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Assange, l'inventore di Wikileaks (Credits: New Media Days by Flickr)
Evo Morales ha un tumore, almeno secondo il ministro della Difesa brasiliano Nelson Jobim, mentre la presidente argentina Cristina Fernández de Kirchner (sulla cui salute mentale si interrogano gli Usa) sembra gelosa perché Obama preferisce negoziare con Brasile e Cile invece che con Buenos Aires. Inoltre eccede nell’uso di botox per nascondere le rughe. Continua

(AP Photo/Carlos Espinoza)
Sono salite a 140 le scosse di assestamento rilevate dall’istituto geofisico statunitense (Usgs) in Cile dal sisma di 8.8 che ha colpito il Paese due giorni fa. L’ultima, registrata alle 07.16 ora italiana, ha avuto una magnitudo 5.1, l’epicentro è stato localizzato in mare aperto, a 155 km da Concepcion. LE FOTO
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Simulazione del NOAA di uno tsunami in Cile (Credits: hackshaven by Flickr)
Salgono di ora in ora i morti del devastante terremoto che ha colpito il Cile alle 3,34 ora locale,le 7,34 italiane. 150 quelli finora individuati ma tutto il Pacifico adesso, compresa la Polinesia, è in allerta tsunami lanciato dal NOAA Pacific Tsunami warning center statunitense [TERREMOTO - GALLERY]. Continua

Meno male che c’era Sting. Perché l’eccezionale tour sudamericano dei Police rischiava di concludersi con un bell’incidente diplomatico. Tutta colpa del batterista Stewart Copeland e delle sue dichiarazioni contro la “Presidenta” del Cile, Michelle Bachelet. “La futura presidentessa dell’Argentina andrebbe bene dopo una birra, la vostra dopo quattro”. Questa la frase compromettente sulla presunta bruttezza della cittadina numero uno del Cile, pronunciata in realtà ad ottobre ma pubblicata solo adesso proprio in occasione del tour in Sudamerica della celebre band per festeggiare il trentesimo anniversario della formazione.
Immediate le reazioni degli altri componenti del gruppo. Prima del concerto Sting in persona è intervenuto a mediare, incontrandosi con la Bachelet e con alcuni familiari delle vittime di Pinochet. Fu proprio la voce della band , del resto, nel 1987 a dedicare la canzone “They dance alone” alle madri che danzavano con le foto dei loro congiunti, scomparsi a causa della dittatura. Poi lo stesso Copeland ha inviato un biglietto alla “Presidenta”, dicendosi desolato per l’equivoco e spiegando che le sue parole erano state snaturate dal contesto. Il breve messaggio si è concluso con un invito al concerto di giovedì sera. Ma la Bachelet non era nel pubblico d’onore anche se pare abbia accettato le scuse.
Intanto i Police sono volati alla volta del Brasile. Prossimo concerto infatti in agenda è a Rio de Janeiro dove sono previsti circa 80 mila spettatori. Clausola d’obbligo: nessuna intervista alla stampa.

Michelle Bachelet la presidentessa del Cile, partirà domenica 14 ottobre per Roma dove incontrerà, oltre a Presidente della Repubblica e Premier, anche Benedetto XVI. A Panorama.it che l’ha intervistata in esclusiva, la presidenta, come tutti la chiamano a Santiago, racconta le sue battaglie (per la democrazia, la concertazione tra partiti di sinistra, la sicurezza) e le sue ricette. Dimostrando di conoscere molto bene il nostro paese…
Cominciamo dal viaggio in Italia. Che cosa rappresenta per lei il nostro Paese?
Un sentimento. E molto forte. L’Italia è stata molto solidale verso le cilene e i cileni che in momenti molto bui della nostra storia andarono a vivere là, esuli, incontrando un’accoglienza straordinaria e riuscendo a ricostruirsi una vita. Molti, compreso il ministro José Antonio Viera-Gallo, il mio attuale segretario alla Presidenza. Per questo tutti noi all’Italia dobbiamo molto.
Arriverà a Roma il 14 ottobre, proprio il giorno in cui il Partito Democratico eleggerà il suo leader. Che giudizio dà dell’esperimento del Pd?
Che c’è una somiglianza tra la nostra esperienza della Concertación e quella del Partito Democratico. La differenza è che il nostro non è solo un partito, sono quattro, ognuno con le sue relazioni politiche, le sue amicizie, i suoi affetti storici, le sue tradizioni e le sue culture differenti. Il Pd italiano, invece, vuole essere un partito in cui si fondono e spariscono gli altri. Direi che è un passo più audace rispetto al nostro… E quindi non mi resta che augurargli il miglior successo.
Torniamo in America Latina con le parole di Vargas Llosa: sinistra “carnivora” e sinistra “vegetariana”. Da un lato Chavez, Morales e Correa, dall’altro Lula, Tabaré Vasquez e lei. Si riconosce in questa divisione continentale?
In America Latina i cittadini hanno scelto il centrosinistra per avere risposte concrete sulla povertà, sulle discriminazioni – economiche, di genere, geografiche, anagrafiche, etniche - e sulla mancanza di integrazione di alcuni settori della società, penso ai contadini, agli indigeni agli esclusi delle grandi aree urbane. Certo, nella ricerca di soluzioni a questi problemi lei trova notevoli differenze. Ma non parlerei di blocchi bensì di tradizioni peculiari per ogni paese. L’obiettivo comune è lo stesso ed è grande, cambiano gli strumenti per raggiungerlo a seconda dei Paesi.
Ci fa un esempio concreto?
Il Brasile, un paese enorme, con 190 milioni di abitanti e un grande bisogno di sviluppare la sua domanda interna e la sua industria nazionale. Come pensare di usare le sue stesse ricette in Cile, un paese piccolo, con 16 milioni di abitanti e per cui l’export è un elemento centrale? Per questo dico che la cosa più importante per i progressisti è costruire - in base alle caratteristiche e specificità legislative, storiche e politiche di ciascun paese – dei governi che cerchino più equità, più prosperità, più libertà e più democrazia. Credo che combinare equità, democrazia, prosperità e libertà sia la vera sfida della sinistra moderna.
Favorevole o contraria ai Trattati di Libero Commercio (Tlc)?
C’è chi non crede ai Tlc. Ebbene, noi invece ci crediamo. Li abbiamo con l’Unione Europea, la maggior parte dei Paesi americani, il Giappone, la Cina e la Corea perché la nostra politica estera consiste nel cercare di coprire tutti gli spazi che ci sono, siano essi subregionali, regionali o globali. Per questo facciamo parte dell’Apec, siamo membri associati del Mercosur e della Can e, contemporaneamente, guardiamo con grande interesse ai paesi del Pacifico, utili per arrivare ai grandi mercati dell’Asia.
Non ci saranno blocchi ma se pensiamo alle posizioni di alcuni governi sui Tlc l’impressione è che in America Latina le divisioni siano maggiori delle comunanze…
Niente affatto. I punti in comune sono grandi e sugli obiettivi – lotta alla povertà e alle disuguaglianze – ma sugli strumenti ognuno ha la sua ricetta. Integrazione attraverso le diversità. Questo a mio avviso deve essere l’obiettivo. In America Latina nessuno è un clone dell’altro ma sui grandi temi, come quello energetico per esempio, ci battiamo per una piattaforma comune. Il Cile ha sempre visto se stesso, ieri come oggi, come un “paese ponte”, non solo geograficamente ma anche tra i differenti modi di vivere la politica progressista in America Latina.

Che significa oggi per Michelle Bachelet essere progressista?
Capire che non è possibile lo sviluppo se non c’è crescita economica. Ma che la crescita deve andare a braccetto con politiche sociali forti volte a ridurre il gap enorme tra chi ha di più e chi ha di meno. E poi intervenire su un grande tema che storicamente la sinistra non ha mai preso seriamente in considerazione, quello della sicurezza.
Il motivo?
Perché aveva una risposta meccanica che – ovviamente – oggi sappiamo non essere più valida: la delinquenza deriva dalla povertà e se lei offre opportunità a tutti la delinquenza sparisce. È vero che uno degli elementi fondamentali della sicurezza è la prevenzione e dal momento che sono pediatra so che nessuno nasce delinquente. Delinquenti si diventa.
E quindi?
E quindi noi abbiamo messo in campo una forte campagna contro l’insicurezza, mentre storicamente la sinistra riteneva questo tema quasi irrilevante. La sicurezza dei cittadini per noi è molto importante. Perché vede, il Cile che vogliamo costruire è un paese che garantisce diritti sociali a tutti ma, in realtà, non ci sono diritti né libertà se non hai la sicurezza per potere esercitare entrambi. Sicurezza e libertà, sicurezza ed equità, sicurezza e democrazia sono elementi che vanno mano nella mano…
Lo scorso 11 settembre, anniversario del golpe di Pinochet e della morte di Salvador Allende, a Santiago ci sono stati scontri molto violenti. Non è la prima volta che succede ma questa volta un carabiniere è stato ucciso. Spiega agli italiani cos’è successo?
Da 17 anni, da quando il Cile è tornato alla democrazia, l’11 settembre è stato sempre ricordato in vari modi. Le marce ci sono sempre state, come le visite alla tomba di Salvador Allende. E c’è sempre stato chi ha creato disordini. Quest’anno è successo lo stesso, ma si è aggiunta una situazione di cui hanno parlato anche i vescovi con un documento in cui hanno lanciato un appello forte: “Dobbiamo uccidere l’odio prima che l’odio avveleni e uccida l’anima del Cile”.
Cosa si è aggiunto quest’anno?
Ultimamente nella società cilena c’è qualcosa che ha fatto crescere la violenza e che è sempre più visibile. Molti degli arrestati sono ragazzi giovanissimi, piccoli gruppi di vandali che mettono a ferro e fuoco interi quartieri. Ragazzini che escono alle 4 del pomeriggio da scuola e, avendo i genitori assenti perché al lavoro, finiscono in strada, vittime dell’alcol e dei narcos che gli forniscono la droga. Inoltre le do un dato: su dieci ragazzi arrestati durante gli scontri dell’11 settembre, otto erano figli di carcerati. Per questo è nostra priorità mettere in campo delle politiche sociali forti, a cominciare dalla formazione e dall’assistenza alle famiglie a rischio…
Che le chiede di fare la gente?
La gente vuole che l’ordine pubblico sia mantenuto. Alcuni hanno addirittura chiamato la radio perché mandassi i militari in strada o che i carabinieri rispondessero al fuoco. Chiaramente ho detto di no.
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Quando era ministra della Difesa, la prima donna a ricoprire questa carica in tutta l’America Latina, la socialista Michelle Bachelet disse: “Io immagino una donna in qualsiasi posto, anche alla Moneda, perché no?”. Era il 2003 e mancavano tre anni perché lei, medico pediatra e un padre generale dell’aviazione imprigionato e morto per tortura nelle carceri del dittatore Augusto Pinochet Ugarte, riuscisse a trasformare quel “perché no?” in una certezza, diventando la prima donna presidente del Cile.
Torturata dalla polizia segreta di Pinochet nel lager di Vila Grimaldi, esule prima in Australia e poi in Germania Est, la Bachelet oggi guida il Cile attraverso la Concertación, una coalizione di quattro partiti che unisce Democrazia cristiana e Partito socialista al governo da quando il Paese è tornato alla democrazia nel 1990.
Álvaro Vargas Llosa, nel suo libro intitolato El Regreso dell’idiota, cioè il ritorno dell’idiota, ha piazzato Michelle Bachelet a pieno titolo tra i presidenti della sinistra “vegetariana”, assieme al brasiliano Lula da Silva e all’uruguaiano Tabaré Vasquez. Contrapposta a quella “carnivora” del boliviano Morales, l’ecuadoregno Correa e, naturalmente, il venezuelano Hugo Chávez.

Doveva capitare un terremoto come quello che ha colpito in questi giorni il Perù (510 morti e duemila feriti ma le cifre sono ancora, purtroppo, provvisorie) perché i paesi latinoamericani potessero capire che, se solo volessero, potrebbero diventare davvero gli United States del Sud del mondo. Il cordone di solidarietà con cui stanno circondando il paese traumatizzato dal sisma, infatti, non ha precedenti nella storia di un continente che pure conosce da sempre catastrofi naturali. E succede così che un terremoto riesca a far dimenticare le divergenze politiche, gli scontri sociali, le contraddizioni, insomma, che finora non hanno reso possibile la creazione di un mondo latino-americano coerente in tutte le sue parti.
L’emergenza del Perù del resto è alta. La Panamericana, cioè l’insieme delle strade principali che si snodano lungo la costa del Pacifico, è completamente bloccata a sud, in corrispondenza delle aree colpite. Gli aiuti per via aerea, però, costano troppo per un paese come questo dove pochi giorni prima del disastro il Ministro della Salute in persona, Carlos Vallejos, ha denunciato che circa il 25 per cento dei medicinali in commercio è adulterato o scaduto. In emergenze simili per fortuna ad intervenire è la comunità internazionale e così è stato anche in questo caso.
Le Nazioni Unite hanno stanziato un milione di dollari Usa, il governo di Washington 100mila dollari per iniziare mentre l’Unione Europea ha promesso circa un milione di euro (per inciso partecipa anche la Croce rossa italiana con 50 mila euro).
Ma stavolta la vera differenza l’ha fatta il continente latinoamericano. Aiuti stanno arrivando, infatti, da Brasile, Bolivia, Cile, Venezuela, Messico, paesi che spesso si sono trovati per ragioni politiche da parti opposte della barricata. La Bolivia ha inviato dodici tonnellate di medicinali e beni di prima necessità stanno arrivando anche dal Brasile. Dal Messico è partita la squadra speciale dei “topos”, esperta in salvataggi in condizioni estreme e persino il presidente venezuelano Hugo Chavez, in perenne polemica con il suo omologo peruviano Alan Garcia ha dato piena disponibilità a mandare soccorsi da Caracas.
Emblematico poi il caso del Cile. Prima del sisma il governo di Santiago si era scontrato con quello di Lima, colpevole di aver pubblicato per vie ufficiali una mappa dell’Oceano Pacifico che rivendicava come peruviani 5mila chilometri quadrati di acque territoriali tradizionalmente considerate territorio cileno. In seguito al terremoto la stessa Michelle Bachelet, la “presidenta” come la chiamano a Santiago, ha dichiarato di voler mettere da parte ogni dissidio politico e di essere pronta a fornire tutti gli aiuti di cui il suo omologo peruviano Alan Garcia oggi ha più che mai bisogno per far fronte all’emergenza.

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