
(Credits: AP Photo/Danish Refugee Council)
Meno male che ci sono gli americani a dare ancora una volta l’esempio di come trattare con i pirati somali. Gli Stati Uniti non hanno mai utilizzato mezze misure con chi minaccia la vita dei loro cittadini e a differenza degli europei non si piegano a pagare riscatti, non si aggrappano a cavilli giuridici per giustificare le regole d’ingaggio morbide adottate contro i criminali del mare né hanno mai concesso nulla alle teorie buoniste e terzomondiste che vorrebbero dipingere i pirati come romantici paladini che difendono le loro coste dallo sfruttamento straniero. L’ennesimo blitz dei Navy Seal, accompagnati dai marines, in territorio somalo, conferma questa tendenza già emersa in passato quando le forze speciali della Us Navy liberarono il comandante del cargo Alabama uccidendo due pirati e condannandone all’ergastolo un altro o quando tentarono di liberare uno yacht senza riuscire a salvare i quattro cittadini americani sequestrati.
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La storia è di quelle che lasciano aperti molti dubbi, specie guardando la strana coincidenza tra il ritiro degli ultimi soldati americani dall’Iraq e il ritrovamento fortunoso di documenti che fornirebbero nuovi elementi all’inchiesta su una strage di civili iracheni compiuta nel novembre 2005 da marines statunitensi. Michael Schmidt, giornalista del New York Times, dice infatti di essersui imbattuto in materiale segreti contenenti le deposizioni dei marines testimoni e protagonisti dell’uccisione di 24 iracheni compiuta sei anni or sono nel villaggio di Haditha, nell’incandescente provincia di al-Anbar.
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(Credits: Wikipedia)
Manovre militari in corso intorno alla Siria, teatro di una sanguinosa repressione delle rivolte popolari ordinata dal regime di Bashar Assad. L’Iran, principale alleato del regime di Damasco tramite il quale aiuta con armi, denaro e istruttori militari il movimento libanese degli Hezbollah, ha intimato a Washington di astenersi da ogni forma d’intervento militare. In realtà le possibilità che la risposta dell’Occidente ai crimini contro l’umanità commessi dal regime siriano vadano oltre le condanne politiche e le sanzioni economiche sono davvero poche ma da alcuni giorni un gruppo navale statunitense composto da cacciatorpediniere lanciamissili, navi da sbarco e soprattutto dalla portaelicotteri da assalto anfibio Bataan incrocia davanti alle coste siriane.
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Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

Soldati americani di pattuglia in Afghanistan (Credits: Ansa )
Marines “ambientalisti”, equipaggiati con materiali innovativi per produrre energia rinnovabile e ridurre il consumo di carburante. Non è uno spot promozionale per indurre gli ecologisti ad arruolarsi né una svolta politicamente corretta imposta dall’Amministrazione Obama ai più rudi soldati degli Stati Uniti.
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Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

(Credits: Epa)
Sempre più difficili i rapporti tra il presidente Barack Obama e i comandanti militari statunitensi. Dopo le dichiarazioni del comandante delle truppe alleate in Afghanistan, il generale David Petraeus, che contestava la decisione della Casa Bianca di indicare la data dell’inizio del ritiro da Kabul nel luglio 2011, martedì è sceso in campo anche il comandante del Corpo dei Marines, generale James Conway.
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Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

(AP Photo/Altaf Qadri)
Dopo le indiscrezioni della stampa, Il ministro della Difesa Liam Fox, ha confermato che entro ottobre i soldati britannici lasceranno Sangin, il distretto più infuocato della provincia di Helmand e l’area a più alta densità di scontri dell’intero Afghanistan.
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Gianandrea Gaiani ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

(Credits: UK Mod)
Da Sangin alla diga di Kajaki, da Musa Qala a Marjah. In quella provincia hanno combattuto duramente (guarda il video) per cinque anni uccidendo migliaia di talebani e lasciando sul terreno 281 caduti e oltre mille feriti. Presto le truppe di Sua Maestà britannica potrebbero ritirarsi da Helmand sconfitte non dai talebani ma dalle pressioni di Washington e dai problemi del governo di Londra pressato dalla duplice esigenza di ridurre i costi e diminuire le perdite in un conflitto sempre meno popolare.
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Militare dell'Unione Africana all'aeroporto di Mogadiscio (Credits: Giampaolo Musumeci)
I fantasmi della battaglia di Mogadiscio aleggiano ancora nell’aria. La guerriglia violenta ed efficacissima dei guerriglieri somali tra le case e i vicoli della capitale il 3 ottobre del 1993, raccontata nel film Black Hawk Down di Ridley Scott, brucia ancora nelle teste degli americani. Entrare in Somalia armi in pugno può costare caro. Lo sanno bene i marines, lo sa bene anche l’Onu, e lo sanno bene i caschi verdi dell’Unione Africana della Missione Amisom per la Somalia che appoggiano il fragile Governo Transitorio di Sheik Sharif.
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- giamp
- Giovedì 22 Aprile 2010
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