
Arundhati Roy (Credits: AP Photo/Mustafa Quraishi)

Quattordici anni fa ha vinto il Premio Brooker -un riconoscimento letterario che dal 1968 viene assegnato ogni anno al miglior romanzo in lingua inglese scritto da un cittadino del Commonwealth o dell’Irlanda- con il suo capolavoro autobiografico d’esordio, Il Dio delle piccole cose. Oggi, Arundhati Roy, scrittrice indiana e, soprattutto, attivista politica impegnata nei movimenti anti-globalizzazione, si è trasformata in una delle voci più critiche del suo paese.
L’autrice festeggerà quest’anno il cinquantesimo compleanno, e per quanto grazie a un’inconfondibile vitalità continui a dimostrare di essere poco più che una trentenne, è giunto anche per lei il momento di stilare un bilancio dei suoi successi. Continua

Mumbai: il palazzo da demolire coinvolto nello scandalo (Credits: Rajanish Kakade/AP)

Jairam Ramesh, il ministro dell’ambiente indiano, ha ordinato la demolizione di un palazzo di 31 piani nel centro di Mumbai. Per cercare di distogliere l’attenzione da uno scandalo immobiliare che stava diventando sempre più difficile da gestire.
La struttura era stata originariamente costruita per le vedove della guerra di Kargil (maggio-luglio 1999), Continua
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da quattro come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. È sposata con un diplomatico italiano in Cina.

Violenze in Kashmir (Credits: AP Photo/Mukhtar Khan)
“Protesto contro quello che avete fatto; protesto per una madre che ha perso suo figlio; protesto, e lancerò pietre senza scappare; protesterò fino a quando non avrò la libertà; protesto per mio fratello, morto, protesto contro la pallottola che gli ha perforato la testa; protesto, e lancerò pietre senza scappare; protesterò fino a quando non avrò la libertà”. E’ questo il ritornello della canzone che il rapper indiano Roushan Illahi, in arte MC Kash, ha scritto per denunciare le violenze che continuano a infiammare il Kashmir, lo stato al confine tra India e Pakistan la cui sovranità è rivendicata da decenni da entrambi. Continua

Kanina, donne attorno ai corpi dei bambini morti (AP Photo/Aftab Ahmed)
Almeno 15 studenti sono morti stamattina quando lo scuolabus su cui viaggiavano è precipitato in un fiume nel Kashmir pachistano. Lo riferisce Dawn News citando fonti della polizia del capoluogo di Muzaffarabad. A bordo c’era una trentina di ragazzi tra i 10 e i 15 anni che si stavano recando alla scuola Allama Iqbal. Solo cinque sono stati recuperati vivi dalle acque del fiume Jhelum, mentre gli altri risultano dispersi. FOTO
13/07/2009 - Musulmani del Kashmir (India) osservano la cerimonia del Giorno dei Martiri a Srinagar. Le autorità locali hanno dispiegato ingenti forze di sicurezza per prevenire le proteste dei separatisti, in questo giorno di commemorazione per tutto lo stato. Il Giorno dei Martiri celebra l’anniversario della morte di 22 persone uccise nel 1931 durante le proteste contro il potere dei Dogra.
Ansa Foto
Le altre foto
Il Kashmir secondo il Times of India
Il Kashmir su Global Voices
View Panorama.it: Srinagar, Kashmir, le foto in a larger map

India al voto
Il presidente dell’Uttar Pradesh, la fuori casta Mayawati Naina Kumari
Chi è la fuori casta che sfida i potenti di New Delhi
Si conclude, in India, la terza giornata elettorale. Si è votato per la prima volta a Mumbai, dove le preferenze, sostengono i corrispondenti della BBC in città, non sono state influenzate dal pericolo sicurezza ma da bisogni più immediati come l’accesso all’acqua potabile, all’elettricità e ad alloggi decorosi. Il problema della sicurezza ha avuto invece un peso maggiore nel Jammu & Kashmir, dove i gruppi separatisti hanno lanciato un appello al boicottaggio delle urne dopo due giorni di sciopero. Appello che ha avuto successo, visto che per buona parte della giornata diversi seggi sono rimasti deserti.
La violenza dei naxaliti, invece, sembra essersi (momentaneamente) frenata. Il 16 aprile una serie di attacchi ben preparati ha causato la morte di diciassette persone. Il 23 aprile gli episodi di violenza sono stati meno brutali. Oggi la situazione sembra essere ancora più calma, e fino ad ora la stampa indiana ha diffuso la notizia di un solo incidente: nel distretto di Purulia, nel Bengala occidentale, una mina ha colpito un seggio ferendo due persone, tra cui un agente delle forze dell’ordine.
L’atmosfera di sicurezza in cui si stanno svolgendo le votazioni di oggi non serve però a coprire un altro scandalo delle elezioni indiane: quello dei candidati “criminali”. Un quinto dei 5.500 indiani che concorrono per una poltrona del Parlamento nazionale, infatti, dovrà presto affrontare un processo penale. Chi per difendersi da accuse di furto, chi di rapimento, e alrti ancora addirittura di omicidio. Dal momento che la Costituzione indiana permette a chi non è ancora stato condannato in fase di giudizio di candidarsi alle elezioni, sono in tanti i piccoli criminali locali che sfruttano corruzione e potere per garantirsi le preferenze di un numero di elettori tali da permettere loro di ricoprire una carica pubblica. E c’è chi lo fa proponendosi come paladino dei gruppi più poveri, pagando per loro generi alimentari e parcelle mediche. Ma il problema è che quando i criminali entreranno in Parlamento, in un Parlamento in cui difficilmente quest’anno sarà possibile individuare una maggioranza monocolore solida. I “criminali politici” - come vengono definiti dalla stampa - saranno in una posizione tale da poter ricattare i partiti più forti, peggiorando ulteriormente, sostengono gli esperti, il livello di corruzione e di inefficienza di qualsiasi Governo.
Ecco perchè i tre gruppi che si contendono le posizioni da cui verrà deciso il destino del Paese sono sempre più preoccupati. Anche se, vale la pena ricordarlo, il Partito del Congresso e il BJP hanno candidato, rispettivamente, 100 e 98 politici in attesa di giudizio.

Sono servite a poco, nella regione settentrionale del Kashmir indiano, le misure prese dal governo per tenere sotto controllo una delle più gravi crisi degli ultimi vent’anni. Non hanno avuto effetto il coprifuoco, la militarizzazione delle città, Srinagar e Jammu, e l’arresto dei leader dei partiti politici che appoggiano i movimenti separatisti. Nelle ultime due settimane sono stati almeno 27 i dimostranti freddati dagli agenti indiani mentre altre 500 persone, di cui molti poliziotti, sono rimaste ferite negli scontri tra le forze dell’ordine e i gruppi di militanti indù e musulmani.
Le proteste sono iniziate a giugno, quando il governo locale ha donato un terreno al tempio indù di Sri Amarnath al fine di costruire un ricovero per i pellegrini che visitano ogni anno la grotta di Amarnath, luogo sacro dove il dio Shiva avrebbe spiegato alla moglie Parnati i segreti della vita e dell’eternità. Immediate le proteste degli islamici, che hanno accusato il governo di aver cercato, in combutta con i gruppi induisti, di attirare nella valle del Kashmir gli indù di tutto il Paese. I toni accesi della protesta hanno convinto il governo locale che l’unica opzione disponibile per ripristinare l’ordine fosse quella di revocare la donazione. Una scelta che ha scatenato le proteste degli indù dell’intero Paese, ma ha anche acceso la miccia di una guerriglia urbana che ormai va avanti da mesi. Le strade sono bloccate, le città deserte, negozi, banche e scuole chiuse, ma i militanti delle diverse fazioni non si arrendono. Anzi, i toni della violenza sono diventati ancora più aspri quando, l’11 agosto, la polizia ha ucciso il leader islamico moderato Sheikh Abdul Aziz nel corso di una dimostrazione presso il confine tra il Kashmir indiano e quello pakistano: l’India aveva ordinato di chiuderlo, mentre i commercianti islamici continuavano a varcarlo per vendere le loro merci in Pakistan, come d’abitudine.
Dopo 13 anni, nel Kashmir è stato di nuovo imposto il coprifuoco. Prima per tre giorni, poi a tempo indeterminato. Tuttavia, oggi tra le barricate non si parla più del rifugio di pellegrini del tempio di Sri Amarnath ma di referendum. Chi è sceso in piazza chiede di votare per l’autodeterminazione di una regione contesa tra India e Pakistan sin dalla partizione del 1947, a seguito della quale il Kashmir è rimasto l’unico stato indiano a maggioranza musulmana (oltre il 60%). Leaders separatisti come Syed Ali Shah Geelani, Mirwaiz Omar Farooq o Yasin Malik concordano sul fatto che il Kashmir stia oggi combattendo per la propria libertà, e non si lascerà facilmente intimidire dalle pallottole dalla polizia di stato. Ma il vero problema sta nel fatto che i vari gruppi non combattono per la stessa causa.
Già teatro di tre conflitti nel 1947-48, nel 1965 e nel 1999, nel Kashmir i nodi della contestazione non sono mai cambiati. Gli estremisti islamici vogliono sottrarre la regione a Nuova Delhi, che invece fa di tutto per mantenerne il controllo, mentre i gruppi di minoranza che convivono in questo stato sembrano essere a loro volta pronti per lottare per l’affermazione dei propri diritti: il riconoscimento dell’indipendenza di un territorio che ancora oggi è diviso in tree aree: una amministrata dall’India, una dal Pakistan, e la terza dalla Cina.
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