Leggi tutte le notizie su:
joseph-ratzinger
Da Gerusalemme - Il quinto giorno del pellegrinaggio del Papa in Terra Santa è il giorno della preghiera per la pace. Al Muro Occidentale di Gerusalemme, più noto come Muro del Pianto, Benedetto XVI ripete il gesto che era stato di Giovanni Paolo II nel 2000: dopo essersi raccolto in preghiera infila un biglietto nelle fessure del Muro con un’accorata invocazione per la pace in Terra Santa: “Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, ascolta il grido degli afflitti, degli impauriti, dei disperati, manda la Tua pace su questa Terra Santa, sul Medio Oriente, sull’intera famiglia umana”.
L’appello del Muftì di Gerusalemme Pochi minuti prima, visitando il più antico monumento islamico in Terra Santa, la Cupola della Roccia, Benedetto XVI rivolto al Mufti di Gerusalemme Mohammed Hussein, lancia l’appello a “superare incomprensioni e conflitti del passato e a porsi sulla via di un dialogo sincero finalizzato alla costruzione di un mondo di giustizia e di pace per le generazioni che verranno”. Da parte sua il Muftì chiede al Papa di “operare attivamente perché cessi l’aggressione israeliana contro i palestinesi” e Ratzinger risponde con l’invito rivolto a cattolici, ebrei e musulmani a operare “instancabilmente per salvaguardare i cuori umani dall’odio, dalla rabbia o dalla vendetta”.
La denuncia del Patriarca dei Latini Nel pomeriggio il pontefice si reca nella valle di Josaphat, alle pendici di Gerusalemme, dove si trovava l’orto del Getsemani, luogo dell’agonia di Gesù prima di salire al Calvario. La valle è inondata dal sole quando arriva Benedetto XVI. Lo attendono migliaia di fedeli. Nel dare il benvenuto al Papa, il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, elenca i drammi dei due popoli: “Assistiamo da una parte all’agonia del popolo palestinese, che sogna di vivere in uno Stato palestinese libero e indipendente ma non ci arriva; e assistiamo dall’altra parte all’agonia di un popolo israeliano che sogna una vita normale nella pace e nella sicurezza, ma nonostante la sua potenza mediatici e militare non ci arriva”. Con forza Twal denuncia anche la situazione dei “rifugiati senza speranza di ritorno”, quella delle “vedove il cui marito è stato vittima di violenza” e l’emergenza delle “numerose famiglie di questa città che tutti i giorni vedono le loro case demolite col pretesto che esse sono state costruite illegalmente, allorquando tutta la situazione generale è illegale e non riceve soluzione”.
La preghiera del Papa Il Papa raccoglie il grido di aiuto del Patriarca e, lungamente applaudito dalla folla, scandisce: “In questa Santa Città la speranza continua a combattere la disperazione, la frustrazione e il cinismo, mentre la pace, che è dono e chiamata di Dio, continua ad essere minacciata dall’egoismo, dal conflitto, dalla divisione e dal peso delle passate offese”. Perciò con forza Benedetto XVI chiede alle autorità di “rispettare e sostenere la presenza cristiana in Palestina”. E conclude con un nuovo appello per la pace rivolto a tutte le religioni: “Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato, questa Città deve essere un luogo che insegna l’universalità, il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà, dall’integrità e dalla ricerca della pace. Non dovrebbe esservi posto tra queste mura per la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia. I credenti in un Dio di misericordia - si qualifichino essi Ebrei, Cristiani o Musulmani - devono essere i primi a promuovere questa cultura della riconciliazione e della pace”.

da Luanda, Angola
Si fa ma non si dice. I missionari distribuiscono condom per prevenire l’aids anche se per la Chiesa resta un tabù. Mentre il Papa, in volo verso l’Angola, condannava il preservativo, religiosi e volontari salesiani (la stessa congregazione del segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone) distribuivano profilattici. Ottocento condom al giorno presso sei presidi e un centro salute del Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo, l’ong che fa capo ai salesiani) nella provincia di Moxico, 800 chilometri dalla capitale Luanda. Destinatari: le categorie a rischio, cioè prostitute, coppie con un coniuge sieropositivo, orfani e ragazzi di strada. Per l’attuazione di questo programma il Vis riceve 87.400 dollari l’anno dal Global fund, il programma delle Nazioni Unite per la lotta all’aids.
“Si tratta di un programma articolato di prevenzione dell’hiv-aids che non può assolutamente essere ridotto alla consegna dei condom” precisa a Panorama Paola Franchi, responsabile del Vis per l’Angola. “La distribuzione dei preservativi è circoscritta alle categorie ad alto rischio di contagio ma l’obiettivo principale del programma, svolto dai volontari in collaborazione con i religiosi, è l’educazione ai valori della famiglia, la fedeltà coniugale, il rispetto della persona. Puntiamo molto sui giovani per promuovere un cambiamento nei comportamenti sessuali. A tutti offriamo gratuitamente il test hiv”. I centri del Vis di Moxico non sono un’eccezione. Le suore francescane di San Josè distribuiscono condom a giovani e donne a rischio anche presso il centro sanitario Cefas nella capitale Luanda e presso i presidi di Santa Clara a Mabubas e di Sao Jeronimo a Boavista.
Finanziati con fondi dell’Unione Europea e della cooperazione italiana, questi tre centri sanitari fanno sempre capo ai salesiani, che si avvalgono inoltre dell’aiuto finanziario della società di costruzioni brasiliana Odebrecht, molto attiva in Angola. Per chi desidera, nei presidi c’è anche la dimostrazione pratica sull’uso del preservativo: con l’aiuto di una bottiglia le suore francescane mostrano come si infila e si sfila il condom.
In Angola l’Undp (il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo), attraverso il Global fund, finanzia con 2 milioni di dollari l’anno numerosi programmi di prevenzione dell’aids, gestiti da organismi cattolici, che prevedono anche la distribuzione dei preservativi. Fra i partner dell’Undp figurano, per esempio, l’ong Medicus mundi della Catalogna, di ispirazione cattolica, che riceve 162.455 dollari, e il Christian children fund, che ne ha ottenuti 127.500.
“Non serve distribuire profilattici come caramelle” avverte tuttavia Jorge Humberto Romero, pediatra argentino, da cinque anni responsabile dell’Undp per l’Angola. “I nostri programmi puntano a un’azione di prevenzione integrata dell’hiv-aids che passa anzitutto per una presa di coscienza del problema della popolazione e per un miglioramento dell’assistenza sanitaria. La distribuzione dei condom è utile, per alcune categorie a rischio, solo se si inserisce in questo quadro di interventi” aggiunge Romero.
I missionari e l’aids. Insomma, quello che in Vaticano fa ancora scalpore nella pratica non è più un problema: i missionari considerano il preservativo come un mezzo di prevenzione tra gli altri. Tanto che padre Bernard Joinet, missionario dei padri bianchi in Tanzania e docente presso la facoltà di medicina di Dar es Salaam, ha diffuso un manifesto che si ispira all’arca di Noé per propagandare l’uso del preservativo contro l’aids. Nel poster di padre Joinet si vedono tre barche sotto il diluvio universale: una si chiama astinenza, un’altra fedeltà e la terza è un gommone di salvataggio con la scritta “condom”. Il missionario invita le gerarchie della Chiesa a sostenere il modello di prevenzione riassunto nella formula Abc (abstinence, be faithful, condom), senza dimenticare nessuno dei tre elementi. “Per noi missionari la prevenzione primaria è complicata dal conflitto sul preservativo. Alcuni vescovi ne proibiscono l’uso persino alle persone sieropositive sposate” si rammarica padre Joinet. “L’uso del preservativo ha un duplice effetto: può impedire, nello stesso tempo, la vita e la morte. Trasmettere un virus mortale sembra infinitamente più grave dell’impedire l’incontro tra uno spermatozoo e un ovulo, anche se protetto da un’enciclica”.
Tra i vescovi c’è chi ha raccolto l’allarme lanciato dai missionari. Come Eugène Lambert Adrien Rixen, di origine belga, vescovo di Goiás in Brasile, molto impegnato nella lotta all’aids e nella difesa dei diritti dei popoli indigeni: “Tra la camisinha (condom in portoghese, ndr) e l’espansione dell’hiv siamo obbligati a scegliere il male minore” ha dichiarato. Anche la rete contro l’aids dei missionari gesuiti in Africa (African Jesuit aids network) è sensibile a questo problema. Il gesuita Michael J. Kelly, docente all’università di Pretoria, in Sud Africa, include l’uso del preservativo fra gli elementi che devono costituire il programma di educazione preventiva all’aids. E riconosce che “le ragazze con più alto livello di scolarizzazione tendono a iniziare l’attività sessuale più tardi, più facilmente chiedono al partner di usare il condom e si sposano più adulte. Ciascuno di questi fattori contribuisce alla riduzione della trasmissione dell’hiv”.

Una suora distribuisce condom in Sudafrica
Il Vaticano. Tra i fautori del modello Abc (astinenza, fedeltà, condom) c’è fratel Daniele Giovanni Giusti, missionario comboniano, medico da 30 anni in Uganda. “Il preservativo ha funzionato in epidemie focalizzate e tra gruppi particolari: prostitute, omosessuali e drogati” riconosce il missionario. Perciò suggerisce “l’uso del preservativo come ripiego” per quanti non riescono a essere fedeli e ad astenersi dai rapporti sessuali a rischio. Consapevoli delle numerose “fughe in avanti” dei missionari, i vertici di religiosi e suore del mondo hanno promosso una mappatura degli interventi per l’assistenza, la cura e la prevenzione dell’aids. A livello personale, confida suor Maria Martinelli, comboniana, coordinatrice del progetto, “considerando che operiamo spesso con persone di diversa religione, cultura o etnia, certo non andiamo dicendo con il megafono di utilizzare il preservativo, ma ci rendiamo conto che serve”.
Dal Vaticano era giunto un timido segnale di apertura: i cardinali George Cottier e Carlo Maria Martini avevano sollecitato una revisione del magistero contro il condom, almeno nel caso di una coppia di coniugi del quale uno infetto. Il Pontificio consiglio per la salute e la Congregazione per la dottrina della fede avevano intrapreso un corposo studio della materia. Ma le parole di Joseph Ratzinger in Africa hanno chiuso l’argomento, almeno per ora.
Aids, condividete le parole del Papa contro l’uso dei preservativi in Africa?
È ancora polemica tra la Francia e il Vaticano. Questa volta, a provocare la reazione di Parigi, è stata la presa di posizione del presidente della Cei Angelo Bagnasco («Non accetteremo che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso») contro quelle Nazioni europee che avevano polemizzato con il no del pontefice all’uso del preservativo in Africa. «Non volevamo fare alcuna polemica. Abbiamo detto soltanto, e lo ripetiamo, che la frase del Papa sul preservativo - che non è una parte della soluzione, ma un problema per l’Aids - può avere conseguenze drammatiche sulla politica mondiale in favore della salute», ha riferito il portavoce del ministero degli Esteri francese, Eric Chevallier, durante il consueto incontro con la stampa al Quay D’Orsay. «Non abbiamo mai detto che il preservativo è l’unica soluzione del problema. Ce ne sono altre, l’assistenza medica, quella sociale, i test per individuare la presenza del virus, il sostegno psicologico. Ma il preservativo fa parte di questi elementi di risposta. Tutti i discorsi che vanno in direzione diversa, fatti in più da una persona che ha enorme influenza, vanno contro l’interesse della salute pubblica».
Ieri, a ritornare sull’argomento, era stato il quotidiano Le Monde con una vignetta (guarda qui) al vetriolo firmata dal disegnatore satirico Plantu: si vede Gesù Cristo che moltiplica preservativi mentre da dietro Papa Benedetto XVI lo guarda e commenta: «buffonate»; e ancora più dietro il monsignor lefebvriano Williamson che aggiunge: «.. e poi l’Aids non è mai esistito». Una vignetta, ritenuta offensiva dal parlamentare cattolico Luca Volonté, che l’ha paragonata alle vignette sataniche contro Maometto. Più diplomatico monsignor Tonini che si è detto contrario a qualsiasi forma di censura nei confronti dell’esercizio della critica.

LEGGI ANCHE: tutti gli articoli sulla visita del Papa in Africa
Da Luanda-Angola
Una dura condanna dell’aborto e della discriminazione della donna, il richiamo alla comunità internazionale perché rispetti l’impegno di devolvere lo 0,7% del Prodotto interno lordo allo sviluppo e un appello per affrontare la questione dei cambiamenti climatici, causa della desertificazione. Giunto a Luanda in Angola, per la seconda tappa del suo viaggio in Africa, lasciate dietro le spalle le polemiche su lotta all’Aids e uso del preservativo, Benedetto XVI ha affrontato, nel discorso al corpo diplomatico, i principali problemi che oggi affliggono il continente.
L’Angola è l’emblema delle emergenze africane: 27 anni di guerra civile (costata mezzo milione di morti e terminata nel 2002) hanno portato il 60% -70% della popolazione a vivere sotto la soglia di povertà, nonostante il Prodotto interno lordo nel 2007 sia cresciuto addirittura del 24,4% (grazie all’esportazione di petrolio e diamanti). E, come denuncia «Medici senza frontiere», sono le donne a pagare il prezzo più alto della povertà: solo il 40% ha un impiego formale, mentre il 60% sopravvive con lavori saltuari. Numerose le donne in fuga dalla guerra nella vicina Repubblica Democratica del Congo, che subiscono violenza sessuale, quando vengono rastrellate per essere rispedite nel Paese di origine.

No all’aborto. Ratzinger condanna «il giogo opprimente della discriminazione sulle donne e ragazze, senza parlare dell’innominabile piaga della violenza e dello sfruttamento sessuale che causa loro tante umiliazioni e traumi». Per contrastare questa drammatica situazione, secondo il Papa non servono «le politiche di coloro che, con il miraggio di far avanzare l’edificio sociale, minacciano le sue stesse fondamenta». Fedele alla linea che la Santa Sede porta avanti da anni di fronte alle Nazioni Unite, Benedetto XVI stigmatizza l’inclusione dell’aborto nei programmi di «salute riproduttiva»: «Quanto è amara l’ironia di coloro che promuovo l’aborto tra le cure della salute materna! Quanto sconcertante la tesi di coloro secondo i quali la soppressione della vita sarebbe una questione di salute riproduttiva».
Lo 0,7% del Pil per lo sviluppo. Il pontefice reclama invece «un approccio etico allo sviluppo» capace di superare la semplice definizione di «programmi e protocolli» di azione, spesso disattesi. «Lo sviluppo economico e sociale in Africa richiede il coordinamento del Governo nazionale con le iniziative regionali e con le decisioni internazionali», afferma Ratzinger. Un simile coordinamento, prosegue il Papa, «suppone che le nazioni africane siano viste non solo come destinatarie dei piani e delle soluzioni elaborate da altri. Gli stessi africani, lavorando insieme per il bene delle loro comunità, devono essere agenti primari del loro sviluppo». Alla comunità internazionale il Papa raccomanda di coordinare «gli sforzi per affrontare la questione dei cambiamenti climatici, la piena e giusta realizzazione degli impegni per lo sviluppo indicati dal Doha Round e ugualmente la realizzazione della promessa dei Paesi sviluppati molte volte ripetuta di destinare lo 0,7% del loro Pil agli aiuti ufficiali per lo sviluppo». Benedetto XVI invita inoltre a non lasciare sola l’Africa di fronte alla crisi economica mondiale: «L’auspicio è che essa non sia una in più delle sue vittime».
Stroncare la corruzione. Allo stesso tempo il Papa chiede ai governi africani una decisa assunzione di responsabilità. «Voi potete trasformare questo continente», ha detto Benedetto XVI rivolgendosi alle autorità angolane, «liberando il vostro popolo dal flagello dell’avidità, della violenza e del disordine, guidandolo sul sentiero segnato dai principi indispensabili ad ogni moderna civile democrazia: il rispetto e la promozione dei diritti umani, un governo trasparente, una magistratura indipendente, una comunicazione sociale libera, un’onesta amministrazione pubblica, una rete di scuole e di ospedali funzionanti in modo adeguato, e la ferma determinazione, radicata nella conversione dei cuori, di stroncare una volta per tutte la corruzione».
Una tartaruga per il Papa. Prima di lasciare il Cameroun, Benedetto XVI ha incontrato un gruppo di 15 pigmei dell’etnia Baka che hanno costruito una capanna di foglie nel giardino della nunziatura, dove risiedeva il Papa. Erano pigmei di tre generazioni (nonni, padri e figli). Hanno donato a Ratzinger una tartaruga (augurio di lunga vita e prosperità), una stuoia e un cesto. Quindi hanno danzato al suono dei tamburi e degli strumenti tradizionali. Con questo gesto il Papa ha voluto esprimere particolare solidarietà per un’etnia, i pigmei, pesantemente discriminata in tutta l’Africa subsahariana. La tartaruga donata dai pigmei ora viaggia con il Papa ed è stata lasciata libera di muoversi nel giardino della nunziatura apostolica a Luanda, in attesa di raggiungere i giardini Vaticani.
Partecipa al FORUM
Le frasi di Benedetto XVI contro la distribuzione dei preservativi in Africa preoccupano Francia e Germania. “Mettono in pericolo gli imperativi di protezione della vita umana” secondo il ministero degli Esteri francese. “I preservativi salvano la vita, tanto in Europa quanto in altri continenti (…). Tutto il resto sarebbe irresponsabile”, aggiungono in un comunicato congiunto le ministre tedesche della Salute, Ulla Schmidt, e della Cooperazione economica e dello sviluppo, Heidemarie Wieczorek-Zeul. In serata alle critiche verso il pontefice si aggiunge anche la Commissione europea per bocca del portavoce del commissario Ue agli aiuti umanitari Louis Michel che sostiene: “Il preservativo è uno strumento essenziale nella lotta al male”.”Chi ha l’Aids, è sessualmente attivo e cerca partner differenti deve proteggere gli altri e se stesso. I preservativi possono proteggere, anche se spesso gli uomini li rifiutano”, ha scritto invece, prendendo le distanze dal Vaticano, il vescovo ausiliario di Amburgo, Hans Jochen Jaschke, in un un articolo per il settimanale Die Zeit. E sarà un caso, ma proprio oggi il ministero della sanità spagnolo ha annunciato che invierà un milione di preservativi in Africa per contribuire alla lotta contro la diffusione dell’Aids sottolineando l’importanza delle protezioni. Ma forse la critica che più farà arrabbiare Oltretevere arriva dal teologo musulmano Adnane Mokrani, docente alla Pontificia Università Gregoriana, che in merito alla posizione ribadita dal Papa dice: “Tra la salvaguardia della famiglia e quella della vita è prioritaria la seconda”.
”All’apparire di queste nuove tecniche, nel secolo scorso, c’è stata una certa resistenza anche nel mondo islamico, legata alla tecnofobia e alla paura della modernita’ - ricorda Mokrani - ma poi è gradualmente subentrata l’accettazione, sia tra i sunniti sia tra gli sciiti”.
Il fuoco di fila contro le parole del Papa in Camerun non fa però arretrare il Vaticano. Che oggi è tornato sull’argomento per spiegare come vanno intese le parole del pontefice. Non una semplice condanna dell’uso del condom ma un invito a una vita sessuale basata sull’astinenza e su un rapporto più “equilibrato” con la sessualità. “A proposito degli echi suscitati da alcune parole del Papa sul problema dell’Aids - si legge nella nota vaticana odierna - il direttore della sala stampa, P. Federico Lombardi, precisa che il Santo Padre ha ribadito le posizioni della Chiesa cattolica e le linee essenziali del suo impegno nel combattere il terribile flagello dell’Aids: primo, con l’educazione alla responsabilità delle persone nell’uso della sessualità e con il riaffermare il ruolo essenziale del matrimonio e della famiglia; due: con la ricerca e l’applicazione delle cure efficaci dell’Aids e nel metterle a disposizione del più ampio numero di malati attraverso molte iniziative ed istituzioni sanitarie; tre: con l’assistenza umana e spirituale dei malati di Aids come di tutti i sofferenti, che da sempre sono nel cuore della Chiesa”. La Chiesa, conclude la nota - “non ritiene che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione di preservativi sia in realtà la via migliore, più lungimirante ed efficace per contrastare il flagello dell’Aids e tutelare la vita umana”.
Aids, condividete le parole del Papa contro l’uso dei preservativi in Africa?

Lourdes
Un momento della cisita di Ratzinger in Francia
da Lourdes
Con lo stile pacato e gentile di sempre, Benedetto XVI ha messo sull’attenti tanto la Chiesa quanto il governo francese. Un viaggio breve con ritmi quasi wojtyliani: in meno di quattro giorni (dal 12 al 15 settembre) Ratzinger ha visitato Parigi e Lourdes. Tre i discorsi principali: all’Eliseo, di fronte al presidente Nicolas Sarkozy, sull’importanza di una laicità positiva che valorizzi il contributo della Chiesa alla vita pubblica; al College des Bernardins, di fronte a 700 intellettuali di Francia, sul rapporto tra fede e ragione, antidoto a fanatismo e fondamentalismo; infine a Lourdes, di fronte ai vescovi francesi, per richiamarli all’ordine sul magistero della Chiesa.
Un filo rosso ha unito questi interventi del Papa: il richiamo forte all’identità della Chiesa e della fede cristiana unito alla richiesta di valorizzare la tradizione, come unica garanzia per il futuro dei cattolici. E, contro ogni previsione, il successo di Benedetto XVI è stato eccezionale sia sulle piazze, sia sui giornali. Nelle visite del 1996, per il XV centenario del battesimo della Francia, e nel 1997 per la Giornata mondiale della Gioventù, Giovanni Paolo II aveva riempito le piazze (più di Benedetto XVI) ma era stato contestato e criticato dalla Francia laica e razionalista. Ratzinger invece ha affascinato e incuriosito. Merito, probabilmente, del suo curriculum da intellettuale e «maitre à penser». Ma soprattutto ha colpito il suo messaggio chiaro, il richiamo forte all’identità della Chiesa. Un messaggio che, anzichè allontanare, ha avvicinato, persino i giovani.
È stata una sorpresa anche per i vescovi francesi, tradizionalmente sostenitori della chiesa del dialogo in contrapposizione alla Chiesa dell’identità. Per loro, e forse per tutta la Chiesa europea, si tratta di cambiare strategia. Lo ha riconosciuto il cardinale André Vingt-Trois che, al termine del severo discorso del Papa alla conferenza episcopale, malcelando un certo imbarazzo, ha osservato che «il Papa non è un amministratore delegato che va a visitare una filiale della sua impresa per dettare le linee di comportamento. Ma certamente dovremo trovare insieme gli stili e le modalità più giuste per rispondere alle sfide di oggi». Gli ha fatto eco monsignor Claude Dagens, vescovo di Angouleme e accademico di Francia, dopo il discorso al mondo della cultura: «Benedetto XVI ci richiama alle radici della fede cristiana e del pensiero occidentale. E’ un invito a ripartire dall’essenziale».
Insomma, se la Chiesa francese, modello di dialogo e apertura, anche dal punto di vista delle questioni etiche, si trova ridotta al 5% della pratica religiosa in Francia e a una drammatica crisi delle vocazioni, forse è ora di cambiare strada. Il Papa sollecita il dialogo con il mondo della cultura, della politica, con le altre religioni ma per farlo invita a riscoprire la propria identità forte. Complice il clima di paura e di incertezza che attraversa l’Europa dopo l’11 settembre. Nel frattempo Benedetto XVI in Francia è apparso anche molto più aperto e rilassato nel rapporto con la gente, a suo agio di fronte alla folla, allegro con i giovani. «Sta imparando a fare il Papa» ha commentato la stampa francese. E in effetti è dal viaggio negli Usa in aprile e in Australia in luglio che Ratzinger appare più disinvolto negli «abiti» del Papa. Lo ha reso più sicuro anche la sua squadra di collaboratori ormai rodati: il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il maestro delle cerimone, Guido Marini, il portavoce Federico Lombardi, l’organizzatore dei viaggi, Alberto Gasbarri.
Inquinare è peccato: così un inedito Papa ecologista ammonisce centinaia di migliaia di ragazzi riuniti a Sydney per la Giornata mondiale della gioventù (Gmg), che dura fino al 21 luglio. Siccità e desertificazione mettono a dura prova il continente australiano, dove su oltre il 60 per cento del territorio non piove ormai da anni, drammatica conseguenza anche del riscaldamento globale del pianeta.
Benedetto XVI prende atto del fallimento del recente G8 in Giappone e chiama i giovani a mobilitarsi per il futuro del nostro pianeta. «Non è mia pretesa entrare nelle questioni tecniche che politici e specialisti devono risolvere» dice il Pontefice, ma «dare gli impulsi essenziali per rispondere a questa grande sfida: riscoprire la nostra responsabilità davanti alla creazione che Dio ci ha affidato». Occorrono insomma, raccomanda il Papa, volontà politica e nuovi stili di vita per fermare il degrado ambientale.
L’anziano Pontefice, austero professore di teologia, si rivolge così ai papaboys con un tema attuale e concreto: l’ecologia, a pochi giorni dal messaggio inviato all’Esposizione internazionale di Saragozza in cui ha ribadito il diritto «universale e inalienabile» dell’accesso all’acqua potabile. «Il Papa propone una teologia della creazione» riassume a Panorama il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. Una teologia che riconosce l’importanza dei doni di Dio, «l’aria, l’acqua, i frutti della terra», e valorizza il contributo di civiltà come quella indigena australiana. «I primi colonizzatori hanno profondamente disprezzato la cultura aborigena» osserva Graeme Mundine, leader dei cattolici indigeni australiani, ma finalmente questa viene riscoperta anche per la sua capacità di entrare in armonia con la natura.
Si assiste così a un inatteso paradosso: Giovanni Paolo II amava la vita all’aria aperta, le escursioni in montagna, le passeggiate nei boschi, ma Joseph Ratzinger mostra una sensibilità al tema ecologico inedita rispetto al predecessore, capace di fugare una volta per tutte le ricorrenti critiche di scarsa attenzione della Chiesa all’emergenza ambientale.
Una sensibilità condivisa dal presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco che, giunto a Sydney alla guida di circa 10 mila giovani italiani, ha ricordato che «la Chiesa continua a predicare la necessità del rispetto dell’ambiente e raccomanda uno stile di vita più sobrio». Allo stesso tempo il presidente della Cei apre all’uso dell’energia nucleare: «È giusto che le persone responsabili trovino le sorgenti di energia più adeguate alle esigenze dell’umanità».
Anche il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, fa eco alle parole del Papa: «La missione della Chiesa è svegliare le coscienze. Per quanto riguarda l’ambiente, occorre aiutare i giovani a rendersi conto che ci sono dei problemi importanti e che per affrontarli è necessario incoraggiare la ricerca, gli investimenti e l’impegno personale».
Ma non tutti sono d’accordo con Benedetto XVI. Fra questi persino l’arcivescovo di Sydney, il cardinale George Pell, che si dichiara «scettico» sulle pessimistiche previsioni degli scienziati in tema di effetto serra e riscaldamento globale del pianeta: «È difficile prevedere cosa accadrà tra 10, 15, 20 o 100 anni. Sono consapevole che possiamo andare incontro a un cambiamento climatico, ma non si sa in che misura stiamo contribuendo a esso».

Il Papa incontra gli aborigeni
Benedetto XVI durante la cerimonia di benevunto dei nativi australiani (Credits: AP Photo/Rick Rycroft, Pool)
Nonostante i dubbi del cardinale, gli organizzatori hanno fatto il possibile per ridurre l’impatto ambientale della Gmg. Per limitare al massimo il consumo dell’acqua sono stati installati timer a tutte le docce in uso ai papaboys: massimo 3 minuti ciascuna. Stop alle auto: i giovani possono muoversi solo con i mezzi pubblici. Posate e imballaggi dei 25 milioni di pasti distribuiti nel corso della settimana sono biodegradabili. Persino le torce distribuite a ogni pellegrino sono ecologiche: al posto della batteria c’è una manovella che può servire anche a ricaricare i cellulari.
Il presidente della Conferenza episcopale, Philip Wilson, ha fatto piantare 20 mila alberi nella diocesi di Adelaide per compensare le emissioni di anidride carbonica. Lo stesso ha promesso di fare la compagnia aerea australiana Quantas.
Anche nel Festival della gioventù (un fitto calendario di eventi che accompagna la Gmg) si susseguono appuntamenti che presentano esperienze di tutela ambientale compatibili con lo sviluppo in diversi paesi del mondo.
I papaboys accolgono con entusiasmo la svolta verde di Ratzinger: «Il Papa si preoccupa della nostra salute e del nostro futuro: dovremmo tutti impegnarci di più per risparmiare l’acqua, fare la raccolta differenziata dei rifiuti, non consumare inutilmente l’energia elettrica» afferma l’australiana Alice, 23 anni, dottoranda in medicina. Aggiunge l’italiana Marina: «Faccio parte dell’associazione cattolica Greenaccord, che punta a sensibilizzare l’opinione pubblica a favore della salvaguardia del Creato. Dobbiamo far crescere nel nostro Paese la consapevolezza dell’emergenza ambientale, come ha raccomandato il Papa».
Tra i frutti della Gmg ci saranno nuove iniziative a favore della sensibilizzazione ecologica, promosse dal servizio di pastorale universitaria di Sydney, dichiara il responsabile, Robert Hadded. Lo stesso accadrà in Italia dove Nicolò Anselmi, responsabile del servizio Cei di pastorale giovanile, annuncia che il prossimo anno inserirà la promozione della cultura ambientale tra le principali attività di formazione dei giovani cattolici italiani. ( ignazio.ingrao at mondadori.it)
Il viaggio del Papa in Australia per la Giornata mondiale della Gioventù è ancora in corso (terminerà il 21 giugno), ma Benedetto XVI già pensa alle future trasferte extraeuropee. Infatti il pontefice a Sidney ha pranzato insieme con 12 giovani di tutti i continenti. Tra questi c’era Muaka Muaka Balza, un giovane di 29 anni della Repubblica democratica del Congo. Come ha riferito Muaka a Panorama.it, il Papa parlando in francese gli ha chiesto molte informazioni dettagliate sulla situazione politica del suo Paese e sulla vita della Chiesa. Probabilmente non è un caso. Infatti la Segretaria di Stato, insieme con l’organizzatore dei viaggi papali, Alberto Gasbarri, starebbe studiando l’ipotesi di un viaggio di Ratzinger in Africa nel 2009.
Il Paese prescelto potrebbe essere il Camerun ma ad esso potrebbe aggiungersi anche un altro Stato africano. Così dopo l’America del Sud (Brasile, maggio 2007), l’America del Nord (Usa, aprile 2008) e ora l’Oceania, il pontefice starebbe pensando a visitare l’Africa. Resterebbe solo l’Asia: in tal caso l’ipotesi sarebbe quella dell’India alla quale si potrebbe aggiungere la Terra Santa, se la situazione politica e relazioni tra Santa Sede e Israele lo consentiranno. Un eventuale viaggio in Africa si presenta comunque come un progetto piuttosto complesso sia dal punto di vista logistico sia dal punto di vista diplomatico, per la difficile situazione politica nella quale si trovano diversi Paesi. Ma è un viaggio molto atteso dalle Chiese africane che si trovano a fronteggiare notevoli problemi: il crescente fondamentalismo islamico, il problema dei sacerdoti sposati, le questioni legate alle liturgie adattate alla cultura africana. Intanto, tornato dall’Australia, dopo un periodo di riposo a Bressanone e a Castel Gandolfo, il Papa si recherà a Cagliari (il 7 settembre), a Parigi e Lourdes (dal 12 al 15 settembre) per il 150° delle apparizioni mariane. Ma la macchina organizzativa dei viaggi papali è già proiettata verso i viaggi del 2009.
LEGGI ANCHE: Il Papa e gli aborigenti australiani - GALLERY
Gli ultimi commenti