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Caos afghano per Barack Obama

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  • Tags: abdallah abdallah, Afghanistan, Ahmid-Karzai, Barack Obama, john-kerry, kabul
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Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
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L'ex ministro degli Interni Abdallah Abdallah, e rivale di Karzai, alle presidenziali afghane
L’ex ministro degli Interni Abdallah Abdallah, e rivale di Karzai, alle presidenziali afghane

Il sentiero da seguire per non cadere, ma, anzi, per uscire dalle sabbie mobili dell’Afghanistan è sempre molto stretto per Obama. Un cammino difficile, tortuoso, ricolmo di rischi e pericoli. Continua

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 21 Ottobre 2009

Obama smobilita

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  • Tags: Barack Obama, inviaggioconobama, john-kerry, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti
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Chicago in festa per Barack Obama

Già il giorno dopo l’elezione di Obama, subito dopo la magica noote del 4 novembre, è iniziata una smobilitazione che si è subito conclusa nel giro di pochi giorni. L’enorme macchina da guerra della campagna Obama for America è durata il tempo di una indimenticabile stagione di attività politica. Già dal 5 novembre era impossibile riuscire a trovare qualcuno ai telefoni dell’head quarter di Obama a Chicago, telefono che prima funzionava fino a notte inoltrata e non ti faceva attendere più di due squilli prima di rispondere “Obama for America” o “Obama press office”.

Ancora più difficile parlare con gli ex portavoce della campagna, prima instancabili parlatori e inseparabili dal loro blackberry che rispondevano alle email in pochi minuti quando non si riusciva a parlare per telefono. Il 5 invece rispondevano con molta tranquillità. Uno dei principali portavoce, Bill Burns, chiariva di non poter parlare più a nome della campagna a causa del contratto scaduto. Lo stesso Axelrod, sparito per due giorni e ricomparso dietro le tende blu della conferenza stampa di Obama dopo l’elezione, ha rifiutato di rispondere a ogni domanda dicendo: “Devo far palare il presidente non è più compito mio parlare ora”. Proprio lui che prima non negava mai una dritta, un’indiscrezione o una risposta a una domanda ben posta. Lo stesso Robert Gibbs, nuovo press manager della Casa Bianca, durante la conferenza non ha potuto fare altro che trincerarsi dietro a un No Comment inaugurando nel peggiore dei modi il suo nuovo e difficile ruolo. No Comment è anche la parola d’ordine che è circolata tra tutti i membri dello staff subito dopo l’elezione del capo, dai senior staff ai volontari che così come sono comparsi sono già spariti senza lasciare traccia negli uffici abbandonati. Da febbraio scorso all’ultimo 4 novembre l’esercito dei volontari è andato crescendo a dismisura, attirando gente da tutto il mondo, tantissimi i giovani europei, e unendo razze età e ceti sociali in un movimento che non si vedeva da anni.

Ma dal giorno del trionfo, ogni rapporto con la campagna è finito, come ci spiega Andrea Liberati, il volontario italiano in Florida per la campagna di Obama che dopo un’estate passato a bussare alle porte dei latinos in nome di Barack tornerà, non senza nostalgia, nella sua Terni, con un sogno realizzato e un libro da far pubblicare: “Tra staffer e volontari il rapporto è, di fatto, terminato nel momento della chiusura dei seggi, quando, ancor prima di piangere per l’emozione di aver sentito anche per un solo secondo il mondo improvvisamente ricongiunto, abbiamo subito chiuso l’ufficio in Miami-Doral, datoci temporaneamente in prestito da una società import-export”.
Giusto il tempo di raccogliere le carte, salutarsi e liberare gli uffici, quasi sempre dati in prestito da imprese private amiche, a volte presi in affitto, ma quasi mai in centro e il più possibile vicino alle zone disagiate dei centri urbani. Solo la Florida, uno degli swinging states che hanno dato la vittoria a Obama e in cui la battaglia è stata più dura, nelle ultime settimane c’erano ben 160.000 volontari. Sia la campagna repubblicana che quella di Obama hanno speso le maggiori energie in questo stato tradizionalmente repubblicano nella parte superiore e più democratico nella parte infieriore della penisola vicino Miami. Ma la campagna di Obama non solo ha schierato negli ultimi dieci giorni Barack Obama, Michelle, Hillary Clinton, Joe Biden, Al Gore e persino Bill Clinton. Ma non ha mollato neanche per un attimo la battaglia del porta a porta (il c.d. canvassing) delle telefonate, degli eventi e dei concerti per portare la gente a votare. La Florida è lo stato in cui la campagna di Obama ha concentrato anche le sue maggiori forze di ruolo: 350 senior staffer, regolarmente assunti e pagati dalla campagna, hanno coordinato il lavoro di 160.000 entusiasti supporter di Barack che si sono dati anima e copro alla causa dell’elezione anche per poche ore al giorno, magari dopo il lavoro.

Molti dei senior staffer venivano da Washington, dove sono tornati a contratto scaduto, e avevano quasi sempre già esperienza in altre campagne politiche a favore del partio dell’asinello, ma se si pensa che il precedente candidato Jonn Kerry aveva mandato in Florida solo trenta dei suoi senior staffer, perdendo, si capisce l’importanza che la campana di Obama ha vouto dare al paese del sunrise. In Florida non si sta mai tranquilli, lo hanno detto tutti i democratici fino alla noia in ogni evento spingendo la gente all’early voting. Sono arrivati per l’election day anche 3000 avvocati a controllare le procedure di voto. E infatti tutto è filato liscio e, anche grazie alle nuove macchine, non si sono ripetuti i disastri, con 27.000 voti annullati, della campagna di Al Gore del 2000. Molti di loro non essendo registrati come avvocati in Florida non potevano legalmente operare, ma costituivano un valido supporto per i dubbi degli elettori, molti, e un deterrente per eventuali brogli. I risultati si sono visti: 4.700.000 elettori registrati per i repubblicani, 400.000 in più di Kerry, un’altissima percentuale di early voters, e la Florida tornata democratica.

  • redazione
  • Martedì 11 Novembre 2008

Stati Uniti: la prima volta di Obama nello Studio Ovale

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  • Tags: Barack Obama, john-kerry, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti
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Casa Bianca
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Barack Obama è entrato alla Casa Bianca. Per la prima vota da Presidente Eletto. Una visita, con accanto la moglie Michelle.
Il primo incontro ufficiale, il primo colloquio per il passaggio delle consegne con l’inquilino uscente. Quel George W. Bush, bersaglio degli attacchi dell’ex senatore dell’Illinois (l’uomo della politica del fallimento, come lo ha definito in molti comizi) che ha accolto il suo successore con sorrisi e tappeti rossi. Dopo le foto dell’incontro al Portico Sud, le coppie presidenziali si sono divise.

George ha portato Barack nello Studio Ovale, quello che sarà il suo luogo di lavoro dal prossimo 20 gennaio, giorno dell’insediamento, mentre Laura Bush ha preso la futura First lady sotto braccio per accompagnarla in una giro turistico della residenza. Un’ora è durato il faccia a faccia tra Bush e Obama. Sessanta minuti, senza testimoni, per scambiarsi reciproci auguri, approfondire la conoscenza e discutere dei tempi più caldi: la crisi economica e la guerra in Iraq e Afghanistan. Tutte emergenze che il nuovo presidente degli Stati Uniti dovrà affrontare di petto. Un’urgenza che Barack Obama sente. E molto. Non è un caso che abbia chiesto di iniziare la fase di passaggi dei poteri così presto, ad appena una settimana dal suo trionfo elettorale. Mai, in passato, i tempi erano stati così stretti. La fase di transizione è molto delicata. E’ importante il feeling che si instaura tra chi lascia e chi entra nella Casa Bianca. E la riuscita dell’incontro tra Bush e Obama era tutt’altro che scontata. Non c’erano stati soltanto gli attacchi polemici del candidato democratico contro il Presidente repubblicano.


George W. Bush attraverso una fonte confidenziale, un suo intimo amico rimasto anonimo, aveva fatto sapere di considerare più adatta all’incarico, più preparata per diventare il suo successore, la rivale di Obama: Hillary Rodham Clinton. Insomma, non proprio delle gentilezze tra i due. Poi, però, lo stesso Bush, sempre con l’aiuto di fonti anonime, subito dopo le elezioni, aveva stemperato il clima, rendendo pubblico un suo giudizio di “soddisfazione” per il risultato raggiunto da Barack Obama. Un modo per rendere più facile (e soft) il suo compito istituzionale: quello di garantire che non ci siano vuoti di potere nel governo della superpotenza mondiale.

Nel primo incontro alla Casa Bianca, il clima di cordialità si è avvertito, dicono i media americani. Le immagini hanno catturato i due, sorridenti, stringersi la mano, subito dopo l’arrivo degli Obama alla Residenza Imperiale, preceduti dal capo del Transition Team, John Podesta. Il Presidente Eletto, per dimostrare la sua disponibilità, prima di uscire dal raggio degli obiettivi dei fotografi, ha fatto un gesto di affettuosa stima nei confronti di Bush: ha appoggiato una mano sulla sua schiena, per ritirarla qualche istante dopo. Poi, il colloquio. Obama ha ripetuto a Bush quello che aveva già dichiarato nel pomeriggio. E cioè che non intende partecipare al vertice sull’economia dei G20 a Washington.

Il primo attore sarà ancora una volta il presidente uscente, il quale dovrà assumersi la responsabilità delle scelte fatte per uscire dalla crisi recessiva in cui sono entrati gli Stati Uniti. Bush ha comunque assicurato a Obama che verrà consultato sui provvedimenti che verranno presi in questo campo, in questo delicatissimo momento. I due hanno brevemente discusso anche della situazione sui fronti di guerra e di questioni relative alla sicurezza nazionale. Poi hanno lasciato lo Studio Ovale per ricongiungersi con le loro consorti. Mentre era in corso il colloquio tra Bush e Obama, Laura mostrava a Michelle le stanze che tra poche settimane la Prima Famiglia d’America andrà ad occupare. Al termine di 120 minuti di visita, la nuova coppia presidenziale ha lasciato la Casa Bianca per dirigersi all’aeroporto per rientrare a Chicago. Molto il lavoro da fare per Obama. Deve mettere a punto la squadra di governo e decidere quali misure attuare subito dopo l’insediamento. Si preoccuperà soprattutto dell’economia, ma - ha già fatto sapere - nei primi giorni di governo, userà i suoi poteri presidenziali per annullare circa 200 provvedimenti varati da George W. Bush: userà gli ordini esecutivi per invertire la rotta su aborto, clima e blocco della ricerca sulle cellule staminali. Scelte di cui Obama non ha discusso con Bush. Non ce ne era bisogno. Su questi temi, non ci saranno consulti. Tra poco, sarà lui a sedersi, da solo, alla scrivania dello Studio Ovale.

Primo incontro tra Obama e Bush nell'Ufficio Ovale della Casa Bianca

  • michele.zurleni
  • Martedì 11 Novembre 2008

Continuità o cambiamento? In arrivo il ‘Dream Team’ di Obama

OkNotizie

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  • Tags: Barack Obama, john-kerry, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti
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Thepresident

Nel giorno della sua prima visita ufficiale, da presidente eletto, alla Casa Bianca, giungono le prime indiscrezione sulla squadra di governo della futura presidenza Obama. Un “Dream Team” all’insegna del cambiamento ma anche della continuità con il passato, sia con l’Amministrazione Clinton sia con alcuni alti funzionari dell’era Bush. Obiettivo: mantenere salde le redini in settori chiavi come la politica monetaria, la difesa, la sicurezza e la lotta al terrorismo.

Secondo il Washington Post infatti il neo presidente avrebbe intenzione di confermare alla guida della Federal Reserve, per almeno tutto il 2009, il repubblicano Ben Bernanke, uomo chiave della crisi dei mutui e del travaglio delle banche centrali internazionali ma anche ‘amico’ dei prossimi probabili ministri del Tesoro Usa, l’ex ministro del Tesoro, Lawrence Summers, e del presidente della Fed di New York, Timothy Geithner, da sempre collaboratore stretto di Bernanke. Sul fronte della Difesa Obama si è sempre trovato d’accordo con il Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Michael Mullen sul rafforzamento del contingente Usa in Afghanistan e per questo sarebbe propenso a rinnovare il mandato del militare, in scadenza a fine 2009, per un altro periodo di due anni. La squadra Difesa si rafforzerebbe anche con lo stesso Robert Gates, l’uomo di Bush alla Difesa che Obama vorrebbe anche nel suo governo. Obama ci terrebbe a giocare la carta della continuità anche sul fronte della sicurezza e della lotta al terrorismo mantenendo al suo posto l’attuale capo direttore della Fbi, Robert Mueller il cui incarico scadrebbe nel 2011.

Per quanto riguarda la squadra dei ministri che guideranno la transizione non ci saranno novità questa settimana, come oggi ha annunciato una portavoce di Obama. Restano però confermati alcuni ruoli chiave del suo staff come quello di Rahm Emanuel, deputato dell’Illinois, amico di chiara matrice clintoniana, a cui è stato offerto l’incarico di capo di staff. Consigliere ’senior’ sarà invece David Axelrod, il suo ’stratega per la campagna elettorale al Senato e alla presidenza. Tra gli ‘amici’ storici del neo presidente anche Valerie Jarrett, vice presidente del governo di transizione, il clintoniano John Podesta, e il capo di gabinetto del Senato di Obama, Pete Rouse, entrambi alla vice presidenza della transizione. Come capo ufficio stampa Obama ha scelto il direttore della sua campagna elettorale, Robert Gibbs, ormai dichiarata carta vicente.
Ma Obama ha promesso anche dei ‘volti nuovi’ nell’amministrazione. Secondo indiscrezioni potrebbero entrare nella squadra anche alcuni amici di Harvard come Micheal Froman e Janet Napolitano (governatore dell’Arizona). Infine la scelta chiave del segretario di Stato: qui il più accreditato resta l’ex candidato alla presidenza John Kerry.

  • redazione
  • Lunedì 10 Novembre 2008

Usa: uno studente fa una domanda a Kerry, la polizia lo arresta

OkNotizie

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  • Tags: Andrew-Meyer, john-kerry, scarica-elettrica, Usa, youtube
  • 3 commenti


I senatori Edward Kennedy e John Kerry in una foto d’archivio

Uno studente di 21 anni è finito in manette in Florida durante un incontro pubblico con l’ex candidato presidente John Kerry e le immagini del suo movimentato arresto sono finite su Youtube. La notizia è stata poi ripresa da giornali e tv americani. Per immobilizzare il giovane, che aveva rifiutato di cedere il microfono dopo una serie di domande a Kerry, gli agenti sono infatti ricorsi anche ad una scarica elettrica con una pistola Taser. Ecco il video:


Protagonista dell’episodio è stato Andrew Meyer, studente all’Università della Florida a Gainesville, che oggi è comparso di fronte a un giudice per rispondere di resistenza a pubblici ufficiali e disturbo di un evento pubblico. Meyer ha formulato una raffica di domande a Kerry, tra cui una sul fatto che il senatore democratico e il presidente George W.Bush erano in gioventù entrambi membri del club universitario segreto ‘Skull and Bones’ a Yale. Dopo aver resistito a ripetute richieste di interrompere le domande, Meyer è stato trascinato fuori da due agenti, mentre Kerry dal palco diceva di essere ”pronto a rispondere”.
Lo studente ha cominciato a reagire ai poliziotti, ha urlato ”cosa ho fatto?” ed è stato immobilizzato a terra, colpito con una scarica elettrica, ammanettato e portato via.

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  • redazione
  • Martedì 18 Settembre 2007

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