti militari e civili del Centcom, il comando centrale dei teatri di guerra americani in Medio Oriente, il rapporto è il primo di una serie che punta alla revisione della strategia Usa in Afghanistan ordinata da Barack Obama. Da questi documenti dipende l’esito della «guerra di Obama», dopo che la Casa Bianca ha ordinato a 17 mila soldati americani, inizialmente destinati all’Iraq, di partire per l’Afghanistan.

Un «surge» in piena regola, ma i rinforzi, che si uniranno ai 38 mila soldati Usa e ai 32 mila militari della Nato, sono solo un acconto. Il generale David McKiernan, comandante delle truppe straniere in Afghanistan, parla chiaro: «Non è un aumento provvisorio, per vincere abbiamo bisogno di uno sforzo sostenuto come questo almeno per i prossimi 3 o 4 anni». I piani del Pentagono auspicano quasi il raddoppio delle forze americane con l’invio di 30 mila uomini in 18 mesi.

La forza delle armi, però, non basta. Per gli americani la carta vincente in Afghanistan sarà la stessa strategia antiguerriglia che ha portato al successo in Iraq. «Il nostro intervento non può limitarsi a un aumento di truppe» ha spiegato il generale David Petraeus. «Il rafforzamento militare sarà inefficace se non verrà accompagnato da un surge politico» spiega a Panorama Ettore Sequi, rappresentante speciale dell’Unione Europea per l’Afghanistan. «Il governo deve erogare ai cittadini i servizi essenziali di uno stato di diritto cominciando a debellare la corruzione. Poi va rilanciato lo sviluppo con un nuovo slogan: “Conquistiamo i cuori e lo stomaco degli afghani”». La vera svolta è il terzo pilastro del surge politico. «Con Richard Holbrooke (inviato Usa per l’Afghanistan e il Pakistan, ndr) è chiaramente emersa l’importanza di coinvolgere tutti gli attori regionali, compreso l’Iran, nella soluzione del problema afghano».

Il 18 e 19 febbraio il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è volato a Herat e a Kabul. Al ritorno in patria ha avuto un lungo colloquio telefonico con Holbrooke, che aveva appena detto: «In Afghanistan sarà più dura che in Iraq». Dalla Farnesina confermano che Frattini si vedrà «venerdì 27 febbraio» con il nuovo segretario di Stato americano Hillary Clinton. Al centro dell’incontro la possibilità concreta che l’Iran (fondamentale per le linee di approvvigionamento) partecipi alla conferenza sulla stabilizzazione dell’Afghanistan e del Pakistan, a margine del G8 a Trieste di fine giugno. Frattini avrebbe già anticipato l’invito parlando al telefono con la sua controparte di Teheran, il ministro Manoucher Mottaki.

Per il colpo di reni necessario a vincere la sfida afghana arriverà a Kabul un nuovo ambasciatore Usa. Il candidato a cui sta pensando la Casa Bianca è il generale Karl Eichenberry, vice dell’ammiraglio Giampaolo Di Paola (ex capo di stato maggiore della Difesa) al Comitato militare della Nato a Bruxelles. Eichenberry ha già servito due volte in Afghanistan al comando delle truppe. «È un intellettuale combattente. Il primo ad avere capito che bisognava investire molto di più nell’addestramento di esercito e polizia afghani» spiega una fonte di Panorama da Kabul. La scelta di un militare di carriera come diplomatico in Afghanistan è ardita, ma «Obama si gioca la faccia. Deve ottenere risultati in fretta, per esempio un successo senza sbavature con le elezioni presidenziali afghane del 20 agosto».

Per il settimanale americano Newsweek l’Afghanistan sarebbe già diventato il Vietnam di Obama. Analisti come Gary Schmitt, esperto militare dell’American enterprise institute di Washington, mettono in discussione le vere intenzioni della Casa Bianca: «Il presidente sembra avere ripensamenti su una guerra che porterebbe via tempo e risorse all’amministrazione».

L’esito del dibattito in corso a Washington rischia di avere un ruolo fondamentale nella campagna militare. Secondo i sondaggi, il conflitto in Afghanistan è sostenuto solo dal 34 per cento degli americani. Nel 2008 nel paese hanno perso la vita 155 soldati Usa. Anche se Frederick Kagan, uno degli architetti del surge iracheno, è ottimista: «Per stabilizzare il paese ci vorranno meno truppe che non in Iraq e ci saranno anche meno perdite». Di parere opposto la parte più liberal del Partito democratico, già schierata contro un maggiore coinvolgimento in Afghanistan.

Una delle spine nel fianco dello sforzo internazionale è l’aumento di vittime innocenti. Secondo un rapporto Onu, sono 2.118 i civili uccisi nel 2008, il 40 per cento in più rispetto all’anno precedente, anche se il 65 per cento è stato massacrato dagli «insorti». «I talebani usano i civili come scudo umano e se ne infischiano se negli attentati perdono la vita» accusa l’ambasciatore Sequi. «Ma non possiamo dimenticare che ogni morto innocente rischia di alienarci le simpatie degli afghani». L’ultimo «danno collaterale» risale al 16 febbraio, quando gli Usa hanno lanciato un’operazione speciale a 20 chilometri da Herat. L’attacco aereo avrebbe dovuto eliminare un comandante talebano, ha invece eliminato tre militanti e 13 civili.

Anche l’Italia farà la sua parte. Per ora ha circa 200 uomini al comando di un maggiore, ma si raddoppierà con l’arrivo fra marzo e aprile dei paracadutisti della Folgore. E per le presidenziali arriveranno almeno 250 altri militari. All’inizio dell’estate l’intero contingente potrebbe arrivare a 2.800-2.900 uomini. E le squadre Omlt (i Lawrence d’Arabia che affiancano e addestrano il 207° Corpo d’armata afghano) hanno già raddoppiato gli effettivi. Anche se Petraeus sostiene che manca ancora all’appello il 40 per cento degli specialisti Omlt in tutto il paese. L’obiettivo è aumentare l’esercito afghano da 80 mila a 134 mila effettivi, in modo che possano garantire da soli la sicurezza.

Il minisurge italiano comprende l’apertura del nuovo avamposto Tobruk e la costituzione di un secondo gruppo di battaglia, che verrà raddoppiato con i parà della Folgore in arrivo a primavera. Ma i problemi non mancano. Dal 1° gennaio al 14 febbraio sono stati registrati 30 tentativi di attacco (trappole esplosive, lanci di razzi e attentati suicidi riusciti o sventati), il 56 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. E in più di un’occasione i Lawrence d’Arabia italiani sono intervenuti per sedare sparatorie fra i soldati afghani, rispettati dalla popolazione, e i poliziotti che la taglieggiavano ai posti di blocco.

«Siamo più presenti sul terreno e prima o poi ci sarà il botto» prevede una fonte italiana in prima linea. «La situazione si sta scaldando. Anche perché in primavera raccoglieranno il papavero d’oppio per scambiarlo con denaro e armi». A metà gennaio la nostra intelligence ha segnalato l’arrivo dalla città pachistana Quetta di pezzi da novanta talebani. Gli emissari hanno minacciato di tagliare i fondi se non sono rilanciati gli attacchi contro le truppe straniere. E hanno organizzato assemblee per incentivare la jihad.

Da mesi lungo le statali 517 e 515 i ritrovamenti di trappole esplosive sono quotidiani. All’inizio di febbraio nel distretto di Bakwa sono stati segnalati 150-200 talebani. Pochi giorni dopo i talebani hanno colpito il dormitorio femminile dell’Università di Herat. E ora in città è allarme rosso per sette terroristi suicidi che sarebbero pronti a colpire anche la Squadra di ricostruzione provinciale italiana.

L’ambasciatore Sequi non ha dubbi: «Ogni anno viene annunciato come determinante, ma vi garantisco che per l’Afghanistan il 2009 sarà più cruciale degli altri».

  • redazione
  • Lunedì 2 Marzo 2009

Afghanistan: da Obama un monito a Karzai

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Hamid Karzai, presidente afghano

La sua visita è circondata dal mistero. Il programma non è stato reso pubblico per motivi di sicurezza. Non poteva essere altrimenti. L’inviato speciale degli Usa, Richard Holbrooke, è stato accolto dai Talebani, il giorno prima del suo arrivo, con il più ardito attacco al cuore del potere a Kabul mai lanciato da anni a questa parte.

Un’azione di guerra simile a quella compiuta a Mumbai, in India. Non è un caso che l’intelligence afghano, dopo la spettacolare dimostrazione di forza talebana, con l’assalto al ministero della giustizia, a poche decine di metri dal palazzo presidenziale che ospita Hamid Karzai, abbia puntato la sua pista anche (e soprattutto) al vicino Pakistan, da dove provenivano gli attentatori di Mumbai. In un sito vicino ai guerriglieri islamici afghani, l’attacco multiplo è stato rivendicato e spiegato come “un eloquente messaggio a Barack Obama e a tutti gli altri usurpatori”. Il comunicato, firmato dall’”Emirato Islamico dell’Afghanistan”, fornisce i nomi degli otto kamikaze che hanno partecipato all’azione, in cui hanno perso la vita 27 persone, mentre una cinquantina sono rimaste ferite. La prova più evidente della delicatezza della situazione in Afghanistan. Le sorti della guerra contro i Talebani e Al Qaeda non pendono dalla parte degli Usa e della coalizione internazionale. L’ex ambasciatore americano all’Onu, l’ex architetto degli accordi di Dayton sulla Bosnia, è stato mandato a Kabul con un mandato chiaro e un messaggio preciso al presidente Karzai: è ora di cambiare strategia. Già perché Barack Obama, ma anche il nuovo Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton vedono nell’ambigua politica di Hamid Karzai uno dei motivi delle sempre più crescenti difficoltà dell’operazione Enduring Freedom. Nella sua recente audizione al Congresso, la Clinton ha parlato di un “narcostato” riferendosi alla produzione di oppio, e descrivendo il paese come in mano “a una sempre maggiore corruzione”. Abdelaziz Danish, direttore dell’agenzia di notizie Pajhwok Afghan News conferma che Richard Holbrooke chiederà al presidente afghano un maggiore impegno per combattere queste piaghe, una maggiore determinazione nella guerra contro i Talebani, pena il mancato appoggio della Casa Bianca a Karzai nelle prossime, vicine elezioni: “Si, tutti sappiamo dell’insoddisfazione americana. Che è un sentimento anche di una parte della società afghana, stanca del conflitto”. Che gli americani sanno essere sempre più difficile sul piano militare. Per questo, entro pochi giorni Barack Obama dovrebbe annunciare l’invio di nuove truppe sulle montagne afghane.
Il generale David McKiernan, l’ufficiale statunitense a comando delle forze Nato nel paese, ha chiesto almeno 30.000 soldati in più rispetto ai 37.000 americani già presenti. Una richiesta - avanzata a tutti i paesi dell’Alleanza Atlantica - che difficilmente verrà accolta. Per ora, il Segretario alla Difesa Usa Robert Gates, ha parlato del dispiegamento di altri 3.500 soldati, ma il numero che verrà annunciato dalla Casa Bianca sarà sicuramente superiore, almeno 10.000 unità di rinforzo. Necessari, visto che i Talebani hanno ripreso sempre più terreno, specialmente al sud, nelle province di Helmand e Khandar. Una forza dimostrata con l’assalto a Kabul dell’altro giorno. “Nonostante gli sforzi, nonostante l’aumento degli effettivi dell’esercito afghano, i Talebani hanno moltiplicato le loro energie ” - afferma Abdelaziz Danish, il direttore di Pajhwok Afghan News.  ” E questo anche grazie all’aiuto e al supporto che ricevono dall’interno, dai gruppi tribali pashtun, e dall’esterno dei confini afghani. In particolare dal Pakistan e dall’Iran.” A tutti è chiaro, continua il giornalista afghano, chi ha interesse che gli Usa vengano sconfitti in questo paese. Per questo, l’inviato speciale degli Usa Richard Holbrooke ha parlato chiaro con i vertici di Islamabad prima di andare a un colloquio “franco”, come si dice, con Hamid Karzai. Per vincere questa guerra, la coalizione internazionale, dice Abdelaziz Danish, deve però puntare anche su di un maggiore consenso tra la popolazione afghana. Il più grave sbaglio sono le stragi di civili, colpiti per errore durante i raid aerei di questi mesi. “Sono fatti che inquietano la società afghana” spiega il numero uno della Pajhwok Afghan News. L’invio di un maggior numero di soldati, l’impiego più convinto da parte di Kabul dell’esercito regolare sulle alte vette delle catene montuose, dovrebbe essere mirato anche a evitare il più possibile questi “danni collaterali”. Per Abdelaziz Danish anche questa potrebbe essere la chiave di volta per cambiare i sorti del conflitto.

  • michele.zurleni
  • Venerdì 13 Febbraio 2009

Kamikaze a Kabul: nel mirino dei talebani i palazzi del potere

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Attacchi a kabul

Una serie di attacchi sincronizzati e coordinati sono stati compiuti da kamikaze a Kabul e rivendicati dai taleban, colpendo uffici governativi e ministeri in diversi punti della capitale afghana e anche in pieno centro, a due passi dall’ufficio presidenziale, provocando diversi morti, almeno dieci secondo alcune fonti.  Gli attacchi sono subito stati rivendicati dagli ex studenti coranici, che ne hanno preannunciato molti altri alla vigilia dell’arrivo in Afghanistan di Richard Holbrooke, neo-inviato speciale di Obama per la regione.
Secondo una prima ricostruzione, solo parzialmente confermata all’Ansa da fonti di polizia, uno o due kamikaze hanno attaccato il palazzo del ministero della giustizia, nel centro della citta’, vicino al ministero delle finanze e all’ingresso meridionale del palazzo presidenziale, provocando un numero di vittime non ancora accertato.
Un secondo attacco ha preso di mira uffici dell’amministrazione penitenziaria nel quartiere periferico di Khair Khana, con due kamikaze a piedi che sono riusciti a penetrare nell’edificio sparando e facendo poi saltare i corpetti esplosivi che indossavano. In questo attacco vi sarebbero diverse vittime.

Un altro kamikaze sarebbe stato circondato da forze di polizia vicino al ministero dell’istruzione, in centro, e sarebbe stato abbattuto senza essere riuscito a far esplodere il suo giubbetto. Un altro terrorista ancora, forse il settimo, avrebbe inoltre attaccato un convoglio di agenti di polizia nella zona settentrionale di Kabul, che potrebbe pero’ trattarsi, secondo fonti giornalistiche locali di un convoglio militare straniero. Quest’ultima circostanza non è stata ancora chiarita, dato il massimo riserbo delle fonti ufficiali e la gran confusione che regna in questo momento nella capitale afghana.
La tv privata locale Tolo, citando un portavoce dei taleban, ha riferito che sette attentatori suicidi hanno compiuto attacchi in diversi edifici governativi e due sono riusciti a entrare nel carcere centrale di Kabul, ma questa circostanza non ha trovato nessuna conferma ufficiale. Un’altra tv locale ha fatto riferimento a 10 vittime delle esplosioni, ma anche in questo caso non vi sono conferme.

  • redazione
  • Mercoledì 11 Febbraio 2009

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