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Jacques-Diouf

“Dietro alle critiche alla Fao c’è anche una guerra di potere”

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  • Tags: Fao, Jacques-Diouf
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Il vertice della Fao sull'emergenza alimentare

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Marie-Martine Buckens, giornalista belga, è un’istituzione nel campo della politica ambientale, energetica e agricola dell’Unione europea. Per il Courrier, bimensile di informazione sui rapporti tra l’Europa e Acp (Africa, Caraibi, Pacifico), sta preparando un dossier dedicato all’attuale crisi alimentare al centro del vertice Fao. Un organismo che il presidente del Senegal, Abdulaye Wade, ha definito senza mezzi termine “un carrozzone che sperpera soldi per il funzionamento interno ma fa pochi interventi sul terreno”.
Buckens, quella del presidente senegalese non è una critica troppo ingenerosa oppure davvero la Fao non serve a quasi niente?
Wade ha fatto riferimento a un rapporto interno da cui emerge che la Fao soffre di una burocrazia costosa, di un controllo eccessivo, di doppi impieghi, di concentrazione dei poteri, di una mancanza di communicazione tra i vari piani della sede centrale e tra quest’ultima e il terreno. Alcuni paesi, tra cui la Svizzera, hanno addirittura minacciato nel novembre scorso di rispedire al mittente il budget 2008/2009, chiedendo l’attuazione di riforme profonde all’interno della Fao…

Un bilancio tutt’altro che positivo dunque…
Non voglio sottovalutare le critiche ma non sono così disfattista. La Fao non deve salvare il mondo, ma fornire ai governi gli strumenti per comprendere e attuare politiche in campo agricolo e di sicurezza alimentare. Cosa che non ha mai mancato di fare con i suoi rapporti, tra cui le “prospettive agricole all’orizzonte 2013-2030″ o ancora quello congiunto assieme all’Osce per il periodo 2007-2016.

Alcuni analisti mettono anche l’accento sulla guerra per la leadership all’interno della Fao tra il presidente senegalese il direttore Jacques Diouf.
Le critiche consentono al presidente senegalese di attaccare frontalmente Jacques Diouf, il direttore della Fao, senegalese anche lui e sospettato di avere ambizioni politiche molto forti per le prossime presidenziali del Paese. Wade ha inoltre criticato il fatto che la sede della Fao sia in un paese sviluppato, raccogliendo un consenso trasversale tra i leader del Terzo mondo. E probabilmente nel Summit che si è aperto oggi proporrà l’integrazione della Fao nel Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (FIDA). Ma non è detto che le cose vadano come lui dice.
Perché?
Wade deve fare i conti con l’Alleanza per la rivoluzione verde in Africa (AGRA) finanziata da due fondazioni americane, quella di Bill Gates e la Rockefeller Foundation, e presieduta dall’ex Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. Incentrata sull’Africa, mobiliterà tre agenzie onusiane: il FIDA, il Programma alimentare mondiale (PAM) e guarda caso la FAO. Insomma, la guerra di Wade potrebbe anche essere perdente.

Jacques Diouf

Il direttore della Fao Jacques Diouf

Molti temono che la crisi alimentare possa spalancare le porte agli Ogm. Come sono schierati grandi della terra e i paesi in via di sviluppo?
Non credo che si possa fare una distinzione tra paesi ricchi e paesi poveri. Gli Ogm sono prodotti essenzialmente da multinazionali americane. La coltura degli ogm è possibile soltanto in un’economia agricola strutturata, dove gli agricoltori dispongono di fondi a sufficienza per pagarsi semi molto cari e brevettati. Questo spiega il loro fallimento presso i produttori indiani di cotone per esempio, che non hanno i soldi per comprare le sementi. E questo spiega anche perché AGRA ha dichiarato in un primo tempo di non voler diffondere gli Ogm in Africa. In un primo tempo soltanto, anche perché l’Alleanza promossa da Gates, Rockefeller e Annan non esclude il riscorso agli Ogm “nel momento voluto” come sostiene il suo sito. In altre parole, aspettano che gli agricoltori africani ricevano un numero consistente di finanziamenti, ivi compreso quelli dell’AGRA, per diventare più solidi dal punto di vista finanziare e così essere in grado di acquistare semi Ogm. Inoltre, molti analsiti, ivi compreso presso la Commissione europea, concordano nel dire che la crisi alimentare è innanzitutto politica e sociale. Alcuni temono una fuga in avanti delle nuove tecnologie che, in fine, non risolverebbe il problema.

In un’intervista rilasciata ieri sera alla Rai, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ritiene che l’eliminazione dei sussidi all’agricoltura dei Paesi ricchi sia tra le priorità per superare la crisi alimentare causata dall’esplosione dei prezzi. Anche lei è del parere che il protezionismo agricolo di Usa e Europa (e la politica dei sussidi) sia controproducente per i paesi poveri?
È una vicenda molto complessa. Tutti oggi reclamano l’autosufficienza alimentare dei paesi. È quello a cui ambiva oltre 40 anni fa l’Unione europea creando la Politica agricola comune (Pac). Se non altro, una certa forma di protezionismo sembrerebbe indispensabile per consentirte ai paesi poveri di creare un sistema agricolo capace di garantire l’autosufficienza alimentare. Viceversa, ciò che ha contribuito a rovinare i paesi sottosviluppati, in particolar modo quelli appartenenti all’area Acp (Africa-Caraibi-Pacifico) con i quali l’Ue intrattiene rapporti privilegiati, è stata la politica estera adottata da Bruxelles sul fronte agricolo. Diminuendo i suoi prodotti agricoli destinati all’esportazione attraverso politiche di sovvenzioni molto discutibili, l’Ue ha contribuito assieme agli Stati Uniti alla caduta dei prezzi dei prodotti alimentari negli ultimi 30 anni, condannando di conseguenza il destino dei piccoli contadini del Sud del mondo.

  • joshua.massarenti
  • Martedì 3 Giugno 2008

Gli affamati sfamano la Fao

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  • Tags: fame-nel-mondo, Fao, Jacques-Diouf, Nazioni-Unite, onu
  • 2 commenti

Il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, senegalese, 69 anni, governa l'agenzia da 13 anni
Di Fabrizio Paladino

“Se la Fao non realizza grandi cambiamenti, il suo andamento attuale la porterà al declino terminale”. Una bomba è esplosa la settimana scorsa tra i privilegiati dirigenti (1.600) e impiegati (2 mila) della Fao, Food and agriculture organization, una delle più antiche agenzie delle Nazioni Unite con sede a Roma. La bomba è arrivata con il primo rapporto stilato da un comitato di valutazione esterna indipendente. Un lavoro durato oltre tre anni: 2.500 interviste, 35 paesi visitati, 3 mila risposte, 12 questionari presentati.
È la prima volta che succede alla Fao. Gli stati membri, alcuni di quelli più influenti tra cui gli Stati Uniti, il Giappone, la Francia e un po’ più clandestinamente l’Italia (che in quanto paese ospite deve dare un colpo al cerchio e uno alla botte) hanno detto basta a una gestione che non condividono. E hanno chiesto un lavoro di indagine per fare pelo e contropelo a tutte le componenti dell’organizzazione per la lotta alla fame nel mondo.
Il risultato? Un malloppo di 460 pagine da cui emerge la grande responsabilità del management e su tutti quella dell’imperatore della Fao, il senegalese Jacques Diouf, 69 anni, che governa incontrastato da 13 anni, con altri 5 già assicurati: sprechi, burocrazia, mancanza di collegamento tra centro e periferia, mancanza di una strategia di sviluppo e mancanza di rigore finanziario. L’agenzia Onu è in crisi non da oggi: tra il 1994 e il 2005 i fondi destinati dai 189 paesi membri (più quelli dell’Unione Europea) sono diminuiti del 31 per cento.
Perché questo avviene se i contributi sono obbligatori? Molti paesi membri contestano la gestione del direttore generale Jacques Diouf, che gode però dell’appoggio del cosiddetto G77, ovvero del blocco dei paesi in via di sviluppo (tra cui c’è anche il gigante cinese), e non hanno altro modo per manifestare il loro dissenso se non quello di essere morosi, oppure di versare il contributo obbligatorio con ritardo.
Se poi contiamo che in sede deliberativa il voto degli Stati Uniti conta come il voto delle isole Vanuatu (anche se il contributo in dollari è ovviamente differente), comprendiamo perché alcuni paesi importanti abbiano spinto per la compilazione di questo rapporto.
Anche nelle raccomandazioni che gli autori del dossier (l’avvocato canadese Keith Bezansons e altri cinque tecnici) fanno ai paesi membri (”governance”) si legge che è indispensabile “creare un nuovo consenso. Si tratta di accrescere la trasparenza su un certo numero di fronti, compreso quello per la scelta del direttore generale”.

Sotto accusa il terzo mandato (ognuno dura 6 anni) che Diouf si è fatto assegnare. L’aspetto comico è che appena rieletto Diouf per la terza volta si è deciso che in futuro i direttori generali non potranno restare in carica per oltre due mandati. Il rischio è quello di doversi tenere Diouf fino al 2012; c’è solo una possibilità invece che questo rapporto possa in qualche modo (come è successo in passato per altre agenzie delle Nazioni Unite) portare il capo della Fao alle dimissioni. Difficile per un personaggio abile e capace di gestire il proprio potere come Diouf. Nel rapporto viene auspicato “Il rifacimento dei sistemi amministrativi e della cultura istituzionale della Fao”. E ancora: “La Fao è scombussolata, i suoi sforzi sono frammentati e ci si focalizza su piccole componenti anziché adottare una visione d’insieme. Non c’è consenso per quanto riguarda un’ampia strategia che definisce i compiti di elevata e media priorità, le funzioni da mantenere e quelle da scartare. Tutto questo pregiudica la fiducia nell’organizzazione e contribuisce a una riduzione continua delle sue risorse finanziarie. Le capacità della Fao si riducono e molte delle sue competenze essenziali sono attualmente minacciate. In qualche modo, è stata messa sotto vigilanza sul piano istituzionale ed è stata così mantenuta in vita, ma gli manca la capacità o la volontà di rinvigorire l’organizzazione nel suo insieme”.
Parole durissime, che fanno riferimento alla “capacità” e alla “volontà”. “Se la Fao continua nella sua traiettoria attuale” prosegue l’atto d’accusa “non sarà in grado di affrontare le sfide del nuovo contesto, di rispondere alle attese dei suoi membri, di sfruttare i suoi vantaggi comparativi e di conservare le sue competenze essenziali”.

Ce n’è per far dimettere Caligola, ma nei corridoi del palazzo romano, a un passo dal Circo Massimo, c’è chi tra i massimi dirigenti è pronto a scommettere che il terremoto non scalfirà la poltrona di Diouf. Troppe “raccomandazioni”, troppe vie d’uscita indicate dal rapporto (oltre 100), potrebbero di fatto far dire tutto e non far fare niente. A metà novembre si terrà l’assemblea dell’agenzia Onu e certamente i paesi più scontenti della gestione Diouf (e che hanno fatto pressione per far stilare il rapporto) tenteranno di discutere l’ingombrante documento. A meno che, con un colpo da maestro, il direttore generale Diouf non riesca a far stralciare la discussione in “un momento più opportuno”. Resistere fino al 2012, fino al termine del mandato, anche se l’agenzia quel giorno forse avrà cessato di esistere. “Più che il dolor poté il digiuno”, e trattandosi di fame nel mondo la citazione è assai appropriata.

  • redazione
  • Domenica 28 Ottobre 2007

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