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John McCain

Usa: Sarah Palin rinuncia a correre per la Casa Bianca

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  • Tags: Barack Obama, candidatura, John McCain, presidenziali 2012, rick perry, sarah-palin, tea party, world news
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(Credits: Epa/Tannen Maury)

(Credits: Epa/Tannen Maury)

Anna Mazzone

Sarah Palin non si candiderà per le presidenziali Usa del 2012. L’amazzone, già al fianco di John McCain come sua vice nella corsa del 2008 che si concluse con il trionfo di Barack Obama, ha dato l’annuncio alla radio e poi ha diffuso una lettera indirizzata ai suoi sostenitori.

Continua

  • anna.mazzone
  • Giovedì 6 Ottobre 2011

Primarie Usa: gli outsider non sfondano

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  • Tags: Arizona, Barack Obama, elezioni di mediotermine, establishment, florida, John McCain, obamamania, primarie
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Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
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John McCain e la governatrice dell'Arizona Jan Brewer (Credits : LaPresse)

John McCain e la governatrice dell'Arizona Jan Brewer (Credits: LaPresse)

Era una partita tra establishment e outsider; era una gara tra chi aveva (avuto) milioni di dollari da investire e chi, invece, quella montagna di soldi non l’aveva. Continua

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 25 Agosto 2010

Obama presenta il piano per rilanciare l’economia

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  • Tags: Barack Obama, John McCain, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti
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Barack Obama

Per Barack Obama è la prima, grande scommessa. Per giocarla, martedì mattina, lascerà la Casa Bianca, percorrerà Pennsylvania Avenue, coprirà la distanza che lo separa da Capitol Hill e, una volta arrivato, si siederà al tavolo dei leader del Partito Repubblicano del Congresso. Chiederà il loro voto al piano di stimolo economico, quel pacchetto da 825 miliardi di dollari con il quale il presidente spera di evitare il baratro della Recessione, rilanciare l’economia statunitense.

Il consenso dei rappresentanti del Grand Old Party non è indispensabile: i democratici hanno la maggioranza assoluta alla Camera dei Rappresentati e al Senato.

Spirito bipartisan. Potrebbero fare passare il provvedimento senza preoccuparsi dei voti repubblicani. Ma Barack Obama vuole che i primi passi della sua amministrazione, specialmente su un terreno così delicato come quello economico, siano all’insegna dello spirito bipartisan; ottengano il massimo del gradimento anche da parte dell’opposizione. Per il Paese, sarebbe un segnale forte. Di unità, di fronte alla grave crisi. Alla vigilia delle fondamentali sedute del Congresso, il suo rischia però di rimanere un desiderio. Il suo (ex) rivale nella corsa alla presidenza, John McCain ha già fatto sapere che non intende dare il suo sì al pacchetto. In un’intervista alla trasmissione Fox News Sunday, il senatore dell’Arizona ha spiegato il suo voto contrario, criticando il piano e descrivendolo come “un’inutile pioggia di finanziamenti a vuoto”.

Il pacchetto deve essere “ridiscusso” - ha detto l’ex candidato repubblicano alla Casa Bianca. Molti membri del suo partito lo seguiranno. Come, per esempio, il leader del GOP alla Camera dei Rappresentanti, John A.Boehner, secondo il quale il piano è destinato a “non funzionare”. In particolare, le loro critiche si concentrano sui 275 miliardi di dollari di taglio alle tasse. Barack Obama li ha voluti per il ceto medio. Per i repubblicani, questa è una strategia insufficiente per rivitalizzare i consumi e far ripartire l’economia. Per tutto il week end, la squadra del nuovo presidente ha fatto a gare per rilasciare interviste per convincere gli americani che questo è invece la strada da seguire. Lawrence H. Summers, il capo del Consiglio Nazionale sull’Economia della Casa Bianca è andato in televisione per spiegare il senso, la portata, gli ingredienti e l’obiettivo del piano. Il mix di iniziative e finanziamenti a medio-lungo termine - come gli investimenti nel settore delle energie rinnovabili, la ristrutturazione di 10.000 edifici scolastici, la digitalizzazione del sistema sanitario nazionale -  e la diminuzione della pressione fiscale, secondo l’economista di punta dell’amministrazione, saranno in grado di produrre i primi risultati concreti entro il prossimo aprile, quando Barack Obama parteciperà alla sessione straordinaria dei G20 a Londra. Entro un anno e mezzo - ha fatto capire Summers - il volano dell’economia andrà in una direzione opposta all’attuale; gli 825 miliardi del pacchetto - la maggior parte dei quali saranno spesi entro i primi 18 mesi della presidenza - daranno i loro frutti.

È  questo il messaggio che Obama vuole fare passare: il lavoro sarà fatto “presto e bene”. Ciò che gli interessa è che l’opinione pubblica non sia delusa nelle sue aspettative, riprenda fiducia Ma, se il nuovo presidente vuole spargere ottimismo, rimangono comunque molte le incognite rispetto al pacchetto. All’interno dello stesso governo, alcuni ritengono che la montagna di dollari messi sul tavolo sia comunque non sufficiente per raggiungere il traguardo. L’ammontare dell’intervento dovrebbe essere superiore. “Una parte della discussione è su quanto possiamo spendere” - ha fatto sapere una fonte anonima dell’entourage dei vertici del Partito Democratico. L’altro grande dubbio è sulla parte dei finanziamenti che verranno messi nelle mani delle amministrazioni locali, governatori statali e sindaci delle grandi città. Come verranno distribuiti questi soldi? Nella prossima settimana, al Congresso le trattative andranno avanti per limare i particolari del piano e cercare anche il consenso dei repubblicani. E mentre a Capitol Hill discuteranno dei dettagli del pacchetto, nelle stanze che contano alla Casa Bianca e al Dipartimento del Tesoro, Barack Obama e il suo team economico rifletteranno su altro importantissimo possibile passo da compiere: la nazionalizzazione del sistema bancario americano. Il tema è all’ordine del giorno, secondo il New York Times.  I consiglieri più vicini al presidente si chiedono se non sia il caso di andare in quella direzione dopo che appaiono sempre più necessari nuovi interventi — ben oltre i 300 miliardi di dollari già spesi — per salvare istituti come Bank Of America e Citigroup. Allo studio di sono diverse opzioni, parziali o temporanee per mettere interamente nelle mani dello stato le banche più in difficoltà. Una scelta - drastica - che potrebbe provocare notevoli ripercussioni, soprattutto per le tasche dei contribuenti.

Ma che Barack Obama, nel tentativo di salvare il salvabile dell’economia Usa, non esclude.

  • michele.zurleni
  • Martedì 27 Gennaio 2009

“Mai più torture”. Obama chiude Guantanamo

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  • Tags: Barack Obama, John McCain, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti
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obama

Ieri aveva firmato l’ordinanza con cui sospendeva per quattro mesi i processi celebrati nei tribunali speciali della prigione di Guantanamo per presunti terroristi. Oggi  ha firmato l’ordine esecutivo per avviare  entro la fine del 2009, come promesso in campagna elettorale, la chiusura del carcere di massima sicurezza di Guantanamo. Mai più maltrattamenti, mai più l’uso dei cani per intimorire i detenuti e mai più il famigerato waterboarding, la pratica di tenere la testa del detenuto sott’acqua per indurlo a confessare. Su questo Barack Obama è stato chiarissimo: «Intendiamo tornare agli standard della Costituzione - dice Obama - anche in un momento di guerra».  Cambieranno dunque le procedure degli interrogatori dei presunti terroristi. Secondo fonti della Casa Bianca citate dal New York Times saranno modificati i protocolli della Cia e vietate le detenzioni dei presunti terroristi in Paesi terzi, alleati degli Stati Uniti, dove la pratica della tortura è di fatto diffusa e accettata. Tutti gli interrogatori in qualsiasi struttura americana nel mondo avverranno inoltre nel rispetto delle regole contenute nel manuale dell’Army Field manual del 2006.  Sulla questione è intervenuto oggi, con parole chiare, anche il capo designato dell’Intelligence, Dennis Blair, secondo cui l’uso della tortura sui prigionieri «non è morale, non è legale, non è efficace»: «Le agenzie di intelligence - ha avvertito - rispettino le libertà civili e la privacy del popolo americano e devono sottostare alla legge».

Il primo giorno di Hillary. Accolta come una rockstar dai dipendenti del Dipartimento di Stato americano, Hillary Clinton, il neosegretario di Stato degli Stati Uniti, ha dichiarato, durante la cerimonia di insediamento nel palazzo di Foggy Bottom, che «è iniziata una nuova era per l’America» e che, dopo le schermaglie della campagna elettorale, è definitivamente archiviata l’epoca delle spaccature in seno al campo democratico: «Siamo tutti nella squadra americana, non tollereremo divisioni». Il tutto all’insegna della diplomazia e dello «smart power», la diplomazia intelligente che servirà, secondo il nuovo capo della diplomazia Usa, per ristabilire l’immagine dell’America nel mondo e rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti. Una svolta a 360 gradi, almeno a parole, rispetto all’era Bush.

  • redazione
  • Giovedì 22 Gennaio 2009

Chi è Jon Favreau, il giovane speech writer di Obama

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  • Tags: Barack Obama, John McCain, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti
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La vittoria di Barak Obama alle elezioni presidenziali Usa
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Tutti lo chiamano “Favs”, abbreviando il suo cognome. E a ventisette anni è l’autore di buona parte dei discorsi che hanno aiutato Barack Obama a essere eletto. A vederlo, Jon Favreau sembra ancora uno studente del college. «Tutti scherzano con lui e sembra così giovane, non sembra quasi vero – ha raccontato Ben Rhodes , un altro degli speech writer di Obama – Ma non serve molto per accorgersi che lui e Barack sono in totale sintonia: ha accesso a tutti e tutto, c’è un sacco di peso sulle sue spalle».
E allora quando, tra poche ore,  il 44 presidente degli Stati Uniti pronuncerà il suo discorso d’insediamento, Jon presterà particolare attenzione. E non solo perché Obama, evocando i discorsi di Lincoln, ha fissato l’asticella molto in alto, ma anche perché col suo discorso deve ispirare un Paese prostrato dalla crisi economica e deve aiutare l’ex senatore dell’Illinois a far partire con il piede giusto i suoi primi 100 giorni. Per questo Favs e i suoi hanno fatto ricerche durate settimane, hanno intervistato storici e oratori, hanno ascoltato i discorsi inaugurali degli altri Presidenti. Poi, raccolto tutto il materiale, si è chiuso in uno dei tanti Starbucks di Washington e ha buttato giù una prima bozza in perfetto stile obamiano.
Perché, da quando lavora per lui, ovvero dal 2005, Jon Favreau ha letto tutti i discorsi del primo presidente afroamericano, i suoi libri e ha passato ore a conversarci, per capire cosa Obama volesse comunicare ai suoi elettori. «Almeno questa volta ho dovuto scrivere un discorso solo», ha scherzato, ricordando come per il giorno delle elezioni avesse dovuto prepararne due: uno in caso di vittoria e uno in caso di sconfitta. Per fortuna, per Jon le cose sono andate per il verso giusto, e ora sarà il più giovane speechwriter della storia della Casa Bianca.
Ma non è sempre stato tutto in discesa: appena laureato, a 23 anni, lavorò con un risultato diverso per la campagna elettorale di John Kerry. Una sconfitta elettorale che non lo ha scoraggiato, come non lo hanno scoraggiato gli attacchi di Hillary Clinton durante le primarie, quando il prossimo segretario di Stato, parlando dei sui discorsi, disse che sembravano poesia. Salvo poi aggiungere «Peccato che si governi con la prosa». Un attacco che non ha scalfito la fiducia di Obama. «Barack confida veramente in lui – ha chiosato David Axelroad, uno dei senior advisor del Presidente – E difficilmente confida così tanto in qualcuno da concedergli così tanta autorità sulle sue parole». D’altronde lo stesso Favreau lo ha ammesso: lavorare con un oratore competente come Obama ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. «È come essere il batting coach di Ted Williams (uno dei più grandi battitori della storia, ndr)», ha scherzato in un’intervista. Sarebbe come insegnare a Del Piero a battere le punizioni.

  • matteo.buffolo
  • Martedì 20 Gennaio 2009

Inauguration Day: Obama celebra Luther King

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  • Tags: Barack Obama, John McCain, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti
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Barack Obama, Marisa Tomei e Shakira

Il presidente eletto Barack Obama celebrerà la vigilia del suo insediamento ridando vita al ’sogno’ di Martin Luther King. L’America oggi infatti commemora, come sempre il terzo lunedì di gennaio, il compleanno (il 15 gennaio in realtà) del pastore attivista dei diritti del popolo afroamericano ucciso a 39 anni. Obama, al suo terzo giorno di festeggiamenti il vista del giuramento di domani, renderà omaggio ai diritti civili con attività di volontariato nell’area di Washington. “Oggi - ha detto Obama in un comunciato - celebriamo la vita di un predicatore tutti insieme nel luogo dove ancora si odono gli echi del sogno di King”. “Qui in America - ha aggiunto - i nostri destini sono indissolubilmente legati: li capiremo camminando e dobbiamo continuare a farlo insieme”.

Già ieri Obama aveva reso omaggio al Lincoln Memorial dove Martin Luther King nel 1963 aveva pronunciato il suo celebre discorso “I have a dream”. “Martin Luther King sarebbe raggiante oggi per l’elezione di Barack Obama” scrive oggi il reverendo Jessie Jackson sul New York Times. In effetti più volte il presidente eletto afroamericano ha voluto far rivivere l’anima di Luther King nelle coscienze americane evocando il sogno di un’America che puo’ rinascere e che, se vuole, tutto puo’ realizzare. Ieri sera, prima del concerto sul Mall, Obama e Michelle sono stati in chiesa in una delle istituzioni battiste più impegnate nel Paese per la lotta alla povertà è ai diritti umani. Poi il bagno di folla del mega concerto dove in 400mila hanno assitito alle performance di star del calibro di Bono, Bruce Springsteen e Tom Hanks.

Il presidente eletto, protetto dai cristalli antiproiettile, ha preso la parola davanti al laghetto gelato per incendiare la folla con un messaggio di speranza, nonostante la difficoltà delle sfide dall’economia alla politica estera. “Possiamo ottenere qualunque cosa - ha assicurato - non c’e’ ostacolo che si possa frapporre sul cammino di milioni di voci che chiedono un cambiamento”. Domani alle 8.00 ora locale (le 13 in Italia) si apriranno i cancelli della Federal Hall per l’Inauguration Day dove a Mezzogiorno in punto, come da tradizione, si chiuderà il capitolo di Bush e si aprirà l’era di Obama. Il presidente eletto, dopo la passeggiata con Bush di rito dalla Casa Bianca a Capitol Hill, giurerà pronunciando le 35 parole previste dall’articolo 2 della Costituzione americana alla quale aggiungerà “So help me God” (che Dio mi aiuti, ndr.) appoggiando la mano sulla Bibbia che fu sempre del beneamato Lincoln. Alla celebrazione si attende un mare di folla a seguire festeggiamenti il cui costo si stima intorno ai 100-150 milioni di dollari. La sicurezza sarà come non mai: si prevedono infatti circa 42mila addetti impegnati a Washington e dintorni. Tr ale ntoe di colore l’invito speciale all’Inauguration Day arrivato al pilota-eroe protagonista dello spettacolare ammaraggio nell’Hudson: anche lui applaudirà Obama.

  • redazione
  • Lunedì 19 Gennaio 2009

Il Time nomina Obama uomo dell’anno

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  • Tags: Barack Obama, John McCain, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti
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Barack Obama

Il Time Magazine ha nominato Barack Obama uomo dell’anno 2008. Secondo il settimanale americano, il grande merito del neopresidente degli Stati Uniti è stato quello - scrive Richard Stengel, Managing Editor - di aver saputo “tracciare un futuro ambizioso in un momento buio” per gli Stati Uniti “mostrando la competenza che fa sperare gli americani che proprio lui possa farli uscire” dalla crisi. Al neopresidente, per la prima volta dal 1927, anno in cui fu lanciata la copertina sul personaggio dell’anno, viene dedicato anche un grande numero speciale online e multimediale sul sito. Ci sono ventisei scatti inediti di un Obama sorridente e scanzonato al college, con cappello in testa e sigaretta in bocca, ritratto nel 1980 da una compagna di corso. E una valanga di immagini inedite dell’Obama di oggi, creata selezionando oltre 100.000 foto pubblicate nel corso del 2008 sul sito di condivisione Flickr.com, tra cui, al terzo posto, una dell’italiano Marco Pece, autore di un Obama fatto con i mattoncini del Lego.

Alla rivista cartacea in edicola da domani negli Usa, con la copertina di un Obama stilizzato dall’artista di strada Shepard Fairey, si aggiungono così gallerie fotografiche e video, grafici interattivi con la storia della scelta dell”Uomo dell’anno’ (poi sostituito con il più politicamente corretto ‘Persona dell’anno’), e approfondimenti sulla procedura per scegliere il riconoscimento e sugli altri personaggi presi in considerazione. Particolare spazio viene dato, nel caso di Obama, al fenomeno d’immagine che il presidente eletto ha rappresentato nel corso dell’anno in tutto il mondo. C’è anche un interessante grafico in flash che mostra i sei gradi di Obama, le connessioni reciproche tra tutte le persone scelte dal Time dal 1927 (clicca qui). Viene anche proposta un’intervista dove il neopresidente fa alcune confessioni inedite e si lancia in una previsione: “Se facciamo alcune scelte giuste ho fiducia nel fatto che possiamo limitare una parte dei danni nel 2009. E che nel 2010 potremo cominciare a vedere una traiettoria dell’economia in ascesa”.

Il VIDEO servizio:

  • redazione
  • Mercoledì 17 Dicembre 2008

Washington: countdown per l’insediamento di Obama

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  • Tags: Barack Obama, John McCain, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti
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Barack Obama

Arriverà a Washington in treno, dopo un viaggio di tre giorni, con diverse tappe e altrettanti bagni di folla, come John Fitzgerald Kennedy, o Franklin Delano Roosevelt. Il suo discorso, per alcuni, sarà storico, indicherà la nuova frontiera americana, come quello tenuto da JFK nel giorno del suo insediamento.

L’insediamento di JFK


Sarà sofferto, conscio della delicatezza e dell’importanza del momento storico, come l’orazione di Abraham Lincoln, quando giurò da presidente. Sul Mall, sulla spianata alle spalle di Capitol Hill, tutti scommettono, ci saranno più del milione e mezzo di persone che assistette alla cerimonia di giuramento di Lyndon Johnson nel 1965. Sarà, per alcuni, una riedizione - in grande - della “Million Men March”, la manifestazione della Nazione dell’Islam del Reverendo Louis Farrakhan, nell’ottobre del 1995. Altri, invece, prevedono che quel 20 gennaio 2009 ricorderà un altro giorno, il 28 agosto 1963, quando si svolse un’altra imponente marcia, quella per il lavoro e la libertà, guidata da una altro reverendo: Martin Luther King. Qualsiasi paragone si voglia adottare, nessuno può avere dubbi sul fatto che la cerimonia di insediamento di Barack Obama entrerà nella Storia degli Stati Uniti. E non solo perché a giurare nelle mani del Presidente della Corte Suprema degli Usa ci sarà il primo inquilino afro-americano della Casa Bianca.

Ma anche perché la cerimonia che si terrà sulla scalinata di Capitol sarà un avvenimento, non solo “americano”, ma globale. A quel momento, dice il count down del sito obamainauguration.com, mancano 34 giorni e una manciata di ore, ma la febbre per l’evento è già alta da tempo. I servizi di sicurezza, le 60 agenzie federali, che dovranno vegliare sulla sicurezza dell’avvenimento hanno smentito le previsioni secondo cui almeno tre milioni di persone assisteranno all’insediamento. Ma - affermano fonti del controspionaggio - nella capitale degli Stati Uniti, in quelle ore, si troverà un numero impressionante di persone, come, probabilmente, mai si è visto prima, tra le strade tra il Lincoln Memorial e il Washington Monument. Da settimane, tutti gli alberghi sono sold out, una stanza viene affittata a prezzi stratosferici, come i 3000 dollari a notte chiesti da un importante albergo del centro città; da giorni, i biglietti per accedere all’area riservata agli ospiti sono esauriti, compresi quelli che erano a disposizione dei deputati e dei senatori. Un’attesa alimentata anche dalla scenografia decisa dallo staff di Barack Obama.

Il neopresidente arriverà nella capitale in treno. Salirà su di un convoglio speciale con la famiglia la mattina di sabato 17 gennaio a Filadelfia, per per poi far tappa a Wilmington, in Delaware. Lì ad attenderlo ci sarà il suo vice, Joe Biden. I due arriveranno a Washington la sera del 19, dopo un ulteriore tappa, a Baltimora. La mattina dopo, a mezzogiorno, inizierà la cerimonia. Giurerà con il suo nome per intero: Barack Hussein Obama, come ha spiegato in una recente intervista. Sepolto, per evitare polemiche e attacchi strumentali durante la campagna elettorale, Obama ha deciso di riesumare il terzo nome, Hussein “perché - ha spiegato - l’insediamento deve essere una buona occasione per ricostruire l’immagine degli Stati Uniti nel mondo, e in particolare nei paesi musulmani”. Ma Barack vuole mandare messaggi di apertura, per una nuova (e diversa) America. Così, per la prima volta, una banda musicale composta solo da elementi omosessuali dichiarati aprirà la tradizionale parata. Così come dovrebbero avere un posto di onore i piloti e gli avieri - tutti rigorosamente afro-americani - di una squadriglia della Air Force “chiusa” ai bianchi che servirono il loro paese durante la Secondo Guerra Mondiale. Tutti elementi di una storia che Barack Obama vuole ricordare. Il neopresidente eletto sta lavorando al discorso. Conterrà i temi a lui cari. In particolare, punterà sul concetto di unità di una paese che ha alle spalle anni di divisioni e lacerazioni. Noi siamo gli Stati Uniti, ha detto Obama la notte della vittoria a Chicago. È ciò che ripeterà davanti alla folla che assisterà alla cerimonia di insediamento, in un mattino freddo di gennaio, il figlio di un “immigrato” del Kenia e di un’idealista del Kansas, tenterà di convincere un paese in difficoltà, carico di paure, gravido di incognite che “niente è impossibile in America”. Per l’America.

Il discorso della vittoria a Chicago

  • michele.zurleni
  • Martedì 16 Dicembre 2008
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