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Battisti estradato a meno che Lula per motivi di salute …

Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.
Cesare Battisti, l'ex terrorista rosso, sarà estradato

Cesare Battisti sarà estradato ma l’ultima parola spetta a Lula

Battisti sarà estradato in Italia. La telenovela dell’ex terrorista rosso è finita.

Adesso solo Lula può evitare l’estradizione a Battisti. Continua

Caso Battisti: telenovela continua

Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.

Cesare Battisti

Per la seconda volta in due mesi è stato rinviato a data da destinarsi il voto del Supremo Tribunale Federale (STF) per l’estradizione dell’ex terrorista scrittore Cesare Battisti. Continua

Dopo l’accordo Usa-Ubs, tremano i paradisi fiscali. Che nascondono 11.000 mld dollari

Cassaforte

Rientrare. Ecco il verbo. La password, la parola d’ordine.
In questo 2009 (che si sta mettendo la crisi alle spalle), nell’estate caldissima degli evasori fiscali, è in questa direzione che si muovono tutti: rientrare nel budget, rientrare dal rosso, rientrare nei parametri dei piani di emergenza.

Usa-Ubs: accordo epocale
In America, il verbo viene declinato in queste ore con un accordo epocale, storico (così almeno l’ha definito il sociologo Jean Ziegler, intervistato dal Corriere della Sera) siglato tra il Fisco americano e l’Ubs, Unione banche svizzere, fa tremare non solo i 4.450 “paperoni” statunitensi sui quali gli elevetici hanno promesso di rivelare nomi e depositi (dopo lunga ed estenuante trattativa - la Svizzera ha difeso con le unghie e con i denti il principio della confidenzialità del rapporto tra istituti di credito e clienti: una consuetudine che risale al Tredicesimo secolo e protetta per legge - Washington ha accettato di ricevere non la lista richiesta inizialmente dei 52mila clienti americani di UBS, ma un elenco limitato a 4450 profili che non verrà consegnato direttamente dalla banca ma dalle autorità svizzere), ma l’intera industria dei paradisi fiscali. Ecco perché “Questo è un traguardo importante” ha commentato Doug Schulman commissario dell’Internal Revenue Service (il Fisco statunitense), agenzia dell’entrate americana “ora sarà più facile combattere l’evasione fiscale off shore”.

11 mila dolari nascosti in una sessantina di paradisi offshore
In tutto il mondo ci sono dai 55 ai 60 paradisi offshore. “Negli ultimi 25 anni i paesi industrializzati hanno cercato di ’smantellare’ attraverso pressioni e accordi politici ma fino ad oggi senza successo”, Charles Intriago, fondatore dell’International Association for Asset Recovery.
Secondo i dati Ocse, dai primi di aprile scorso, non figurerebbe più nessun paese nella black list dei paradisi ficali dopo che anche l’Uruguay, Costa Rica, Filippine e Malaysia hanno accettato di rispettare le norme internazionali. E solo poche settimane fa anche le Isole Vergini e le Cayman sono state inserite nella lista bianca.
In termini di denaro, il “tesorone” nascosto nei paradisi fiscali di tutto il mondo ammontebbe a una cifra da capogiro. I conti off-shore, secondo le ultime stime, potrebbero valere oltre 11.000 miliardi di dollari.
Si tratta ovviamente di proiezioni, fatte su valutazioni dell’Ocse, Fmi e Rete mondiale per la giustizia fiscale.

È proprio l’enorme dimensione della questione ad avere scatenato da parte di tutti i grandi Paesi una lotta all’evasione con tutti i mezzi possibili.
Tanto più in questi tempi di magra dell’economia mondiale. Tanto più negli ultimi mesi, nei quali la crisi finanziaria ed economica ha sottratto importanti risorse e spinto a veri e propri piani di emergenza. Gli Stati operano con le loro norme ma anche sempre maggiormente in cooperazione tra loro. L’Ocse è una delle sedi principali dove si mettono a punto le strategie contro l’evasione. Ma gli organismi sono diversi. È notizia di questi giorni, per esempio, quella relativa all’arrivo di un’agenzia europea, denominata “Eurofisc”, per rafforzare la cooperazione tra gli Stati dell’Ue sul fronte della lotta all’evasione dell’Iva. È una delle proposte avanzate dalla Commissione Ue che intende riconoscere alle autorità fiscali nazionali “un accesso diretto ad alcune informazioni predefinite” sui contribuenti di tutti gli Stati membri.

San Marino promette più luce
Tornando ai paradisi fiscali, da Singapore alla Svizzera, dalle Bahamas al Liechtenstein, sono questi tra i Paesi più famosi nei quali aprire un conto può portare enormi vantaggi fiscali. Con un ventaglio di “offerte” ampio: c’è chi offre la possibilità di aprire conti correnti senza l’obbligo di residenza o chi consente l’avvio di società senza alcun capitale di partenza. C’è infine chi permette la nascita di attività di intermediazione bancaria in totale deroga ai principi internazionali.
E stando all’interno dei confini italiani, anche un’altro paradiso fiscale “nostrano” promette di fare luce, dando un giro di vite, sulle false residenze “evadi-fisco”: San Marino. A dare l’annuncio è stato il segretario di Stato alle Finanze, Gabriele Gatti che puntualizza: “La Repubblica non ha mai concesso residenze di comodo ma da oggi daremo la caccia a tutti gli irregolari: vip, sportivi, attori e grandi imprenditori”.


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Le immagini del mondo, questa settimana, 6 - 10 luglio 2009

Riesplode la protesta in Iran

Credits: Lapresse

09/07/2009 - Anche se il clamore nei media occidentali sembra sfumato resta alta la tensione a Teheran a quasi un mese dalle elezioni e dall’avvio della rivolta contro il regime clericale.

Le altre foto

Le immagini delle violenze nello Xinjiang
Credits: Lapresse

08/07/2009

A Urumqi, città dello Xinjiang, Cina, la situazione rimane tesa dopo l’esplosione di violenza etnica (le storie su Panorama.it) che ha provocato oltre 150 morti.

Le altre foto - (2)

g8


Credits: Ansa

08/07/2009 -I protagonisti del G8 all’Aquila. I leader degli otto paesi più ricchi della terra si sono incontrati all’Aquila per l’annuale summit. All’incontro, presieduto dal premier Silvio Berlusconi si sono poi aggiunti i leader di Brasile, Cina, India, Messico, Sud Africa e Egitto per discutere delle questioni legate al cambiamento climatico, Il Presidente cinese ha lasciato prima del previsto L’Aquila per tornare in Cina ad affrontare la crisi delli Xinjiang.

Le altre foto, (2, le first ladies),  (3).

l'ultimo saluto dei fan

Jacko: l’ultimo saluto dei fan

Le altre foto e altre ancora e poi quelle delle veglie.

Dove andranno gli ex detenuti di Guantanamo?


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Guantanamo chiude. Ma che fine faranno i 240 detenuti ancora rinchiusi nel carcere di massima sicurezza della base Usa? La domanda assila da tempo l’Amministrazione americana. Una prima  risposta  l’ha data lo stesso presidente in una conferenza stampa il 21 maggio scorso, sfidando le critiche del suo stesso partito che gli aveva  anche negato i fondi per la chiusura al Congresso. Anche perché  un recente rapporto del Pentagono ha rivelato  un preoccupante grado di recidiva terroristica tra gli ex detenuti di “Gitmo”: addirittura uno su sette (ma i casi conclamati sono 29),  tornato a militare in formazioni terroristiche dopo la liberazione.

La spartizione Secondo quanto affermato da Obama, i 240 reduci saranno divisi in tre blocchi: una parte cospicua sarà processata in tribunali ordinari americani, un altro gruppo, i più pericolosi, in tribunali militari “speciali” e una cinquantina circa (quelli che non possono tornare nei loro paesi di provenienza perché a rischio di torture e persecuzioni) saranno spediti all’estero. Ma qui il presidente americano non ha fatto bene i conti. Perché  trovare i capi di Stati disposti ad accogliere i prigionieri si sta rivelando un’impresa più ardua del previsto: “Se gli Stati americani non se ne fanno carico, perché dovremmo noi?” si sono sentiti rispondere i diplomatici Usa dal ministro tedesco Wolfgang Schaeuble e da molti governi europei. Come si vede dalla nostra mappa, solo una parte di questi cinquanta è già stata “piazzata”, e i negoziati proseguono serrati.

Dove andranno La Gran Bretagna, il principale alleato Usa nella “Coalizione dei volenterosi” ha accettato sei detenuti non britannici ma  non ha gradito il trasferimento di altri quattro nelle Bermuda, ex colonia britannica. La Francia ha accettato un solo trasferimento, l’algerino Lakhdar Boumediene. La Spagna ne accoglierà quattro, considerati “Clear for release” dalle autorità statunitensi, cioé liberabili. L’Italia si farà carico di tre detenuti, già implicati in indagini nel nostro paese e quindi destinati a essere processati. La notizia non è piaciuta alla Lega (”Li metteremo nel giardino della villa di Berlusconi”, ha detto Bossi), ma il premier lo ha promesso a Obama nel recente  faccia a faccia a Washington. Tra i Paesi dell’Unione  anche la Svezia ha accettato un ex prigioniero. Troppo pochi, per gli americani, che si sono rivolti anche ad altri paesi: l’Albania ha accettato sette detenuti mentre tredici Uiguri (musulmani separatisti della Cina nordorientale) saranno ospitati nell’isola di Palau, nel Pacifico. Da un’isola a un’altra, ma sicuramente la preferiranno alle mura della base cubana.

Campo di detenzione di Guantanamo

Genro attacca l’Italia su Battisti: orgoglioso di ciò che ho fatto

Cesare Battisti

“D’accordo con il ministro, il giornalista italiano radicato in Brasile Achille Lollo parteciperà a un’altra riunione della Commissione per i Diritti Umani della Camera brasiliana in data da definirsi”. Con queste parole il ministro della Giustizia verde-oro Tarso Genro ha annunciato ieri in Parlamento che non ci sarebbe stato l’ex militante di Potere operaio condannato nel nostro paese con sentenza passata in giudicato per il rogo di Primavalle dove morirono i due fratellini Mattei. Anche senza Lollo, tuttavia, le parole pronunciate ieri da Genro per riaffermare la correttezza della sua decisione nel concedere lo status di rifugiato politico a Battisti sono destinate a far discutere. Il ministro ha detto infatti che, innanzitutto, il governo italiano vuole trasformare l’ex terrorista dei Pac in un “capro espiatorio del periodo degli anni di piombo”. Le stesse parole usate dal nuovo avvocato di Battisti, Luis Roberto Barroso, in un’intervista concessa al quotidiano La Stampa qualche giorno fa. Una sincronia perfetta. Stessa strategia, poi, anche sulla tipologia di reati commessi dall’ex terrorista scrittore. “Nel mio ministero”, ha detto Genro, “abbiamo riconosciuto che Battisti è stato un criminale politico e, quindi, si inserisce perfettamente nel diritto di rifugio. Molti di noi sono stati criminali politici […] e la maggior parte di noi è orgogliosa di ciò che ha fatto in quel periodo”. Quindi né terrorista né criminale comune, proprio come aveva sostenuto Barroso. Genro ha poi puntato direttamente sulla sovranità nazionale. “Veniamo trattati dall’Italia come un paese di seconda categoria che non ha il diritto di applicare le sue leggi sovranamente. Come se le leggi approvate in questo Parlamento fossero irresponsabili”, ha aggiunto. Infine la stoccata finale, entrando nel merito di un processo la cui richiesta di estradizione è passata al vaglio di 8 sentenze (tre in Italia, tre in Francia, una alla Corte europea e una al Conare, il Comitato brasiliano per i rifugiati) “non ci sono prove dei fatti imputati a Battisti, il quale tra l’altro era pure contrario ai delitti di cui è accusato”. Una pressione forte sul Supremo Tribunale Federale, la Corte Costituzionale brasiliana, esplicitata chiaramente da Genro, “mi turberebbe davvero molto se il Supremo dovesse cambiare la sua giurisprudenza per soddisfare le domande di un paese che non rispetta le decisioni del Brasile”.
“Genro ha un obiettivo chiaro: tentare in ogni modo di far passare per una decisione di diritto una cretinaggine senza nessuna valenza giuridica”, spiega a Panorama.it il presidente dell’Istituto Giovanni Falcone Walter Maierovitch, magistrato che collaborò con lo scomparso giudice italiano nella cattura di Tommaso Buscetta. “La nuova strategia” continua Maierovitch, “è quella di puntare tutto su una malintesa sovranità del Brasile, per raccogliere consensi tra la popolazione. In realtà, se Cesare non sarà estradato”, conclude Maierovitch, “ad essere lesa sarebbe la sovranità del vostro paese in virtù del trattato bilaterale tra Italia e Brasile. Oltre a ledere la nostra Costituzione, che vieta espressamente che l’esecutivo possa decidere su questioni di diritto sostituendosi al Supremo tribunale Federale, così come proibisce che si possa concedere il rifugio per crimini particolarmente efferati o per terrorismo”.

Battisti? Di sicuro resta in carcere sino a maggio, poi si vedrà

Cesare Battisti

Slitta ancora il giorno del giudizio per Cesare Battisti, l’ex terrorista scrittore in carcere in Brasile dal maggio del 2007 al quale il ministro verde-oro della Giustizia Tarso Genro ha concesso lo status di rifugiato politico lo scorso 13 gennaio e di cui l’Italia ha chiesto l’estradizione. “Il suo caso sarà discusso a maggio”, ha infatti rivelato ieri alla stampa Gilmar Mendes, il presidente del Supremo Tribunale Federale (STF), ovvero la massima autorità giuridica brasiliana che dovrà decidere se restituire o no Battisti alla giustizia italiana.

Il 3 marzo, metà marzo, aprile, adesso maggio. In realtà nessuno in Brasile sa quando il caso dell’ex terrorista dei PAC (Proletari Armati per il Comunismo), il più spinoso tra le 69 richieste di estradizione al vaglio del STF, verrà giudicato. Anche perché tutto indica che l’obiettivo di Brasilia è quello di far scemare l’attenzione dei media, soprattutto quelli italiani, su una vicenda che ha prodotto una crisi diplomatica senza precedenti  e che ha messo in grave imbarazzo il governo Lula.

Ciò che è certo è che sino a quando il Supremo Tribunale Federale non si esprimerà Cesare Battisti rimarrà in carcere. In un parere reso pubblico lunedì 6 aprile, il procuratore generale della Repubblica Antonio Fernando de Souza ha infatti espressamente raccomandato che l’ex terrorista scrittore resti in carcere sino al giudizio del STF. Una risposta chiara all’ennesima richiesta degli avvocati di Battisti, la sesta in circa tre mesi, di liberare il loro assistito, questa volta perché i reati da lui commessi sarebbero prescritti. Nel suo parere, invece, de Souza scrive che i quattro omicidi per i quali Battisti è stato condannato in Italia non sono prescritti e, dunque, deve rimanere in carcere.

Caso Battisti, parla l’ex Nar Bragaglia: “Io non chiederò nessun rifugio a Genro”

Leggi la LETTERA con le risposte di Bragaglia

La scorsa settimana il ministro brasiliano Tarso Genro aveva dichiarato di fronte alle Commissioni Esteri, Difesa e Diritti Umani del Senato che il “caso Battisti” non avrebbe motivazioni ideologiche e che se Pierluigi Bragaglia, ex terrorista neofascista dei NAR catturato lo scorso luglio in Brasile e di cui il governo Berlusconi ha chiesto l’estradizione, richiedesse tramite i suoi avvocati lo status di rifugiato politico, lui glielo concederebbe subito.
Panorama.it ha intervistato per iscritto e in esclusiva l’ex terrorista di destra in carcere a San Paolo, grazie alla collaborazione del suo avvocato Antonio Roberto Ribeiro e alla figlia Penelope. Qui pubblichiamo la trascrizione della lettera manoscritta di Pierluigi Bragaglia, modificata nell’ordine delle domande per attualizzarla agli ultimi sviluppi e corretta di alcuni errori di italiano, comprensibili dopo quasi 30 anni lontano dal paese d’origine da parte del Bragaglia. Nella gallery a lato, comunque, potete visionare l’originale.
Bragaglia, ma lei ha intenzione di richiedere lo status di rifugiato politico come Battisti?
No, non ho intenzione di chiedere nessun asilo politico.
Perchè? Quali sono a suo avviso le differenze tra il suo caso e quello dell’ex terrorista scrittore?
Si tratta di due casi molto diversi. Nel caso di Battisti il fattore più importante sono le condanne di omicidio che pesano come macigni sulla sua situazione giuridica, ma anche la richiesta dell’asilo politico e la scelta non molto casuale del Brasile. Nel mio caso sono stato condannato ad un totale di 12 anni e 11 mesi per rapina a mano armata e associazione sovversiva, ridotti di 2 anni per l’indulto, e mai imputato o condannato per “qualsiasi fatto di sangue”. Inoltre non ho mai chiesto l’asilo politico a nessun paese e vivo onestamente in Brasile da 25 anni, che sono più dei miei 22 anni trascorsi in Italia. Per questo ritengo che ci siano enormi differenze tra i due casi, anche perché in Brasile la mia pena è già prescritta mentre in Italia lo sarà dal 2011.
Eppure due giorni fa il ministro Genro ha paragonato il “caso Battisti” al suo caso come già aveva fatto qualche settimana fa il settimanale brasiliano Istoé in un articolo. Cos’ha provato quando ha letto l’articolo?
Molta rabbia e un senso di ingiustizia. Principalmente per le bugie e le calunnie orchestrate da qualcuno cui farebbe comodo paragonarmi proprio al signor Battisti.
Facendo chiaramente riferimento a lei, Cesare Battisti nella sua ultima lettera ha scritto: “Qui in Brasile c’è il caso di un  italiano appartenente ad un’organizzazione nazi-fascista e coinvolto nell’attentato di Bologna. Stranamente l’Italia non fa cenno a questo caso, né protesta né ricatta il popolo brasiliano per lui. Perché?”. Lei sa qualcosa della strage di Bologna?
Primo: sino ad oggi ancora non si sa realmente chi sia stato l’attentatore della strage di Bologna e, forse, non lo si saprà mai. Di certo c’è solo che ci sono dei “buchi neri” nella politica di quegli anni ma, e questo è il secondo punto, sappiamo soprattutto che Battisti, con queste calunnie nei miei confronti, si sta arrampicando sugli specchi per cercare di salvarsi a tutti i costi, volendomi pregiudicare pur sapendo che è falso che io sia coinvolto nella strage di Bologna. Lui vorrebbe mettermi sul suo stesso piano.
Cosa risponde alle accuse di Battisti?
Questo signore sappia che in nessun momento della mia vita processuale, dall’inizio sino ad oggi, mai nessuno ha lontanamente ipotizzato qualsiasi mio coinvolgimento in quell’attentato che, sia detto per inciso, reputo assurdamente vile e codardo. Nessuno, né da parte della magistratura, né dei pentiti. È provato che sono totalmente estraneo a quella tragedia.
Come mai ha scelto il Brasile per la sua latitanza e come mai ha un passaporto venezuelano? Battisti sostiene di essere stato aiutato dai servizi segreti francesi, a lei qualcuno ha dato una mano?
Nel mese di maggio del 1982 su richiesta della mia famiglia sono partito dall’Italia per il Venezuela con il mio vero passaporto. Là ho lavorato per più o meno due anni in una pizzeria. Non ero ancora ricercato. Quando ho saputo che per l’Italia ero un latitante ho comprato in Venezuela un passaporto falso e sono scappato in Brasile, senza l’aiuto di nessuno.
Cosa ha portato il giovane Pierluigi Bragaglia alla lotta armata? Che vita faceva prima di entrare nei NAR?

L’epoca degli anni Settanta e Ottanta noi italiani la conosciamo molto bene, forse per altri paesi e altri popoli è stato solo un periodo di follia mentale generalizzata in cui un intero paese si è immerso. Per me quel periodo si fonde con la mia stessa adolescenza e la mia gioventù e, mi creda, è arrivato davvero molto, troppo presto. Forse per la mia educazione, per l’ambito familiare di destra moderata, essendo il più piccolo di tre fratelli già in politica e frequentando amicizie di un quartiere considerato di “destra”, ho cominciato la mia militanza politica a 12-13 anni, con i manifesti, le scritte, i volantinaggi, i comizi e i cortei. Come tutti sanno noi di destra all’epoca eravamo la minoranza mentre la stragrande maggioranza dei giovani erano di sinistra e, così, gli scontro sono diventati inevitabili e quotidiani. Prima verbali, poi qualche scaramuccia, dopo una vera caccia all’uomo. Le posso dire che per le immaginabili proporzioni di forze in campo, per noi non era una vta facile. Ma in quell’epoca ciò che contava era il coraggio di manifestare le proprie idee, l’ideologia, l’essere diverso dalla massa, il sapersi difendersi. Il tutto condito con la spericolatezza e principalmente l’irresponsabilità tipica della gioventù. Con la tensione che aumentava e la situazione sempre più calda il mio incontro con i NAR è stato molto naturale. Molti amici dei volantinaggi, dei cortei e della militanza già cominciavano a voler fare il “salto di qualità”. Io, un giovane con 17 anni, non potevo perdere questa “opportunità” di far parte di “qualcosa di più grande” e, così, ho cominciato con l’aiutare alcuni amici più grandi di me che già sapevo facevano rapine per autofinanziarsi. Anch’io ho partecipato ad alcune azioni armate ma non ho mai presenziato a “fatti di sangue”.
Se potesse tornare indietro, oggi, cosa non rifarebbe?
Sicuramente non farei parte di nessun gruppo che usi la lotta armata . Come dimostrano i fatti il mondo non si cambia con le armi, tanto meno provocando dolore agli altri oltre che a se stessi.
C’è una donna, una madre che come tante altre madri ha perso un figlio etichettato come un “rosso” mentre lei, Bragaglia, a quei tempi era etichettato come un “nero”. Quel figlio si chiamava Valerio Verbano e fu ucciso da tre giovani armati e coperti da un passamontagna entrati in casa sua, dopo avere immobilizzato i genitori. La madre, quasi novantenne, continua a chiedere giustizia dal momento che l’omicidio del figlio resta ancora oggi impunito. I NAR sono stati tirati in ballo da alcuni suoi ex “compagni d’armi”. Lei sentì parlare del caso tra gli integranti dei NAR dell’epoca?
Mi dispiace immensamente per questa signora, oggi anch’io sono un padre ma non conoscevo Valerio Verbano e all’epoca non ne ho mai saputo nulla, né del fatto né di chi sia stato ad ucciderlo.
Bragaglia, lei è stato condannato ad oltre dieci anni per sovversione e rapina a mano armata, l’Interpol l’accusa di avere presenziato all’azione che a Roma culminò nell’uccisione di due Carabinieri, cosa che lei ha sempre negato. Comunque, al di là delle strette responsabilità personali che sono quelle che contano per la giustizia terrena ci sono anche le responsabilità collettive cui, per chi crede, si risponderà magari davanti a Dio. Oggi, con il senno di poi, lei come giudica quegli anni?
Innanzitutto non è assolutamente vero che io sia stato accusato di essere nel luogo o di aver partecipato all’omicidio dei due carabinieri. È un’invenzione della rivista brasiliana “Istoé”. In nessun processo, né nelle fasi istruttorie, né in giudizio e nemmeno nelle mie condanne si è menzionato questo fatto. Nego con veemenza la mia partecipazione diretta o indiretta in azioni nelle quali siano morte persone. La mia condanna oggi è di 10 anni e undici mesi per rapina a mano armata e associazione sovversiva. Pertanto quest’accusa è un’infamia. Oggi la mia coscienza è tranquilla e ringrazio Dio di aver avuto la fortuna di non essere mai stato presente ad azioni culminate con la morte di qualcuno.
A sua figlia Penelope, portatrice di questa missiva, come ha spiegato il Bragaglia di oggi e quello di ieri?
Ai miei figli non è stato necessario spiegare nulla. Mi conoscono per come sono oggi, mi sono voluto scusare con loro per tutto ciò che stanno vivendo. Sanno quanto amore provo per loro e, conoscendomi, sanno che non posso essere orgoglioso del mio passato.

(Ha collaborato Paolo Manzo)

Esclusivo: la lettera integrale di Battisti al Tribunale Supremo brasiliano

Cesare Battisti
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Non ai giornalisti, che non ha voluto incontrare a fine gennaio perché “spossato”, né al popolo brasiliano o a quello italiano come nelle sue sue lettere precedenti. Nella terza missiva scritta in una ventina di giorni, 19 pagine fitte fitte lette ieri sera nel Senato brasiliano dall’onorevole Eduardo Matarazo Suplicy, questa volta Cesare Battisti si è rivolto direttamente ai “Signori Ministri del Supremo Tribunale Federale”, che dal prossimo 3 marzo, quando riprenderanno i lavori in quello che è il massimo organo giuridico verde-oro, decideranno se estradarlo in Italia dove è stato condannato per 4 omicidi o se potrà godere dello status di rifugiato politico concessogli lo scorso 13 gennaio dal ministro della Giustizia verde-oro Tarso Genro. Panorama.it ha avuto accesso all’originale della lettera e, dopo averla tradotta, la propone integralmente al vaglio dei suoi lettori. Perché giudichino e si facciano da soli un’opinione. Per la cronaca sempre ieri in Italia la Camera dei deputati ha approvato con 412 voti a favore e nessun voto contrario una mozione per riaffermare con forza al Brasile la richiesta di estradizione dell’ex terrorista.

Eccellentissimi Ministri del Supremo Tribunale Federale
Gilmar Mendes-Presidente
Cesar Peluso-Vice Presidente
Celso de Mello
Marco Aurélio
Ellen Gracie
Carlos Britto
Joaquim Barbosa
Eros Grau
Ricardo Lewandowski
Carmen Lucia
Menezes Direito
Signori Ministri, mi permetto di rivolgermi alle Vostre Eccellenze con la convinzione del fatto che per la prima volta posso avere l’opportunità di essere ascoltato appieno dall’alta Corte di questo paese, anche per esporre le ragioni per le quali mi è stato impedito di difendermi in modo adeguato nelle precedenti occasioni in cui sono stato giudicato.
Voglio dire la verità sul mio caso e chiarire gli episodi relazionati alle terribili accuse lanciate contro di me. Non ho mai avuto la possibilità in Italia di difendermi. Mai un giudice o un poliziotto mi ha fatto una sola domanda sugli omicidi commessi dal gruppo a cui appartenevo, i Pac, Proletari armati per il Comunismo. Mai la giustizia italiana ha ascoltato la mia testimonianza. Mai un giudice mi ha chiesto: “lei ha ucciso?” (il motivo, semplicissimo, è perché era latitante, ndr). Oggi, trenta anni dopo, per la prima volta nella mia vita ho l’occasione di spiegarmi davanti ad una giustizia, la giustizia del Brasile. E credo sinceramente nella serietà e nella coscienza di questa giustizia. Ringrazio molto le Vostre Eccellenze per la disponibilità, Signori Ministri, di ascoltare la mia parola.
Sono cresciuto in una famiglia comunista molto militante. Mio padre e i miei fratelli mi hanno portato molto giovane all’azione politica. A dieci anni mio padre già mi portava a scandire slogan di rivolta nelle strade. Ma a diciassette anni ho capito che l’uomo il cui è ritratto era appeso in casa era Stalin e l’ho buttato dalla finestra. Questo aprì una crisi politica con mio padre e lasciai la mia famiglia per unirmi alla strada con le centinaia di migliaia di persone in rivolta dal ’68 contro il binomio della politica italiana: “Democrazia Cristiana-Partito Comunista Italiano, DC-PCI”. Appartenevo all’epoca ad un gruppo di giovani autonomi che viveva in una comunità. Erano militanti non armati. E’ altresì vero che per finanziare la nostra attività militante, volantini, ecc. raccoglievamo risorse attraverso i furti. Per abbellire questi delitti che sono stati estremamente numerosi in questa epoca in Italia tutti i giovani chiamavano queste azioni non “furti” ma “espropri proletari”. E devo confessare che io detestavo queste azioni semplicemente perché avevo paura. Questa paura è continuata durante tutta la mia militanza, un tema su cui tornerò.
Fu a causa di una di queste “espropriazioni proletarie” che venni incarcerato per la prima volta ma realmente ciò fu dovuto alla nostra vita di militanti senza soldi. In prigione ho incontrato un uomo più anziano, Arrigo Cavallina, appartenente ad un gruppo di lotta armata, i Pac. Non mi piaceva la sua personalità fredda e al tempo stesso febbrile ma mi impressionavano la sua cultura e le sue teorie rivoluzionarie anche se non capivo tutto ciò che diceva. Quando sono stato liberato nel 1976, sono tornato alla mia comunità: si era trasformata in un deserto. Alcuni compagni erano morti, morti per mano della polizia nelle manifestazioni. Gli altri erano devastati dalle droghe. A quell’epoca grandi quantità di droga a buon mercato furono distribuite massicciamente in tutte le grandi città per distruggere il movimento di rivolta. Immediatamente le consegne vennero sospese e tutti i giovani che erano caduti nella trappola dell’”eroina” si erano trasformati in fantasmi, in stato di “necessità”, preoccupati solo di trovare la droga e non più votati all’azione politica. Amareggiato da questo spettacolo feci il grande errore della mia vita: presi un treno per Milano ed entrai nel gruppo armato dei Pac. Senza comprendere a quel tempo che, anche là, sarei caduto in una trappola fatale.
Il capo militare di questo gruppo era Pietro Mutti. Ma era importante anche Arrigo Cavallina. Ho descritto a lungo la strana personalità di Pietro Mutti nel libro che ho scritto in Brasile durante la mia fuga. “La mia fuga senza fine”. Questo lavoratore aveva avuto gravi problemi con la droga e ne era uscito grazie all’azione politica. Questo faceva di lui un fanatico, una vera macchina da guerra. Al di là del suo carattere molto timido diventammo amici. Ma Pietro Mutti mi supervisionava incessantemente per vedere se ero all’”altezza” e io cercavo di esserlo. I Pac erano specializzati in azioni sociali e nel miglioramento delle condizioni in carcere. Il gruppo commetteva regolarmente azioni di esproprio contro le banche per garantirsi il proprio finanziamento e anche azioni contro luoghi di “lavoro nero”, cioè lavoro senza carta di lavoro. Quello sì, io l’ho fatto. Tutto questo attivismo militante non l’ho mai negato. Pietro Mutti aveva sentito perfettamente la mia paura durante queste “azioni obbligatorie” che ho sempre detestato. Eravamo armati anche se una buona parte delle armi non funzionava. Avevo sempre paura che uno dei compagni sparasse ad una guardia della banca nel caso in cui questa guardia avesse alzato la mano con l’arma in pugno. Avevo sviluppato una tecnica per evitare questo timore: mi lanciavo a mani nude sulla guardia e la spingevo a terra di sorpresa. Perché sapevo che una volta a terra nessuno le avrebbe sparato. Ho fatto queste numerose volte. Racconto questa piccola storia che può sembrare aneddotica per assicurarvi, Signori Ministri, che non sono in nessun modo “un uomo sanguinario” come è stato scritto continuamente ma è vero il contrario. Vostre Eccellenze, potete anche chiedere informazioni ai miei fratelli Vincenzo e Domenico su come reagivo quando ero giovane mentre uccidevano un animale nella nostra piccola proprietà agricola, anche se era un pollo. Questa avversione al sangue non scema mai nella vita di un uomo. Anzi aumenta. E non ho mai ucciso né ho mai voluto uccidere nessuno.
Voglio chiarire alle Vostre Eccellenze ciò che so sui quattro omicidi per i quali sono stato accusato in mia assenza con diverse accuse. Le accuse sono state che io avrei commesso gli assassini di Santoro e Campagna, che sarei stato complice nel caso della morte di Sabbadin e che avrei organizzato l’azione che uccise Torregiani, morto lo stesso giorno di Sabbadin. Sappiano, Signori Ministri, che sono stato arrestato nel 1979 con altri militanti clandestini e che sono stato giudicato in Italia nel primo processo dei Pac cui ero presente. Ci sono stati numerosi casi di tortura durante questo processo, con il supplizio dell’acqua ma io non sono stato torturato. In nessuna occasione durante questo processo mi hanno fatto una sola domanda in relazione agli omicidi. I poliziotti sapevano perfettamente che non li avevo commessi. Di conseguenza fui condannato nel 1981 per “sovversione contro l’ordine dello Stato” che corrispondeva a verità e che io non negai durante il processo. Sono stato condannato a 13 anni e 6 mesi di prigione, perché all’epoca le pene d’accordo con le allora nuove leggi d’urgenza venivano moltiplicate per tre per gli attivisti. Questo tempo fu poi ridotto a 12 anni. Il mio processo, l’unico vero processo al quale ebbi diritto in Italia fu così concluso. Mi trovavo in una delle “prigioni speciali” che erano state costruite per noi che venivamo definiti “terroristi”. Come prova del fatto che la giustizia italiana riconosceva in quell’epoca la mia innocenza riguardo alle accuse di omicidio, fui trasferito in un carcere per “coloro i cui atti non causarono morte”. Ma il procuratore Armando Spataro che capeggiava il sistema di torture nell’area di Milano, continuava a darmi fastidio e bloccò la mia corrispondenza con la mia famiglia. Seppi con tre mesi di ritardo da una visita di mia sorella che mio fratello Giorgio era morto in un incidente di lavoro. Lo choc per me è stato immenso. Quello e il fatto che ogni giorno nell’ora d’aria i prigionieri sparissero senza motivo, per ritornare in seguito mesi dopo abbrutiti e muti o addirittura senza far ritorno, mi fece prendere coscienza del fatto che le leggi per noi non sarebbero mai state normali. A causa di questo e solo per questo presi la decisione di fuggire. E non per “fuggire dalla giustizia” dato che il mio processo era terminato. Sono evaso il 4 ottobre del 1981 e lasciai fogli in bianco firmati ai miei vecchi compagni per il processo alla mia evasione. Me ne andai in Francia.
Prima di andare, nel 1982, in Messico. E perché ignoravo completamente che la giustizia italiana stava muovendo un nuovo processo contro i Pac, questo famoso processo in mia assenza in cui sono stato condannato all’ergastolo. Appresi la notizia con stupore quando tornai in Francia, nella stessa data in cui seppi della morte di mio padre risalente a due anni prima. Questo fatto, la perdita di mio padre, fu più importante di qualsiasi decisione della Giustizia, poiché pensai che nessun giudice coscienzioso avrebbe potuto considerare con serietà un processo così.
Devo ricominciare la mia storia nel 1978 quando ancora ero membro dei Pac. Chiedo scusa se mi sto prolungando, Signori Ministri, ma è la prima volta, ripeto, che posso spiegarmi davanti ad una giustizia degna di questo nome e desidero dire alle Vostre Eccellenze tutto ciò che so. Nel maggio del 1978, appresi, come tutti gli italiani e il mondo intero del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse. Guardavo con orrore questa immagine del portabagagli dell’auto in televisione e posso dire che quel giorno diventai un altro uomo. C’è nella mia vita un “antes Aldo Moro” e un “post Aldo Moro”. Quel giorno sentii due cose: l’orrore che quell’azione mi ispirava e la nausea di fronte a tutto quel sangue schizzato da tutte le parti. Compresi anche che l’uso delle armi era una trappola nella quale l’estrema sinistra era caduta. Quel giorno decisi di rompere con la lotta armata definitivamente. In tutta Italia la morte di Aldo Moro suscitò enormi discussioni in tutti i gruppi armati. Per quanto riguarda i Pac decidemmo per una nuova parola d’ordine, in base alla quale saremmo stati armati per difenderci ma mai per attaccare le persone. Stupidamente mi tranquillizzai per questa decisione votata dalla maggioranza. Ma un mese dopo, nel giugno 1978, un gruppo autonomo dei Pac, diretto da Arrigo Cavallina e comandato da Pietro Mutti, senza consultare la totalità dei membri responsabili, uccise il capo degli agenti penitenziari, Santoro. Ci fu immediatamente una riunione, molto agitata, Pietro Mutti e Arrigo Cavallina difesero questo omicidio con grande vigore. Quello stesso giorno lasciai il gruppo come una buona parte dei vecchi membri che si opponevano ad ogni attacco contro le persone. Pietro Mutti divenne furibondo con me, mi considerava un traditore. Mi unii dunque a quello che era chiamato “un collettivo di gruppi territoriali”.  Ugualmente armati ma non offensivi. Vivevo come molti altri clandestini in un vecchio edificio di Milano. Sapevamo quasi tutto quello che accadeva e che si diceva in quella città ed è così che all’inizio dell’anno 1979 abbiamo saputo che i Pac stavano preparando un’azione contro uomini di estrema destra che praticavano autodifesa, che andavano sempre armati (una specie di milizia). Io non sapevo quale era la persona presa di mira e non sapevo che realmente i Pac avevano deciso di uccidere due di questi giustizieri di estrema destra, Torreggiani a Milano e Sabbadin nella regione di Venezia (l’avere reagito a due rapine a mano armata, questo il motivo alla base dei due omicidi, nella spiegazione di Battisti al Supremo Tribunale Federale trasforma un gioielliere e un macellaio, le due vittime, in giustizieri
di estrema destra”, ndr).
Volevo impedire queste azioni, sanguinose, stupide e controproducenti per la resistenza (per la storiografia la resistenza finisce il 25 aprile del 1945, con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Per lo meno ardito definire “resistenza” il terrorismo degli anni Settanta, ndr). Un vero suicidio politico oltreché indifendibile. Chiesi autorizzazione, a nome del “gruppo territoriale”, di poter partecipare ad una riunione dei Pac a casa di Pietro Mutti. Vi andai con altri due compagni. Lì c’erano molti membri nuovi che non conoscevo e che avevano sostituito quelli che l’anno precedente se ne erano andati. Spiegai a Pietro Mutti e agli altri la stupidità e la follia del suo progetto. Molto rapidamente la riunione volse al peggio e il tono si alzò moltissimo. I membri del Pac dissero che io non avevo più diritto di dare il parere dato che non appartenevo più al gruppo e la riunione terminò con molta tensione. Io non sapevo chi doveva essere ucciso. Circa un mese dopo, o meno, seppi dai giornali che Torreggiani era stato assassinato e che durante un attacco una pallottola del revolver di Torreggiani aveva colpito il figlio giovane Alberto. Ricordo che rimasi di sasso sul marciapiede nel vedere il giornale. Seppi anche che un altro membro della milizia era rimasto ucciso nello stesso giorno nella regione di Venezia, Sabbadin. Rimasi scioccato e anche pieno di vergogna, molto scosso, perché io avevo fatto parte di questo gruppo che si era trasformato in (un commando ndr) assassino. E due mesi dopo, in aprile –ma non ricordo la data- un poliziotto della Digos, Campagna, morì anche lui. Il senatore Suplicy mi ha interrogato per sapere se avevo alibi nelle date di questi omicidi. Ma penso che possiate comprendere, Signori Ministri, che proprio perché non li ho commessi sono incapace di ricordare le date di questi crimini. Oltretutto vivevamo nascosti negli appartamenti e i giorni erano vuoti, interminabili e molto simili. Mi è impossibile ricordare 30 anni dopo dove mi trovavo in quelle date, sicuramente nell’appartamento che non lasciavamo mai. In seguito d’estate ci fu una grande operazione nel Nord dell’Italia e fui catturato con tutti gli occupanti del palazzo. Sì, è esatto che lì ci fossero armi ma la stessa giustizia italiana stabilì, attraverso una valutazione balistica, che erano nuove, che nessuna di queste era stata usata per sparare un solo tiro.
Molti dei fatti che sto per raccontare non li ho vissuti, dato che stavo in Messico. Seppi di essi nel 1990 in Francia, quando fui informato del contenuto del secondo processo che cominciò con la detenzione di Pietro Mutti nel 1982. Seppi, in Francia, che Pietro Mutti era stato torturato e che si era costituito come “pentito”, che accettava collaborare con la giustizia italiana in cambio della sua libertà e di una nuova identità. Seppi che lui stava per essere accusato, sulla base di indagini della polizia, di essere colui che aveva sparato su Santoro e che mi accusò al suo posto. Durante questo lungo processo Pietro Mutti fece tante accuse che molte volte inciampò nelle sue dichiarazioni impossibili o contraddittorie. Per esempio per salvare la sua fidanzata ha accusato un’altra donna, Spina, di essere complice nell’attentato contro Santoro. Ma nel 1993 la giustizia fu obbligata a riconoscere l’innocenza di Spina e a liberarla. Non ho i documenti con me e devo dire che la scrittrice e ricercatrice francese Fred Vargas conosce molto meglio il mio processo di quanto non lo conosca io. Ma io so che nel 1993, la stessa giustizia ha percepito, a mio avviso per i suoi atti e le sue parole, che Pietro Mutti era “abituato ai giochi di prestigio” e che frequentemente dava il nome di una persona al posto di un’altra. A parte la tortura l’unica discolpa che si può dare a Pietro Mutti per essersi assoggettato a fare le sue terribili e false accuse è che seguiva una regola:proteggere gli accusati presenti gettando la colpa sulle spalle degli assenti come quando ha accusato Spina, fino a quando non si riconobbe la sua innocenza nel 1993. Mutti non è stato l’unico pentito accusatore. Voglio spiegare ai Signori Ministri che a quell’epoca, durante i processi negli anni di piombo, il sistema delle torture e dei “pentiti” fu utilizzato correntemente (guardare il rapporto di Amnesty International e della Commissione Europea) e con un’intensità specifica dal procuratore Spataro. Tutti sapevamo che era terribile avere Spataro come procuratore. Il sistema dei “pentiti” non funzionava sull’unica testimonianza di un solo uomo. Era necessario ottenere altre “testimonianze” di pentiti in modo che l’accusa fosse “ confermata” e sembrasse solida. Ci furono di conseguenza altri membri dei Pac che mi hanno accusato assieme a Pietro Mutti come Memeo, Masala, Barbetta, eccetera. Tutti erano pentiti o “dissociati” e tutti hanno guadagnato  riduzioni di pena o libertà immediata o hanno evitato l’ergastolo. Così per esempio Memeo, quello che ha ucciso Torregiani e Campagna, Cavallina “l’ideologo” dei gruppi dei duri, Fatone, Grimaldi, Masala che hanno fatto parte del commando contro Torreggiani, Diego Giacomini che uccise Sabbadin. Tutti questi hanno ottenuto la loro libertà in cambio delle conferme (delle accuse ndr) di Pietro Mutti.
Per quanto concerne la morte di Santoro ho già parlato della riunione che seguì e che decise la mia uscita dal gruppo. So solo che Arrigo Cavallina e Pietro Mutti difesero con ardore questo crimine durante quella riunione e che la polizia li accusava di averlo commesso. Non appartenevo più al gruppo quando furono commessi gli altri tre omicidi, di conseguenza le mie conoscenze precise sono limitate. Ma i media che mi accusano incessantemente di avere volontariamente “sparato su Torreggiani” e persino “di avere sparato su suo figlio” sanno effettivamente che questo è totalmente falso (Nessuno in Italia ha mai accusato Battisti di avere partecipato fisicamente all’azione ma di averla organizzata, ndr). La giustizia italiana ha riconosciuto che i quattro uomini del commando erano Grimaldi, Fatone, Masala e Memeo il quale sparò sul gioielliere. E fu anche la giustizia a confermare che il proiettile che ferì il figlio Alberto proveniva dalla pistola di suo padre (anche questo è risaputo in Italia, ndr). Credo che all’inizio Mutti mi accusò di questo crimine. Ma dal momento che mi accusava anche dell’omicidio di Sabbadin commesso lo stesso giorno a centinaia di chilometri (da Milano a Mestre la distanza è di circa 260 Km, percorribili in meno di tre ore di auto, ndr), disse che io ero “l’organizzatore”. Ho già detto ciò che accadde nella riunione quando tentati di impedire questa azione. Quanto a Sabbadin, Giacomini “vicecapo per la regione di Venezia” confessò di avergli sparato. Visto che Mutti in un primo momento aveva fornito il mio nominativo come “killer” mi trasformò, dopo le confessioni di Giacomini, nell’autista di supporto. Solo che nemmeno così funzionò dal momento che poi risultò che “l’autista” era una donna. Signori Ministri, non so nemmeno dov’è questa città in cui è stato ucciso Sabbadin (Mestre, ndr). In ultimo so che Mutti mi ha anche di aver sparato a Campagna. All’epoca non seppi nulla sulla preparazione di questo crimine, non più di quanto sapessi di Sabbadin. Ciò che so è che una testimone oculare descrisse l’aggressore come un uomo molto alto, di 1 m 90 mentre io sono 20 cm più basso. Il resto me l’ha spiegato la scrittrice e ricercatrice Fred Vargas: la balistica ha provato che il proiettile proveniva dall’arma di Memeo, lo stesso che sparò a Torreggiani. E che una testimone disse che le era parso di capire dalle parole di Memeo che era lui ad avere sparato. Ma questa testimone è forse un pentito e non ho la certezza sul responsabile della morte di Campagna.
Non sono responsabile di nessuno degli omicidi di cui sono accusato Signori Ministri. Sono stato usato continuamente nel processo come un capro espiatorio per i pentiti. La prova migliore del fatto che dico la verità è che sono state prodotte delle false procure come ha comprovato la perizia grafologica, affinché gli avvocati Gabriele Fuga e Giuseppe Pelazza “ mi rappresentassero” nel processo in mia assenza. Perché? Di sicuro non per difendermi, di sicuro non per il mio bene, dato che sono stato condannato all’ergastolo. Ma certamente per trasformare l’accusa contro di me più accettabile e creare uno scenario favorevole per una pena più rigorosa. Fino a molto tempo dopo la farsa del processo io non sapevo che esistessero false procure. Questa scoperta la devo a Fred Vargas e alla mia avvocatessa francese Elisabeth Maisondieu Camus. E’ stata Fred Vargas che mi ha dato l’informazione quando venne a visitarmi in carcere in Brasile nel 2007. Un vecchio compagno (chi? Pietro Mutti? Bergamini? ndr) diede agli avvocati i fogli bianchi che avevo firmato nel 1981 prima della mia fuga. Due di questi fogli sono stati riempiti dopo, nel 1982, con “apparentemente la mia firma”. Fred Vargas mi ha spiegato che lo stesso testo, quello della vera procura che firmai nel 1979, venne copiato due volte e che i due testi sono sovrapposti in trasparenza dal momento che furono scritti con l’intervallo di due mesi, “datati” maggio e luglio 1982.
Una perizia francese ha provato nel gennaio 2005 che le tre firme delle tre procure sono state apposte nello stesso momento e che, ad esempio, il testo della procura del 1990, ipoteticamente inviato dal Messico (ma la busta non esiste) fu dattilografato sopra una mia firma di 9 anni prima. La perizia ha provato anche che le date non sono state scritte di mio pugno così come quanto scritto nelle buste delle due prime “procure”. Quando i miei avvocati francesi hanno saputo questo lo hanno immediatamente comunicato nel gennaio 2005 al consiglio di stato francese. Hanno fatto questo perché la Francia non ha diritto di estradare un condannato in contumacia che non è stato informato del suo processo. Queste tre false procure hanno provato che io non ero stato informato (in caso contrario avrei scritto io stesso le procure). Purtroppo il Consiglio di Stato sottomettendosi alla volontà del Presidente Jacques Chirac si è rifiutato di esaminare la falsità delle procure. Accettarono l’estradizione affermando che “ero stato informato e rappresentato come se le procure fossero vere”. Subito i miei avvocati francesi presentarono la prova dei tre documenti falsi alla Corte Europea ma anche là fu inutile perché certamente per interferenza del governo francese come chiarirò di qui a poco, la Corte Europea chiuse gli occhi, ignorò la prova della perizia e sostenne che le procure erano vere. Il mio avvocato francese Eric Turcon mi ha informato a Brasilia che questa “Corte Europea” era costituita solamente da magistrati francesi molto legati a Jacques Chirac. Già solo questo fatto, Signori Ministri, prova che il mio processo italiano è stato falsato, essendo questo uno degli elementi riconosciuti dal Ministro Tarso Genro. E che l’approvazione del dell’estradizione dei tre Tribunali francesi e subito dopo della Corte Europea è sempre stata basata sull’esistenza di quelle procure che sono assolutamente false, cosa evidente anche ad un esame ad occhio nudo. Perché questi Tribunali, informati della falsificazione di questi documenti, si sono rifiutati di considerare questo punto di massima rilevanza?
Il Segretario Nazionale della Giustizia del Brasile, Romeu Tuma Jr., sollecitato dal Ministro della Giustizia Tarso Genro, ha avuto l’opportunità di esaminare nel dettaglio i documenti presentati dalla storica e archeologa Fred vargas, durante un dialogo di due ore, in compagnia del senatore Eduardo Suplicy, documenti nei quali si evidenzia che c’è stata una falsificazione delle procure, in conformità con l’analisi tecnica riconosciuta ufficialmente fatta dalla responsabile per gli studi sulla grafologia in Francia, la signora Evelyn Marganne. Sarà molto importante che anche le Vostre Eccellenze possano esaminare con attenzione queste prove, che hanno contribuito molto per dare fondamento a quanto espresso nella decisione del Ministro Tarso Genro. Per questo motivo allego qui i documenti portati dalla ricercatrice Fred Vargas al Dottor Romeu Tuma Jr. e inoltrati al Ministro Tarso Genro, dal momento che mostrano l’evidenza della falsificazione delle procure e confermano le spiegazioni dettagliate dei giornali nelle conclusioni della Giustizia italiana riguardo il sottoscritto.
Segnalo che tutti i testimoni raccolti che hanno raccontato che io avrei partecipato ai quattro omicidi sono stati beneficiati dalla “delazione premiata” con conseguente diminuzione delle loro pene e/o della loro liberazione. Il signor Walter Fanganiello Maierovitch afferma nei suoi articoli che la giustizia italiana non accetta la deposizione di un “pentito” che usi la delazione premiata se per caso non dicesse la verità. Comunque, la stessa giustizia italiana non ha invalidato la denuncia contro di me fatta da Pietro Mutti, nonostante le contraddizioni qui segnalate. Osservo anche che nell’intervista concessa da Pietro Mutti alla rivista Panorama sulla quale si è basata la “Rivista Veja” (il più importante settimanale brasiliano, ndr)  per concludere che io sono colpevole dei quattro omicidi, a differenza di quanto si è dato a intendere non c’è una foto recente di Pietro Mutti. La foto pubblicata da Panorama è dei tempi in cui vivevamo assieme e le sue parole sono esattamente le stesse che pronunciò all’epoca della denuncia (Battisti lascia intendere che Panorama si è inventato l’intervista a Mutti perché non ha pubblicato una sua foto recente e perché questi ha confermato quanto già detto anni fa, aggiungendovi tra l’altro dei dettagli inediti “di colore”, ndr). Da parte mia sono disposto a confermare personalmente, di fronte alle Vostre Eccellenze, tutto quanto sto dicendo. Così come sono disposto ad affermare ai famigliari delle quattro vittime, occhi negli occhi, che non ho ucciso i loro cari. So che la giustizia del Brasile terrà conto di tutti gli elementi che, messi assieme, provano la mia innocenza e il modo tremendo con cui sono stato usato a mo’ di capro espiatorio durante questo processo pieno di così tanti errori in Italia. La collera sproporzionata di alcuni settori in Italia (ieri la Camera ha votato all’unanimità una mozione che non lascia dubbi sull’aggettivo “alcuni, ndr) discende, in gran parte, dal fatto che non vogliono o non gli conviene riconoscere che il mio processo fu totalmente falsato, come tanti altri di quello stesso periodo.
Spero, Signori Ministri, che mi abbiate capito, nonostante l’attacco irrazionale e vergognoso di settori molto influenti di un paese – l’Italia – contro la mia persona. Sulla mia vita e sul mio onore posso affermare che ho sempre lottato contro la violenza fisica durante la rivolta italiana e che non ho mai attentato contro la vita delle persone. Questa è la verità, che nessuna prova ha smentito.
Sollecito alle Vostre Eccellenze, Signori Ministri, di ricevere le espressioni del mio rispetto e della mia più alta considerazione.
Cesare Battisti 

Caso Battisti: si decide il 3 marzo. Ecco i tre possibili scenari

Cesare Battisti

Iniziano a delinearsi chiaramente i possibili scenari per la soluzione del controverso caso di Cesare Battisti, l’ex terrorista scrittore di cui l’Italia ha chiesto l’estradizione nel 2007 e al quale il governo Lula ha concesso invece lo status di rifugiato politico lo scorso 13 gennaio. Ma soprattutto comincia a concretizzarsi la data in cui conosceremo la sorte di Battisti. Panorama.it ha infatti raccolto da fonti sinora molto attendibili che sarà il prossimo martedì 3 marzo il giorno in cui il Supremo Tribunale Federale verde-oro, massima autorità del giudiziario brasiliano, deciderà se concedere l’estradizione di Battisti all’Italia o, invece, avallare la decisione dell’esecutivo Lula. Quali invece gli scenari possibili e le probabilità che si realizzino?

Maurizio Lupi, forzista e vicepresidente della Camera, e Fabio Porta, deputato eletto all’estero nelle fila dei DS, sono stati entrambi nei giorni scorsi a Brasilia nella prima missione ufficiale dopo lo scoppio della crisi diplomatica tra Roma e Brasilia. Una missione bipartisan e benedetta dal presidente della Camera Gianfranco Fini per spiegare la posizione del governo italiano sul caso Battisti ma, soprattutto, per far capire che, al di là delle polemiche, i legami economici e culturali tra Italia e Brasile vanno ben oltre la sorte di una singola persona. Tra le tante testimonianze i due hanno anche raccolto quella di César Alvarez, petista storico che lavora nel gabinetto di Lula e vecchio amico del Partito Comunista Italiano che lo accolse a lungo in quel di Bologna oltre vent’anni fa. Alvarez ha delineato ai due nostri deputati tre scenari possibili per il prossimo 3 marzo e, grazie a queste ed altre informazioni raccolte sul campo, Panorama.it è oggi in grado anche di fare delle previsioni sull’esito del caso Battisti.

Primo scenario. Il Supremo confermerà la decisione del ministro della Giustizia Tarso Genro e, dunque, lo status di rifugiato politico all’ex terrorista scrittore (15% di possibilità).

Secondo scenario. Il Supremo concederà l’estradizione di Battisti e Lula firmerà l’atto di rimpatrio dell’ex terrorista scrittore (35% di possibilità).

Terzo scenario. Il Supremo troverà una formula per dire “siamo d’accordo con l’estradizione ma questo atto, vista la decisione dell’esecutivo, non è di nostra competenza bensì dell’esecutivo”. Lula, a quel punto, confermerà quasi sicuramente la decisione di Genro (50% di probabilità). Altre informazioni raccolte a Brasilia, intanto, confermano che nel governo brasiliano il ministro che più difende lo scenario dell’estradizione è il ministro della Difesa Nelson Jobim, seguito a ruota dal ministro degli Esteri Celso Amorim. D’altra parte, invece, Genro con tutti gli altri ministri del PT sono per la concessione del rifugio politico a Battisti che, a detta loro, rischierebbe la vita se dovesse tornare in Italia.



Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino: Mondadori riporta in edicola una sua testata storica, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

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