
Jean-Pierre Bemba davanti alla Corte a L'Aia (Credits: AP Photo/Peter Dejong)

La febbre elettorale in Congo sta contagiando un po’ tutti. Il Presidente Joseph Kabila ha qualche mese fa cambiato la legge elettorale per potersi ricandidare nuovamente. Il Movimento per la Liberazione del Congo, il principale partito d’opposizione, non sa che pesci prendere, data l’assenza di figure di spicco da contrapporre a Kabila. E così, il vecchio leader Jean-Pierre Bemba si è recentemente ricandidato per l’appuntamento elettorale del prossimo 28 novembre.
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- Martedì 30 Agosto 2011

A sinistra, seduto con cappellino chiaro, il Generale Bosco. In primo piano Laurent Nkunda a Rutshuru, nord Kivu nel novembre del 2008 (Credits: Giampaolo Musumeci)
Ai più non dirà molto questo nome: Bosco Ntaganda. Il giovane ex generale del Cndp (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo), il gruppo ribelle guidato da Laurent Nkunda che due anni fa fece tremare tutto il Kivu e Kinshasa, è nel mirino della Corte Penale Internazionale e ora anche di Human Right Watch.
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- Giovedì 14 Ottobre 2010

Caschi blu Onu in Nord Kivu (Credits: Giampaolo Musumeci)
Ancora una volta i caschi blu dell’Onu mostrano i loro limiti in terra africana. Stavolta a puntare il dito contro la missione Monusco in Kivu, Congo, è Atul Khare, sottosegretario generale incaricato delle operazioni di mantenimento della pace, che martedì sera ha testimoniato dinanzi al Consiglio di Sicurezza.
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- Giovedì 9 Settembre 2010

Un villaggio in Nord Kivu, tra Rutshuru e Djomba a nord di Goma (Credits: Giampaolo Musumeci)
La Repubblica Democratica del Congo festeggia la sua indipendenza e a Kinshasa oggi vi saranno numerose celebrazioni con parecchi capi di stato invitati: il re del Marocco Mohammed VI, della Giordania Abdallah, dello Swaziland Mswati III, e del Belgio, Alberto II, già arrivato a Kinshasa due giorni fa.
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- Mercoledì 30 Giugno 2010
- Tags: Avsi, guerra, Kivu, Laurent-Nkunda, Monuc, Nazioni-Unite, Nord-Kivu, ong, Radio-Okapi, Rdc, unhcr
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La Repubblica democratica del Congo (Rdc) torna a far parlare di sé. Un bene? No. Almeno non in questo caso. Passata la sbornia elettorale del 2006 e l’illusione di poter ricostruire sotto il segno della pacificazione un paese devastato dal più sanguinoso conflitto armato africano degli ultimi quindici anni, i congolesi devono nuovamente fare i conti con la follia della guerra. Quattro milioni di morti non sono bastati ad assopire le ambizioni di ribelli e militari disposti a tutto pur di spartirsi le briciole di un territorio sotto il quale giacciono immense ricchezze minerarie: oro, diamanti, uranio, cobalto, rame. Tutte ricchezze, tra l’altro, in gran parte concentrate nell’est del paese, dove puntualmente sono scoppiati gli ultimi disordini.
Protagonisti assoluti della nuova puntata bellica sono da un lato l’esercito regolare e dall’altro elementi dissidenti delle forze armate nazionali (Fardc) affiliati a Laurent Nkunda, un ex alto ufficiale congolese di origine tutsi dimesso dalla sue funzioni di generale nel 2005 con l’accusa di aver commesso crimini di guerra. La tregua, siglata il 6 settembre scorso tra l’esercito e Nkunda dopo mesi di schermaglie, è andata in frantumi in seguito al rapimento di sei militari da parte dei soldati dissidenti nel nord-Kivu, provincia situata nell’estremità orientale del Congo, lungo la frontiera con il Rwanda. Nonostante le ripetute smentite dell’ex generale, scontri a fuoco violentissimi sono scoppiati il 6 ottobre scorso in diverse aree del Nord-Kivu, nei territori di Masisi di Rutshuru. Le ultime notizie parlano di un centinaio di combattenti uccisi, fra cui 85 dissidenti e 26 soldati regolari.
“Da ieri controlliamo Karuba (40 km a nordovest della capitale provinciale Goma” ha dichiarato all’Afp il colonnello Delphin Kahimbi, confermando le rivelazioni del portavoce militare della Missione Onu in Congo (Monuc), il maggiore Prem Tiwari, secondo il quale “l’esercito congolese sta conquistando terreno” nei confronti degli uomini di Nkunda. Lunedì, l’ex generale aveva annunciato “un’offensiva generale” sui fronti aperti dalle Fardc. Alla guida di un piccolo esercito composto da circa 5.000 soldati, Nkunda ha giustificato la sua decisione accusando i militari congolesi di attaccare i suoi uomini “con l’aiuto dei ribelli hutu rwandesi”. Presenti in Congo da ormai tredici anni, i cosiddetti “interahamwe” sono accusati di aver partecipato al genocidio del Rwanda nel 1994. Non solo. Secondo molti rapporti internazionali, i ribelli rwandesi sarebbero inoltre responsabili di saccheggi, stupri e massacri perpetrati ai danni della popolazione congolese.
Sul versante umanitario, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) parla di situazione “spaventosa”. Gli ultimi scontri armati hanno costretto alla fuga almeno 11.000 civili, portando così a 500.000 il numero degli sfollati interni. Raggiunta telefonicamente da Panorama.it, Elena Locatelli, cooperante dell’ong italiana Avsi (Associazione volontari per il servizio internazionale), afferma che “molte aree in cui operiamo, come il Masisi e Rutshuru, sono ormai difficilmente accessibili. Da giorni, siamo impegnati a monitorare le condizioni delle famiglie coinvolte nei nostri progetti dedicati all’infanzia”. Fortunatamente, non ci sono vittime. “Ma nella zona di Mweso2″ tiene a precisare Locatelli, “le famiglie sono costrette ad abbandonare i loro villaggi per trascorrere le notti nella foresta”. Sconsolante il commento finale: “Sono anni che non si verificava una crisi così lunga”.Da Goma, Moise Mutanga, giornalista di Radio Okapi, dà ulteriori conferme del clima pesantissimo che si sta respirando nei dintorni di Goma. “Pochi giorni fa mi sono recato a Sake (una trentina di km dalla capitale provinciale, ndr). Ho visto la gente rintanata nelle proprie case, convinta che militari e dissidenti verranno di nuovo a saccheggiare la città”. Peggio. “Come negli anni passati, si sta diffondendo un sentimento di rancore nei confronti dei caschi blu”, accusati per l’ennesima volta di aver reagito tardivamente alla crisi. Ora, si tratta di vedere se la Missione Onu in Congo sarà in grado di fermare gli scontri e tranquillizzare gli animi di una provincia, quella del Nord Kivu, che ha un disperato bisogno di pace.

Caschi blu indiani impegnati in operazioni di peacekeeping nel Nord-Kivu (est del Congo) sarebbero implicati in un traffico d’oro con ribelli rwandesi hutu delle Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr). Lo rivelano documenti interni della Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo (Monuc) consegnati in via anonima all’agenzia France Presse. Secondo questi documenti, una brigata indiana di stanza nella zona di Nyabiondo (80 km a nordovest di Goma, capitale del Nord Kivu) avrebbe barattato per il periodo 2005-2006 razioni alimentari e informazioni di intelligence in cambio di oro e dollari. Filtrando le informazioni al contagocce, il portavoce della Monuc, Kemal Saiki, ha spiegato che “un’inchiesta è stata aperta dalla direzione del dipartimento delle investigazioni interne dell’Onu non appena le dichiarazioni di accusa sono state portate a conoscenza della missione”. Nulla si sa sulla vastità del traffico, né quali siano le informazioni raccolte nell’inchiesta interna dell’Onu.
Sebbene i ribelli delle Fdlr abbiano negato qualsiasi coinvolgimento in questa vicenda, alcuni ufficiali del movimento rwandese hanno rivelato all’Afp i loro legami con i caschi blu indiani, i quali anticipavano al comando delle Fdlr il giorno e il luogo in cui i soldati dell’Onu e i militari dell’esercito regolare congolese avrebbero attaccato le loro basi. Accusate di aver partecipato nel 1994 al genocidio del Rwanda, le Fdlr continuano a seminare il terrore nell’est del Congo (ormai in preda a una vera e propria emergenza umanitaria), mettendo così a rischio la stabilità di un paese teatro fino al 2003 del più devastante conflitto armato africano degli ultimi cinquant’anni.
Intanto, lo scandalo dei caschi blu si è trasformato in un vero e proprio tsunami mass-mediatico. “Si tratta di soldati coinvolti in una missione di pace: un tale atteggiamento pone numerosi interrogativi sul programma di disarmo dell’Onu nei confronti dei gruppi ribelli” sottolinea l’editoriale del quotidiano nazionale Le Potentiel. “Ancora e sempre la Monuc!” tuona invece il sito congolese Digitalcongo.net, che ricorda come “alcuni mesi fa, un altro contingente, questa volta pakistano, sia rimasto coinvolto nell’Ituri (est del paese, ndr) in un traffico di armi. Per non parlare degli abusi sessuali di cui si sono macchiati i caschi blu uruguayani e tunisini”. Nonostante la presenza della Monuc abbia consentito l’organizzazione delle prime elezioni democratiche nella storia del Congo, la popolazione congolese (80 per cento della quale costretta a sopravvivere con meno di un dollaro al giorno) non ha mai digerito le derive di una missione i cui finanziamenti annuali si aggirano intorno al miliardo di dollari. Non sorprendono quindi le voci di dimissioni piombate sul capo della missione Onu, William Swing, costretto a ribadire che “la più grande sfida della Monuc è la sua credibilità presso i congolesi“.
Per notizie aggiornate sul Congo: Radio Okapi
Un rapporto di International Crisis Group sulla ribellione rwandese
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