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Karadzic

Dottor Dabic e mister Karadzic

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  • Tags: Karadzic, Radovan-Karadžić, serbia
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Dottor Dadic e Mr Karatdzic

Di Stefano Giantin da Belgrado
I suoi vicini lo ricordano per l’aspetto “bohémien” e il cappello bianco a larghe falde. “Salutava sempre per primo, era educato e affascinante. Peccato non averlo riconosciuto quando viveva qui” racconta, abbozzando un sorriso, la signora che vive sul pianerottolo dove abitava Dragan David Dabic, specialista in medicina naturale, al secolo Radovan Karadzic, criminale di guerra serbo-bosniaco, responsabile della pulizia etnica in Bosnia. All’interno 19 dell’anonimo condominio di via Juri Gagarin 267, estrema periferia di Belgrado, Dabic ha vissuto per almeno 18 mesi fino alla cattura, avvenuta il 21 luglio scorso. Dallo spioncino sulla porta dell’appartamento s’intravedono fogli sparsi, il letto addossato al muro, una lampada sul tavolo.

Dabic usciva presto al mattino. Faceva una puntata al B Market, la piccola drogheria a pochi passi da casa. “Comprava soprattutto pane e pomodori. Mai alcolici o sigarette. Era garbato, ma non certo socievole” rivela la padrona del negozio. Dabic acquistava i quotidiani che sfogliava sull’autobus 73, quello su cui è stato fermato dalla polizia serba. Qualcuno ha da poco ribattezzato “via Radovan Karadzic” la fermata dove Dabic aspettava il bus.
Di ritorno dal lavoro, il dottore faceva tappa al bar Pinokio per un’omelette con cioccolato fuso, nocciole e mirtilli. I gestori dell’affollato chiosco hanno subito approfittato del clamore mediatico seguito all’arresto per aggiungere al menu le “omelette Karadzic”. Con 150 dinari (poco meno di due euro) si può gustare uno dei piatti preferiti dell’ex superlatitante.
Dragan Dabic lavorava per due ospedali privati a Belgrado. Alla clinica Plodnost (Fertilità) operava come psichiatra, esperto in bioenergia. Il direttore Savo Bojovic ha dichiarato alla stampa che Dabic era sul suo libro paga, ma ha preferito evitare altre domande rifugiandosi in Montenegro e staccando il cellulare.
Il direttore e primario dell’ospedale Nova Vita, Milomir Kandic, conferma che Dabic frequentava la sua struttura da circa due anni. “Noi non lo pagavamo. Dabic portava qui i suoi pazienti, aveva a disposizione una camera nella clinica. Pensavo volesse usare la fama del nostro ospedale per farsi conoscere. Lo avremmo anche assunto, ma non ha mai dimostrato capacità particolari” aggiunge. “Mi sembrava triste e infelice, vestiva in modo dimesso. Penso non avesse neppure i soldi per mangiare regolarmente”. Alla Nova Vita Dabic riceveva due giorni a settimana. Scompariva poi per lunghi periodi. “Penso fosse un bravo psicologo e psichiatra, conosceva le proprietà dei minerali per curare le malattie. Parlava perfettamente inglese e capiva il tedesco, sono convinto che avesse molti pazienti all’estero” confida Kandic. “Non gli ho mai chiesto referenze e diplomi, anche perché usava perfettamente la terminologia medica”. Il primario rivela che Dabic era stato colpito da un melanoma alla gamba ed era stato curato con successo alla Nova Vita.
L’ospedale è conosciuto in Europa per le terapie innovative e i successi nella lotta contro leucemia e carcinomi. Sono molti i pazienti italiani che si affidano alle cure della Nova Vita. Alvaro Porta, medico al Policlinico di Monza, ha svolto un’indagine sui metodi usati dalla clinica. “Le loro terapie sono in genere efficaci e tuttora oggetto di ricerca scientifica. Alcuni casi di guarigione sono sorprendenti” spiega a Panorama. “A Belgrado ho incontrato anche il dottor Dabic, ne ho avuto un’ottima impressione”.
Secondo Kandic, anche una delegazione dell’esercito italiano sarebbe stata recentemente a Belgrado pregandolo di trasferirsi in Italia per curare i soldati ammalatisi di leucemia dopo le operazioni in Bosnia, a causa dell’uranio impoverito. “Non ho accettato perché non voglio spostarmi da Belgrado. Se sono veramente interessati, possono mandare qui i soldati malati” commenta.
Il direttore di Nova Vita conclude affermando che Dabic sarebbe riuscito a sviluppare una tecnica naturale per aumentare la velocità degli spermatozoi. “Molte coppie hanno potuto avere figli grazie a lui”.
Difficile trovare conferma alle parole di Kandic. Gli ex pazienti di Dabic preferiscono evitare i giornalisti. Le storie sui poteri taumaturgici dell’eccentrico dottore, che conduceva un’intensa vita pubblica, apparendo in televisione e partecipando a conferenze sulla medicina alternativa, sono sulla bocca di tutti. “Qui a Belgrado abbiamo il più alto tasso di fertilità in Europa grazie a Dabic” svela l’avventore di un bar dove Karadzic era solito trascorrere le sue serate. “Curava gratuitamente le coppie che non riuscivano ad avere figli”. Al telefono una donna afferma che il dottore-guru l’ha guarita dalla depressione: “Ha voluto solo un dinaro (circa un centesimo di euro, ndr) perché non mi sentissi troppo a disagio” spiega la paziente che vuole mantenere l’anonimato. Perfino un alto ufficiale dell’esercito serbo si sarebbe rivolto a Dabic per riuscire a concepire un bambino. In onore del guaritore dalla barba bianca, la coppia avrebbe chiamato il primo figlio David. Oggi sono dispiaciuti per non aver saputo prima la vera identità del medico e per non aver dato al maschietto il nome Radovan.

Pur non potendo provare di essere un neuropsichiatra, il latitante pubblicava articoli sulla rivista Vita sana. Goran Kojic, il direttore, si sente tradito, ma allo stesso tempo progetta di scrivere un libro sul dottor Dabic. “È un peccato che l’uomo che ho incontrato non sia esistito veramente. Dabic era tollerante, professionale, pieno di qualità. Io cerco di vivere una vita sana e positiva. A questo punto lo voglio ricordare così come l’ho conosciuto”.
“Chiedo a miei nuovi amici, quelli che hanno conosciuto Dragan David Dabic, di perdonarmi” ha dichiarato Karadzic a un quotidiano il giorno prima della sua estradizione all’Aja. I suoi nuovi amici non sembrano tuttavia offesi dal travestimento del criminale di guerra. Dabic trascorreva parte delle sue serate al bar Luda Kuca (Casa pazza), vicino al suo appartamento di Belgrado. Vi si rifugiava per sorseggiare un bicchiere di vino, chiacchierare e giocare a scacchi. Al bar molti clienti portano orgogliosamente al petto due spille, una con il barbuto Dabic, l’altra con il viso ben rasato di Karadzic, così come è apparso di fronte ai giudici del Tribunale per l’ex Iugoslavia.
Marko Jankovic, ex giornalista della Tv serba, giocava e perdeva spesso a scacchi contro Karadzic. “Era un uomo calmo e profondo. Ogni sua parola e sguardo comunicavano calore” afferma. “Parlavamo di cose banali, ma anche di patriottismo e della Serbia. Lo consideravo come un fratello”. Jankovic non dà peso alle scuse di Karadzic. “Radovan è il nostro più grande eroe nazionale, la personificazione della Serbia. Sono stati gli americani a costringerlo a ritirarsi a vita privata e a camuffarsi da dottor Dabic” dice.
Tomas Kovijanic, il gestore del bar, conserva gelosamente il ricordo dell’amico Dragan Dabic. “In questo bar vengono solo veri patrioti” spiega. “A Radovan piaceva stare tra noi, si sentiva a suo agio, ma non abbiamo mai parlato della guerra o di politica”. Con una certa sfacciataggine, Karadzic si sedeva proprio di fronte alla sua foto e a quella del generale Ratko Mladic (il macellaio di Srebrenica, ancora latitante) appese in bella vista sopra il bancone. Kovijanic ricorda Dabic come “un santo, con quella lunga barba bianca. Ordinava caffè, poco vino rosso. Conduceva una vita modesta. Mi aveva detto di essere un neuropsichiatra”.
Su Mila Damianov, la donna indicata come la possibile amante di Dabic, Kovijanic è chiaro: “Li ho intravisti mentre facevano la spesa alla drogheria. Non si sono mai scambiati effusioni. Non era una bella donna, ma aveva stile”. Tra gli amici della Casa pazza, Dabic aveva anche suonato la gusle, lo strumento tradizionale del Montenegro, suo paese natale. Raso Vucinic che gli aveva prestato la propria gusle ricorda: “Ha suonato brevemente, in modo delizioso. Ci ha spiegato di aver imparato da bambino”.
Di fronte alla Luda Kuca, in un altro piccolo supermercato, la commessa Sladjana ricorda bene il dottor Dabic. “Era sempre educato, non saltava mai la fila. Quando il negozio era vuoto, scherzava con le cassiere” dichiara. “Comprava solo frutta e verdura di qualità, acqua minerale da cinque litri, yogurt con pochi grassi”. Il supermercato ha cambiato nome dopo l’arresto di Karadzic. Oggi si chiama “Perché solo uno?”. Il barista Kovijanic spiega il perché: “Tutta la Serbia dovrebbe essere oggi di fronte ai giudici dell’Aja, non solo il nostro eroe Radovan Karadzic”.

  • redazione
  • Domenica 10 Agosto 2008

Serbia: il dopo Karadzic è già cominciato

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  • Tags: Karadzic, Radovan-Karadžić, serbia, Zoran-Djidic
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Karadzic estradato all'Aja attende processo in cella

La Serbia ha già archiviato il caso Radovan Karadzic. Ora tocca alla giustizia internazionale. Dal punto di vista politico, l’arresto e l’estradizione all’Aja dell’ex leader serbo-bosniaco, non avrà grandi ripercussioni a Belgrado. Parola di Goran Svilanovic, un uomo che la storia (e la cronaca) balcanica le conosce bene. Per quattro anni, fino al 2004, ministro degli esteri della – defunta - Repubblica di Serbia e Montenegro. Svilanovic ha lavorato fianco a fianco con Zoran Djindic, il premier che nel 2001 fece catturare e consegnare al Tribunale Internazionale per i Crimini per la ex Jugoslavia, Slobodan Milosevic, il pesce più grosso caduto nella rete del Tpi. Svilanovic quei giorni se li ricorda bene. Era in prima fila quando l’arresto notturno dell’ex presidente serbo – rovesciato un anno prima - squassò la già turbolenta vita politica belgradese.

Probabilmente è per questo che, confrontando i due momenti storici, quasi si meraviglia della domanda sulle conseguenze interne della cattura di Karadzic. “Cosa vi aspettate? Non ci saranno riflessi importanti. Non ci sarà alcuna instabilità istituzionale o politica. Abbiamo avuto 15.000, la massimo 20.000 persone per le strade, per protestare contro l’arresto; qualche scontro con la polizia, qualche arresto. Ma non accadrà niente di più. Sono pronto a scommetterci”. È questo il messaggio che vuole mandare l’ex numero uno dell’Alleanza Civica per la Serbia, ora influente membro del Patto per la Stabilità dell’Europa Sud-Orientale, un’istituzione internazionale creata per alimentare la democrazia nei Balcani. “Quello che è successo non è così rilevante agli occhi dell’opinione pubblica serba. Probabilmente ha avuto più impatto a livello internazionale. Non mi chieda il perché. Non sono un storico, o uno psicologo di massa, ma un politologo. E per quanto mi riguarda, ripeto, non credo che il nuovo corso politico serbo, iniziato anni fa e indirizzato – con difficoltà, non possiamo nasconderlo - verso un’apertura all’Occidente, non possa essere messo in discussione dal destino di Radovan Karadzic. Da coloro che lo difendono, o hanno nostalgia del passato ultra-nazionalista della Serbia”.

Serbia Verso l’Europa. Come molti, anche Goran Svilanovic pensa infatti che la cattura dell’uomo accusato del genocidio bosniaco, possa essere molto utile ad avvicinare Belgrado a Bruxelles. Già all’annuncio del suo fermo l’Unione aveva espresso soddisfazione: “Un passo fondamentale per le aspirazioni europee della Serbia” aveva detto il Commissario all’allargamento, Olli Rehn. La Ue aveva firmato il 29 aprile scorso con Belgrado l’Accordo di associazione e stabilizzazione, che rappresenta l’anticamera della piena adesione. L’intesa però è rimasta congelata in attesa di sapere se la dirigenza serba, guidata dal presidente filo-occidentale Boris Tadic, fosse intenzionata a collaborare veramente con il Tpi. Le manette attorno ai polsi dell’ex leader serbo bosniaco ne sono la prova. E una pronuncia del Tribunale potrebbe sbloccare l’entrata in vigore del trattato. Anche se all’appello manca l’altra grande ricercato, il generale Ratko Mladic, il massacratore di Srebrenica: “Credo che l’Europa dovrebbe fare dei passi decisi verso di noi”, continua Svilanovic. “Riprendere presto i colloqui, sulla base dei cosiddetti Criteri di Copenhagen, cioè quell’insieme di requisiti di stabilità e democrazia in campo politico e economico stabiliti nel 1993 per entrare nell’Unione. Spero che la Commissione si attivi al più presto, perseguendo quella che io chiamo la politica dell’Inclusione e dell’Accordo. Ma non solo nei confronti dei serbi, ma anche degli altri Stati a noi vicini. Dalla Bosnia al Montenegro, dalla Macedonia all’Albania”. E’ il sogno del ritorno all’Europa di un’intera Regione, quella dei Balcani ancora alle prese con le profonde ferite delle guerre degli anni’ 90. La cattura del “medico” Dragan David Dabic, come si faceva chiamare Karadzic, potrebbe essere una efficace medicina per la cura di quelle piaghe.

  • michele.zurleni
  • Giovedì 31 Luglio 2008

Karadzic estradato nella notte. È gia nel carcere del Tpi

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  • Tags: Belgrado, Bosnia, carcere-di-Scheveningen, europa, Karadzic, Radovan-Karadžić, Sarajevo, serbia, serebrenica
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L'aereo con a bordo Karadzic

L’operazione estradizione per Radovan Karadzic è scattata nella notte, dopo la firma sull’atto del ministro della Giustizia Snezana Malovic. Il trasferimento all’Aja era rimasto sospeso per alcuni giorni, dopo l’arresto, a causa dell’annunciato ricorso presentato dalla difesa a scopo dilatorio. Ricorso che tuttavia non è poi arrivato alla Corte distrettuale di Belgrado, inducendo i giudici a sbloccare la pratica e a passarla al ministero della Giustizia per il via libera finale.

L’ex leader serbo-bosniaco è arrivato nel carcere di Scheveningen, a 25 chilometri dall’Aja, lo stesso centro di detenzione dove è stato incarcerato per anni l’ex presidente della ex Jugoslavia Slobodan Milovevic e gli altri imputati di crimini di guerra già giudicati dalla giustizia internazionale.
L’ex capo dei serbi in Bosnia, teorico della guerra etnica, è imputato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. L’episodio più efferato di cui Radovan Karadzic dovrà rispondere è il massacro di Sebrenica, nell’est della Bosnia, dove nel luglio del 1995 furono passati alle armi circa 8.000 musulmani della piccola enclave.

L’arrivo dell’ex leader politico dei serbi di Bosnia al carcere del Tribunale Penale Internazionale dell’Aia, tra le ore 7.15 e le 7.45, chiude definitivamente il capitolo dell’impunità di Karadzic, latitante per 13 anni, grazie a una rete di protezione, con complicità in apparati statali, che gli ha permesso negli ultimi tempi di rifarsi una vita nel popoloso quartiere belgradese di Nuova Belgrado, sotto la falsa identità del “dottor Dragan David Dabic” - medico alternativo e guaritore - corredata da una lunga chioma e una barba bianca da guru.
Chiuso il capitolo della latitanza, un altro sta per aprirsi: quello del processo. Che si annuncia tutt’altro che facile, sia per il Tribunale penale sia per la Serbia, anche solo a giudicare dalle manifestazioni nazionaliste di ieri a Belgrado in difesa dell’ex leader, finite con il ricovero in ospedale di 46 persone, 25 agenti di polizia e 21 manifestanti.

Nel corso della prima udienza davanti al Tribunale penale internazionale gli sarà chiesto di dichiararsi colpevole o innocente: nel caso, del tutto improbabile, in cui si dichiarasse colpevole, i giudici si limiterebbero a stabilire la pena, che per i suoi crimini è quasi certamente l’ergastolo. Altrimenti, sempre che sia giudicato idoneo sotto il profilo medico, inizierà la fase preparatoria del processo, che potrebbe protrarsi per mesi, durante la quale la difesa sarà informata di tutti gli elementi di prova a carico dell’imputato.
L’ex leader serbobosniaco ha portato due giacche, una chiara e una scura, per le udienze, dove intende difendersi da solo, come fece l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic. L’ex presidente serbo era stato trasferito all’Aia il 29 giugno 2001, il processo era cominciato il 12 febbraio 2002, e non è mai stato portato a termine: l’accusato è morto l’11 marzo 2006, prima della fine del procedimento.

La cattura dello psichiatra Karadzic - e la consegna imminente alla giustizia internazionale - lasciano ora nel mirino del Tpi e del nuovo governo filo-europeo serbo solo due altri “super ricercati”: l’ex comandante militare serbo-bosniaco (e già sodale di Karadzic) Ratko Mladic (qui la scheda dell’Interpol) e l’ex leader politico dei serbi di Croazia Goran Hadzic.

Il VIDEO servizio:

Guarda la GALLERY - LEGGI ANCHE: A chi tocca ora

  • redazione
  • Mercoledì 30 Luglio 2008

Criminali di guerra. A chi tocca dopo Karadzic

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  • Tags: Karadzic, Radovan-Karadžić, Ratzko-Mladic
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I due boia di Srebrenica, Mladic e Karadzic

Di Fausto Biloslavo

A Belgrado si è chiuso il cerchio attorno a Radovan Karadzic, uno degli ultimi latitanti fra i criminali di guerra della ex Iugoslavia. E per il presidente sudanese Omar al-Bashir, accusato di genocidio in Darfur, è stato chiesto l’arresto. Ma la giustizia internazionale torna alla ribalta, oltre che sotto le luci della cattura di Karadzic, con le ombre dei criminali di guerra ancora latitanti e di quelli che possono contare su processi lenti, costosi e dannosi.
L’ex presidente dei serbi di Bosnia, arrestato a metà luglio dopo 13 anni di latitanza, è accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità: assieme al generale Ratko Mladic pianificò la pulizia etnica in Bosnia-Erzegovina. Il duce di Pale cercherà di sfruttare il palcoscenico dell’Aia per inscenare la sceneggiata nazionalista. Come hanno già fatto Slobodan Milosevic, l’ex zar di Belgrado morto d’infarto in cella, e l’ideologo della grande Serbia Voijslav Seselj, pure lui dietro le sbarre all’Aia. Ma per processarlo e condannarlo in via definitiva i tempi sono stretti: il mandato del tribunale per l’ex Iugoslavia scade nel 2011.

Srebrenica

Il tribunale ha accusato di crimini di guerra 114 persone, in gran parte serbe. Per quasi la metà sono state condannate, 37 sono in custodia e 10 sono in attesa di processo. Altri 36 sono morti o si sono visti ritirare le accuse. Due sono ancora latitanti: un pesce piccolo e «il macellaio di Srebrenica», il generale Ratko Mladic che si nasconderebbe in Serbia.
Il tribunale dell’Aia ha molti scheletri nell’armadio. Il 3 aprile è stato assolto dalle accuse di crimini di guerra l’ex premier kosovaro Ramush Haradinaj, già comandante dell’Uck, l’esercito guerrigliero di liberazione del Kosovo. Peccato che i testimoni chiave del processo siano morti misteriosamente: la stessa corte ha ammesso intimidazioni e reticenze. «C’era grande pressione politica contro quel processo, che convergeva con l’indipendenza del Kosovo» accusa Marieke Wierde, responsabile del Centro internazionale per la giustizia transitoria. «Troppo spesso la giustizia soccombe ad altre esigenze» commenta Richard Dicker, responsabile giustizia internazionale dell’organizzazione Human rights watch. «C’è poi il problema che questi tribunali non hanno una propria polizia, per gli arresti devono affidarsi all’Onu o agli stati membri».
Radovan Stankovic è un serbo condannato a 20 anni per lo stupro di varie donne bosniache internate in un lager di Foca. E proprio là era stato trasferito dal tribunale dell’Aia per scontare la pena. Ma le guardie si sono «distratte» durante una visita dentistica e lo stupratore è scappato. Caso tutt’altro che isolato.
A Natale 2007 il generale croato Mladen Markac doveva attendere il processo per crimini di guerra agli arresti domiciliari a Zagabria. Ma un fotografo l’ha immortalato a una battuta di caccia con il capo della polizia e il ministro dell’Interno. Ossia con coloro che avevano assicurato ai giudici del tribunale per l’ex Iugoslavia che Markac non sarebbe uscito di casa.
Sul fronte africano ha mirato in alto il procuratore capo Luis Moreno Ocampo della Corte penale internazionale. Il 14 luglio ha chiesto l’arresto del presidente al-Bashir, accusato di genocidio in Darfur, la regione del Sudan occidentale dove in 5 anni sono state uccise 300 mila persone. Per l’accusa, Bashir «non ha avuto bisogno di proiettili. Ha usato altre armi: stupri, fame e paura. Silenziose ed efficaci». A Khartoum, il partito al potere ha organizzato manifestazioni al grido di «morte a Ocampo». E Bashir ha ballato, irridente, in tunica bianca e spadone islamico.

Boia dei Balcani

Probabilmente il presidente sudanese non finirà mai dietro le sbarre. L’azzardo di Ocampo rischia persino di peggiorare la critica situazione in Darfur. «È illusorio pensare che Khartoum consegni alla giustizia internazionale la massima autorità del paese. Pretendere che tale passo possa determinare un miglioramento dei diritti umani in Sudan è ingenuo» scrive sul suo blog il missionario Giulio Albanese (http://blog. vita.it/africana). «Ocampo sta giocando con il fuoco. Il rischio è che vi siano gravi ripercussioni nell’intero Corno d’Africa».
La Corte penale internazionale aveva già spiccato due mandati di cattura per la pulizia etnica in Darfur. Il primo per l’ex ministro dell’Interno Ahmed Harun, con l’accusa di aver pianificato la strategia del terrore verso i civili delle tribù avverse al governo. Invece che ammanettarlo, Khartoum l’ha nominato responsabile del dicastero degli Affari umanitari. Un’altra beffa ha riguardato l’ordine di arresto per Ali Kosheib. Capo delle milizie janjaweed, che saccheggiavano villaggi, stupravano donne e uccidevano bambini, è stato incarcerato e rilasciato «per insufficienza di prove» che erano sotto gli occhi di tutti. Altro paradosso sudanese: la missione Onu in Darfur è comandata da un generale ruandese accusato di crimini di guerra, Karenzi Karake.
Nata fra mille polemiche nel ‘98, la Corte penale internazionale è riconosciuta da 106 stati, ma non da grandi potenze come gli Usa. Fino a oggi non è riuscita a processare un solo criminale. E dei 12 ordini di cattura emessi è riuscita a portare in carcere solo quattro tagliagole.
Ombre si addensano anche per il genocidio in Ruanda. Il tribunale Onu di Arusha, istituito nel ‘95, ha processato solo 30 persone per il massacro di 800 mila tutsi da parte degli squadroni della morte hutu. Con 100 milioni di dollari di budget annuale e 800 dipendenti, verrà chiuso a fine 2008. Il Palazzo di vetro appoggerà la richiesta del Ruanda di assorbire il lavoro troppo lento del tribunale, insabbiando per sempre la storia delle vittime tutsi diventate carnefici degli hutu.
Unica storia di successo, il tribunale speciale per la Sierra Leone che sta processando l’ex presidente liberiano Charles Taylor. Nel caso della Corte straordinaria per i crimini dei khmer rossi in Cambogia, invece, la giustizia è arrivata troppo tardi. A novembre è finito alla sbarra Kaing Guek Eav, l’ex torturatore dei khmer rossi che fra il ‘75 e il ‘79 massacrarono 2 milioni di persone. La prima udienza si è tenuta 32 anni dopo i crimini, quando Pol Pot, l’ideatore del genocidio, era già morto stroncato da un infarto. Quanto al «macellaio» Ta Mok, era deceduto dietro le sbarre nel 2006. E gli altri imputati sono fra i 70 e gli 80 anni.
Altri dubbi sorgono sulla babele di inchieste o tribunali ad hoc, che costano e creano scompiglio. In Libano l’indagine sull’omicidio dell’ex premier Rafik Hariri, che chiama in causa la Siria, è andata avanti fra polemiche, minacce e rischi di guerra civile. E ora il governo pachistano ha ottenuto dall’Onu un’inchiesta internazionale sull’attentato all’ex premier Benazir Bhutto, che potrebbe destabilizzare ancor di più il paese.
Ecco perché fra tante ombre l’arresto di Karadzic è un raggio di luce: la credibilità della giustizia internazionale ne ha un disperato bisogno.

  • redazione
  • Venerdì 25 Luglio 2008

Dottor Dadic e Mr Karadzic

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  • Tags: Bosnia, Ex-Jugoslavia, Karadzic, Radovan-Karadžić, Ratzko-Mladic
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Dottor Dadic e Mr Karatdzic

Prima e dopo: guarda la GALLERY

Ciuffo ingrigito, occhialoni spessi come fondi di bottiglia, capelli imbiancati raccolti a chignon dietro la nuca, parlantina sciolta e, così raccontano quelli che lo hanno conosciuto, di grande efficacia. Così appariva il Dottor Dragan David Dadic, alias Mr Karatdzic, a chi lo ha conosciuto in questi tredici anni di latitanza. Non un sospetto, né dal suo padrone di casa né dai colleghi medici: la seconda vita del Macellaio dei Balcani (il cui avvocato ha dichiarato oggi che presenterà ricorso contro l’ordine di estradizione venerdì, l’ultimo giorno utile, per far slittare i tempi del processo all’Aja) era perfettamente mimetizzata nel tessuto urbano della capitale serba. Per sopravvivere e sfuggire alla cattura, Karadzic si recava ogni mattina in un ambulatorio privato in un quartierone popolare chiamato Nuova Belgrado, conferenziava insieme a colleghi sui più disparati argomenti scientifici, scriveva (gratuitamente) articoli su una rivista chiamata Vita sana e aveva persino un sito Internet (clicca qui) dove prometteva di curare impotenza e autismo attraverso un rapporto più equilibrato coi propri chakra. Il lucido pianificatore dello sterminio etnico, l’uomo considerato responsabile del massacro di ottomila musulmani a Srebrenica, si era calato perfettamente, con talento ineguagliabile, nei panni dell’esimio professionista di medicina olistica. Certamente, per riciclarsi, ha avuto appoggi e aiuti da uomini con cui aveva condiviso responsabilità. Ma, anche fisicamente, l’uomo che prometteva di guarire i suoi pazienti con l’energia, nascosto dietro al suo bel barbone bianco, era davvero irriconoscibile. Entro una settimana massimo dieci giorni, dovrebbe essere estradato e rinchiuso nello stesso carcere (Scheveningen) dove fu incarcerato Milosevic e dove sono rinchiusi tutti i criminali di guerra, croati, kosovari e musulmani di Bosnia compresi. Il suo avvocato ha dichiarato che si difenderà da solo, “e con l’aiuto di Dio, davanti al Tribunale penale. Ma lo farà a viso scoperto. Senza barba né baffi. E con i capelli corti, per rendersi riconoscibile. Gli lo hanno imposto oggi i suoi carcerieri.

La conferenza del Dr Dadic (Bbc)

  • redazione
  • Mercoledì 23 Luglio 2008

Karadzic: l’Europa si congratula con Belgrado

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  • Tags: Bosnia, Ex-Jugoslavia, Karadzic, Radovan-Karadžić, Ratzko-Mladic
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Srebrenica

Da Bruxelles

Tra sollievo e soddisfazione, la Comunità internazionale ha accolto con un boato di felicità l’arresto dell’ex leader serbo-bosniaco, Radovan Karadzic. Il più felice di tutti è stato probabilmente il procuratore del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia (Tpiy), Serge Brammertz, il quale ha voluto “congratularsi con le autorità serbe”, protagoniste di “un successo significativo nella collaborazione con il Tpiy”. Nell’attesa impaziente del trasferimento di Karadzic all’Aja (Olanda), Brammertz ha salutato “un giorno molto importante per le vittime che attendevano questo arresto da oltre dieci anni” e “per la giustizia internazionale. [La fine della latitanza di Karadzic] dimostra chiaramente che nessuno può porsi al di fuori della giustizia e che presto o tardi i fuggitivi vengono catturati”.

Appena appreso notizia del clamoroso arresto, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, si è anch’esso “congratulato con le autorità serbe per aver messo fine all’impunità”. Con toni più aulici, un comunicato stampa della Casa Bianca ha definito l’azione della polizia serba “omaggio” alle vittime delle atrocità perpetrate durante la guerra in Bosnia-Erzegovina.

Boia dei Balcani

In Europa, i leader politici sono stati unanimi nell’esprimere soddisfazione per un arresto che, assieme a quello dell’ultimo grande fuggitivo, Ratko Mladic, era considerato da Bruxelles una condizione sine qua non per l’entrata della Serbia nell’Unione europea. Senza tanti giri di parola, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha fatto sapere che “questo arresto dimostra chiaramente la volontà del nuovo governo di Belgrado di riavvicinare la Serbia all’Ue”. Sulla stessa scia, il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha parlato di “sviluppo molto positivo per la riconciliazione e la giustizia nei Balcani”, ma anche per “le aspirazioni europee della Serbia”. Poco fa, il Commissario responsabile per l’allargamento, Olli Rehn, ha dichiarato nel corso della sua conferenza stampa che “l’arresto di Karadzic è un segnale molto importante da parte del governo serbo nella sua volontà di cooperare con il Tribunale penale internazionale”. La svolta di Belgrado potrebbe secondo Rehn aprire nuove prospettive per l’adesione della Serbia nell’Ue. A Panorama.it, la portavoce del Commissario europeo per l’allargamento, Krisztina Nagy, ha ricordato “il rifiuto di Bruxelles di applicare l’accordo di associazione e di stabilizzazione (ASA) firmato con Belgrado il 29 aprile scorso” in seguito all’impasse provocata dalla mancata collaborazione del governo serbo con la giustizia internazionale. Dopo mesi di tensione, “l’arresto di Karadzic segna indubbiamente una cambio di rotta”. Oggi Olli Rehn proverà a convincere il Consiglio europeo sulla necessità di mettere in applicazione l’ASA. Purtroppo, tra i ministri degli Affari esteri dell’Ue, il trasferimento di Karadzic all’Aja potrebbe non bastare. Paesi-Bassi e Belgio, per nominare solo loro, hanno sempre vincolato l’entrata della Serbia nell’Ue con l’arresto di altri due illustri criminali: l’ex presidente della repubblica dei Serbi della Krajina, Goran Hadzic, e Ratko Mladic , ex responsabile dell’esercito dei Serbia della Bosnia, accusato assieme a Karadzic di genocidio, di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra perpetrati in Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995.

Arrestato il Boia dei Balcani
Il presidente del concilio della cooperazione serba mostra una recente immagine di Karadzic

LEGGI ANCHE: Chi è il Boia dei Balcani - Il ricordo dei sopravvissuti: Sarajevo e Srebrenica - Guarda la GALLERY

  • joshua.massarenti
  • Martedì 22 Luglio 2008

Serbia: la cattura di Karadzic, il Boia dei Balcani

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  • Tags: Belgrado, Bosnia, europa, Karadzic, Radovan-Karadžić, Sarajevo, serbia, serebrenica
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Radovan Karadzic
Un serbo mostra un ritratto dell’ex presidente dei serbo-bosniaci. Molti lo considerano ancora un eroe

Dopo tredici anni, quando ormai ormai i più davano per certo che non sarebbe mai stato arrestato, si è conclusa la latitanza di Radovan Karadzic, ritenuto l’architetto, assieme a Milosevic, della pulizia etnica che ha fatto 260 mila morti durante la guerra di Bosnia tra il 1992 e il 1995. Su di lui pendevano dal 1996 un mandato di cattura spiccato all’Aja per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità e una taglia di cinque milioni di dollari. Aveva assunto una falsa identità - quella di Dragan Dabic - e lavorava tranquillamente come medico in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado, scrivendo sovente articoli per delle riviste specializzate. Secondo il procuratore Vladimir Vukcevic, nell’ambulatorio nessuno sapeva chi fosse. Era semplicemente irriconoscibile. In carcere a Belgrado, si trova adesso in cella, non parla e rifiuta il cibo per protestare contro l’annunciata estradizione all’Aja.

La cattura del Boia di Sarajevo e Srebrenica, avvenuta venerdì probabilmente su un autobus e resa possibile a Belgrado da quegli stessi servizi di sicurezza serbi con cui aveva collaborato (e che si ritiene ne abbiano garantito in passato la latitanza) chiude probabilmente, dal punto di vista politico e simbolico, una frattura nel cuore dell’Europa durata oltre dieci anni e prelude alla possibile cattura di altri grandi latitanti come l’ex capo dei paramilitari serbo-bosniaci Ratzko Mladic, l’uomo con cui Karadzic, in qualità di presidente della Repubblica di Pale, condivise le responsabilità dei 43 mesi di assedio di Sarajevo e della fucilazione a freddo del luglio 1995 di ottomila musulmani di Srebrenica, uno dei più atroci eccidi avvenuti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E’ agli altri criminali di guerra latitanti che si è rivolto stamane il neopremier serbo Mirko Cvetkovic, chiedendo loro di consegnarsi volontariamente prima che siano le forze di sicurezza ad arrestarli. E’ come se attorno a loro, dopo l’elezione del nuovo governo filoeuropeista e la rimozione dell’ormai ex capo dei servizi segreti avvenuta una settimana fa, si fosse chiuso il cerchio. Belgrado sembra fare sul serio, vuole chiudere la partita.
A colloquio con la madre: video amatoriale (sottotitolato)


Prospettive. Tutto lascia pensare che l’ex psichiatra della squadra di calcio Stella Rossa, che ha definito “una farsa” il suo arresto, si trinceri dietro il silenzio eventualmente anche davanti al giudice del Tpi Milan Dilparic, come il suo ex sodale Milosevic. Certamente custodisce molti segreti. E certamente potrebbe gettare una nuova luce sulla gerarchia delle responsabilità negli eccidi della ex Jugoslavia dopo la morte di Slobo avvenuta qualche anno or sono durante la prigionia all’Aja. Il suo arresto è però importante perché mostra i segnali di discontinuità della nuova leadership di Belgrado rappresentata da Boris Tadic. E’ indubbio che, senza una nuova dirigenza europeista in Serbia e la rimozione dell’ex capo dei servizi, la latitanza di quello che l’ex segretario di Stato Hollbrooke definì l’Osama Bin Laden dei Balcani sarebbe durata ancora a lungo, protetto com’era da vasti settori dell’esercito e degli apparati di sicurezza, e ritenuto ancora un eroe da parti non trascurabili dell’opinione pubblica serba.

Arrestato il Boia dei Balcani

Non che i serbi delle nuove generazioni stanchi dei ricordi della guerra non abbiano vissuto con dolore, e in alcuni suoi settori con voglia di revanche, anche l’ultima umiliazione della secessione kosovara. Ma l’arresto di Karadzic è un passo verso la normalizzazione dei rapporti con l’Europa, nonostante il sostegno di cui godeva, assieme agli altri criminali ancora alla macchia, presso parti dell’opinione pubblica nazionalista, come dimostra anche la manifestazione dei radicali avvenuta subito dopo la notizia del suo arresto. L’arresto (eventuale) di Mladic, il braccio operativo del massacro di Srebrenica (mentre Karadzic ne era la mente), potrebbe chiudere il cerchio. E riconsegnare all’Europa l’idea di una memoria condivisa. Intanto a Sarajevo, capitale della federazione bosniaca, si festeggia. Centinaia di persone sono scese per strada suonando i clacson delle auto e mortaretti. Scene di giubilo con ragazzi che a torso nudo sotto la pioggia sventolavano le magliette come in una festa per una vittoria calcistica, in realtà per la fine della latitanza del Piccolo Hitler dei Balcani, che finalmente potrebbe pagare per quello che ha fatto, avvicinando la nuova Belgrado a Bruxelles e consentendo un processo di avvicinamento all’Europa cui erano in molti, non solo a Belgrado, a non credere più.
Il video-servizio Ansa

LEGGI ANCHE: L’Europa e la Serbia: e ora? - Il ricordo dei sopravvissuti: Sarajevo e Srebrenica - Guarda la GALLERY

  • redazione
  • Martedì 22 Luglio 2008

Sarajevo, 15 anni dopo. Azra Nuhefendic: “Così cominciò la mia guerra”

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  • Tags: Arkan, Azra-Nuhefendic, Belgrado, Bosnia, Karadzic, Mladic, Sarajevo, serbia, testimonianze
  • 3 commenti


di Azra Nuhefendic
Ex reporter bosniaco-musulmana della tv di Stato di Belgrado. Arriva a Sarajevo, la sua città natale, il 5 aprile 1992, alla vigilia dell’assedio. Quando torna a Belgrado, un mese dopo, i colleghi e i vicini di casa serbi non la salutano quasi più. Passa una settimana e viene licenziata.

La guerra è come il cancro: pare che capiti sempre agli altri, mai a noi stessi.

Io non volevo credere che la guerra arrivasse a Sarajevo. Ma il 5 Aprile 1992 non potevo più negare quello che per altri versi era evidente: la guerra era alle porte della città dove ero cresciuta.

Mi pareva assurdo guardarla da una distanza di 500 chilometri. Lavoravo a Belgrado, facevo la giornalista per la Tv statale. Ho preso due settimane d’aspettativa, nell’illusione che la guerra potesse durare meno di un mese.

Tutti i collegamenti con la Bosnia erano già interrotti. Partii al seguito di una Tv svedese. Mi offrii per far loro da guida, e loro in cambio mi avrebbero dato un passaggio.

Al confine tra Bosnia e Serbia, c’erano già i soldati dell’armata iugoslava, i poliziotti anche loro armati fino ai denti, e infine i paramilitari serbi. Sembravano appena usciti dai film della seconda guerra mondiale: barbe e capelli lunghi con cartucciere che gli pesavano come macigni intorno al collo. I cannoni avevano le bocche puntate verso la sponda bosniaca del fiume. Il famoso criminale di guerra Zeljko Raznatovic Arkan dava ordini a tutti. Fu lì, sul ponte di Drina, che capii che cosa stava succedendo.Le strade verso Sarajevo erano vuote. Ogni tanto apparivano e scomparivano, come le silhouette, i vari gruppi armati. Non sparavano, appena ci vedevano si ritiravano.

A Olovo, piccola città nel centro di Bosnia, incontriamo due autobus pieni di minatori: tornavano da Sarajevo dove, quel giorno, mezzo milione dei bosniaci aveva appena manifestato contro la guerra.

Faceva buio quando siamo entrati a Sarajevo. Sulla città regnava un silenzio minaccioso. Le strade che conoscevo come le mie tasche, mi sembravano sinistre, irreali. La foschia e la nebbia, le luci gialle lampeggianti dei semafori, tutto mi faceva paura. Ogni cento metri ci fermavano i civili armati, alle barricate. In fretta e correndo ci chiedevano chi fossimo, dove andassimo.

Volevo andare dritto a casa, dai miei genitori, ma non mi hanno lasciato. “Troppo pericoloso”, ci dicevano spingendoci verso il centro.

Le porte dell’albergo “Belgrado” (oggi “Bosna”) erano chiuse a chiave. Non ci lasciavano entrare. Tutto pieno, ci diceva attraverso la porta chiusa il consierge. Provammo a insistere finché la porta non si aprì. Cercò di scusarsi: “Le bande armate girano per la città”. Sulla Tv di Belgrado vediamo Arkan: “Dicono che stai per attaccare Zvornik? - gli chiede giornalista. E Arkan: “Sono qui, a Belgrado, davanti al mio negozio, dove stiamo parlando”. Alle prime ore del 6 aprile, arriva la notizia che Arkan, i suoi paramilitari e l’armata iugoslava hanno attaccato Zvornik. Si parla di decine di morti, centinaia feriti, scomparsi, detenuti.Vado dai miei genitori e li trovo tranquilli.

- E la guerra? - chiedo.

- Ma lascia perdere i “papci” - dice papa.

“Papci” è un termine peggiorativo che a Sarajevo si usa per definire i vigliacchi, montanari che non riuscivano ad integrarsi con i sarajevesi.

“Perché sei venuta? Non ce n’è bisogno: qui tutto è a posto” mi dice mamma.

E’ una bella giornata, soleggiata. Il 6 Aprile è festa, il giorno della liberazione di Sarajevo dai nazisti. Vado a trovare le sorelle e gli amici. Beviamo il caffè nei bar coi tavolini di fuori. Nell’aria pendono le paure non pronunciate. Bisogna scappare, dico, e spiego cosa ho visto arrivando a Sarajevo. “Ma lascia perdere, anche se succedesse qualcosa, non sarà niente grave. Ai “papci” bisogna dare un lezione” mi dicono.

Nel primo pomeriggio però le vie si svuotano. Rari passanti camminano in fretta.

Con la notte cade la paura. Si guarda la Tv cercando notizie che ci tranquillizzino. Il presidente bosniaco Izetbegovic dice che non ci sarà la guerra. “State tranquilli. Per la guerra ci vogliono due parti. Noi bosniaci non faremo la guerra”.

Dal primo sonno ci svegliano le cannonate: il primo attacco al Sarajevo e in corso. Serbi paramilitari, scedendo dalla collina Vrace, tentano di tagliare la città in due. Si combatte sotto la mia casa, a Grbavica. I genitori ed io, trascinandoci, ci troviamo in un angolo, dietro un piccolo muro che ci sembrava più sicuro. Abbracciati tremiamo insieme ai mura della casa. Sembra che combattano nella stanza accanto. Suonano i telefoni, e sempre strisciando, rispondo. Ma hanno appeso. Dopo un ‘altra telefonata, risponde mia sorella: “Siete vivi?”.

Cosi è cominciata la mia guerra.

  • redazione
  • Venerdì 6 Aprile 2007

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