
Alcune donne iraniane siedono sotto una gigantografia di Ruhollah Khomeini e Ali Khamenei (EPA/ABEDIN TAHERKENAREH)

Nel 1988, un anno prima di morire e con la consapevolezza che agli eredi sarebbe mancato il suo carisma, l’Ayatollah Khomeini istituì un
organo per gestire i conflitti all’interno del complesso sistema politico della Repubblica islamica e in particolare tra il parlamento e il Consiglio dei Guardiani, anche se
l’ultima parola sarebbe spettata sempre e comunque
al leader supremo.
Quell’organo istituito nel 1988, in seguito alla revisione della Costituzione, si chiama Consiglio dell’interesse nazionale (in inglese Expediency Council), una denominazione che serve a sottolineare come, in caso di dubbio, i leader iraniani debbano difendere l’interesse della nazione anche a costo di calpestare i principi islamici.
Ventitre anni dopo l’istituzione del Consiglio dell’interesse nazionale, la politica iraniana è divisa in numerose fazioni, non sempre in grado di trovare un accordo. E, a conti fatti, probabilmente la conflittualità non è mai stata alta come di questi tempi.
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- farian
- Mercoledì 24 Agosto 2011

Ali Khamenei (AP Photo/Office of the Supreme Leader)

È un po’ che non parliamo di Iran, principalmente a causa dell’attenzione concentrata sul mondo arabo in rivolta. La
notizia di questi giorni, relativa alla Repubblica islamica, riguarda il presidente
Ahmadinejad. Da tempo nel mirino del clero sciita, che mal sopporta la presa di potere sua e dei pasdaran, è ora
sotto pressione a causa del
ministro dell’intelligence Heidar Moslehi.
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- farian
- Domenica 24 Aprile 2011
Farian Sabahi, docente presso l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere. Per Bruno Mondadori ha scritto
Storia dell'Iran (dal 1892 a oggi).

Un'attivista governativa mostra una foto con le immagini appaiate di Khomeini e di Khamenei, attuale guida suprema della Repubblica islamica
Le autorità volevano celebrare la giornata dello studente, ricordando l’uccisione di tre ragazzi durante le proteste anti-americane e anti-britanniche del 1953. E, come nei mesi scorsi (era successo il 18 settembre per la giornata di Gerusalemme e il 4 novembre in cui si ricorda la presa dell’ambasciata americana nel 1979), l’onda verde ha preso la palla al balzo, ed è scesa in piazza a protestare. Continua
Guarda la GALLERY: Neda, fiore della libertà
La voce di Davood Karimi tradisce la pre-occupazione e l’eccitazione per quanto sta accadendo a Teheran. Aspetta questo momento da trent’anni. Lui come gli altri rifugiati iraniani e gli oppositori politici del regime islamista che si riconoscono nella guida della Resistenza Iraniana, Massoud Rajavi. Karimi cura un blog molto aggiornato con notizie e foto dall’Iran ed è il presidente dell’Agenzia Iran democratico. A Panorama.it parla della rivolta nelle strade delle città iraniane.
Cosa vogliono davvero i manifestanti? Un riconteggio dei voti, l’elezione di Mousavi o un cambiamento più radicale dell’intero sistema?
La protesta ripercuote la volontà di un popolo oppresso da trent’anni, che vuole semplicemente libertà e democrazia. Le elezioni sono state il pretesto di cui c’era bisogno, anche se quasi tutti sapevano che si trattava di una fiction tv.
Ma Mousavi non è propriamente contro il sistema e finora l’obiettivo delle proteste non è Khamenei ma Ahmadinejad
Non è vero. La contestazione è più radicale. Ieri nelle piazze di Rezai, a Teheran, i giovani gridavano “Morte a Khamenei”, la Guida suprema. Non si limitano a chiedere un cambio del governo. I nostri amici e colleghi tentano di testimoniarlo, ma temo che il regime non tornerà sui suoi passi. Non c’è una soluzione politica all’orizzonte, l’Occidente deve ascoltare il popolo iraniano e non concentrarsi sul colore verde.
Ma chi c’è dietro ai manifestanti? Chi organizza le proteste? Gli appoggi politici sono da cercarsi nella parte vicina a Rafsanjani?
Il giorno dopo le elezioni il ministro dell’Interno ha detto che le manifestazioni erano sostenute da gruppi terroristici e non dai partiti. L’unica leadership riconosciuta è quella della resistenza iraniana, quello che vogliono gli studenti è la morte del regime e la democrazia. E hanno colto le elezioni come occasione per allargare le spaccature interne al clero e ai politici.
Crede che Mousavi continuerà con l’opposizione se questa si radicalizzerà?
Ci sono due strade per Mousavi: o si arrende a Khamenei o sceglie la resistenza che lotta da trent’anni. E’ l’unica via. Ormai il popolo è in piazza, nonostante i Basiji e la repressione.
La grande maggioranza delle informazioni ci giungono da Teheran, ma cosa sta succedendo nel resto del paese?
A quanto sappiamo in ogni città ci sono focolai di protesta e tensioni soffocate nella repressione. Il nord dell’Iran e la zona dove vivono i Curdi è paralizzata da scioperi e manifestazioni. Ma la partita decisiva si gioca a Teheran.
Sembra ormai accertato che ci siano stati brogli, ma il sostegno ad Ahmadinejad nelle aree rurali non era comunque molto alto?
Balle. False voci diffuse dal regime, veleno che è stato raccolto dai giornalisti occidentali. Le elezioni erano una farsa e la partecipazione è stata bassa. Io sapevo già nel pomeriggio che avrebbe “vinto” Ahmadinejad, il regime aveva bisogno di questa fiction, anche quattro anni fa avevano organizzato i brogli per fare vincere i conservatori. Mousavi è stato imbrogliato, pensava di potercela fare. Ma questa volta è stato un boomerang perché la gente che è andata a votare si è resa conto della truffa.
Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale in questo scenario?
La resistenza iraniana ha chiesto di sostenere il popolo iraniano e chiudere ogni accondiscendenza nei confronti del regime: il dialogo non ha prodotto nulla
Un intervento militare?
Assolutamente no. Sarebbe sfruttato dagli ayatollah, maestri dell’inganno, e ricompatterebbe il consenso contro l’Occidente. C’è una terza via: il sostegno politico alla resistenza e al popolo iraniano, che sa camminare con le sue gambe.
Voi rifugiati e oppositori politici all’estero come agite?
Cerchiamo di fare pressione e dare informazione. Pochi giorni fa a Parigi c’è stata una grande manifestazione di 95mila persone. Il nostro dovere è di tenere alta l’attenzione internazionale, fare arrivare le storie di chi muore per manifestare, come quella povera ragazza, Neda. Dobbiamo dimostrare che non è morta inutilmente. Per questo ho organizzato una manifestazione domani a Roma, a Montecitorio, alle 5 del pomeriggio, in suo nome.
Cosa pensa che accadrà in Iran se le proteste continueranno?
La diga della paura, del terrore, ormai è saltata. Aumenteranno le violenze e la repressione dei Basiji, il regime si chiuderà in se stesso e porterà a termine la chirurgia interna eliminando le voci più critiche. Ma per loro la fine è iniziata. Andiamo verso la resa dei conti.
Mi sembra difficile che il movimento abbia successo senza alcun appoggio tra i militari…
Proprio ieri ho saputo che uno dei maggiori capi dei Pasdaran è stato rimosso dall’incarico per essersi rifiutato di sparare ai manifestanti. Il nome non lo posso dire. Ma l’opposizone tra le forze armate c’è, molti sono già stati eliminati. Ma il colpo finale verrà dalle donne: sono loro a dare la svolta. Scendono in piazza, incitano i compagni e i figli e sono più efficaci delle armi. La libertà e la democrazia sono vicine.
Iran in rivolta. Cosa dovrebbe fare l’Amministrazione americana?
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