Evo Morales Aymara, il primo presidente indio eletto alla guida della Bolivia nel 2005, è stato confermato alla presidenza. Questo il responso del referendum revocatorio di ieri i cui primi risultati parziali sono cominciati ad essere diffusi dalle principali radio e televisioni del paese andino dopo le 18 a La Paz, la mezzanotte in Italia. La Bolivia è andata al referendum dopo due anni di presidenza Morales, cioè a metà del suo mandato perché questo prevede la Costituzione anche se finora non era mai accaduto che si arrivasse a questo e che un presidente accettasse di sottoporsi ad uno scrutinio popolare.
La percentuale dei votanti che vorrebbero che Morales rimanga è di oltre il 62%, molto di più del 54% ottenuto nelle presidenziali del 2005 che era necessario per la sua riconferma in base alle complicate leggi elettorali boliviane. Il presidente cocalero, così lo definiscono in molti avendo iniziato la sua carriera politica come leader sindacale dei piccoli produttori di foglie di coca, continuerà dunque a governare sino alla fine del suo mandato la Bolivia, il paese con i più alti indici di povertà dell’intero Sudamerica. Per i risultati ufficiali bisognerà aspettare nelle prossime ore il responso ufficiale della Corte Nazionale Elettorale, ma la vittoria di Morales è certa e qualche ora fa il presidente si è rivolto alla popolazione lanciando un appello “all’unità di tutti i boliviani”. Un atto dovuto dal momento che il vero nodo da sciogliere evidenziato dal referendum di ieri è stata proprio la divisione tra l’Occidente del paese - dove Morales è adorato e la percentuale di riconferma in base ai primi risultati è stata superiore al 75% - e le province più ricche che, da anni, chiedono una maggiore indipendenza da La Paz e che proprio nei mesi scorsi hanno indetto unilateralmente una serie di referendum per approvare statuti di autonomia non riconosciuti dal governo centrale.
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È solo uno studente ma ha fatto scoppiare uno scandalo diplomatico internazionale tra Stati Uniti, Bolivia, Venezuela e Cuba denunciando una storia di spionaggio degna dei film di James Bond. Alex van Schaik è un giovane statunitense di 23 anni arrivato in Bolivia lo scorso ottobre per fare ricerche sulle terre dei contadini indigeni che popolano la parte orientale del paese andino. Un periodo di studi all’estero reso possibile da una borsa di studio “Fulbright”, il prestigioso programma universitario statunitense nato alla fine della Seconda Guerra mondiale con l’obiettivo di “promuovere la pace ed evitare nuovi conflitti grazie all’interscambio tra giovani di tutto il mondo”, un’opportunità che ancora oggi consente agli studenti – in gran parte americani ma non solo - di frequentare un anno di studio all’estero, con una scelta tra centoquarantaquattro paesi.
Ad Alex non è andata come da programma. Lo ha raccontato lui stesso, al network televisivo ABC che l’ha intervistato. Lo scorso 5 novembre ha partecipato a un briefing organizzato dall’ambasciata statunitense a La Paz per i vincitori della Fullbright ma una volta presentatosi, un funzionario della sicurezza Usa ha chiesto a lui e ad altri cinque colleghi di spiare tutti i cubani e i venezuelani che avrebbero incontrato, comunicando all’ambasciata statunitense i loro nomi, indirizzi di residenza e numeri di telefono. Dopo un paio di mesi “passati sotto shock” per sua stessa ammissione a causa della richiesta di trasformarsi in uno 007, Alex ha deciso di denunciare tutto ai mass-media facendo scoppiare lo scandalo cavalcato immediatamente dal presidente venezuelano Hugo Chávez. “Visto che avevo ragione quando dicevo che l’Impero ci spia? Del resto lo hanno persino ammesso”.
Le conseguenze dell’intervista del giovane van Schaik, infatti, non si sono fatte attendere e il Dipartimento di Stato Usa ha ammesso il fatto, cioè la richiesta di spionaggio ai vincitori di borse di studio “Fulbright” da parte di un suo funzionario, Vincent Cooper. Che è stato convocato per spiegare quello che il dipartimento stesso ha definito, uno “strano atteggiamento”. Ripetuto nel tempo visto che sempre Cooper avrebbe formulato una richiesta simile anche nel luglio 2007. Stavolta ad una trentina di volontari Usa dei Peace Corps, un’associazione creata nel 1961 dal presidente democratico John Kennedy “per promuovere la pace nel mondo”. Proprio come il programma “Fulbright”.
Sono tante ma, soprattutto, sono sul piede di guerra. E come armi non hanno né pistole né fucili bensì i loro corpi nudi. Loro sono le prostitute boliviane, letteralmente furiose per la “crociata morale” lanciata dalla Federazione delle Madri e dei Padri di Famiglia che nei giorni scorsi ha attaccato una cinquantina di postriboli e bar a luci rosse a El Alto, la città popolare e popolana che dall’alto dei suoi 4150 metri sul livello del mare domina La Paz, la capitale della Bolivia. Su 2500 bordelli che operano a El Alto, città che ospita anche l’aeroporto internazionale, appena 357 sono in regola con le leggi boliviane e, per questo, oltre mille sono a rischio chiusura, soprattutto dopo gli scontri dei giorni scorsi.
“Fomentano la delinquenza e devono chiudere immediatamente”, accusano esasperati le mamme e i papà dei giovani di El Alto, preoccupate per le malattie sessualmente trasmettibili e per la droga che, negli ultimi anni, stanno facendo strage dei loro figli . “Ci tolgono il pane di bocca”, ribattono le lucciole che hanno minacciato per bocca di una loro dirigente sindacale, alias Lily, di essere pronte a “marciare nude su La Paz”.
Il risultato della tensione tra abitanti di El Alto e le prostitute è stata una guerriglia urbana che nei giorni scorsi ha obbligato la Polizia a intervenire. Intanto, in attesa della prima “marcha desnuda” sulla capitale, a La Paz sono già molti i “guardoni” che attendono ansiosi questo particolarissimo corteo di protesta anche se, per ora, il percorso non è stato ancora reso noto.
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Ecco come Al Jazeera International ha diffuso la notizia

Una vista dall’alto della capitale boliviana La Paz
In Italia succedeva nel secolo scorso. Che ad una capitale se ne preferisse poi un’altra. In Bolivia, invece, è la notizia di questi giorni. La capitale in carica La Paz si appresterebbe a cedere lo scettro alla ben più indolente Sucre. Dietro si agita una lotta all’ultimo coltello tra i sostenitori del Presidente Evo Morales e i suoi detrattori.
Immediata la reazione della popolazione che è scesa in piazza a La Paz dando vita ad uno dei cortei più importanti degli ultimi decenni. Un milione di persone secondo il governatore dello stato di La Paz, Jose Luis Paredes che ha anche aggiunto: “Questa risposta della popolazione è stata molto più grande di quello che potessimo immaginare”. Per molti dei manifestanti il radicale cambiamento proposto dai delegati dell’Assemblea Costituente che proprio a Sucre stanno tentando di riscrivere la Costituzione equivarrebbe a preferire al futuro il passato. Sucre, infatti, fu capitale della Bolivia, sì ma fino al 1899. Conta soli 250 mila abitanti contro al milione e settecentomila di La Paz e rispetto all’attuale capitale, che ospita peraltro parlamento e governo, può vantare solo la sede della Corte Suprema. I sostenitori dello spostamento però si fanno scudo dietro ad un elemento che dal loro punto di vista è invece decisivo, soprattutto per il futuro. Sucre, a differenza di La Paz disposta sul lato occidentale, è invece posizionata proprio al centro del paese. Almeno geograficamente, dunque, ne potrebbe rappresentare il suo cuore a tutti gli effetti.
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Il presidente Evo Morales (al centro) guida un corteo nella capitale, La Paz
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