Leggi tutte le notizie su:
lebanon
Il premier Fouad Siniora con il generale Suleiman
L’accordo firmato a Doha, capitale de Qatar, tra le diverse fazioni politiche libanesi allontana lo spettro di una nuova guerra civile nel “Paese dei cedri” ma al tempo costituisce un’importante vittoria per Hezbollah e i partiti filo-siriani posti che hanno condotto un’opposizione violenta al governo filo-occidentale di Fuad Siniora. L’accordo di Doha, firmato dopo cinque giorni di intense trattative, è nato dalle pressioni della Lega araba dopo una settimana di scontri che a Beirut e dintorni ha provocato 65 morti.
Il nuovo presidente. Il primo punto prevede l’elezione del Presidente della Repubblica, posto vacante dal 24 novembre scorso quando è scaduto il mandato del filo-siriano, Emile Lahoud. Per ben 20 volte il Parlamento si è riunito senza riuscire ad eleggere il nuovo capo dello Stato a causa delle divergenze tra la maggioranza anti-siriana e l’opposizione appoggiata dall’Iran e dalla Siria. L’incarico verrà assegnato domenica dal Parlamento al generale Michel Suleiman,
il comandante in capo delle forze armate che ha saputo mantenere i militari al di fuori delle aspre lotte etniche e politiche del Paese. L’intesa impegna le parti a costituire un governo di unità nazionale sul quale però alle forze di opposizione filo siriane è attribuito il potere di veto.
Gli sviluppi della situazione politica non influiranno direttamentete sulla missione Unifil anche se con il nuovo governo libanese cambieranno gli interlocutori del generale Claudio Graziano che guida i caschi blu. Benché l’intera comunità internazionale abbia salutato con apprezzamenti l’accodo di Doha, giudicato indispensabile a placare le violenze, è evidente che in Libano emergono rafforzati movimenti politici e le milizie vicine Damasco e Teheran.
Le barricate dei miliziani di Hezbollah fermano l’esercito governativo
La vittoria di Hezbollah. Hezbollah è riuscita a impedire che il governo Siniora smantellasse la sua rete di comando e controllo clandestina e rimuovesse gli ufficiali fedeli al movimento sciita che controllano l’aeroporto internazionale d Beirut. Con una breve campagna militare gli uomini di Nasrallah hanno sconfitto le milizie sunnite filo-governative e minacciando di scatenare la guerra civile hanno ottenuto diplomaticamente di influenzare direttamente il nuovo governo di Beirut. L’accordo di Doha impegna tutte le fazioni a rinunciare all’uso delle armi ma su questo punto è prudente evitare troppo ottimismo anche perché si tratta di una formula certo riduttiva rispetto a ben tre risoluzioni dell’Oni che dal 2004 ad oggi imporrebbero il disarmo di tutte le milizie etniche e di partito. Hezbollah inclusa.

LEGGI ANCHE: Tutti gli articoli sul Libano - Guarda la GALLERY su Hezbollah Land e sulla guerra civile
Dopo i nuovi sanguinosi incidenti tra gruppi drusi pro e contro Hezbollah, il bilancio degli scontri in Libano ha ormai superato la cifra di 80 morti e 200 feriti. E mentre la Lega Araba si appresta a inviare una delegazione di mediatori nella speranza di facilitare un accordo tra le fazioni in lotta, Israele, nelle parole del vicepremier Haim Ramon, fa sapere di considerare ormai il Paese dei cedri “uno stato di Hezbollah”, una Nazione “che non ha più un governo.”
Il radicamento di Hezbollah. Anche se il Partito di Dio (questo significa letteralmente il nome Hezbollah) ha riconsegnato la capitale all’esercito libanese, è apparso chiaro a tutti che i militari non hanno la forza né la volontà di contrastare una milizia così potente, considerata dagli Usa un’organizzazione terrorista. Per una parte significativa dei libanesi è invece il fulcro della “resistenza” che nel 2000 ha costretto Israele al ritiro e che nell’estate 2006 ha difeso il Paese dallo Stato ebraico, mentre un’altra parte della popolazione la considera la vera causa di quella guerra. La realtà è che Hezbollah è uno Stato nello Stato, che controlla il sud del Libano, sempre trascurato dal governo centrale, offrendo alla popolazione una serie di servizi, a partire dalla rete elettrica. Il punto di forza di Hezbollah è proprio l’assistenzialismo. Come Hamas in Palestina, fornisce cure sanitarie e aiuti economici e, dopo la guerra del 2006, ha contribuito in larga misura alla ricostruzione, grazie anche ai finanziamenti e all’appoggio politico da parte dell’Iran e della Siria.
Il controllo delle tv. Hezbollah gestisce la tv Al Manar, strumento di propaganda con una buona qualità professionale, molto vista in altri Paesi arabi, ma vietata in Occidente. Nelle elezioni del maggio-giugno 2005, l’alleanza sciita “8 marzo”, formata da Hezbollah e Amal, ha trionfato nel sud, dove ha raggiunto punte dell’80%, e a livello nazionale ha ottenuto 35 seggi, contro i 72 della coalizione filo-occidentale “14 marzo”, che comprende prevalentemente sunniti (guidati da Saad Hariri), cristiani (di Geagea e Gemayel) e drusi (di Jumblatt).
21 seggi sono andati ai cristiani di Michel Aoun, che dal febbraio 2006 si sono alleati con Hezbollah.

Dopo il governo di unità nazionale. Il Partito di Dio è entrato nel governo di unità nazionale per poi uscirne dopo la guerra dell’estate 2006. Da allora, il Paese è spaccato e dal novembre scorso, per i veti incrociati delle due parti, non riesce ad eleggere un Presidente della Repubblica, che, in base alla Costituzione, deve essere cristiano, mentre il capo del governo è sunnita e il presidente del parlamento è sciita.

Divisioni confessionali. È una delle tante contraddizioni del Libano, dove si vota su base confessionale e ci si presenta al seggio con un documento d’identità che, per legge, deve indicare la propria appartenenza alle comunità sunnita, sciita, maronita, drusa, o altro, con buona pace dei tanti atei che vorrebbero evitare etichette religiose.
Guarda la puntata del programma Rai “La storia siamo noi” su Hezbollah: clicca qui

Tutti per uno, o quasi. Per l’elezione del Presidente della Repubblica in Libano, maggioranza e opposizione convergono ormai sul nome di un candidato che raccoglie consensi trasversali: il capo dell’esercito. Michel Suleiman (o Sleiman o Sleimane, a seconda delle diverse traslitterazioni dall’arabo) mette d’accordo Arabia Saudita e Vaticano e persino Stati Uniti e Siria (che hanno dato apertamente il loro via libera e che la Conferenza di Annapolis sembra aver riavvicinato agli Usa, a scapito dell’Iran).
Se la votazione in Parlamento è stata rinviata per la sesta volta, slittando dal 30 novembre al 7 dicembre, è perché restano da superare due ostacoli, uno tecnico e uno politico. La Costituzione libanese preclude la carica di Capo dello Stato agli alti funzionari pubblici in servizio: quindi per permettere l’elezione di Suleiman la legge fondamentale dovrebbe essere emendata dal Parlamento, con l’avallo della maggioranza di governo, ma c’è chi mette in dubbio la legittimità di una nuova legge di riforma come questa in una fase di vuoto istituzionale. Inoltre l’opposizione non ha espresso il suo appoggio in modo univoco: gli Hezbollah non hanno sciolto le riserve e hanno organizzato per questo weekend nuove proteste contro il governo, mentre Michel Aoun, il leader dei maroniti alleati con Hezbollah, ha affermato di sostenere l’elezione di Suleiman “per due anni” soltanto se cambierà anche la composizione del governo. Una dichiarazione ambigua, come sottolinea il quotidiano libanese L’Orient Le Jour (il cui editore Michel Eddé era tra i candidati alla presidenza prima che entrasse in scena Suleiman).
E pensare che il capo dell’esercito era considerato inizialmente più vicino all’opposizione, visto che fu la Siria a consentirgli di diventare il numero uno dei militari nel 1998.
Poi, mantenendosi neutrale nello scontro politico seguito all’assassinio di Rafiq Hariri, collaborando con le forze internazionali dell’Unifil e combattendo gli estremisti islamici nel campo di Nahr Al Bared, si è fatto apprezzare anche dalla maggioranza ed è diventato simbolo dell’unità nazionale. Se gli Hezbollah non caldeggiano la sua candidatura, è forse perché, più che fare riferimento alla Siria, rispondono all’Iran, che da Annapolis non ha ottenuto nulla.
Elezione rinviata, per la quinta volta negli ultimi due mesi, al 30 novembre. Neanche oggi, infatti, il Parlamento libanese ha scelto il nuovo Presidente, visto che in aula c’erano solo i deputati della maggioranza, insufficienti per raggiungere il quorum. Almeno fino a venerdì prossimo ci sarà quindi un vuoto istituzionale. Il mandato del filo-siriano Emile Lahoud scade alla mezzanotte di oggi (le 23 in Italia) e il governo gli ha già intimato di lasciare il palazzo presidenziale, se non vuole essere incriminato per violazione della Costituzione.
Dal canto suo il capo dello Stato uscente conferma che si dimetterà entro mezzanotte, ma prima deciderà se adottare “provvedimenti per garantire la sicurezza nazionale”. Potrebbe, ad esempio, dichiarare lo stato d’emergenza e affidare il controllo del Paese al capo dell’esercito, Michel Sleiman (che mesi fa era stato proposto come candidato alla presidenza, visto che è cristiano- maronita e gode di una buona fama tra la gente, per aver combattuto contro i miliziani integralisti nel campo di Nahr Al Bared).
La mossa di Lahoud sarebbe però molto azzardata e rappresenterebbe il disperato tentativo di evitare che il governo filo-occidentale di Fuad Siniora si appropri delle prerogative presidenziali ad interim, come previsto dall’articolo 62 della Costituzione in caso di assenza del capo dello Stato.
Nonostante il muro contro muro, maggioranza e opposizione continuano a dirsi favorevoli alle trattative, caldeggiate anche ieri dal ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, in visita a Beirut con i colleghi di Francia e Spagna, Kouchner e Moratinos. La speranza di tutti è arrivare il 30 novembre ad eleggere un candidato che rappresenti l’unità del Paese. Sempre che il Paese non si sia diviso prima, irreparabilmente.

Libano, il campo profughi di Burj al-Barajneh, a sud di Beirut
Il futuro del Libano è nelle mani di Dio. O meglio: di un suo rappresentante sulla Terra. Il nome del prossimo Presidente della Repubblica, che sarà eletto entro questa settimana, si trova infatti con ogni probabilità nella lista di sei candidati scelti dal più alto esponente del clero cristiano maronita, il patriarca Nasrallah Sfeir. A lui si erano rivolti nei giorni scorsi i mediatori francesi arrivati in Libano chiedendogli di suggerire un elenco “bipartisan” per favorire un accordo tra maggioranza e opposizione. Questa situazione paradossale si spiega solo nell’intricato contesto del Paese dei cedri, dove l’equilibrio tra poteri si basa sull’appartenenza religioso-settaria più che sull’identità politica: per legge, il presidente deve essere maronita, il capo del governo sunnita e il presidente del parlamento sciita. Poco importa che ora i cristiani siano divisi tra maggioranza e opposizione e che su questa frattura si giochi il futuro della Nazione. Nella lista di Sfeir, il cui contenuto è confidenziale, dovrebbero esserci sei nomi, tra cui Butros Harb e Nassib Laohud (esponenti della maggioranza di governo appoggiata da Stati Uniti, Europa e Arabia Saudita) e Michel Aoun (alleato con gli Hezbollah filoiraniani e filosiriani). Ma è più facile che a mettere d’accordo tutti sia qualcuno degli altri candidati, di cui non si conoscono ufficialmente i nomi: oltre al parlamentare e avvocato Robert Ghanem, secondo alcune indiscrezioni ci sarebbero anche l’ex governatore della banca centrale Michel Khoury e l’ex primo ministro Michel Edde, mentre altre fonti citano Joseph Tarabay, a capo della Lega Maronita e dell’Unione delle Banche Arabe e Damianos Kattar, ex ministro delle finanze.
Ora la parola passa al presidente del parlamento Nabih Berri (capo dell’opposizione) e al leader della maggioranza Saad Hariri, che tenteranno di trovare un’intesa sul nome da sottoporre al voto dei deputati, mercoledì 21 novembre, tre giorni prima che scada il mandato dell’attuale presidente Emile Lahoud, filosiriano. Se non arriveranno a un compromesso, porteranno in aula due nomi: il più votato sarà presidente. La coalizione di governo ha i numeri per far eleggere un suo candidato a colpi di maggioranza, anche se non alla prima votazione, ma tutti dicono di voler cercare un’intesa. A favorire un accordo “bipartisan” ci hanno provato in tanti: a Beirut nei giorni scorsi sono passati tra gli altri il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, secondo cui il Libano è “sull’orlo dell’abisso”, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner (che stamani ha ammonito coloro che vogliono boicottare le elezioni presidenziali avvertendoli che “si assumerebbero la responsabilità della destabilizzazione del Libano e delle sue conseguenze regionali”) e quello italiano Massimo D’Alema, che si è detto ottimista sulla possibilità di una soluzione, ma ha descritto come un ostacolo il fatto che Michel Aoun non rinunci alla propria candidatura.
Se non si dovesse trovare un’intesa, si aprirà un inedito e pericoloso vuoto istituzionale, dalle conseguenze imprevedibili: in caso di mancata elezione del suo successore, il presidente Lahoud ha già fatto sapere che rimarrà in carica, dicendosi pronto a morire pur di non “mettersi in ginocchio”. Di tutt’altro parere il capo del governo Fouad Siniora, intenzionato ad attribuirsi ad interim i poteri presidenziali. Dal canto loro gli Hezbollah ipotizzano addirittura un governo alternativo a Siniora. Nell’incertezza, molti vedono riaffacciarsi lo spettro della guerra civile. Un altro campanello d’allarme arriva dai campi profughi: mentre Nahr Al Bared rimane chiuso e off-limits per gli abitanti, in altre località si registrano scontri fra diverse fazioni palestinesi. E nel sud l’esercito italiano sa di essere ancora sotto la minaccia di Al Qaeda.
Eri Garuti, Amina News

Di Pino Buongiorno
“Il regime siriano sta uccidendo la maggioranza del parlamento libanese”. Più esplicito di così Saad Hariri, 37 anni, non potrebbe essere quando punta l’indice contro il governo di Damasco, non solo per aver ordinato l’omicidio del padre, Rafiq, nel 2005, ma anche per aver assassinato altri sei parlamentari negli ultimi due anni e mezzo. L’ultimo, Antoine Ghanem, è stato trucidato sei giorni prima della fallita seduta parlamentare del 25 settembre per l’elezione del nuovo presidente della repubblica in sostituzione del filosiriano Emile Lahoud.
La maggioranza parlamentare dell’Alleanza del 14 marzo, guidata da Hariri, e di cui fanno parte sunniti, cristiano-maroniti e drusi, si assottiglia a vista d’occhio e oggi è di soli 68 deputati su 128; la minoranza è composta da Hezbollah, Amal e un gruppo scissionista maronita.
Saad Hariri vive blindato nel maestoso palazzo di famiglia di Koreitem, nel cuore di Beirut. Per arrivarci bisogna superare tre posti di blocco con decine di guardie armate e cani antiesplosivi. L’erede di una delle famiglie più facoltose del Medio Oriente riceve l’inviato di Panorama nell’ufficio del padre. Nulla è cambiato dal giorno della strage. Sulla poltrona della scrivania campeggia la gigantografia di un Rafiq Hariri dallo sguardo rassicurante.
Ha paura di fare la stessa fine di suo padre?
All’inizio l’avevo, sì. Ora mi affido a Dio.
Prevede che ci saranno nuovi omicidi mirati prima della nuova riunione del parlamento, il prossimo 23 ottobre?
Spero di no, ma anche in precedenza pensavamo che gli assassini si sarebbero fermati e non è successo.
Qual è oggi il pericolo maggiore per il Libano?
Il vuoto politico-costituzionale. Questo è uno dei momenti più pericolosi nella storia del nostro paese. Dobbiamo salvare il Libano perché, nonostante tutto, dall’omicidio di mio padre a oggi, abbiamo conquistato la nostra sovranità e libertà, oltre all’appoggio della comunità internazionale. Dobbiamo continuare su questa strada, completare le riforme e difendere la patria. È vero, abbiamo un avversario, la Siria, che è un regime duro e che vuole fare tutto il possibile per toglierci la libertà. Ma, sebbene noi siamo un piccolo paese, non rimarremo silenziosi. Tutti comprendono la gravità della situazione ed è per questo che si stanno accorciando le distanze fra maggioranza e opposizione.
Lei è ottimista?
Lo sono sempre stato, nonostante le avversità. Sto incontrando in questi giorni molte autorità libanesi e lo stesso presidente del parlamento Nabih Berri (il capo del partito sciita Amal, ndr). Ho la speranza che si possa eleggere il presidente già prima del 23 ottobre.
Con i due terzi previsti dalla costituzione o con la vostra semplice maggioranza, in caso di insuccesso nelle prime votazioni?
Preferirei ovviamente avere un presidente votato da 90 o da 100 membri del parlamento piuttosto che da 65 o da 68.
Hezbollah è d’accordo?
Abbiamo registrato fortissime differenze nel passato, ma Hezbollah è parte della vita politica di questo paese.
Il gruppo di Hassan Nasrallah si prepara più alla battaglia parlamentare o a quella militare?
A entrambe.
Scoppierà la guerra civile se non riuscirete a eleggere il nuovo capo dello stato, prima che Lahoud abbandoni il campo, il 24 novembre?
Non lo so. No, non credo che si arriverà alla guerra civile. Ma è veramente difficile dirlo.
Chi è il vostro principale nemico? La Siria o l’Iran?
Il più pericoloso è Israele, perché prima della guerra dell’estate del 2006 qui non c’erano divisioni politiche. Oggi purtroppo ci sono anche le interferenze di nazioni come l’Iran, che sono inaccettabili.
Qual è l’agenda libanese del regime degli ayatollah?
L’Iran vuole affermarsi come potenza regionale, così come tenta di fare in Iraq o in Afghanistan. Quanto alla Siria, è solo un regime fantoccio dell’Iran, ma che pretende di poter fare quello che vuole in Libano, come cambiare il corso della vita politica. E si serve di personaggi libanesi che perseguono gli interessi di Damasco.
Come fermare il governo di Bashar al-Assad?
La condanna non è sufficiente. La Siria deve essere isolata. Abbiamo bisogno di far approvare ulteriori sanzioni. È un errore strategico pretendere di parlare con loro e chiedere il loro aiuto.
Il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, è uno degli esponenti politici più favorevoli al dialogo con la Siria. Sbaglia?
Non abbiamo alcuna critica da muovere al governo italiano. Il premier Romano Prodi ha capito bene qual è la posta in palio in Libano. Il governo italiano è stato molto chiaro con quello siriano tanto da aver votato a favore del Tribunale internazionale dell’Onu sull’omicidio di mio padre. Infine, ha mandato i propri soldati a proteggere il Libano.
Che giudizio dà della missione dell’Unifil?
I caschi blu stanno facendo un grande lavoro e dovrebbero continuare ad aiutare i libanesi.
Gli ultimi commenti