
Dilma Rousseff (Credits: redebrasilatual by Flickr)
Il Brasile oggi è ormai la settima economia del mondo ma è a corto di manodopera specializzata. L’allarme lo ha lanciato questa settimana la presidente Dilma Rousseff sottolineando come uno dei principali problemi del Brasile contemporaneo sia proprio la mancanza di lavoratori qualificati. Continua
L’ultimo era un ingegnere bretone di 48 anni, sposato, padre di famiglia.
Il medico che aveva consultato, lo aveva consigliato di mettersi in malattia per rimanere lontano dallo stress, micidiale, del suo posto di lavoro, nel centro France Telecom di Lannion. Ma rimanere a casa non l’ha salvato: giovedì si è impiccato nella sua abitazione. È stata la 25sima vittima. In due anni. Continua

Se la reazione delle borse fosse un banco di prova affidabile, il segretario al Tesoro Timothy Geithner potrebbe tirare un sospiro di sollievo e smetterla di preoccuparsi per le critiche che gli stanno piovendo addosso da tutte le parti. Già, perché i listini azionari hanno reagito al rialzo mentre il golden boy dell’amministrazione Obama presentava, dopo indiscrezioni trapelate per tutta la scorsa settimana, il piano per ripulire i bilanci delle banche dai “titoli tossici”. A Wall Street Nasdaq (+6,76 %) e Dow Jones (+6,84 %) chiudono con dati positivi che da tempo non si vedevano.
Il “Programma di investimento pubblico-privato” messo a punto da Geithner e dal suo – fino ad ora scarno – staff prevede che a scendere in campo siano il dipartimento del Tesoro, la Federal Reserve e il Deposito federale di assicurazione. Saranno loro, assieme agli investitori privati, a dover tirare fuori la cifra necessaria per “garantire” i titoli tossici. I dettagli del piano, pubblicati sono stati pubblicati sul sito web del dipartimento del Tesoro: il “Public-Private Investment Program” utilizzerà da 75 a 100 miliardi di dollari attingendo ai 700 miliardi di dollari del “Troubled Asset Relief Program” lanciato lo scorso anno. Questi soldi, sfruttando la leva finanziaria, dovrebbero dare al governo statunitense, secondo le stime di Geithner, un “potere d’acquisto” da 500 miliardi di dollari. «Che potrebbe anche espandersi e raddoppiare, fino ad arrivare a un miliardo», ha aggiunto il Segretario.
Per il gigantesco repulisti dei bilanci delle banche, l’idea è quella di stimolare gli acquisiti di asset problematici da parte di privati aggiungendo a ogni loro singola operazione un impegno parallelo di pari ammontare dello Stato. Lo Stato dividerà alla pari rischi e eventuali profitti con i privati, anche se non è ancora chiaro che risorse verranno utilizzate. Secondo gli analisti, infatti, i 700 milioni del programma da cui Geithner ha annunciato di voler pescare il denaro, sarebbero quasi finiti dopo i piani di ricapitalizzazione e aiuto concessi negli scorsi mesi a varie banche. Secondo Mark Zandi, economista di Moody’s, il governo dovrà reperire altri 400 miliardi per centrare gli obiettivi finora annunciati; senza considerare poi che “il Governo non è ancora in grado di dire quanti più soldi di quelli a disposizione serviranno per il programma”, come ha ammesso lo stesso segretario al Tesoro.
Per partire in fretta, intanto, saranno assunti manager specializzati in questo tipo di investimenti, che possano dimostrare di raccogliere fino a 500 milioni di dollari in fondi privati per l’acquisto di queste attività,in modo che possa partire la partnership con lo Stato. La scommessa, che a questo punto dovrebbe essere condivisa fra investitori e amministrazione pubblica e che Geithner ha anticipato in un lungo articolo sul Wall Street Journal, è che questi titoli possano ancora fornire un ritorno e non siano così svalutati come i bilanci attuali sembrano dire. Per questo, quando sarà il momento di acquistarli, saranno coinvolti degli esperti di mercato per determinare un prezzo congruo. Un’opinione che ha lasciato perplesso il premio Nobel e editorialista del New York Times Paul Krugman che, pur su un giornale liberal molto vicino all’amministrazione Obama, non ha risparmiato le critiche al nuovo piano, colpevole – a suo dire – di «riciclare le politiche del duo Bush – Paulson». Per l’economista sarebbe stata meglio un azione più decisa e meno dipendente dalle banche perché «se questo piano fallisse non ci sarebbero i soldi per approntarne un altro».

Da mesi, in America, non si parla d’altro che di crisi, di aziende che chiudono, di gente che perde il posto di lavoro, di borse in tilt e di mercati paralizzati. Eppure negli Stati Uniti qualcosa si sta muovendo, dal basso, contro le previsioni pessimistiche di quotidiani, opinionisti e televisione, che rischiano di annientare la speranza. Stando ai dati del U.S. Bureau of Labour Statistics il numero dei disoccupati, per lo meno in alcuni Stati americani, sembra ridursi invece di aumentare. A cosa si deve tale cambiamento di rotta?
Sono i ‘job club‘, le ‘fiere del lavoro’ e i ‘gruppi di sostegno’ ad aver restituito un po’ di fiducia ai più sfortunati, quelli che hanno perso il lavoro e ne cercano un altro. Si tratta di una nuova tendenza, che dilaga nel Paese in questi ultimi tempi: un fenomeno sociale, un modo esemplare per affrontare con positività la crisi economica. Secondo lo United States Department of Labour, nel corso del 2008, sono stati tagliati 2,6 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti e attualmente il tasso di disoccupazione raggiunge il 7,2%, il più alto negli ultimi sedici anni.
Ad aprile di quest’anno gli americani dovranno pagare le tasse. Tutti coloro che nel 2008 hanno perso il posto di lavoro si domandano quanto sborsare e, soprattutto, se sborsare. A chi dovranno porre questa domanda? Chi ascolterà i loro problemi? Chi li assisterà? Basta scegliere il ‘job club’ più in linea con i propri interessi e obiettivi professionali, partecipare attivamente agli incontri, confrontarsi con gli altri membri del gruppo, con idee, soluzioni e consigli e cogliere eventuali opportunità. Così facendo tutto prende una piega diversa e anche la crisi sembra più facile da affrontare.
Nella capitale del Colorado i ‘job club’ sono moltissimi e il numero di iscritti è in costante aumento. “Questo tipo di gruppo aiuta ad essere motivati” dice Jay Reed a KUSA TV, l’emittente locale del Colorado. Reed sta cercando un lavoro come insegnate. Dividere gli stessi problemi con altri coetanei gli è senz’altro d’aiuto. “Ci sono due grafici qui, un pilota d’aerei, un elettricista. Che straordinaria azienda riuscirebbe a ideare questa gente” conclude Reed.
I disoccupati in cerca di un nuovo impiego si riuniscono in luoghi diversi: centri commerciali, coffe shop e chiese. In molti di questi gruppi viene nominato un consigliere, che offre suggerimenti per valorizzarsi e ottimizzare la ricerca. Alcuni ‘job club’ si riuniscono per fascia d’età, altri sono aperti a chiunque stia cercando un lavoro. Art of Professional Networking è uno dei tanti club. I membri si trovano il secondo giovedì di ogni mese alla libreria Koelbel di Denver dalle 18 alle 20. Tema principale è l’arte. Meno specializzato è invece The Caffeinated Careers Club, che si riunisce tutti i venerdì mattina per scambiare contatti, consigli, incoraggiamenti. Coach Joan’s Career Café dà appuntamento ogni mercoledì mattina a chi sceglie di cambiare carriera e a chi sta cercando semplicemente un impiego.
Bisognosi di speranze sono anche molti veterani rimpatriati dopo lunghi periodi oltreoceano in Iraq e in Afghanistan. Sono partiti con una missione a tempo determinato e, una volta a casa, si sono trovati senza un lavoro (guarda il VIDEO). Hanno partecipato in molti di loro quest’anno alla celebrazione annuale ‘Welcome Home‘, che si è tenuta i primi di marzo a Chicago in Illinois. Ad accogliere i veterani c’era una sorta di ‘fiera del lavoro’, in cui varie organizzazioni offrivano nuove opportunità professionali. Tra queste il Dipartimento di Polizia di Chicago, che in quell’occasione ha raccolto domande d’impiego e C.V.
Tra le tante ‘fiere del lavoro‘ presenti nel paese c’è la ‘Foxy Lady strip club fair’ organizzata di recente da Bob Travisano, il manager di un locale di spogliarelliste di Providence, a Rhode Island. che per lanciarlo offre 30 nuovi posti di lavoro. A dare ulteriore fiducia sono anche i ‘gruppi di sostegno’ documentati dalla KSHB-TV, diffusi nel Midwest e soprattutto in Missouri. A Leawood, nella chiesa United Methodist Church of the Ressurection, i disoccupati in cerca di un nuovo impiego possono utilizzare il materiale della chiesa, tra cui computer e libri con indirizzi utili e annunci di lavoro.
Nel 1919 l’Organizzazione internazionale dei lavoratori fissò un orario massimo per il tempo da trascorrere in fabbrica o in ufficio: 48 ore a settimana. Dieci anni fa, le battaglie bertinottiane sulle 35 ore “alla francese”. Sembra passato un secolo: adesso una direttiva Ue alza la soglia limite a 60 ore. Dieci al giorno, da lunedì a sabato. Sino a 65, in casi particolari (ad esempio i medici di guardia).
L’accordo è stato raggiunto nella notte tra lunedì e martedì: i ministri del Lavoro dell’Unione europea riuniti in Lussemburgo hanno raggiunto un accordo sulle deroghe alle regole che non consentono ai lavoratori di lavorare più di 48 ore alla settimana. Il meccanismo che lo rende possibile è già in vigore dal ‘93 in Inghilterra e si chiama opting out: ogni dipendente può concordare liberamente con il datore di lavoro il proprio orario. Non si potranno comunque superare le 60 ore (al massimo 65 se il periodo inattivo dei turni di guardia viene considerato orario di lavoro). Queste norme saranno applicabili solo a quei contratti a tempo determinato, ma non più brevi di dieci settimane.
Sempre nella notte si è trovato un compromesso anche sulle agenzie di lavoro temporaneo stabilendo parità di trattamento per lavoratori temporanei e quelli a tempo indeterminato per quanto riguarda la retribuzione, il congedo e la maternità.
La proposta, presentata dalla presidenza di turno Slovena, ha ricevuto il via libera a maggioranza dai 27 ministri. Un’intesa che è stata raggiunta dopo anni di discussioni, ma dovrà ancora passare al vaglio del Parlamento europeo. Al momento del voto, cinque paesi, Spagna, Belgio, Grecia, Ungheria, Grecia e Cipro, si sono astenuti. Decisivo è stato il cambio di governo in Francia e Italia: Berlusconi e ancor di più Sarkozy hanno fatto della flessibilità lavorativa uno dei loro cavalli di battaglia.
Il commissario Ue agli Affari sociali Vladimir Spidla si è detto soddisfatto:”Abbiamo creato maggiore sicurezza e migliori condizioni per i lavoratori, pur mantenendo la flessibilità di cui l’industria ha bisogno”. Il sottosegretario al Welfare Francesca Martini che ha partecipato per l’Italia ha voluto rimarcare il voto favorevole: “Ha permesso il raggiungimento di un accordo su un tema in discussione da sei anni” e ha poi ricordato che “la legislazione italiana è comunque più avanzata delle due direttive”.
Critiche alle nuove norme arrivano invece dalla Spagna: “Sarebbe un passo indietro sociale” ha detto il ministro del lavoro di Zapatero, Celestino Corbacho “bisogna assicurarsi che la scelta del lavoratore sia volontaria e non imposta”.

Da Bruxelles
Un decesso ogni tre minuti e mezzo per un totale di oltre 150 mila morti all’anno. Le cifre diffuse dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (Osha) non lasciano dubbi: nell’Ue il lavoro continua ad uccidere, e l’Italia non è un caso isolato. In Europa ogni anno muoiono accidentalmente in media 8.900 lavoratori sul proprio posto di lavoro, mentre altri 142 mila muoiono per professioni altamente pericolose (collegate all’edilizia e alle infrastrutture, al centro dell’attenzione dopo lo scandalo dell’amianto in Francia). A quasi vent’anni di distanza dalla direttiva quadro del 1989, per le istituzioni europee il fenomeno delle “morti bianche” e dei decessi legati al lavoro rimane un’emergenza assoluta. E questo nonostante alcuni progressi registrati negli ultimi anni. I dati statistici dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro rivelano che tra il 1995 e il 2004 gli infortuni mortali in 15 paesi europei sono calati del 29,41 per cento (da 6.229 morti siamo passati a 4.397). “In Italia” si legge nel rapporto dell’Anmil, la diminuzione è stata “solo del 25,49 per cento, un dato meno esaltante rispetto a quello di paesi come la Germania (meno 48,3 per cento) o la Spagna (meno 33,64 per cento)”. Ma le statistiche si sa, vanno prese con le pinze. A Panorama.it gli esperti di Osha sottolineano che per alcuni paesi come il Lussemburgo, dove i fatal accidents sono scesi da 14 a 6, “è facile presentare percentuali altissime di decrescita. In realtà la situazione italiana è in linea con la media europea”. Dai dati Eurostat si scopre che nel 2005 l’Italia aveva una media di 2,6 lavoratori uccisi ogni 100 mila occupati contro 2,3 nel resto del continente. In calo del 50 per cento rispetto al 1994, il tasso si conferma superiore a paesi come l’Austria (4,8) o la Spagna (3,5), e a pari merito con il Lussemburgo. Ma il trend non deve ingannare: a conferma che le morti bianche rimangono un’emergenza sono i 1.302 occupati italiani deceduti sul posto di lavoro nel 2006. Più di Francia (537) e Regno Unito (241) messi assieme. Per Philippe Askénazy, economista presso il CNR francese, è una magra consolazione. In tutta l’Europa, “la ricerca massimale dei profitti di produttività passa per uno sfruttamento totale dei lavoratori senza che ci si preoccupi delle conseguenze di questa intensificazione del lavoro”. Eppure il Commissario europeo per l’Occupazione, gli Affari sociali e le Pari opportunità, Vladimir Spidla, è stato il primo a ricordare che “le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro rappresentano un costo molto elevato per i sistemi di previdenza sociale e le finanze pubbliche”. Tradotto in cifre significa una media tra il 2,6 per cento e il 3,8 per cento del Pil europeo. Un buco nero che Bruxelles intende colmare riducendo del 25 per cento gli incidenti di lavoro da qui al 2012. Come? Attraverso un piano strategico rivolto a semplificare l’applicazione della legislazione europea e a promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte alla piccola e media impresa (dove si verifica il 90 per cento dei decessi), ai settori più nevralgici (costruzione, agricoltura, trasporti e sanità) e alle categorie sociali meno protette (anziani e giovani precari). Prossimo appuntamento: il 28 aprile con la Giornata Mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro.

State tornando a casa dopo le meritate vacanze? Inorridite all’idea di dover rimettere piede in ufficio? Basta dare un’occhiata alle statistiche per capire che c’è sempre chi sta peggio. Gli americani, ad esempio, popolo di lavoratori indefessi, hanno pochissime ferie e fanno moltissimi straordinari. Insomma passano la stragrande maggioranza del loro tempo, anche quello teoricamente libero, a lavorare. È già noto da tempo il tristanzuolo fenomeno delle “working vacation“, vacanze che servono a rilassarsi ma solo in parte perché, non potendosene staccare, si porta il lavoro con sé. I “workaholics”, ovvero i drogati da lavoro, sono talmente tanti negli Stati Uniti che per loro esiste addirittura la Workaholics Anonimous, che proprio come l’Anonima Alcolisti aiuta chi non riesce a smettere di lavorare a superare la dipendenza.
In America lavorare 12 o anche 14 ore al giorno è considerato motivo di vanto, accresce l’autostima e migliora la propria immagine agli occhi di amici e colleghi, ma c’è chi paga un prezzo assai alto per i propri straordinari: i single. Come fanno a incontrare qualcuno se non hanno abbastanza tempo libero e si portano il lavoro a casa dall’ufficio? Un articolo pubblicato quest’estate sul Wall Street Journal ha alzato il velo sull’ultima frontiera dei lavoratori che non staccano mai: i
working dates.

Un uomo e una donna si conoscono, si piacciono e decidono di rivedersi. Ma c’è quel rapporto da compilare, quella presentazione da finire… Niente paura, si ordina una cena cinese, si fanno due chiacchiere tra un involtino primavera e un pollo agli anacardi e poi ognuno sfodera il proprio laptop e si butta a capofitto nel lavoro. A chi obietta che così non si arriva mai a conoscersi veramente e che lavorare durante un appuntamento teoricamente galante è solo un modo per evitare la vera intimità, i fan dei working date ribattono punto per punto. Prima di tutto per molti single con lavori prestigiosi e orari impossibili l’alternativa all’appuntamento lavorativo è non avere nessun appuntamento. Secondo poi, con un pragmatismo che in verità non sorprende, quando è il momento di fare sesso, si fa sesso. Come si passi dal foglio di calcolo alle lenzuola, però, rimane un mistero.
Comunque l’attaccamento al lavoro è una caratteristica ricercatissima tra i single a caccia di un partner: imprenditori e manager che cercano l’anima gemella non sono pronti ad accontentarsi di un poveretto che lavori “dalle 9 alle 5″. Così sono sempre di più coloro che su siti di incontri come True.com e Match.com inseriscono la parola “warkaholic” nel proprio profilo o tra le caratteristiche ricercate nel partner ideale. In questo modo anche quando saranno finalmente in coppia la loro produttività non subirà alcuna flessione. Anzi: le serate con cena e power point diventeranno una felice abitudine.

Avevamo già parlato sul nostro blog della tendenza degli americani a portarsi il lavoro in vacanza. Ma sono in molti, negli Stati Uniti, a fare il passo successivo e, capovolgendo del tutto il concetto, non si portano il lavoro in vacanza ma la vacanza al lavoro: si concedono cioè di continuare a lavorare a pieno ritmo in un ambiente più rilassante o comunque diverso dal proprio ufficio.
Si tratta di una tendenza abbastanza consolidata e lo si capisce dal fatto che ci sono riviste di viaggi che dedicano ponderosi servizi alle migliori mete per vacanze lavorative, segnalando alberghi e dando consigli su come prepararsi al meglio. Tra i consigli c’è ironicamente quello di non dimenticare di divertirsi: siete in vacanza dopotutto!
Il problema della mancanza di tempo, lo stesso che genera fenomeni come i working dates, è evidente e ben suffragato dai numeri: secondo una ricerca commissionata dal sito di viaggi Expedia, oltre 50 milioni di americani soffrono di deficit da vacanza. E gli sparuti 14 giorni di ferie annuali a disposizione dei lavoratori americani fanno rabbrividire se messi a confronto con i 30 e più di Spagna, Italia e Francia. In soccorso degli agenti di viaggio, che subiscono un continuo calo di clienti, arriva un concetto di vacanza più adatto alla scarsa disponibilità di giorni liberi. Gli americani che hanno detto addio alla vacanza, possono consolarsi con la “breakation”: un po’ più di un week-end, ma meno di una vacanza, è uno stacco dal lavoro della durata di 3-4 giorni, ideale per ritemprarsi ma non tanto lungo da perdere il filo delle faccende d’ufficio.
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