
(Credits: Epa/Abir Sultan)

Israele ha raggiunto un accordo con Hamas. Tornerà presto a casa il caporale Gilad Shalit, sequestrato a Gaza e tenuto prigioniero dal 25 giugno del 2006, e verranno rilasciati anche mille palestinesi.
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Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Un murales per la liberazione di Barghouti (AP/Muhammed Muheisen)
Notiziona: il governo israeliano “sta prendendo in considerazione” di liberare Marwan Barghouti, il leader più amato (e forse anche il più odiato) della Palestina. I quotidiani Al-Hayat e Haaretz l’hanno sbattuta in prima pagina, e subito si è alzato un gran polverone. Resta da chiedersi, a questo punto: a che gioco sta giocando Hamas? Continua
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

A pochi metri dal muro, la colonia di Modiin Illit (AP/Nasser Ishtayeh)
E così, alla fine, Benyamin Netanyahu ha accontentato gli americani: Israele “congelerà” le costruzioni nei Territori occupati per i prossimi dieci mesi, ha annunciato ieri il primo ministro. Che poi ha aggiunto: “Abu Mazen non ha più scuse per rimandare i negoziati.” Continua
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Una manifestazione a Tel Aviv per la liberazione di Shalit (AP Photo)
Forse è l’ennesima falsa speranza. O forse no. Fatto sta che in molti sono convinti che un accordo per la liberazione di Gilad Shalit, il giovane soldato rapito da Hamas in territorio israeliano tre anni fa, potrebbe essere molto vicino. Anche se per Gerusalemme il prezzo da pagare sarà alto. Continua
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Mustafà Barghouti
E così Abu Mazen se ne va. Tutti gli chiedono di restare, francesi e americani dicono che senza di lui ci sarà il caos. Ma il presidente palestinese, almeno per ora, tira dritto per la sua strada: non si ricandiderà alle elezioni del prossimo gennaio. Domanda: chi potrà sostituirlo? A dire il vero, gli aspiranti leader in Palestina non mancano. Continua

Potrebbe esserci anche Marwan Barghouti, l’ex leader dei Tanzim in carcere con cinque ergastoli per terrorismo, nella lista dei trecento prigionieri palestinesi che Gerusalemme si appresta a rilasciare in cambio della (eventuale) liberazione di Gilat Shalit, il maggiore di Tsahal rapito da Hamas nell’estate 2006 e ancora in vita, sembra, in un luogo supersegreto della Striscia di Gaza. Carismatico, tatticamente duttile, di formazione laica e nazionalista, Barghouti, 49enne cresciuto alla scuola di Arafat, è considerato dai suoi ammiratori (anche in Europa) una sorta di Nelson Mandela palestinese che si batte per i diritti del suo popolo, ma i suoi detrattori, tanti in Israele, lo considerano nientemeno che il più feroce, e colto, tra i leader della Seconda Intifada, il vero ideologo della guerra che, alle pietre, ha sostituito le cinture esplosive e gli attacchi contro i civili. Fondatore dei Tanzim, l’ala dura di Al Fatah, dipinto fino a pochi anni fa da Israele come il più pericoloso terrorista dell’Intifada Al Aqsa, parla correntemente cinque lingue, tra cui l’ebraico, tutte imparate dei lunghi periodi di carcere speciale passati nel corso della sua vita di “combattente”.
Dicembre 2007: l’ultima intervista esclusiva ad Al Jazeera
Secondo l’ex dirigente dello Shin Beth Gildeon Ezra, Barghouti è però l’unico leader palestinese che saprebbe farsi ascoltare dai giovani radicalizzati dei Territori e che potrebbe trovare un accordo con i capi politico-militari di Hamas, di cui ha più volte criticato, dal carcere, la piattaforma politica e il putch del 2006. Tutte caratteristiche, unite al carisma, che i più avvertiti dirigenti dello Stato ebraico considerano assai preziose se la trattativa dovesse entrare nel vivo: negoziare con un leader popolare e laico, convinto assertore della parola d’ordine due Popoli, due Stati, è la conditio sin qua non di un negoziato che abbia qualche speranza di successo. La clamorosa indiscrezione, del quotidiano degli Emirati Arabi Al Bayan, aggiunge altri particolari che avrebbero forse dovuto rimanere segreti: tra i prigionieri che potrebbero essere liberati ci sono anche Hassan Salame Abdullah Barghouti e Ibrahim Hamad, due pezzi grossi di Hamas. Ma ci sono altri elementi ad arricchire l’articolo di Al Bayan: in una prima fase Shalit potrebbe essere liberato, in cambio del rilascio di un certo numero di prigionieri palestinesi, in Egitto per consentire ai suoi parenti di fargli visita e accertarsi delle sue condizioni di salute. Infine, dopo il rilascio di altri prigionieri palestinesi, verrebbe accompagnato in Israele. Il ruolo del Cairo e del mediatore Omar Suleyman, nelle triangolazioni negoziali tra Fatah, Hamas e Israele, è ormai strategico. E’ nella capitale egiziana che si decide infatti il futuro di un negoziato che per ora è partito con premesse assai fragili: né Olmert né Abu Mazen sembrano sufficientemente forti da far digerire ai loro popoli i sacrifici necessari per un accordo. Barghouti, le stimmate del leader, invece le ha. Uno con l’aureola del martire ma anche capace di far politica, fermandosi sempre un passo prima del precipizio. Se dovesse negoziare con Netanyahu, il leader del Likud che tutti i sondaggi indicano come prossimo primo ministro israeliano, sarebbe un bel match. Due duri, uno di fronte all’altro, per un accordo. Un po’ come accadde tra Rabin e Arafat nei primi anni 90.
Il video del giorno: un soldato israeliano spara a un palestinese a Gerusalemme (by B’Tselem, l’associazione per i diritti umani israeliani)

Lo scrittore Amos Oz, firmatario dell’appello al dialogo con Hamas
Aprire una trattativa con Hamas? Quella che, fino a ieri, sembrava una bestemmia è diventata ora una possibilità. In vista della conferenza di pace a Washington, prevista per il prossimo novembre, undici tra i più autorevoli e stimati scrittori israeliani (tra cui Abraham Yehoshua, Amos e David Grossman) hanno pubblicato una lettera aperta sul quotidiano Haaretz per domandare l’indomandabile: che lo Stato ebraico apra un negoziato con gli integralisti che governano Gaza al fine di arrivare a un accordo compiuto coi palestinesi. “Il lancio dei missili Qassam è insopportabile - scrivono - Ma Israele ha già avuto modo in passato di trattare con nemici difficili e anche ora, giustamente, conduce trattative con Hamas per portare a casa il soldato Gilad Shalid”. Conlusione: “Questa trattative devono portare a un cessate il fuoco incondizionato. La fine degli attacchi da entrambe le parti porterà sicurezza ai cittadini del Negev occidentale e diminuirà la sofferenza dei cittadini di Gaza. Inoltre incremeneterà la possibilità di successo per qualsiasi processo politico”.

Che Israele sia di fronte a un bivio nel rapporto con i leader palestinesi è qualcosa di più di un’ipotesi di scuola. E tabù per tabù, parte dell’opinione pubblica si dice pronta a sfatarne un altro: quello della pericolosità di Marwan Barghouti, il vulcanico leader laico dei Tanzim detenuto dall’aprile 2002 in un carcere israeliano e dipinto fino a ieri come il nemico pubblico numero uno, il più feroce leader della II Intifada. “Marwan Barghouti diventerà il prossimo leader dell’Olp”, ha dichiarato il ministro per le Infrastrutture Benjamin Ben-Eliezer. “Dobbiamo trovare l’occasione giusta per liberarlo e dobbiamo condizionare il suo rilascio alla liberazione di Gilad Shalid”. È la seconda volta negli ultimi mesi che un ministro israeliano (a giugno toccò a Gildeon Ezra) ipotizza il rilascio del capopolo palestinese: l’unico leader laico e nazionalista che sarebbe in grado di mettere d’accordo i giovani radicali e i vecchi tunisini di Arafat come Abu Alla e Abu Mazen. L’unico laico di Fatah, su mai si sono concentrati sospetti di corruzione, che potrebbe ricomporre l’unità del popolo palestinese e isolare Hamas. Per Israele sembra giunta l’ora di sfatare alcuni tabù: forse avere un interlocutore duro ma nazionalista è meglio che non averne affatto. O averne altri che fanno dell’Islam una bandiera politica.

Per aiutare l’Autorità nazionale e isolare Hamas a Gaza, Israele ipotizza una soluzione-tabù: liberare Marwan Barghouti, l’ex numero uno dei Tanzim nei Territori, considerato di volta in volta l’erede di Yasser Arafat, il capopolo della II Intifada, il leader ideologico del terrorismo palestinese. La proposta, riportata oggi sul sito del quotidiano israeliano Haaretz, viene nientemeno che dal ministro dell’Ambiente di Gerusalemme, ed ex dirigente dello Shin Beth, Gildeon Ezra. Secondo Ezra, Barghouti è l’unico leader laico e nazionalista amato dai giovani e con un largo seguito nei Territori. L’unico in grado di mediare, in qualche modo, tra i moderati e gli estremisti. L’unico leader di Al Fatah che in questi anni passati in carcere è rimasto sostanzialmente immune da sospetti di corruzione. La risposta di Ytzhak Aharonovic, il ministro del Turismo israeliano, è emblematica. In Israele chiedere di liberare Barghouti equivale alla rottura di un tabù. “Barghouti - ha detto Aharonovic - è uno spregevole assassino già condannato a numerosi ergastoli”. Per Aharonovic e per molti leader della destra israeliana, si legge sempre su Haaretz, la ricetta contro Hamas rimane invece la stessa, opposta a quella consigliata da Ezra: sigillare Gaza, tagliarle l’elettricità, la benzina, il cibo, impedendo ai profughi di scappare verso la West Bank e ai leader dietro le sbarre di uscire di prigione. Dal carcere, l’ex leader dei Tanzim e altri capi di Al Fatah invitano intanto Abu Mazen a rimuovere Muhammad Dahlan dalla sua carica di responsabile della sicurezza dell’Autorità palestinese nella Striscia. Il golpe di Hamas a Gaza aprirà, con ogni probabilità, una resa dei conti anche all’interno di Al Fatah.
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