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da Shewan (Afghanistan), Fausto Biloslavo
Il fumo nero e lugubre si alza in un istante per una quindicina di metri. “Attenzione Ied alla testa del convoglio”, lanciano subito l’allarme (ascolta l’AUDIO) per radio i paracadutisti della Folgore in uno dei blindati più vicini all’esplosione. La tensione è alle stelle. La trappola esplosiva, chiamata in gergo Ied, era nascosta sulla strada.
I parà che spuntano della botola dei mezzi puntano le mitragliatrici pesanti verso le casupole di Shewan, roccaforte dei talebani. La striscia d’asfalto che stiamo percorrendo è la famigerata 517, soprannominata l’autostrada per l’inferno. Il convoglio composto da soldati italiani, americani e poliziotti afghani scorta due camion con il materiale elettorale per le presidenziali del 20 agosto. I talebani di Shewan da giorni annunciano con gli altoparlanti delle moschee che i veri fedeli dell’Islam non devono andare alle urne. Chi sgarra rischia di venir sgozzato o quantomeno di vedersi tagliare il dito, che sarà segnato con l’inchiostro indelebile per evitare che lo stesso elettore voti più volte.
La colonna è partita alle 13.30 da Farah (Afghanistan sud occidentale) per portare urne, schede e altro materiale elettorale nel distretto a rischio di Bala Baluk.
Novanta chilometri di paura, con i talebani che attendono i convogli come avvoltoi. Prima ancora di arrivare nell’area “calda” di Shewan giungevano segnalazioni di insorti in avvicinamento verso il convoglio (ascolta l’AUDIO). Li hanno visti i piloti degli elicotteri d’attacco Mangusta giunti in appoggio dal cielo. Ad un certo punto la strada si infila fra quattro casupole in fango e paglia, dove i civili afghani sembrano scomparsi da un momento all’altro.
I talebani avevano già colpito e dato alle fiamme due cisterne afghane e un camion che trasportava un’ambulanza. Le carcasse fumanti che superiamo sono la prima avvisaglia che ci stanno aspettando. Nel blindato Lince del tenente Alessandro Capone, 30 anni, romano, comandante del primo plotone Nembo, i parà sono pronti al peggio. La trappola esplosiva ha colpito un Coguar americano, all’inizio della colonna con l’obiettivo di immobilizzarlo e bloccare tutto il convoglio. Invece il mezzo anti mina resiste e prosegue senza registrare feriti a bordo.
Sui tetti delle casupole stanno cercando riparo alcuni soldati dell’esercito afghano. “L’Ana (le forze armate di Kabul, nda) ha visto qualcosa” urla il parà che spunta dalla botola del Lince. Tutti hanno il dito sul grilletto e ci si aspetta un’imboscata in piena regola dopo lo scoppio dell’Ied. Invece la coppia di elicotteri Mangusta, che svolazzano bassi su Shewan, consigliano i talebani di tenere giù la testa. L’attacco è fallito. Il materiale elettorale un’ora dopo arriva destinazione (ascolta l’AUDIO) , ma la battaglia per le elezioni in Afghanistan continua.
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Un militare italiano in Afghanistan
Sei soldati italiani sono rimasti feriti lievemente in un attentato avvenuto nei pressi dell’aeroporto di Herat, nell’Afghanistan occidentale, alle alle 7:40 locali (le 5:10 in Italia): si tratta di tre ufficiali, due sottufficiali e un militare di truppa. Il kamikaze si è fatto esplodere al passaggio di un convoglio dell’Isaf, la forza internazionale sotto comando Nato, in cui sono inquadrate le truppe italiane. Due veicoli hanno subito danni. L’unità di reazione rapida (Qrf) e il nucleo artificieri (Eod) sono subito intervenuti e hanno messo in sicurezza l’area per favorire lo sgombero dei feriti, trasportati nell’ospedale da campo della base italiana di Herat. Anche se le loro condizioni non destano preoccupazione, solo tre restano ricoverati in osservazione: il maresciallo Alessandro D’Angelo, il capitano Giuseppe Cannazza e il maresciallo Fabio Sebastiani. Altri due militari coinvolti nell’attacco e già dimessi sono il tenente colonnello Giovanni Battaglia e il caporale maggiore Giuseppe Laganà. Il nome del sesto ferito non è stato reso noto: le ferite riportate sono di scarsa entità ed è già stato dimesso.
Quello contro gli italiani a Herat è stato il secondo attacco contro un contingente Isaf nelle ultime ventiquatt’ore. Ieri sera a Kandahar, ex roccaforte dei talebani nel sud del Paese, l’aeroporto è stato obiettivo di un lancio di razzi e due soldati del contingente bulgaro sono rimasti feriti in modo non grave, stando a quanto ha riferito questa mattina da Sofia il ministero della Difesa. Dall’inizio dell’anno a tutto settembre sono stati 84 gli attacchi suicidi in territorio afghano, contro i 119 dell’anno precedente: la maggior parte delle vittime sono state civili, sebbene il bersaglio fossero i militari stranieri.
I militari italiani in Afghanistan sono attualmente circa 2.400, tra Kabul ed Herat, nell’ovest, dove è schierato il grosso del contingente. Circa una settimana fa è avvenuto l’avvicendamento al comando della Regione ovest tra il generale Francesco Arena e il generale Paolo Serra: ai fanti della brigata aeromobile ‘Friuli’ sono subentrati gli alpini della ‘Julia’. Lo scorso 5 agosto, a Kabul, l’Italia ha ceduto alla Francia il comando della Regione della capitale nella missione Nato-Isaf: un passaggio di consegne che ha avuto come conseguenza la graduale e progressiva riduzione del contingente. Contestualmente, è stato rafforzato quello di Herat, dove è schierata un’intera brigata, con due ‘battle group’ e altre aliquote operative, che possono contare sugli efficienti mezzi anti-mina ‘Lince’, su diversi elicotteri da trasporto, 6 elicotteri d’attacco Mangusta, 3 velivoli senza pilota ‘Predator’. L’Italia ha deciso di inviare in Afghanistan anche 4 caccia Tornado da ricognizione, che dovrebbero essere operativi tra alcune settimane. Negli ultimi tempi si è assistito ad una recrudescenza di attacchi contro i militari italiani nell’ovest.
Con un blitz delle forze di sicurezza sudanesi hanno ucciso sei rapitori degli ostaggi sequestrati nove giorni fa in Egitto, tra cui cinque italiani che al momento “si trovano in Ciad”. Altri due rapitori sono stati arrestati. Lo ha riferito Mahjoub Fadl Badri, consigliere del presidente sudanese Omar el Bashir, specificando che “i sequestratori (catturati) hanno riferito che gli ostaggi sono ancora in Ciad, li hanno nascosti in un rifugio e stanno ancora negoziando. Non sappiamo se l’esercito ciadiano stia per intervenire”. “Le forze sudanesi seguendo le tracce dei sequestratori nell’area (al confine tra Sudan, Libia e Egitto)di Jebel Uweinat li hanno trovati vicino alla frontiera con il Ciad. Qui ne hanno uccisi 6 e arresto due, incluso il comandante di un gruppo ribelle Darfur”, ha riferito Badri. Durante lo scontro sono intervenuti in soccorso dei sequestratori altri 35 uomini armati provenienti dal vicino Ciad dove hanno portato via i 19 ostaggi. Secondo il comando delle forze armate sudanesi, i turisti rapiti al momento si trovano nella zona di Tabbat Shajara, a 30 chilometri dalla frontiera con il Sudan.
Secondo la prima ricostruzione le truppe di Khartum hanno intercettato un veicolo con otto uomini armati a bordo che procedeva ad altissima velocità nei pressi del confine libico. I soldati hanno intimato l’alt, ma il fuoristrada non si è fermato: a quel punto è iniziato un concitato inseguimento durante il quale è scoppiato un conflitto a fuoco in cui sono rimasti uccisi sei rapitori. Tra questi anche il presunto leader del gruppo, identificato con il nome di Bakheet, indicato da Khartum come il capo dell’ Esercito di liberazione del Sudan (Sla), una delle formazioni ribelli che combattono le truppe governative in Darfur. Un portavoce dello Sla da Londra ha smentito che il gruppo non è coinvolto in alcun modo nel rapimento. Altri due uomini armati sono stati fermati e hanno confessato ai militari sudanesi di essere coinvolti nel sequestro. Un soldato sudanese, ha riferito l’agenzia egiziana Mena, è rimasto ferito nell’azione.
Dopo che il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha “sdoganato” ufficialmente durante la sua visita in Afghanistan il ruolo delle truppe italiane anche nei combattimenti sostenuti contro i talebani, dall’Afghanistan Occidentale giungono notizie di nuovi scontri in corso in queste ore nel settore a guida italiana. Nell’area di Shindand, a sud di Herat, fonti americane dell’operazione Enduring Freedom segnalano scontri con i talebani da tempo arroccatisi tra i monti di questa zona dove è operativa una base che ospita forze speciali afgane con istruttori e consiglieri militari americani e italiani e dove recentemente è stata schierata anche una compagnia di marines del 7° reggimento.
Almeno 25 guerriglieri talebani sono stati uccisi mercoledì nel corso di aspri combattimenti contro le forze di sicurezza afgane e le truppe spagnole della Nato
nella provincia di Badghis, dove Madrid schiera circa la metà degli
800 militari del contingente dislocato in Afghanistan.
L’esercito e le forze di polizia afgane affiancate da alcuni soldati spagnoli con compiti di consiglieri militari e di supporto hanno lanciato un’operazione ancora in corso in queste ore nel distretto di Muqur scattata in seguito a un’imboscata tesa dai talebani a un convoglio militare. Il capo della polizia della provincia, generale Mohammad Ayub Niazyar, ha riferito che “almeno 25 talebani sono stati uccisi e molti sono rimasti feriti durante i combattimenti iniziati quando i guerriglieri hanno attaccato le nostre truppe”. Secondo il vice governatore della provincia, Abdul Ghani Saber, un soldato afgano è rimasto ferito e due veicoli sono stati incendiati mentre il comandante talebano Mullah Qudus ha riferito che i suoi miliziani avrebbero ucciso dieci soldati afgani e alleati.
A Badghis, come in tutte le quattro province dell’ovest, è segnalata da tempo una crescente presenza talebana complice anche la limitata presenza di truppe alleate e afgane.
Durante la visita di La Russa a Herat, il
generale Francesco Arena
che guida il Regional Command-West della NATO, ha sintetizzato efficacemente le difficoltà a controllare un territorio così ampio spiegando che “a Herat abbiamo circa la metà degli uomini che servono per garantire la sicurezza in una partita come Roma-Lazio”.
La Russa ha confermato che da settembre il contingente italiano nell’Ovest verrà rinforzato con 500 soldati e altri 3 elicotteri, disponibili dopo il drastico ridimensionamento del contingente schierato a Kabul, attualmente 1.400 militari che saranno ridotti a 500 entro settembre.

Sono stati liberati i due tecnici italiani dell’Agip in Nigeria, Cosma Russo e Francesco Arena, sequestrati il 7 dicembre scorso dai ribelli del Mend, il movimento di liberazione del Delta del Niger. Sono in buone condizioni fisiche nonostante una detenzione durata 98 giorni. Un collega rapito con loro, Roberto Dieghi, era stato rilasciato il 17 gennaio.
I due sono stati consegnati dai ribelli nelle mani dell’inviato del Corriere della Sera, Massimo Alberizzi. Insieme ad Alberizzi erano presenti un giornalista della Reuters e uno della trasmissione Le jene.
Subito dopo la sua liberazione, Francesco Arena ha dichiarato: “Stiamo bene, e siamo stati trattati bene, nel modo migliore in cui si possono trattare le persone nella giungla. Spero di rientrare in Italia al più presto. Non ci possiamo lamentare: abbiamo vissuto nella foresta e hanno fatto in modo che noi stessimo meglio di loro, a noi davano l’acqua minerale e loro bevevano l’acqua sporca”.
Il sequestro era stato rivendicato dal Mend, che è solo uno dei gruppi in lotta contro il governo federale nigeriano, accusato di privare la popolazione locale Ijaw degli ingenti proventi del petrolio.
Parallelamente alla liberazione di Arena e Russo, il Mend ha annunciato che in futuro prenderà in ostaggio altri stranieri e che continuerà i suoi attacchi contro impianti petroliferi nello stato nigeriano di Bayelsa. Soprattutto contro quelli gestiti dall’Eni.
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