
(Credits: AP Photo/Ng Han Guan)

Un altro passo indietro per la libertà di stampa in Cina, dove le condizioni per chi lavora nel mondo dell’informazione sono già molto precarie: basti pensare che quest’anno due giornalisti sono scomparsi, tredici arrestati (portando il totale dei detenuti a trenta) e altri undici licenziati per quello che avevano scritto. Ora, due fra i principali quotidiani di Pechino sono passati al diretto controllo del locale ufficio di propaganda. Si tratta del Beijing News e del Beijing Times, che sino ad ora erano stati gestiti da due gruppi editoriali privati, il Guangming Daily e il People’s Daily, e che ora saranno sottoposti direttamente al governo e al Partito.
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Proteste in Piazza Tiananmen (Credits: AP Photo/Elizabeth Dalziel)

Resta alto in Cina l’allarme “gelsomini”: per la terza domenica consecutiva le metropoli della Repubblica popolare sono state controllate in ogni angolo “sospetto” dalla polizia, dall’esercito e da centinaia di “volontari” riconoscibili grazie a una fascia rossa al braccio. L’obiettivo: scovare i rivoluzionari, per fare in modo che l’ormai abituale raduno domenicale dei “gelsomini cinesi” sia definitivamente sospeso. Continua
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Credits: LaPresse
Il Southern Weekend, settimanale di Canton, nel sud della Cina, non di opposizione ma noto per posizioni che Pechino definisce troppo indipendenti, decide di protestare in silenzio contro l’ennesima prevaricazione subita dal Governo. Continua
Sembra un paradosso ma in Iraq e Afghanistan, giovani democrazie nate dalla rimozione manu militari dei regimi dispotici di Saddam Hussein e dei talebani, la libertà di stampa soffre sotto i duri colpi dei governi.
Difficoltà a far convivere la marea di giornali, radio e televisioni indipendenti nati negli ultimi anni a Baghdad e Kabul, con governi che sempre più a fatica riescono a controllare il malcontento della popolazione per le riforme mancate, l’insicurezza diffusa, la corruzione dilagante e le pessime condizioni economiche e la disoccupazione.
Tutti fenomeni denunciati dalla stampa che in Iraq è rappresentata da ben 300 giornali e numerose TV nate dopo il 2003 mentre in Afghanistan sono attivi oggi quasi 300 quotidiani e periodici, un centinaio di emittenti radiofoniche e 25 televisioni: un vero miracolo per un Paese nel quale gli analfabeti sono stimati intono al 70 per cento della popolazione.
In agosto le contestazioni contro le disposizioni del governo sono esplose in entrambi i Paesi. Prima a Baghdad dove il 13 agosto un centinaio tra giornalisti, politici e rappresentanti della società civile hanno manifestato nella centrale e storica via Mutanabbi, cuore culturale della capitale irachena ricca di librerie e caffè frequentate da intellettuali.
Nel mirino dei manifestanti, che inneggiavano al “rispetto della libertà di stampa sancito dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani”, la sospensione di un redattore del quotidiano As Sabah, finanziato dal Parlamento, perchè autore di un articolo considerato “offensivo” nei confronti di alcuni partiti sciiti d’ispirazione islamica.
Il governo di Baghdad aveva inoltre annunciato a inizio agosto di voler prendere nuove misure per controllare il flusso d’informazioni circolanti su Internet e di voler riesumare la legge sull’editoria in vigore durante il regime di Saddam Hussein.
Non vanno meglio le cose a Kabul dove alle esecuzioni sommarie dei giornalisti effettuate dai talebani si uniscono le leggi che pevedono la condanna a morte per “offesa all’Islam” si sono unite le disposizioni del governo del presidente Hamid Karzai che in occasione delle elezioni del 20 agosto ha vietato a giornali locali e stranieri di diffondere notizie sule violenze in atto e gli attacchi talebani ai seggi.
Un tentativo di “normalizzare” la situazione che non è piaciuto ai giornalisti afgani che hanno respinto il decreto governativo di censura. Non obbediremo a quest’ordine, ma continueremo con la nostra normale attività”, ha dichiarato il 19 agosto Rahimullah Samander, responsabile dell’Associazione dei Giornalisti Indipendenti afghana mentre l’agenzia di stampa Pajwok faceva sapere che avrebbe continuato a fornire informazioni su tutte le province afgane ai suoi clienti afgani e internazionali.
Il ministero degli Esteri e il ministero dell’Interno hanno emesso due decreti che impongono il black out dei media proibendo la trasmissione televisiva delle notizie di violenze a seggi aperti e vietando ai giornalisti l’accesso alle zone colpite da attentati.
La minaccia del governo afghano di chiudere i giornali locali ed espellere i giornalisti stranieri che avessero fornito notizie di attacchi terroristici si è concretizzata solo con qualche ammonimento e l’accompagnamento forzato alla propria ambasciata a Kabul di un giornalista giapponese ma i timori per la libertà di stampa in Afghanistan restano.
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