
(Credits: Ap Foto/Matt Dunham)
“Non vorrei, ma non posso fare altrimenti”. In un’intervista al Sunday Times, Julian Assange, agli arresti domiciliari in Gran Bretagna, annuncia l’uscita della sua autobiografia-manifesto per la primavera del 2011. Il libro sulla vita del papà di WikiLeaks verrà pubblicato in prima battuta nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
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Massimo D’Alema con Silvio Berlusconi in una foto d’archivio degli anni 90
Ma quante chance ha Massimo D’Alema di diventare il Ministro degli Esteri dell’Unione Europea?
A pochi giorni dall’inizio del rush finale per le candidature alla Poltrona Numero Due della Nuova Europa (che nasce dal Trattato di Lisbona), i giochi sono ancora aperti sul nome del futuro “Mr Pesc” (acronimo di “Politica estera e per la Sicurezza comune“). E si faranno tutti a Bruxelles (e nelle principali capitali europee).
A Roma, il destino dell’esponente del Pd sembra essere stato deciso. Il governo Berlusconi appoggia con forza il candidato D’Alema. Continua

104 voti a favore, 54 contro e 29 astenuti: è stata approvata dall’Assemblea generale dell’Onu (alle 11, 47 ora di New York) la moratoria contro la pena di morte fortissimamente voluta dal nostro Paese. Il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, era presente in aula al momento del voto. Il risultato, superiore di cinque voti a quello espresso dalla Terza Commissione il 15 novembre scorso, è stato anche un successo dell’Italia, promotrice dell’iniziativa e in prima fila nella battaglia abolizionista. “L’approvazione della risoluzione per la moratora dà l’opportunità di aprire un dibattito anche in vista dell’abolizione”, ha dichiarato D’Alema dopo il voto.
Il VIDEO servizio:
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![[i]18 dicembre 2007[/i] - Un augurio per il voto di oggi all'ONU sulla moratoria quale premessa per l'abolizione totale della pena di morte da parte dei paesi civili.<br /> [i](Credits: [url=http://uberg.ods.org/]Gianfranco Uber[/url])[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_auguri2007.jpg)

Tensione sempre più alta a Beirut dove l’empasse istituzionale che da sei mesi paralizza il governo libanese sembra giunta a un punto di svolta con la prossima nomina del nuovo presidente che dovrà sostituire il filo-siriano Emile Lahoud. Difficile un compromesso tra la maggioranza filo occidentale di Saad Hariri e del premier Fuad Sinora e le forze filosiriane che insieme agli Hezbollah cercano da tempo di assumere il controllo del “Paese dei cedri”.
Il rischio concreto di una nuova guerra civile comporta inevitabili ripercussioni sull’azione dei caschi blu schierati nel sud e guidati dal generale italiano Claudio Graziano, come dimostra anche l’arrivo a Beirut della troika europea composta da ministri degli esteri di Italia, Francia e Spagna, non a caso i paesi maggiormente impegnati con i contingenti militari assegnati a Unifil. Dopo 14 mesi di missione il bilancio di questa operazione militare presenta un solo aspetto positivo: ha impedito lo scoppio di un nuovo conflitto tra Israele e Hezbollah. Per il resto non c’è molta gloria in una missione nella quale 13.000 caschi blu bene armati non possono compiere neppure l’ispezione di un veicolo se non gli viene chiesto espressamente dall’esercito libanese. Un mese fa un rapporto dell’Onu confermò che Hezbollah non solo non aveva disarmato ma aveva ricostituito completamente i suoi arsenali con razzi a lungo raggio Zezal e Fajr, con una portata di 250 chilometri, missili anticarro, antiaerei e antinave, inclusi i missili cinesi C-802. A togliere credibilità ai caschi blu ha contribuito anche la notizia dei tre giorni di esercitazione condotta da Hezbollah nel Libano meridionale riferita dal giornale libanese Akhbar, vicino alle posizioni degli estremisti sciiti. Secondo il quotidiano filo-Hezbollah migliaia di miliziani del gruppo sciita hanno preso parte alle esercitazioni a sud del fiume Litani, supervisionate dal leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. L’attentato contro i caschi blu spagnoli dell’estate scorsa e alcuni altri sventati negli ultimi tre mesi confermano inoltre che Unifil non ha il controllo del piccolo territorio nel quale opera nel quale cellule terroristiche del gruppo jihadista sunnita Osbat al Ansar, legato forse ad Al Qaeda ma non certo estraneo a Damasco, che ha la sua base sede nel campo profughi palestinese di Ain Heloué.
La dura risposta del ministro degli esteri, Massimo D’Alema, alla richiesta di una maggiore condivisione dei rischi tra i paesi della Nato che schierano truppe in Afghanistan formulata da Bush nei giorni scorsi, ha consentito al titolare della Farnesina di incassare il plauso della sinistra dell’Unione mettendo però in discussione l’equilibrio tra i membri dell’Alleanza Atlantica.
Benché sul piano politico tutti i paesi della Nato concordino sulla necessità di sostenere la giovane democrazia afgana, alcuni stati europei pongono condizioni e limitazioni (i cosiddetti caveat) all’impiego dei rispettivi contingenti da parte del comando Nato di Kabul guidato attualmente dal generale americano Dan McNeil.
Italia, Germania, Francia, Spagna, Turchia e Belgio non accettano che i loro soldati vengano impiegati in operazioni offensive e nelle aree calde del conflitto, le province meridionali e orientali dove invece sono schierate le truppe americane, britanniche, canadesi, danesi, olandesi e rumene che hanno registrato oltre 200 morti dall’inizio del 2006.
I caveat puntano a limitare il rischio di perdite ma mettono i paesi che li adottano in una posizione difficile da sostenere sul piano politico che mina la compattezza dell’Alleanza creando di fatto una Nato di serie A pronta a combattere e una di serie B che vorrebbe limitarsi al peacekeeping e alle attività umanitarie.
Una distinzione imposta dalla politica che crea dissapori anche tra i militari poiché gli eserciti che forniscono truppe all’International Security Assistance Force per combattere in prima linea lungo i confini pachistani, a Helmand, Kandahar, Khost o Paktya non hanno nessuna possibilità di essere avvicendati dalle truppe dei paesi alleati che rimangono nelle zone più sicure rifiutandosi persino di assicurare rinforzi e rifornimenti agli alleati in prima linea. Così, per fare un esempio, i britannici restano sul fronte infuocato di Helmand, mentre i tedeschi non si muovono dalle quasi calme regioni settentrionali.
I talebani hanno del resto colto il punto debole dello schieramento alleato e stanno intensificando gli attacchi contro tedeschi, italiani e francesi con l’obiettivo di indurre i governi di questi paesi a ritirare le truppe dall’Afghanistan.

Il dipartimento di Stato americano non condivide le modalità attraverso cui è stato ottenuto il rilascio di Daniele Mastrogiacomo. E bolla come una pessima idea l’ipotesi, avanzata dal segretario dei Ds Piero Fassino, di coinvolgere anche i talebani in un’eventuale conferenza di pace sull’Afghanistan. Lo si è appreso da una fonte della amministrazione americana che ha scelto di rimanere anonima.
Non sembra esserci più traccia della “comprensione” che Massimo D’Alema ha detto di avere trovato nel segretario di Stato Condoleezza Rice, nel bilaterale a cena di lunedì. La preoccupazione di Washington - espressa in un incontro appositamente convocato con i giornalisti - è che l’operazione per liberare Mastrogiacomo - abbia recato tuttavia un danno grave alla missione nella quale sia l’Italia che gli Stati Uniti sono impegnati.
Le concessioni effettuate, ha continuato la fonte , “aumentano il rischio per la Nato, per le truppe afgane e per il popolo afgano”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto la fonte a scanso di equivoci, “non hanno appoggiato e non appoggiano concessioni ai terroristi”.
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Facciamo la pace coi talebani?
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La liberazione di Mastrogiacomo sul New York Times
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