
Uccidere Barack Obama, decapitare e uccidere con armi da fuoco 102 studenti neri. Ideatori del massacro: due skinhead rispettivamente di 20 e 18 anni. Fermati a Crockett County in Tennesse e incriminati per tentata strage dai federali dell’agenza per la vigilanza su Alcool, Tabacco e Armi da Fuoco (Atf) che da mesi seguono come un’ombra il candidato afroamericano. Il piano prevedeva di rubare l’occorrente per compiere il massacro in un negozio di armi. L’obiettivo - secondo il tribunale di Jackson che ha reso pubblico il documento sul loro arresto - era un liceo, di cui non è stato reso noto il nome.
A darne notizia è stata per prima la catena Fox News, vicina ai repubblicani. Gli arrestati sono Daniel Cowart, 20 anni, di Bells, una località del Tennessee 200 km a sudovest di Nashville, e Paul Schlesselman, 18 anni, di West Helena, in Arkansas. Al momento non sono state date informazioni sull’effettiva possibilità che il piano dei due skinhead potesse concretizzarsi o se si trattasse solo della farneticazione di due esaltati. “Sono accuse serie e saranno trattate come tali” ha assicurato il procuratore distrettuale del Tennessee occidentale Lawrence Laurenzi, in un comunicato con il quale le autorità americane hanno confermato le indiscrezioni dei media sugli arresti.
Già due mesi fa un gruppo di “supremazisti bianchi” era stato fermato con l’accusa di voler sparare al candidato democratico con un fucile di precisione nel giorno del suo discorso alla convention democratica di Denver. Certo il clima per le elezioni del 4 novembre non manda segnali incoraggianti. Complice anche l’avvicinarsi della notte di Halloween: Chad Michael Morisette, abitante di West Holywood, Los Angeles ha appeso al cornicione della sua casa un manichino della candidata repubblicana alla vicepresidenza Sarah Palin. Il manichino è appeso per il collo, come il più classico degli impiccati. Morisette non ha risparmiato neanche il candidato repubblicano McCain: sul tetto della casa, dal camino emerge la sua testa circondata dalle fiamme, con un’espressione disperata, proprio come se stesse bruciando vivo. Immediate sono arrivate le proteste, ma la polizia non ha potuto rimuovere i manichini. ”La gente ha diritto al Primo Emendamento (che garantisce la libertà di culto, parola e stampa)” ha detto la portavoce delle autorità di West Hollywood, Helen Goss, evidenziando come l’azione di Morisette rientri nei festeggiamenti di Halloween. Morisette dal canto suo, si è difeso così: ”Se avessi impiccato Barack Obama sarebbe stato molto più grave”.

La famiglia Simpson (Credits: Ansa)
L’ultima celebrità che si schiera al fianco di Barack Obama non viene da Hollywood, ma da Springfield. Ed è l’ “uomo medio” americano per eccellenza: Homer J. Simpson. Il giorno delle elezioni, Homer vota, anzi prova a votare per il candidato democratico ma una delle famigerate macchine per il voto elettronico altera il risultato e assegna il voto a John McCain. Homer non si rassegna e viste le intemperanze la macchina lo pesta.
Questa la trama del nuovo episodio della saga dei Simpson che andrà in onda il 2 novembre, due giorni prima delle presidenziali. Al Jean, produttore esecutivo della piu’ longeva serie animata della storia, ha dichiarato ufficialmente che il cartone non deve essere interpretato come una dichiarazione di voto dei Simpson ma solo come un’ennesima denuncia delle irregolarità delle procedure elettorali, che nel 2000 costarono il seggio a Al Gore sconfitto per i soli 537 voti della Florida. I Simpson hanno sempre avuto un occhio di riguardo per i “Commander in Chief” nel corso della loro lunga storia televisiva (vanno in onda dal 1987, sempre sulla Fox). E se l’orientamento degli autori è decisamente anti-repubblicano (il creatore Matt Groening in particolare ha dichiarato un “debole” per Nixon, sbeffeggiato in ogni occasione), quello della famiglia più gialla d’America non era mai stato espresso così chiaramente. In un episodio datato 1996, Homer preferisce un’invasione aliena a scegliere tra Bill Clinton e Bob Dole, sempre Clinton si autodefinisce “un presidente abbastanza patetico” in un altro episodio, mentre il suo predecessore George Bush si trova addirittura a veder distrutto il manoscritto delle proprie memorie da Bart Simpson.
“Siamo al 6% e la campagna non è neanche cominciata: Osama (con la “s”, ndr) e McKennedy, arriva Bob!” La minaccia spunta su uno dei tanti forum on-line dedicati alle elezioni americane. Il “Bob” in questione è un sessantenne dell’Iowa, baffetti alla D’Alema e capelli candidi. Il candidato del semisconosciuto “Libertarian party“. Semisconosciuto in Europa, perché in Usa, nell’ultimo sondaggio condotto alla fine di giugno da Zogby, Mr Barr è dato al 6 per cento nelle preferenze degli americani. Lungi dal poter aspirare a una vittoria a novembre, certo (ha raccolto appena 300mila dollari dai suoi sostenitori), ma abbastanza da rompere le scatole ai due protagonisti, quelli che si prendono tutti i giorni le copertine, Barack Obama e John Mc Cain. Soprattutto il secondo deve temere un possibile exploit dell’outsider Bob: nel 2000 al democratico Al Gore furono fatali i 90mila voti raccolti dal verde Ralph Nader in Florida (ironia della sorte, il campione mondiale degli ambientalisti sconfitto per colpa dei verdi). E otto anni prima, la candidatura indipendente del miliardario Ross Perot tolse voti a Bush senior per la gioia di Bill Clinton. Ora, sempre secondo questo sondaggio, Barr potrebbe togliere al reduce del Vietnam (già in svantaggio rispetto a Obama, con un 38 per cento rispetto al 44 dell’afroamericano) un 7 per cento dei voti repubblicani più “conservative”, che non vedono di buon occhio il liberalism eccentrico di Mc Cain. Abbastanza per farlo capitolare in stati in bilico come Georgia e Colorado.
intervista di Barr su Fox News
Il profilo. Ma chi è questo Barr che attacca il bipartitismo come un Casini d’oltreoceano? E chi lo sostiene? Nato il 5 novembre 1948 in Iowa City, Iowa, suo padre era un militare dell’accademia di West Point. Ha vissuto in Malesia, Panama e Iran. Il suo curriculum politico oscilla tra posizioni considerate di estrema destra e di estrema sinistra: da studente era democratipco e si oppose alla guerra in Vietnam. Poi lo spostamento verso i repubblicani, però sempre con le correnti più libertarie, contro la presenza dello Stato nell’economia. Dopo la laurea in California, lavorò come impiegato per la Cia dal 71 al 78. Poi studiò legge e trovò un posto come procuratore in Georgia. Si distinse nella “War on drugs” e per le posizioni antiabortiste che lo fecero attaccare duramente da quello che adesso è il suo partito. Ma solo da due anni. In politica approda infatti coi repubblicani: è eletto deputato in Georgia dal 1995 al 2003 e nei suoi anni al congresso si mette in mostra come uno dei più accaniti persecutori di Bill Clinton nel caso Lewinsky. Barr è stato nel consiglio di amministrazione della Nra (la lobby delle armi) dal 2001 al 2007. In polemica con Bush, passò al Partito Libertario nel 2006. Ora ne è il candidato dopo le primarie del 25 maggio e rischia di portarlo a vette mai pensate prima, considerando che il punto più alto mai raggiunto da quello che è uno dei più longevi “third parties” d’America è l’1,1percento racimolato da Ed Clark e David Koch nel 1980. I suoi elettori non sono classificabili in modo semplicistico come “estrema destra” o “estrema sinistra”: il loro motto è “Chi baratta la libertà con la sicurezza non si merita nessuna delle due”. Si rifanno alla Costituzione del 1776 come a una Bibbia che, secondo loro è stata tradita sia dai repubblicani sia dai democratici. Non interventismo in politica estera. Massima libertà di commercio e di migrazione, forti libertà civili (anche sulle droghe e sull’aborto), privatizzazione del welfare e della sanità, dominio dell’individuo sullo Stato, taglio radicale delle tasse. A Bush criticano il “Patriot Act“(”Nessuno dovrebbe spiare i cittadini americani senza una buona ragione”), le limitazioni delle libertà civili, la “guerra al terrorismo”, l’invasione dell’Iraq. I democratici sono accusati di Statalismo, spesa pubblica e limitazioni alla libertà di portare armi. Nei video promozionali di Barr, Obama è sbeffeggiato come voltagabbana (con spezzoni in cui si contraddice sulla politca estera), Mc Cain come guerrafondaio e incoerente spendaccione di soldi pubblici. Neppure lo stesso Barr però è un mostro di coerenza: da deputato votò per il “Patriot Act” (”Ma per porvi dei limiti”, dice), per la guerra in Iraq (”Ma bisogna porre fine all’occupazione”), contro l’utilizzo medico della marijuana. Per questo è più popolare tra i conservatori. I suoi sostenitori sono pazzi di lui e danno del “socialista” a Mc Cain (il che non deve fargli affatto piacere, vista la sua reputazione di guerriero anticomunista). Lanciano messaggi come “Non scegliere il minore tra due mali”, “Grandi partiti = Corruzione”, “Meno Stato, più federalismo”. E, sfruttando la robusta dose di antipolitica in crescita tra i repubblicani delusi, potrebbero davvero fare un grosso favore al vero spauracchio della destra americana più intransigente: un nero alla Casa Bianca.
Video elettorale di Bob Barr
Petrolio ed etanolo infiammano la campagna elettorale americana. La speculazione sul prezzo del greggio sta mettendo in seria difficoltà l’economia degli Usa e rischia di modificare gli stili di vita degli americani, abituati alla benzina a costi bassi e ad auto da grossi consumi. Il tema è un terreno di battaglia. Lo ha dimostrato ieri Barack Obama: il candidato democratico ha accusato McCain di favorire una legge che consente la speculazione sul petrolio, sfruttando un vuoto legislativo chiamato “buco Enron“, dal nome del gigante energetico americano fallito nel 2002 per le spericolate operazioni finanziarie dei suoi amministratori. Secondo i democratici, la stessa mancanza di regolamentazioni precise sui futures energetici è la principale causa della bolla dei prezzi petroliferi. Ieri Jon Corzine, governatore del New Jersey ed ex capo della banca Goldman Sachs, schierato con Obama, ha attaccato direttamente Phil Gramm, uno dei consiglieri economici di Mc Cain, ex senatore del Texas, che favorì nel 2000 il vuoto legislativo sfruttato dalla Enron, nel cui consiglio d’amministrazione sedeva sua moglie Wendy.
La controffensiva di McCain. John Mc Cain sta cercando di accreditarsi come candidato attento all’ambiente, per marcare il più possibile la sua differenza da Bush. Essere associato agli speculatori petroliferi o al crack Enron può nuocere particolarmente alla sua immagine. Ma il candidato repubblicano non è stato fermo a guardare: prima ha lanciato la proposta di un premio di 300 milioni di dollari (”uno per ogni cittadino di questa nazione”) per chi inventerà una batteria davvero efficiente per le auto elettriche. Poi ha proposto lui stesso misure restrittive sulle operazioni finanziarie nel settore energetico. Infine ha attaccato Obama sui suoi rapporti con la lobby dell’etanolo. Secondo quanto riporta Larry Rother sul New York Times di ieri, infatti, a fare il tifo per il candidato democratico ci sono anche le industrie dei biocarburanti, in netta crescita (Usa e Brasile sono i principali produttori mondiali) specialmente negli Stati della cosiddetta Corn belt, come l’Iowa e l’Illinois, dove Obama ha ottenuto le vittorie più convincenti. E dove ha presenziato a inaugurazioni di centrali di raffinazione dell’etanolo come quella della Vera Sun Energy a Charles City, in Iowa. Secondo il giornale newyorkese, da senatore l’ afroamericano si è sempre speso a favore dei sussidi ai produttori di biocarburante americani e opposto all’importazione dell’etanolo dal Brasile. “Sostituire il petrolio importato con l’etanolo importato non aiuta l’indipendenza energetica americana” dichiarò l’anno scorso quando Bush e il presidente brasiliano Lula firmarono un accordo commerciale. Mc Cain invece innalza lo stendardo del libero mercato e della riduzione dei gas serra e propone di ridurre i dazi sul combustibile verdeoro. Che, a differenza di quello statunitense, prodotto dal mais, viene dalla canna da zucchero ed è quattro volte più efficiente. La corsa per la Casa Bianca è iniziata, la vincerà chi ha più benzina. Anzi, chi ne ha meno.
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