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La protesta a Gerusalemme (AP Photo/Tara Todras-Whitehill)
Oltre 80mila ebrei ultra-ortodossi sono scesi in piazza oggi pomeriggio a Gerusalemme e a Bnei Brak, nei pressi di Tel Aviv, per denunciare l’ingerenza della Corte suprema di Israele negli affari religiosi. FOTO

Donna velata ad Algeri. Credits: Giampaolo Musumeci
Le prossime elezioni regionali francesi, il cui primo turno sarà il 14 marzo, stanno scatenando accese reazioni e un forte dibattito anche al di fuori dei confini francesi.
Dopo le nuove misure volute dal ministro Besson e da Sarkozy per contrastare l’immigrazione irregolare, fa discutere la nascita di una lista “antiminareto” nella regione Franche-Comté, composta da formazioni di destra e il cui programma è piuttosto chiaro: basta musulmani nella regione. Continua
- giamp
- Giovedì 11 Marzo 2010

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Beccato. Non con le mani nella marmellata, ma con le labbra al bicchiere riempito d’acqua fresca. Proprio il primo giorno di Ramadan. Apriti cielo! Senza pietà le televisioni nazionali turche hanno per giorni mostrato questo inaspettato momento di debolezza: il protagonista del disdicevole incidente è infatti l’arcidevoto neopresidente della repubblica Abdullah Gül. Colui che, accompagnato dalla moglie velata, ha scatenato in Turchia un mezzo putiferio al momento della sua candidatura. Dicono i bene informati che Gül abbia poi severamente ripreso i suoi assistenti, colpevoli di non aver tempestivamente allontanato la bottiglia d’acqua durante l’appuntamento ufficiale da lui stesso presieduto. Il giorno dopo diversi teologi, interpellati dai giornalisti, si sono precipitati a precisare che l’interruzione involontaria del digiuno, dovuta per esempio a un momento di distrazione, non va considerata come una vera violazione.
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Il Ramadan (o, meglio, Ramazan come lo chiamano qui) è anche questo in una nazione che è sì musulmana al 99 per cento ma anche orgogliosamente laica. Ci sono tante cose che colpiscono quando si passeggia per una città a tutti gli effetti europea come Istanbul. A partire dai nuovi menù affissi all’ingresso dei locali, che non cambiano tanto nella sostanza ma magari nei prezzi: dopo l’ora del tramonto costa tutto di più. Locali, bar e ristoranti, per tutto il giorno vuoti o quasi, improvvisamente si affollano. Trovare un posto a sedere, intorno alle 19, può rappresentare un problema. Da Pizza Hut il cosiddetto “buffet senza limiti” costava intorno alle 10 lire (bevanda inclusa) prima del Ramazan; è salito a 15 (bevanda esclusa) in questo periodo. In televisione viene reclamizzato un salsicciotto (non di maiale, ovviamente), capace col suo delizioso profumo di attirare l’attenzione di adulti e bambini. Lo spot, riveduto e corretto per questo mese, si conclude con un “benvenuto Ramazan”. Come a dire: ricordatevi però che potete mangiarvelo solo da una certa ora in avanti. E così via.
Chi musulmano osservante non è, fa subito caso a una serie di vantaggi che si possono trarre sul piano personale. Primo: evitando di cenare nei ristoranti in un orario che a Istanbul è compreso tra le 7 e le 7.45 circa, si azzerano le attese. Lo stesso orario è invece ideale per muoversi con qualsiasi mezzo di locomozione. Il traffico è la vera maledizione di questa città, ma se è vero che dalle 17 alle 19 si procede a passo di lumaca, subito dopo le strade, come per miracolo, vedono sparire le code ai semafori. E parlando di semafori, una doverosa avvertenza va invece fatta ai pedoni: scordatevi che possa esistere il rosso o qualsiasi forma di “alt” per chiunque abbia fretta di andare a mettere qualcosa sotto i denti dopo una giornata di digiuno. L’iftar, la cena (leggera?!) che spezza l’astinenza è atteso un po’ come da noi si aspetta la mezzanotte di Natale o dell’ultimo dell’anno: ogni canale televisivo avvisa minuto dopo minuto quali città del paese possono sedersi a tavola. La palma dei più pazienti va agli abitanti di Canakkale ed Edirne, le due città più ad ovest nel Paese della mezzaluna.
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Abdullah Gül (che ha approvato stamani il nuovo governo Erdogan) è nato 57 anni fa a Kayseri, in Cappadocia. Dopo essersi laureato in Economia all’università di Istanbul, Gül ha ottenuto un dottorato in Gran Bretagna. Prima assistente universitario ha poi lavorato per quasi dieci anni come economista a Gedda, in Arabia Saudita, alla Banca Islamica per lo Sviluppo. Militante universitario dell’Unione Nazionale degli Studenti, di ispirazione islamica, Gül è tornato alla politica attiva nel 1991 entrando in parlamento come deputato del Refah, il Partito del Benessere, un’organizzazione filoislamica e antilaicista messa al bando nel 1998 dall’Alta Corte turca. Nel 1995 è stato ministro nel governo guidato dallo storico leader islamico Necmettin Erbakan. A questo periodo risalgono anche le dichiarazioni di Gül rilasciate ad un quotidiano inglese: “Siamo alla fine della repubblica. Se ad Ankara ora il 60% della popolazione vive in case di fortuna significa che il sistema laico ha fallito”. Frase che l’opposizione da tempo mostra come prova del pericolo che il nuovo presidente rappresenterebbe per la repubblica.
Dopo la caduta del governo Erbakan, Gül si è presentato in concorrenza con l’anziano leader come candidato a guidare il partito Fazilet (il Partito della Virtù) sciolto d’imperio nel 2001. Sconfitto, insieme a Tayip Erdogan ha guidato il manipolo di giovani contestatori - tra cui Erdogan - che hanno portato alla nascita del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, Akp, attualmente al governo in Turchia. Dopo la vittoria elettorale del 2002 Gül è stato per un breve periodo primo ministro per poi cedere il passo a Erdogan ed assumere la carica di ministo degli esteri.
Sposato con Hayrünnisa, tre figli, Gül parla fluentemente arabo ed inglese. Proprio la moglie Hayrünnisa, con il suo velo, è stata nell’ultimo periodo al centro dell’attenzione e di feroci ironie. Da parte dei laici che non sopportano l’idea di vedere una donna velata sedere nel palazzo presidenziale. Da parte degli stilisti che si sono ingegnati nel tentativo di inventarle una nuova immagine. Tentativi che la signora Gül ha gentilmente rispedito al mittente. Hayrünnisa Gül in realtà sembra incarnare tutte le contraddizioni della nuova donna “islamica”. Sposatasi a soli 15 anni con il tradizionalissimo metodo dell’accordo tra genitori, ha poi altrettanto tradizionalmente abbandonato la scuola per dedicarsi alla famiglia. Durante il matrimonio però ha ripreso gli studi, conseguito il diploma e poi superato l’esame di ammissione all’università, facoltà di lingua e letteratura araba. Di fronte al rifiuto dell’università di accettare la sua iscrizione a causa del velo, la signora Gül - che non è stata invitata alla festa nazionale dell’esercito in programma domani - ha messo in mostra tutta la sua determinazione, lontana dal modello tradizionale della donna passiva, trascinando lo stato turco di fronte alla Corte Europa per Diritti Umani. Solamente la nomina del marito a ministro degli esteri nel 2003 l’ha convinta a ritirare la denuncia. La nuova first lady turca, che ha mantenuto nel clima rovente delle ultime settimane un profilo defilato, sembra quindi promettere sorprese ai suoi, molti, detrattori.
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Sono sparite nell’arco di una notte. Le bandierine che per settimane hanno colorato le strade di Istanbul trasformandola in una sorta di gigantesco paese in festa non ci sono più, tolte nell’arco di una notte con una velocità che un po’ soprende. Sarà perché dopo le elezioni un italiano è abituato a vedere per settimane sui muri delle nostre città le gigantografie dei vari personaggi politici (il più delle volte imbrattate o strappate), ma un po’ ci si rimane male a trovarsi tutto d’un tratto calati nuovamente in un’atmosfera decisamente più distesa.
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Bene, dunque, si guarda avanti, al prossimo appuntamento elettorale che non è poi così lontano. Già: tra un mese al massimo il parlamento dovrà scegliere il nuovo capo dello stato. L’aprile scorso si è scatenato il putiferio quando Tayyip Erdogan, con il suo partito islamo-moderato, ha cercato di far eleggere il suo ministro degli esteri Abdullah Gul come presidente della repubblica. I militari digrignarono i denti e milioni di laici scesero in piazza.
Che cosa succederà questa volta? Bisognerà solo aver un po’ di pazienza per avere la risposta, ma la gente mi pare ottimista e per nulla preoccupata: questa volta Erdogan opterà per una mediazione con le altre forze in parlamento, continuano a ripetermi uomini e donne, e i militari resteranno al loro posto. Rispetto a una ipotetica, remota possibilità che si sbaglino, preferisco ricordare le immagini che più mi hanno colpito di queste elezioni: le file lunghissime che si sono create ai seggi nonostante le alte temperature, le tante dita macchiate dall’inchiostro indelebile mostrate con fierezza e con un sorriso, i parcheggi dei pullman colmi di villeggianti “in trasferta” in città per il voto. Penso alla mia amica Elif e decido di tornare a trovarla. Come sospettavo: è ancora lì che sbuffa davanti al ventilatore: “Ora bisogna rimandarli tutti al mare” si sfoga alzando le braccia al cielo “Pretendono di partire tutti di lunedì e il risultato sai qual è? Che dormiranno nelle stazioni degli autobus!”.
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Fabio Salomoni è professore di cultura italiana all’Università di Istanbul e corrispondente dell’Osservatorio sui Balcani
Dai risultati del voto di domenica in Turchia, che hanno visto la schiacciante riconferma in termini percentuali del partito di governo AKP (46.5 per cento circa) e la sostanziale sconfitta dell’opposizione rappresentata dal Partito Repubblicano del Popolo (20 per cento) e dai nazionalisti dell’MHP (14 per cento) si possono ricavare alcune considerazioni di fondo.
La prima è che un elettore turco su due con il suo voto ha mostrato di volere scegliere le promesse di continuità offerte dal partito di Erdogan sul piano dello sviluppo economico e su quello del processo di democratizzazione. Rifiutando al contempo la proposta di un opposizione che ha fatto prevalentemente ricorso ai richiami nazionalisti, alla contrapposizione ideologica intorno alla questione della laicità ed allo spettro di un intervento delle forze armate nella vita politica del paese.
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Il secondo elemento di interesse è rappresentato dalla composizione del nuovo parlamento. A differenza di quanto accaduto nelle precedenti elezioni, quando il 45 per cento dei voti non trovarono una rappresentanza, nella nuova assemblea nazionale sarà rappresentato più dell’80 per cento dei voti espressi. Un dato importante che, seppur contenendo anche rischi di una maggiore conflittualità, costituisce tuttavia una conquista per la vita democratica del paese e un’opportunità per le diverse componenti della società di far sentire la propria voce nell’arena politica. Ed in questa prospettiva è particolarmente significativo il ritorno di rappresentanti curdi.
Per la prima volta dal 1991 i candidati di un partito curdo, il Partito della Società Democratica, tornano a sedere in parlamento ed ad avere l’opportunità di giocare un ruolo importante sulla strada della soluzione della “questione curda”, una delle grandi incognite che gravano sul futuro del paese.
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Laico uguale “progressista”, “tollerante”. Facciamo in fretta, noi europei, a creare un’equazione di questo tipo, figlia dell’illuminismo. E ci sentiamo allora istintivamente vicini all’anima laica della Turchia, più che a quella islamica: due realtà aspramente contrapposte nelle elezioni del 22 luglio. Ma bisogna fare attenzione: le cose sono più complesse. Negli ultimi 5 anni il Paese è stato guidato dal partito Giustizia e Sviluppo (Akp) del primo ministro Tayyip Erdogan definito dai media europei “islamo-moderato”. Erdogan, così come il ministro degli esteri Abdullah Gül, ha la moglie velata. Un velo che indigna profondamente l’attuale Presidente della Repubblica Ahmed Sezer e che fa gridare allo scandalo gli eredi del padre della patria Mustafà Kemal Atatürk. Negli uffici pubblici e nelle Università il velo, in questa nazione al 99 per cento musulmana, è infatti vietato per legge.
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In passato, proprio a causa del suo fervore religioso, il primo ministro ha avuto problemi con la legge e ha scontato alcuni mesi in galera. Ora lui stesso e il suo partito appaiono trasformati: Erdogan, almeno in campagna elettorale, ha rinunciato a cambiare la legge sul velo così come a favorire ulteriormente la proliferazione delle scuole islamiche. Tra i candidati del partito ci sono ora più donne e anche gli aleviti, scelti secondo gli analisti proprio per mitigare la connotazione islamica del partito. Solo il tempo dirà quanto è propaganda e quanto invece è destinato a restare.
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Le elezioni di domenica diranno anche non se l’Akp vincerà ancora, ma di quanto vincerà (leggi anche: Erdogan favorito. Nonostante tutto). Il partito vincitore si dice già pronto ad andare all’opposizione se non otterrà la maggioranza assoluta di voti e quindi la possibilità di governare da sola. Un governo di questo tipo viene visto favorevolmente dagli ambienti economico finanziari turchi, perché garanzia di stabilità. E non dispiace a quei Paesi, come ad esempio il nostro, che sono per un ingresso della Turchia in Europa.
L’unica alternativa possibile all’Akp, in un sistema che utilizza uno sbarramento al 10 per cento, è una coalizione bicolore Chp, Partito Repubblicano del Popolo (principale partito di sinistra), e Mhp, Movimento di Azione Nazionalista (di estrema destra: i “Lupi grigi”). Si insinua allora un dubbio: che dietro alla facciata della laicità il vero collante tra Chp e Mhp sia il nazionalismo. O l’ultra nazionalismo più oscurantista, capace di allontanare per sempre la Turchia dall’Europa. Il Chp, fondato proprio da Atatürk, che ha sempre guardato all’Europa come a un faro che illumina il cammino, non ha mai fatto dell’europeismo un suo cavallo di battaglia. E nessun governo laico ha azzardato la strada di riforme economico-sociali, così come invece ha fatto l’Apk. Negli scorsi mesi in milioni sono scesi in piazza per dire no a un capo dello Stato come Abdullah Gul. “Laici”, sono stati definiti. Tutti, anche “democratici”? No. La verità è che il termine laico, in Turchia, non per forza vuol dire anche democratico.
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di Fabio Salomoni, professore di cultura italiana all’Università di Istanbul
Il professore Ahmet Insel, economista e politologo, dell’Università Galatasaray e della Sorbona di Parigi, è uno dei più influenti intellettuali di sinistra della Turchia. Da sempre in prima fila nella difesa dei diritti delle minoranze curde del Paese. Lo abbiamo intervistato a proposito della crisi politica in corso ad Ankara.
Quali sono le cause della crisi politico-istituzionale che sta scuotendo la Turchia?
E’ la crisi del sistema disegnato dal colpo di stato del 1980. Creando la soglia del 10% per l’ingresso in parlamento delle forze politiche, specie quelle curde, si sono create le condizioni per marginalizzare le minoranze. Nel contempo si sono dati al presidente della repubblica poteri di nomina più vicini a quelli di un sistema semi-presidenziale che a quello parlamentare. Adesso ci si lamenta dell’eccessivo potere che ha il partito di maggioranza filoislamico AKP (il partito della Giustizia e Sviluppo ndr) ma solamente perchè rappresenta gruppi sociali diversi da quelli dell’élite che si identifica con lo stato e il regime repubblicano
Questa crisi è uno scontro tra laici e fondamentalisi religiosi?
In realtà si tratta di una copertura utilizzata soprattutto dal fronte laico. Io definisco l’attuale regime, ma in realtà quello repubblicano dalla sua fondazione, un regime pretoriano. Per legittimarsi e difendere sè stesso ha bisogno continuamente di produrre un nemico, una minaccia da cui difendersi. Nel passato è stato il comunismo, poi il separatismo curdo e adesso si monta lo scontro attuale tra laici e religiosi.
Si parla spesso del potere delle forze armate come si trattasse di una forza estranea alla società…
In realtà godono di un forte consenso sociale. E denunciando il presunto attacco alla laicità dello Stato cercano di legittimare la loro resistenza. Certamente anche l’AKP ha la sua parte di responsabilità. Di fatto si tratta di un partito conservatore dal punto di vista culturale ed fortemente liberista in economia, un pò come i repubblicani americani se volete, ma anche dalle deboli radici democratiche
Che ne sarà del processo di democratizzazione dopo le elezioni di luglio?
Se l’AKP riuscisse ad avere la maggioranza, avrebbe la possibilità di garantire in modo più deciso la continuità delle riforme perchè il successo di questo partito non risiede solo nei riferimenti alla religione ma anche nel fatto che vuole realizzare il cambiamento sul piano politico ed economico. Certo molto dipenderà dall’Unione Europea perchè la prospettiva dell’adesione ha fornito energia al processo riformatore ma adesso vi è una decisa freddezza da parte dell’Europa nei riguardi della Turchia. Io credo che tra tutti i partiti potenzialmente in grado di entrare in parlamento l’AKP, nonostante le sue mancanze ed i suoi difetti, sia l’unico in grado di portare avanti il processo di democratizzazione. Se poi il partito filo curdo DTP riuscisse, nonostante gli ostacoli, a far entrare in parlamento una ventina di deputati potrebbe spingere l’AKP a affrontare la questione curda, che rappresenta uno dei nodi più importanti da sciogliere sulla strada della democratizzazione.
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