
(Credits: Epa/Mohammed Jalil)

In Iraq le autorità hanno spiccato un mandato di arresto nei confronti del vice presidente sunnita Tareq al Hashemi. Su di lui il sospetto di essere collegato a una serie di attentati terroristici contro alti esponenti politici. Washington esprime “preoccupazione” per la vicenda.
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(Credits: Ansa/Ciro Fusco)
Il 2011 verrà ricordato come l’anno della Primavera araba. Dalla Tunisia al Marocco e all’Egitto, e poi lo Yemen, il Bahrein, la Libia e la Siria, i Paesi dell’area mediorientale sono stati attraversati dal vento delle rivolte. In alcuni casi la rivoluzione ha prodotto la caduta dei raìs e libere elezioni, in altri casi i popoli riempiono ancora le Piazze per chiedere il rispetto dei diritti umani e civili. Ma questo è anche l’anno del rinnovato terrore nucleare, con l’incidente alla centrale atomica di Fukushima in Giappone, e della paura per l’Europa e per la sua moneta unica, che sta rischiando di sgretolarsi sotto i colpi della crisi economica.
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La storia è di quelle che lasciano aperti molti dubbi, specie guardando la strana coincidenza tra il ritiro degli ultimi soldati americani dall’Iraq e il ritrovamento fortunoso di documenti che fornirebbero nuovi elementi all’inchiesta su una strage di civili iracheni compiuta nel novembre 2005 da marines statunitensi. Michael Schmidt, giornalista del New York Times, dice infatti di essersui imbattuto in materiale segreti contenenti le deposizioni dei marines testimoni e protagonisti dell’uccisione di 24 iracheni compiuta sei anni or sono nel villaggio di Haditha, nell’incandescente provincia di al-Anbar.
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(Credits: Epa)
Welcome home e Go home. Due invocazioni opposte risuonano in questi giorni negli Stati Uniti e in Iraq. La prima a Fort Bragg, in North Carolina, sede della 82a divisione autotrasportata che ha subìto il numero più alto di perdite sul totale di 4.500 soldati americani tornati a casa in un feretro avvolto nella bandiera a stelle e strisce. La seconda a Falluja, in Iraq, dove si è svolta la più grande battaglia americana dopo il Vietnam, con 2.000 iracheni e 150 statunitensi rimasti ufficialmente sul terreno.
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Unità antiterrorismo dell'esercito iracheno in azione (Credits: US Forces Iraq)
“Siamo qui per segnare la fine della guerra e cominciare una nuova era di relazioni tra le nostre nazioni”. Così il presidente Barack Obama in una conferenza stampa congiunta con il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki alla Casa Bianca ha sancito la fine della presenza militare statunitense in Iraq e l’avvio di stretti rapporti bilaterali in diversi settori, inclusa la Difesa. “L’Iraq è una nazione sovrana, autonoma e democratica. Quando mi sono insediato, 150.000 soldati americani erano di stanza in Iraq. Ora ne sono rimaste solo alcune migliaia. È la stagione dei ritorni a casa. Ora vogliamo una relazione a tutto tondo con l’Iraq”, ha detto Obama sottolineando come entro la fine del mese faranno ritorno negli Stati Uniti anche gli ultimi 8 mila soldati americani.
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Esercitazioni militari Usa nel Golfo Persico (Credits: LaPresse/Matthew A.Lawson)

Il generale Karl R. Horst, capo di stato maggiore del Comando Centrale, lo chiama un Ritorno al Futuro: tornare indietro di una decina di anni per guardare avanti, alle prossime minacce. A una, in particolare: l’Iran.
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Due cittadini iracheni seguono in diretta tv un discorso di Barack Obama (Credits: LaPresse/Karim Kadim)

Ritirare le truppe, uscire dall’Afghanistan e dall’Iraq, servirà a sciogliere i nodi della politica estera americana, o rischia, invece, di renderli sempre più ingarbugliati? Barack Obama vuole mantenere le sue promesse elettorali e gli accordi firmati a Baghdad e ventilati a Kabul, ma le decisioni che il presidente americano ha preso (o sta per prendere) rischiano di dare una certezza all’opinione pubblica statunitense (il ritorno a casa dei soldati), ma allo stesso tempo, di provocare una situazione di instabilità negli equilibri dei Paesi (e delle regioni) interessati, potenzialmente controproducente per la stessa politica di sicurezza degli Usa. Continua

Soldati americani in Afghanistan (Credits: LaPresse/Rafiq Maqbool)

Gli americani aspettano il decimo anniversario della guerra in Afghanistan con l’idea che quella guerra non sia servita a molto, se non a perdere vite umane e miliardi di dollari. Lo ricordano i sondaggi pubblicati in questi giorni, specchio di un Paese che è stanco di combattere un conflitto avvertito come lontano e il cui senso, anche prima, ma soprattutto dopo la morte di Osama Bin Laden, fa sempre più fatica a comprendere. Continua
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