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Il Dalai Lama è tornato in Cina?

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  • Tags: Arunachal Pradesh, Cina, dalai-lama, India, lhasa, orientexpress, Tawang
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Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.
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Dalai Lama (Credits: La Presse)

Dalai Lama (Credits: La Presse)

“Il Dalai Lama è tornato in Cina”: questo fine settimana molti cinesi lo hanno sicuramente pensato, ma in pochi hanno avuto il coraggio di ammetterlo ad alta voce. Nel bel mezzo di quella che dovrebbe essere definita una guerra verbale tra la Cina e l’India, che dal 1949 continuano a non riuscire a mettersi d’accordo sulla sovranità di una striscia di territori lungo la linea di confine che li separa, il Dalai Lama ha messo a dura prova la pazienza Pechino decidendo di organizzare una gita a Tawang, località dell’Arunachal Pradesh in cui si trova il secondo tempio buddista più importante dopo il palazzo Potala di Lhasa. Continua

  • claudia astarita
  • Lunedì 9 Novembre 2009

“Dalai Lama, ti sbagli. Noi tibetani lottiamo per l’indipendenza”

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  • Tags: lhasa, Tibet
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Tibetani in lotta
Tenzin Dorjee viene fermato dalla polizia greca durante la cerimonia di accensione del teodoforo

È uno dei simboli delle nuove generazioni tibetane. Il suo nome è conosciuto a livello internazionale. Per il suo attivismo. E per le sue imprese. Come quella di essere salito sul tetto del mondo, sul Monte Everest, in occasione delle Olimpiadi della scorsa estate, per dimostrare contro il regime di Pechino, contro l’occupazione parte del Tibet. Nel giorno del cinquantesimo anniversario della rivolta di Lhasa contro l’occupazione, Tenzin Dorjee ha lasciato New York, dove fa base, e si trova in India, vicino, il più possibile, alla sua terra di origine. Lui, che è il portavoce degli Studenti per un Tibet Libero, un’organizzazione mondiale composto da esuli e simpatizzanti della causa, ha voluto dimostrare così l’attaccamento alla sua gente, alla loro lotta per uscire da giogo del tallone cinese.

Con il suo fluente inglese, Tenzin, in possesso di un passaporto statunitense, racconta le notizie che ha ricevuto dal Tibet nella giornata di massima tensione da alcuni mesi a questa parte. Il suo è il “solito” racconto di una repressione che ormai va avanti da decenni. E che si è intensificata, dopo gli scontri, le battaglie e i carri armati per le strade dei mesi che hanno preceduto lo svolgimento dei Giochi Olimpici. “La legge marziale è ancora in vigore” racconta il numero due di Students for a free Tibet. “E numerose persone sono state arrestate anche se non hanno compiuto alcun reato, solo per dare una dimostrazione a tutti gli altri. Come sapete, Lhasa e tutta la regione è stata isolata. Agli stranieri è stato impedito di recarsi in Tibet, le comunicazioni sono state oscurate. Impossibile parlare via telefono e internet. Un black out per impedire che i tibetani avessero alcun contatto con il mondo esterno”.

Le notizie riportate da questo giovane, attivista già molto conosciuto, raccontano di una realtà “abituale” per i tibetani. Nel suo discorso per ricordare la rivolta del 1959, il Dalai Lama ha detto che Pechino ha trasformato il Tibet in “un inferno in terra”. Tenzin Dorjee è d’accordo con questa immagine. “Come potrebbe essere altrimenti” dice. “Per numerose persone, interi gruppi famigliari, colpiti dalla macchina repressiva cinese, la vita in Tibet ormai un vero e proprio incubo. Molti dei miei amici che vivono ora in India, o in altre parti del mondo, esuli, fuggiti da quella prigione a cielo aperto non hanno neppure la possibilità di mettersi in contatto con i loro genitori, che vivono ancora dall’altra parte del confine”. Generazioni di tibetani sono stati oggetto di questa repressione. Nel suo discorso, il Dalai Lama ha denunciato che, dai giorni dell’invasione della regione, all’inizio degli anni Cinquanta, la Cina “ha ucciso centinaia di migliaia di persone”. È questo il girone infernale, la terra dove ogni abuso è stato reso possibile da parte dell’esercito cinese, di cui ha parlato, nel suo discorso, il Premio Nobel per la Pace. Il quale, dopo aver accusato Pechino di questi crimini, ha chiesto al governo del primo ministro Wen Jiabao di concedere finalmente l’autonomia politica e culturale che la massima autorità politico-spirituale del Tibet chiede per il suo popolo da anni. E che da decenni viene negata.

Proprio questo è uno dei motivi di differenza, se non di divisione, tra “la piattaforma” del numero uno dei monaci buddisti tibetani e l’organizzazione di Tenzin Dorjee. “Noi crediamo nell’indipendenza del nostro paese. Che deve staccarsi dalla Cina e tornare a essere una nazione sovrana” dice il giovane leader. “Non abbiamo alcun dubbio su questo”. E con un tono molto rispettoso, ossequioso nei confronti del Dalai Lama, l’attivista di Students for Free Tibet, aggiunge: “Lui è un monaco, un vero seguace buddista, ha un approccio diverso da noi, più temperato, moderato. Noi lo rispettiamo, lo amiamo, ma noi pensiamo che l’unica cosa per cui abbia senso lottare sia la completa indipendenza del nostro paese”. Se l’obiettivo è diverso, i metodi, assicura Tenzin Dorjee sono gli stessi: la lotta non violenta. Ma con un distinguo. Su quanto debba essere “aggressiva” la resistenza non violenta contro il regime cinese. “Sì, ma l’idea di fondo è la stessa del Dala Lama” spiega. “Noi puntiamo sulla pressione internazionale, sull’azione della comunità mondiale per raggiungere la nostra meta. Non solo perchè siamo religiosi, ma perchè crediamo che, alla fine, una lotta condotta con le armi in pugno, sarebbe soltanto controproducente”.

Il modello, dice, deve essere l’India di Ghandi o il Sud Africa di Nelson Mandela. “Sì”, conferma, “è vero che ci sono fazioni della resistenza tibetana che spingono per imbracciare il fucile e andare alla lotta armata, ma noi, crediamo che non sia giusto farlo. Porterebbe troppi lutti e pochi risultati. Noi lottiamo per un Tibet libero. Lo sogniamo. Sogniamo una patria indipendente, democratica. Un paese che viva accanto a una Cina libera” , dice l’uomo che ha scalato il tetto del mondo per fare conoscere al pianeta il dramma della sua terra: il Tibet.

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 11 Marzo 2009

Piccola storia del Tibet in 30 righe

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  • Tags: lhasa, Tibet
  • Un commento

Il Tibet, monarchia indipendente fin dal settimo secolo e poi regime teocratico accentrato nella figura del Dalai Lama, dal 13/o secolo, quando venne invaso dai mongoli, fino ad oggi, è finito nell’orbita cinese per lunghi periodi, pur alternando anni di autonomia ad anni di dominazione. Nel 18/o secolo la Cina impose il suo protettorato sul Tibet, mentre questo cercava di stabilire relazioni sempre più strette con la Gran Bretagna per affrancarsi da Pechino. Ma nel 1907 Londra e Mosca decisero che qualsiasi commercio con il Tibet avrebbe dovuto avere l’avallo di Pechino, che nel 1910 ne approfittò per invadere militarmente il Paese.

Di fatto però l’anno dopo i cinesi si ritirarono e il Tibet rimase nazione sostanzialmente indipendente fino ai primi anni Quaranta. Nel 1949, con Mao Ze Dong che proclamava la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, la situazione cambiò drammaticamente. Nel 1950 i cinesi invasero il Tibet: nel ‘59 soffocarono nel sangue una rivolta contro il loro governo e costrinsero a fuggire in India il Dalai Lama, che ha continuato a rimanere il punto di riferimento per l’identita’ del Paese. Migliaia di tibetani furono massacrati, altre migliaia presero la via dell’esilio nei mesi successivi. Fonti indipendenti stimano in 1.200.000 i morti tra il 1950 e il 1990. Più del 90% dei monasteri vennero distrutti tra il 1965 e il 1968: dei 6.200 del 1950, nel 1970 ne rimanevano dieci.
Negli anni Ottanta sono cominciate parziali ricostruzioni e riaperture di monasteri e ufficialmente si e’ tornati alla libertà di religione, anche se monaci e monache hanno spesso dovuto affrontare nuove persecuzioni.

Di fatto in Tibet - secondo le denunce di organizzazioni di difesa dei diritti umani - l’immigrazione su larga scala di cinesi, aborti e sterilizzazione forzati stanno trasformando i tibetani in una minoranza.

  • redazione
  • Lunedì 9 Marzo 2009

Rivolta e repressione: il Tibet è sigillato

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  • Tags: lhasa, Tibet
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Dalai Lama
LEGGI ANCHE: Storia del Tibet in 30 righe

Si fa di nuovo esplosiva la situazione in Tibet. Temendo una nuova ondata di proteste in vista del 50/o anniversario della fallita rivolta del 1959 contro gli occupanti cinesi, le autorità di Pechino hanno sigillato le frontiere schierando truppe aggiuntive lungo le arterie principali, a Lhasa e nelle altre città più importanti. Le date ’sensibili’  sono quella del 10 marzo, 50/o anniversario della fallita rivolta finita con la fuga del Dalai Lama in India, quella del 14 marzo, che segna un anno dai moti di Lhasa, e quella del 28 marzo, quando è stata indetta dal governo di Pechino una festa per celebrare l’inglobamento del Tibet nella Repubblica Popolare Cinese.

I primi segnali ci sono tutti. A Golog, città della provincia di Qinghai, nella Cina occidentale, alcuni manifestanti tibetani hanno lanciato bottiglie molotov contro un’auto della polizia e un mezzo dei vigili del fuoco, senza causare vittime. A provocare la reazione della numerosa minoranza tibetana era stato il fermo di un residente a un posto di blocco della polizia cinese. Prosegue anche l’ondata di rastrellamenti da parte delle autorità, sempre più numerosi da quando sono finite le Olimpiadi.  Più di 100 monaci del monastero tibetano di An Tuo, nella provincia cinese di Qinghai, sono stati arrestati dopo una manifestazione tenuta in occasione del Capodanno tibetano, il 25 febbraio. Gli arresti sono stati 109 sui circa 300 monaci che vivono abitualmente nel monastero. I monaci di An Tuo hanno aggiunto che domani, 50/mo anniversario della rivolta tibetana che si è conclusa con la fuga in India del Dalai Lama, potrebbero verificarsi altre proteste. La polizia cinese ha anche fermato e poco dopo rilasciato due giornalisti italiani  al confine con il Tibet. Uno dei fermati, il corrispondente di Sky Tg24 Gabriele Barbati, ha testimoniato: “All’inizio hanno cercato di spaventarci - ha raccontato il giornalista - ma la nostra preoccupazione era soprattutto per il nostro autista. Ai locali la Polizia riserva sempre un trattamento ‘diverso’ rispetto agli stranieri. Per fortuna alla fine hanno rilasciato anche lui”.

Le associazioni dei tibetani in esilio intanto lanciano l’allarme. Sarebbero oltre 1.200 i tibetani, tra cui decine di monaci e bambini, scomparsi dopo l’ultima, sanguinosa, repressione cinese nella regione, nel marzo 2009: l’allarmante dato è contenuto nel rapporto (leggi qui) stilato da uno dei gruppi legato all’opposizione tibetana, ‘International Campaign for Tibet‘. Portati via in piena notte, incriminati sulla base di vaghe accuse di separatismo, migliaia di tibetani l’anno scorso finirono nelle carceri cinesi e alcuni non sono più tornati. Il documento arriva alla vigilia dell’atteso discorso del Dalai Lama, che domani parlerà in occasione del 50esimo anniversario della fallita rivolta del 1959, che costrinse alla fuga il leader spirituale tibetano. Il rapporto, basato su materiale vietato in Cina e su resoconti di testimoni rimasti anonimi per ovvie ragioni di sicurezza, parla di “brutali torture” subite dagli arrestati, “a cui veniva infilato il bamboo nelle unghie o legate e percosse le dita”.

  • redazione
  • Lunedì 9 Marzo 2009

S’infiamma il Tibet. La Cina chiude le frontiere

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  • Tags: lhasa, Tibet
  • 8 commenti

Bangalore, India

Il Tibet è blindato. La Repubblica popolare ha chiuso di nuovo le frontiere, in entrata e in uscita. Già la scorsa primavera per mesi agli stranieri è stata negata la possibilità di visitare il Tibet perché, dopo la manifestazione di marzo, repressa con violenza dall’esercito, i tempi non sembravano maturi per far avvicinare i turisti a Lhasa.

I tibetani celebreranno il 25 febbraio il loro capodanno, il losar, e, soprattutto, il dieci marzo ricorrerà il cinquantesimo anniversario dell’esilio (forzato) del Dalai Lama. Alla luce di quello che è successo undici mesi fa, e in un periodo in cui il Partito è sotto pressione per gli squilibri sociali che la crisi finanziaria internazionale sta progressivamente accentuando ma anche per lo spettro di un altro importante anniversario, quello di Tiananmen, il quattro giugno, Pechino ha deciso di agire in maniera preventiva. Blindando militarmente il Tibet e allontanando gli stranieri, onde evitare che le loro testimonianze si diffondano sul web e sulla stampa estera. Tutti i viaggi già prenotati tra febbraio e aprile sono stati cancellati, ha raccontato al Daily Telegraph Wan Feng, dell’agenzia Tibet Yak Travel, sottolineando che la decisione è stata presa dal governo per “ragioni politiche”. Ai giornalisti cui era stata promesso una viaggio in Tibet per descrivere, il 28 marzo, i festeggiamenti del primo “giorno dell’emancipazione del servo della gleba”, la formula con cui, da gennaio, Pechino vuole che sia ricordata l’invasione cinese del 1951, tale privilegio è stato ovviamente revocato.

Negli ultimi giorni 24 tibetani sono stati malmenati e poi arrestati a Lithang, contea a maggioranza tibetana nel Sichuan cinese, per aver organizzato in loco una manifestazione a favore dell’indipendenza, seguendo l’appello “Tibet Libero” lanciato dal monaco Lobsang Lhundup domenica scorsa dal mercato rionale. In tutta la regione, il numero di attivisti, monaci e persone comuni favorevoli a boicottare i festeggiamenti del losar per protesta contro Pechino e nella speranza di attirare di nuovo l’attenzione dei media occidentali continua ad aumentare.
Tenzin Choeying, responsabile dell’associazione Students for a Free Tibet, ha raccontato ad Asianews che oggi “nel Tibet c’è un clima di paura, è come un campo militare, è in atto un’intensa repressione, con polizia armata per le strade che controlla ogni movimento della gente”. Ma il vero problema è che la situazione è destinata a peggiorare. Tant’è che, in tutta la regione, gira voce che ai soldati di pattuglia nelle strade siano stati affiancati cecchini pronti a colpire, se necessario, dai tetti dei templi principali.

  • claudia astarita
  • Venerdì 20 Febbraio 2009

Il Dalai Lama: “L’esercito cinese ha sparato sulla folla”

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  • Tags: Carla Bruni, Dali-Lama, etnia-Han, Hu-Jintao, Le-Monde, lhasa, olimpiadi2008, Pechino
  • 2 commenti

Dalai lama
La guida spirituale dei tibetani Tengin Gyatso
La Cina non rispetta lo spirito olimpico dei Giochi e continua a uccidere i tibetani. Con questa accusa il Dalai Lama riaccende la polemica fra Tibet e Cina e in un’intervista rilasciata al quotidiano Le Monde, accusa l’esercito pechinese di “aver sparato contro la folla” il 18 agosto scorso nella regione di Kham, nell’est del Tibet. Nell’intervista la guida spirituale buddista sostiene che sono stati uccisi circa 140 tibetani. Un bilancio numerico che è stata poi smentito da un comunicato del suo ufficio stampa, nel quale si sostiene che il Dalai Lama non ha mai fatto una cifra ufficiale.
Dalle colonne del quotidiano francese Tengin Gyatso racconta anche che “dall’inizio delle proteste in Tibet, il 10 marzo, testimoni affidabili hanno riferito che 400 manifestanti sono state uccisi nella sola regione di Lhasa da colpi d’arma da fuoco.  Il Dalai Lama ha affermato inoltre che nelle discussioni con Pechino “non c’è stata nessuna apertura”. Davanti a una conclamata volontà di dialogo del presidente Hu Jintao Tengin Gyatso ha riscontrato solo un inasprimento della repressione: “Dopo le proteste di marzo e le Olimpiadi, avevamo creduto a segnali positivi. Siamo stati presto smentiti e nei colloqui con il governo cinese i nostri emissari si sono trovati davanti a un muro”. Altra accusa lanciata a Pechino è quella di voler insediare un milione di cinesi di etnia Han per diluire ulteriormente la presenza tibetana nella regione.
Nonostante le accuse il Dalai Lama ribadisce comunque la volontà di mantenere “l’approccio della non violenza”, senza per questo rinunciare all’autonomia, che sottolinea “rimane la nostra meta”.
Il leader spirituale tibetano, che si trova attualmente in Francia, incontrerà domani mattina la première dame Carla Bruni-Sarkozy in occasione della inaugurazione di un tempio buddista a Roqueredonde, nel sud del paese. La Bruni sarà accompagnata dal ministro degli esteri Bernard Kouchner e dal segretario di Stato ai diritti umani, Rama Yade.

  • antonietta.demurtas
  • Giovedì 21 Agosto 2008

Fine del giallo: la fiaccola olimpica a Lhasa il 21 giugno

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  • Tags: fiaccola, lhasa, olimpiadi, Pechino, Tibet
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Un manifestante

La data ora c’è: il 21 giugno, sabato prossimo. Quel giorno il fuoco della fiaccola olimpica passerà per Lhasa, la capitale del Tibet. E quel fuoco potrebbe accendere la miccia di nuove rivolte. “La situazione nella provincia è sotto controllo” sostengono le autorità cinesi, ma hanno presente il rischio di disordini e proteste violente, come quelle del marzo scorso che hanno causato circa 200 morti con la repressione. Lhasa è ancora chiusa agli osservatori internazionali e ai giornalisti, dal 14 marzo. Dopo alcuni tentennamenti, il percorso della torcia accesa a Olimpia aveva subito stop e cambiamenti di percorso, giustificati ufficialmente dal lutto nazionale per il terremoto in Sichuan. Ma la questione del passaggio della fiaccola, nuovo simbolo dell’orgoglio cinese, contestata a Londra, Parigi e San Francisco, in territorio tibetano, era rimasta in sospeso. I gruppi di esuli tibetani avevano chiesto l’annullamento del percorso. Oggi invece sul sito web del comitato organizzatore delle Olimpiadi è giunta la conferma: nessun passo indietro, la fiaccola passerà sotto il Potala, l’ex residenza del Dalai Lama. Stamane intanto si è svolta la prova generale di ciò che potrebbe succedere: la fiaccola olimpica è passata da Kashgar, in passato un importante centro sulla Via della Seta e oggi città simbolo del nazionalismo degli Uighuri, la minoranza etnica di religione musulmana presente nella provincia cinese del Xinjiang.
Solo poche persone accuratamente selezionate erano presenti sul percorso della fiaccola mentre il grosso della popolazione è stata tenuta lontana, tra eccezionali misure di sicurezza. Rispetto a marzo, quando scoppiò la rivolta tibetana che ebbe grande eco sulla stampa internazionale, la Cina adesso, a meno di due mesi dalle Olimpiadi, appare meno isolata: la solidarietà internazionale per il terremoto in Sichuan con le sue 70mila vittime e l’adesione di alcuni leader (George Bush in primis) alla cerimonia inaugurale a Pechino l’otto agosto hanno placato le proteste dei media cinesi. Oggi anche il premier del Giappone Yasuo Fukuda ha confermato la propria presenza. Ma da sabato la situazione potrebbe cambiare di nuovo.

  • emanuele rossi
  • Mercoledì 18 Giugno 2008

Tibet: mistero sulla fiaccola olimpica

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  • Tags: dalai-lama, fiaccola, Karma-Chopel, lhasa, olimpiadi-2008, Tibet
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Le manifestazioni di solidarietà per il Tibet

Con l’arrivo della fiaccola olimpica nel Xinjiang e il passaggio subito dopo in Tibet, la staffetta voluta dalle autorità cinesi per celebrare le Olimpiadi di Pechino entra nel suo periodo più delicato.
Il mistero circonda oggi la data del passaggio da Lhasa, la capitale del Tibet, mentre per quanto riguarda il Xinjiang la popolazione, in buona parte di etnia uighura e di religione musulmana, è stata invitata a seguire la fiaccola in televisione, evitando “pericolosi” assembramenti. Il Comitato organizzatore dei Giochi olimpici di Pechino (Bocog) ha annunciato il rinvio del passaggio da Lhasa, che era previsto per il 19 e 20 giugno, ma non ha fissato una nuova data.

Secondo alcuni organi di stampa la fiaccola potrebbe comparire a Lhasa senza preavviso sabato 21 giugno, in modo da evitare le proteste. L’annullamento del passaggio della fiaccola dal Tibet era stato chiesto da alcuni gruppi di tibetani in esilio, che temono nuovi e violenti incidenti dopo la lunga serie di manifestazioni anticinesi iniziate il 10 marzo. Le autorità cinesi, ed in particolare i dirigenti della Regione autonoma del Tibet, hanno respinto fino ad oggi l’idea, facendo anzi del passaggio della fiaccola da Lhasa un punto d’onore per dimostrare che la situazione è tornata alla normalità.

La parte tibetana della staffetta - a parte il rapido passaggio per la vetta dell’ Everest l’ 8 maggio, avvenuta lontano dagli occhi del pubblico e dei media - era già stata accorciata dopo il terremoto che ha colpito il 12 maggio la provincia del Sichuan, che confina col Tibet e che ha una forte componente di popolazione tibetana. Manifestazioni anticinesi sfociate a volte in violenze si sono svolte nella Regione autonoma del Tibet e nelle zone a popolazione tibetana di altre tre province a partire dal 10 marzo. Non si conosce il numero totale degli arrestati. Secondo fonti tibetane almeno 200 persone hanno perso la vita, mentre le vittime sono state poco più di venti per il governo cinese.

Da marzo il Tibet e le zone a popolazione tibetana delle altre province sono chiuse ai giornalisti e agli altri osservatori indipendenti, inclusi i turisti non cinesi. Un alto dirigente del governo della Regione autonoma del Xinjiang, in una dichiarazione ad un quotidiano locale, ha “raccomandato a tutti” di seguire la staffetta in televisione, perché “troppa gente potrebbe significare mancanza di sicurezza”. Nessun annuncio del genere era stato fatto nelle precedenti tappe, quando la partecipazione popolare in chiave patriottica era stata al contrario incoraggiata in risposta alle contestazioni organizzate all’ estero dai gruppi per i diritti umani. Nel Xinjiang, la fiaccola passerà a partire da domani per quattro città tra cui Kashgar, vicino al confine con il Pakistan e culla del movimento nazionalista uighuro. Dopo la massiccia immigrazione cinese dei decenni passati gli uighuri, che sono di origine turcofona, sono oggi circa la meta’ degli abitanti della Regione autonoma (in tutto circa 20 milioni). Il Movimento islamico del Turkestan Orientale (Etim), un gruppo terrorista legato agli estremisti afghani ed arabi, non è attivo nella regione del 2001.
Gli esiliati uighuri accusano Pechino di aver preso a pretesto le Olimpiadi per un forte giro di vite contro i nazionalisti e di esagerare ad arte il pericolo del terrorismo. Il Xinjiang Daily scrive che agli spettatori sarà vietato arrampicarsi sugli alberi e stazionare sui ponti sotto i quali passeranno i tedofori.

  • redazione
  • Lunedì 16 Giugno 2008
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