
(EPA/VASSIL DONEV)
(ANSA) - Alcune centinaia di anarchici hanno oggi di nuovo messo a ferro e fuoco il centro di Atene scontrandosi ripetutamente con la polizia ai margini della grande manifestazione sindacale per lo sciopero generale contro l’austerità. FOTO

Città del Messico in piazza per la Luz
Un’imponente manifestazione di protesta si è svolta oggi a Città del Messico contro la decisione del governo di chiudere un’azienda pubblica in forte deficit, la “Luz e fuerza del Centro”.
Annunciata a sorpresa, nel week end, dal presidente conservatore Felipe Calderon, la liquidazione dell’azienda (che rifornisce di elettricità i 6 milioni di abitanti della capitale messicana) ha scatenato la rabbia del potente sindacato messicano degli lavoratori elettrici. Guarda la fotogallery
30/06/2009 - In questa fotogallery, una serie di immagini provenienti dai Gay Pride che si sono celebrati, nei giorni e nelle settimane scorse, in tutto il mondo libero: dall’India al Canada, da Genova a San Paolo del Brasile.
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Roma, 13 giugno 2009. Credits: ANSA / GUIDO MONTANI
Quindici anni fa a luglio veniva scritta una delle pagine più nere della storia della Repubblica turca. Trentasette persone, per la maggior parte intellettuali aleviti, venivano bruciate vive da un gruppo di fanatici religiosi responsabili di un incendio in un albergo della città di Sivas, città dell’Anatolia centrale.
Ieri decine di migliaia di persone sono scese in piazza (non solo a Sivas, ma anche a Istanbul e Ankara) per ricordare quelle morti, proprio mentre ombre minacciose si allungano ancora una volta sulla Nazione e il clima di instabilità cresce col passare dei giorni. Nelle stesse ore in cui il giudice alla guida della Yargitay, la Cassazione turca, ha argomentato le ragioni con le quali chiede la chiusura del partito di governo, la polizia, con sospetto tempismo, ha proceduto all’esecuzione di una ventina di ordinanze di custodia cautelare nei confronti di ex generali in pensione, giornalisti e vari dipendenti statali tutti appartenenti alle frange ultralaiche del Paese, accusati di far parte della “organizzazione terroristica Ergenekon”.
Un’associazione a delinquere, questa, che secondo gli investigatori stava pianificando un colpo di Stato, e che sarebbe stata decapitata già il settembre scorso, a seguito del ritrovamento di un arsenale di bombe a mano in un quartiere periferico di Istanbul e una prima ondata di arresti.
Ora, in quello che sta accadendo in queste ore Turchia c’è molto di più e di più grave di uno scontro tra laici e islamici, dove tendenzialmente i laici vengono, in Italia ma anche in altri Paesi, considerati “più europei” e “più progressisti”. “La Turchia sta attraversando giorni difficili. Tutti noi dobbiamo comportarci con più buon senso, più attenzione e più responsabilità ”, ha detto il generale Ilker Basbug, numero due delle forze armate , esortando il Paese a mantenere la calma.
L’unico dato certo, in una ridda infinita di sospetti e illazioni da una parte e dall’altra, è che la democrazia turca, che punta ad entrare a pieno titolo in Europa, sta mostrando ancora una volta tutta la sua fragilità. Troppo forte è infatti la sensazione che la magistratura si muova seguendo linee politiche, piuttosto che i dettami di legge.
Difficile accettare come provvedimento democratico la possibilità (tutt’altro che remota) che il partito di Governo che ha ottenuto il 47% delle preferenze alle ultime elezioni politiche (tenutesi esattamente un anno fa) possa essere chiuso. L’accusa è, partendo sempre da una prospettiva europea, inquietante: l’Akp del primo ministro Erdogan starebbe lentamente cercando di introdurre la sharia, la legge islamica, nel Paese della Mezzaluna. Ma per quanto questo scenario possa e debba preoccupare, altrettanta preoccupazione deve destare la possibile chiusura dell’Akp con relative elezioni anticipate: l’economia nazionale sta già accusando i primi colpi e gli investitori internazionali restano in attesa di vedere cosa succederà prima di avventurarsi in territori non più sicuri.
L’altra parte della medaglia parla di presunti complottisti con una idea chiara in testa: compiere un colpo di Stato seguendo le modalità di quelli dei decenni passati non è più possibile. La comunità internazionale reagirebbe, molto più difficile sarebbe controllare stampa e opinione pubblica. Allora, invece delle armi, spiegano quanti credono che “Ergenekon” sia davvero una organizzazione terroristica, è meglio un lento lavorio di reclutamento nella società civile, tra i cosiddetti “kemalisti” che hanno ancora fiducia piena nell’operato delle Forze Armate, tra quelle NGO, custodi del pensiero di Ataturk, che l’anno scorso portarono in piazza milioni di persone contrarie all’idea che un islamico come Abdullah Gul potesse diventare Capo dello Stato. In turco esiste un’espressione colorita per descrivere l’attuale situazione. La Turchia è come “un bastone con entrambe le estremità ricoperte ci fango: da qualunque parte lo impugni, ti sporchi”.

La Serbia dice no all’indipendenza del Kosovo. E, di fronte ai riconoscimenti che arrivano progressivamente dalle principali capitali europee, compresa l’Italia, che lo ha fatto nel corso della seduta odierna del Consiglio dei Ministri, decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Belgrado, protestando insieme con il premier Voijlav Kostunica e invocando il ritorno del nuovo Stato al rango di provincia. In un centinaio hanno attaccato l’ambasciata statunitense e quelle di altri Paesi che hanno detto sì a Pristina. Sassi sono stati scagliati contro le filiali di banche occidentali, compresa quella di Unicredit.
Organizzata dal governo, la manifestazione è stata la sfogo dell’impotenza serba di fronte prima alla dichiarazione unilaterale di indipendenza e poi al riconoscimento del nuovo Stato da parte dei principali paesi europei, tranne la Spagna. Nel corteo anche uomini di cultura, come il regista Emir Kusturica. Il Kosovo, ha detto Kosturica nel comizio, “è il primo nome della Serbia. Il Kosovo appartiene alla Serbia. Il Kosovo appartiene al popolo serbo. Così è stato sempre e sempre sarà”. Anche stamattina c’erano state tensioni al confine di Merdare, nel sud della Serbia, dove un gruppo di 400 riservisti aveva attaccato il posto di controllo difeso da un centinaio di agenti kosovari di sorveglianza. Gli altri due posti di confine a Banja e Jarinije sono rimasti chiusi nel timore di nuovi raid da parte di serbi. A Mitrovica, enclave serba nel nord del Kosovo, c’è stato un nuovo attacco contro il tribunale gestito dalle Nazioni Unite: durante la notte qualcuno aveva preso a sassate le finestre del palazzo e in mattinata un centinaio di manifestanti si era radunato davanti al tribunale per protestare contro la presenza Onu.
Nel timore di attacchi dall’esterno del Kosovo, i ministri della Difesa della Nato, riuniti in Slovenia, hanno ipotizzato la creazione di forze di sicurezza che diano al nuovo Stato la possibilità di difendersi adeguatamente.
Ma c’è chi cerca di smorzare la tensione. Il presidente Boris Tadic, più attento di Kosturica nell’usare parole ultimative, oltre a dire che “la Serbia non riconoscerà mai il Kosovo”, ha aggiunto: “Ma non rinuncerà ad entrare nell’Unione Europea”.
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