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karzai

2013, fuga dall’Afghanistan - L’ANALISI

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  • Tags: Afghanistan, analisi, guerre di pace, karzai, Leon-Panetta, Nato, Sarkozy, talebani
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Truppe afghane sotto la bandiera nazionale e della Nato (Credits Pio-Rc West)

Truppe afghane sotto la bandiera nazionale e della Nato (Credits Pio-Rc West)

Gianandrea GaianiUfficialmente la Nato cesserà le azioni di guerra in Afghanistan nel 2014 ma alcuni Paesi si preparano ad anticipare quella data e non si tratta certo di contingenti minori. ”Le date restano invariate, così come l’impegno”, recita un comunicato della Nato, ma è un fatto che Parigi abbia ufficializzato durante la visita di Hamid Karzai in Francia che il contingente transalpino (3.600 militari) si ridurrà a 3 mila effettivi quest’anno, passerà le consegne della sicurezza alle truppe afghane nella difficile provincia di Kapisa questa primavera e completerà il rimpatrio dei suoi militari nel 2013.

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  • gianandrea gaiani
  • Giovedì 2 Febbraio 2012

Afghanistan: le truppe indiane rimpiazzeranno la Nato?

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  • Tags: Afghanistan, guerre di pace, India, karzai, Nato, Pakistan, talebani
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Colonna di truppe afghane (Credit: US DoD)

Colonna di truppe afghane (Credit: US DoD)

Gianandrea GaianiDa Nuova Dehli, dove si trovava in visita ufficiale, il presidente afgano Hamid Karzai ha ribadito che Kabul ha interrotto il dialogo con i talebani: “Non conosciamo più il loro indirizzo”, ha affermato, aggiungendo che c’è invece la volontà di dialogare con “i fratelli del Pakistan” Il processo di pace d’ora in poi “sarà imperniato sui rapporti tra i Paesi anziché concentrarsi su singoli individui che neppure sappiamo dove trovare”, ha spiegato il presidente.

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  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 7 Ottobre 2011

Afghanistan: tutti a casa nel 2014?

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  • Tags: Afghanistan, Conferenza Internazionale, guerre di pace, Herat, karzai, transizione
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Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".
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(Credits: Epa)

(Credits: Epa)

Tutti soddisfatti alla Conferenza internazionale di Kabul sul futuro dell’Afghanistan dove l’atteso piano di transizione delle responsabilità della sicurezza del Paese dalle truppe alleate a quelle afghane entro il 2014 è stato approvato dalla comunità internazionale.

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  • gianandrea gaiani
  • Mercoledì 21 Luglio 2010

Mazzette italiane ai talebani? Un’accusa ridicola

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  • Tags: Afghanistan, Guerre di pace italiane, karzai, talebani, Times
  • 7 commenti
Bolognese, 46 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".
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I parà in difesa del voto afghano

Più che di un attacco alla linea di condotta del contingente italiano in Afghanistan, quello lanciato dal quotidiano britannico Times è una serie di congetture supportate da dichiarazioni di anonimi funzionari afgani e presunti comandanti talebani che accusano i nostri servizi segreti di aver pagato tangenti ai miliziani afgani per evitare di subire attacchi nella primavera-estate 2008. Continua

  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 16 Ottobre 2009

Karzai, abbiamo sbagliato uomo?

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  • Tags: Afghanistan, Ahmid-Karzai, kabul, karzai
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Ahmid Karzai

Ahmid Karzai, il presidente afghano 
Il suo debutto sulla scena internazionale, alla conferenza di Tokyo dei paesi donatori nel 2002, era stato trionfale. A pochi mesi dalla sconfitta talebana Hamid Karzai, acclamato presidente ad interim dalla «loya jirga» dei capi tribali, era per tutti il salvatore dell’Afghanistan: lo statista destinato a pacificare il paese devastato da 30 anni di guerre, il prudente e fedele alleato dell’Occidente, l’amico personale di George W. Bush. Tornò a Kabul con un bottino di 25 miliardi di dollari per la ricostruzione e con la palma di «uomo politico più elegante del mondo» attribuitagli dallo stilista Tom Ford, impressionato dal berretto di lana karakul e dal mantello uzbeko verde smeraldo del leader afghano.

Sette anni dopo, alla vigilia della sua probabile riconferma alle presidenziali del 20 agosto, Karzai è diventato un problema. Per gli afghani, che lo accusano di nepotismo e gli rimproverano di non avere mantenuto le molte promesse. Per i comandi della coalizione, che gli imputano la scarsa preparazione e affidabilità delle forze di sicurezza locali. Per i donatori, che il mese scorso a Parigi non hanno apprezzato la richiesta di altri 50 miliardi di dollari (ne hanno, alla fine, stanziati 21). Per le Nazioni Unite, che per bocca del segretario generale Ban Ki-moon hanno invocato «misure concrete» per rendere più trasparente l’attività del governo di Kabul; e per l’amministrazione Obama, irritata dall’impunità concessa ai signori della guerra e della droga, dall’inefficienza e dalla debolezza dell’esecutivo.

«Karzai ha fallito su tutti i fronti» afferma la deputata Shukria Barakzai. «Senza sviluppo e opportunità di lavoro non avremo mai sicurezza. E al governo abbiamo gente che un tempo predicava la guerra santa e ora parla di democrazia. Come possiamo fidarci?».
Anche l’offensiva nella provincia dell’Helmand, dove 4 mila marine e 700 afghani al comando del generale Stanley McChrystal sono impegnati nella più vasta campagna di terra e aerea dai tempi del Vietnam, pare destinata all’insuccesso. «L’offensiva non raggiungerà lo scopo di eliminare gli insorti» prevede Rory Stewart, ex diplomatico inglese (era vice dell’amministratore civile provvisorio Barbara Contini a Nassiriya in Iraq) ora docente a Harvard. «Avrà invece un impatto negativo sulle comunità pashtun del sud e alimenterà la propaganda antioccidentale. Quanto al governo di Kabul, che incentivo può avere a varare le auspicate riforme se un paese che produce il 92 per cento dell’eroina del pianeta continua a ricevere decine di miliardi di dollari in aiuti?».

Analisti e diplomatici si chiedono oggi se Karzai sia l’uomo giusto per affrontare le tre principali sfide che ha di fronte l’Afghanistan: i talebani, l’oppio e la dilagante corruzione. E la risposta è sempre la stessa: non ci sono alternative. Fra i 40 candidati alle elezioni, solo l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah e l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani sono accreditati di un certo seguito tra la popolazione urbana. Non tale tuttavia da impensierire il presidente, che ha saputo tessere una rete di alleanze con comandanti mujaheddin e governatori di dubbia reputazione, ma con solide basi elettorali.
Si è assicurato l’appoggio di Mohammed Fahim Qasim, ex ministro della Difesa, ex braccio destro del «Leone del Panjshir» Ahmed Shah Massud, capo dei tajiki del nord, gradito a Mosca.
Ahmid Karzai

Di Mohammed Karim Khalili, leader degli sciiti di etnia hazara, sostenuto da Teheran. E di Abdul Rashid Dostum, signore della guerra uzbeko esiliato in Turchia, da poco reinsediato nell’incarico di responsabile della sicurezza di Karzai: una mossa che ha fatto infuriare la Casa Bianca.

Furono i miliziani di Dostum, nel novembre 2001, a rinchiudere in container oltre 1.500 talebani arresisi a Kunduz, a lasciarli morire di sete e a seppellirli in una fossa comune nel deserto di Dasht-i-Leili, vicino a Sheberghan. Nel 2002 il generale Abad Khan, capo della sicurezza di Dostum, assicurava a Panorama che «solo 150 talebani sono sepolti nella fossa e tutti sono morti di malattia o per le ferite ricevute in combattimento». Ma gli abitanti del villaggio raccontavano che il viavai dei container era durato una settimana. E che gli americani, presenti nella zona, non potevano non sapere. Barack Obama ha ora ordinato un’inchiesta sull’eccidio, crimine che l’amministrazione Bush aveva nascosto al Congresso.

Paradossalmente, agli occhi di osservatori occidentali gli elementi di debolezza di Karzai sono proprio la capacità di mediazione, l’attitudine al dialogo e l’inclinazione al compromesso, tutte doti che gli hanno consentito di destreggiarsi nel labirinto etnico-politico dell’Afghanistan.
Nato nel 1957 a Karz, nel distretto di Kandahar, figlio del potente capo pashtun della tribù dei Popalzai, laureato in scienze politiche all’Università indiana di Simla, Karzai, tranne una breve esperienza come viceministro degli Esteri nel governo Rabbani (1992), ha vissuto quasi sempre a Quetta, in Pakistan.

Collaboratore della Cia durante la guerra contro i sovietici, consigliere dell’ex re Zahir Shah, è musulmano praticante: prega cinque volte al giorno e in teoria non beve alcolici, anche se ha creato clamore una recente immagine nella quale il presidente porta alle labbra un bicchiere di vino.

Karzai guardò con favore l’ascesa dei talebani, ai quali giurò vendetta dopo la morte del padre, ucciso nel 1999 dai sicari degli «studenti di religione». Quando la comunità internazionale lo catapultò al vertice dello stato, Karzai, privo di una milizia personale e titolare della poltrona meno invidiata al mondo, fu costretto a scendere a patti con signori della guerra e sicofanti di ogni sorta, senza mai riuscire a imporre saldamente la propria autorità oltre i confini della capitale Kabul.

Due fattori hanno contribuito al suo ulteriore indebolimento: la scelta di finanziare la ricostruzione attraverso le ong e le agenzie dell’Onu, aggirando il governo afghano, e il massiccio trasferimento di uomini e risorse dal teatro afghano a quello iracheno deciso da Bush alla fine del 2002.

Il bilancio di Karzai, sfuggito ad almeno quattro attentati, non è però del tutto negativo: il paese ha una nuova costituzione, il tasso di scolarizzazione è cresciuto, sono stati aperti 4 mila chilometri di strade e Kabul pullula di nuovi alberghi e centri commerciali. Ma gran parte dell’Afghanistan resta alla mercé degli insorti. Il 60 per cento delle abitazioni è privo di corrente elettrica e l’80 per cento è senz’acqua potabile. L’illegalità è diffusa, la disoccupazione aumenta, la corruzione infetta tutti gli ingranaggi della società. E il traffico di oppio e di eroina, un business da 4 miliardi di dollari all’anno, continua ad alimentare l’insicurezza e a rimpinguare le casse dei talebani che controllano i campi di papaveri.

Negli ultimi mesi la Casa Bianca ha preso le distanze da Karzai. Il presidente afghano non era presente il 20 gennaio alla cerimonia di insediamento di Obama, che ha cancellato la consuetudine delle videoconferenze bisettimanali con Kabul.

E Karzai non si è certo adoperato per dissipare lo scetticismo e la freddezza di Washington: in aprile solo le proteste americane ed europee lo hanno indotto a bocciare una legge «talebana» che obbligava le donne a sottostare ai voleri sessuali dei mariti. E ai primi di luglio ha amnistiato cinque trafficanti di eroina, tra i quali un parente del suo consigliere per la campagna elettorale.

Al dipartimento di Stato sono al vaglio anche due dossier scottanti. Il primo riguarda gli exploit imprenditoriali del fratello maggiore di Karzai, Mahmud, che da proprietario di alcuni modesti ristoranti negli Usa è diventato in pochi anni un tycoon con interessi ramificati nell’immobiliare, nell’unico cementificio afghano, nella principale banca del paese, in quattro miniere di carbone, ed è il concessionario esclusivo della Toyota.

Il secondo, più incandescente, è intestato ad Ahmad Wali Karzai, 48 anni, fratello minore del presidente e capo del consiglio provinciale di Kandahar. Sebbene non vi siano prove certe, il Dipartimento antidroga americano ha raccolto fin dal 2004 numerosi indizi del coinvolgimento di Ahmad Wali nel traffico di eroina.

La buona fede e l’integrità di Hamid Karzai, per ora, non sembrano essere in discussione. Ma la luna di miele tra l’Occidente e Kabul è ormai finita.

  • redazione
  • Venerdì 31 Luglio 2009

Pakistan e Afghanistan, i presidenti da Obama nel giorno del massacro

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  • Tags: Afghanistan, Hillary Clinton, karzai, Pakistan, Zardari
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Hamid Karzai, presidente afghano

Hamid Karzai, presidente afghano

(Panorama / Reuters)

Più pressione sui Talebani. Guerra aperta agli estremisti islamici sul fronte afghano e pakistano. Hamid Karzai e Asif Ali Zardari, presidenti instabili di due paesi instabili e confinanti, si sono visti richiedere questo dal Segretario di Stato americano Hillary Clinton. Obama vuole spostare truppe e attenzione militare dall’Iraq all’Afghanistan. E ha bisogno dell’appoggio totale dei due presidenti, che però sono alle prese con forti problemi di controllo dei paesi, in particolare nella zona di confine, dove i guerriglieri islamici controllano di fatto il territorio.
Di certo non ha reso un buon servigio alla diplomazia statunitense la notizia del raid americano di martedì nel sud dell’Afghanistan che avrebbe causato più di 100 vittime civili nel villaggio di Geerani. Karzai ha detto: ”La perdita di altri vite civili è inaccettabile” ha detto. Nella capitale l’imbarazzo era palpabile. Il segretario di Stato si è detta ”profondamente dispiaciuta” e ha preannunciato l’apertura di un’inchiesta.
Nonostante l’incidente, la Clinton ha parlato di “segnali promettenti” nei primi colloqui del vertice a tre, e ha lodato l’impegno dei due governi nella lotta al terrorismo e ha espresso l’auspicio “che arrivino risultati concreti”.  Il presidente afghano ha definito “gemelli uniti” Afghanistan e Pakistan. Anche Obama, al termine del vertice a tre, ha sottolineato le intenzioni di collaborare dei due presidenti. Ma, ha aggiunto, bisogna evitare di fare altre vittime civili. Per questo ha confermato l’impegno degli Usa, la necessità di più truppe (il presidente si appresta ad inviare 21.000 rinforzi in Afghanistan) e risorse nella regione anche se, ha detto, ci saranno altre violenze e insuccessi. Karzai e Zardari sono i due uomini forti cui l’amministrazione americana è costretta ad affidarsi, anche se i dubbi della Casa Bianca su entrambi non sono pochi: il vedovo di Benazir Bhutto ha vinto le elezioni democraticamente, ma rispetto al suo predecessore Musharraf non ha lo stesso controllo dell’esercito. Mentre Karzai, eletto presidente proprio dopo la cacciata dei talebani da Kabul nel 2001, non ha ottenuto i risultati sperati e il suo governo è impopolare e instabile per la corruzione.

 LEGGI ANCHE:  Afghanistan, strage di civili in un raid della Nato

  • emanuele rossi
  • Mercoledì 6 Maggio 2009

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