Visualizzazione ingrandita della mappa
- Martedì 12 Agosto 2008
Leggi tutte le notizie su:
Mikhail-Saakashvili
Visualizzazione ingrandita della mappa
LEGGI ANCHE: Lo speciale Georgia - Il FORUM - Guarda la GALLERY
La guerra contro i russi sui fronti interni in Ossezia del Sud e Abkhazia ha costretto il governo georgiano a ritirare i 2.000 militari schierati in Iraq al fianco delle truppe statunitensi. Un contingente non certo simbolico come quelli che molti altri paesi, anche europei, hanno inviato a Baghdad ma addirittura il terzo dopo i 140.000 americani e i 4.000 britannici. Un impegno bellico con il quale Tblisi ha ricambiato i massicci aiuti militari americani ricevuti negli ultimi anni (equipaggiamento, elicotteri e istruttori) ma soprattutto il supporto dell’Amministrazione americano all’ingresso della Georgia nell’Alleanza Atlantica.
Le truppe georgiane sono infatti impegnate in prima linea. Una compagnia di 150 soldati presidia il Parlamento e altri edifici istituzionali nella Zona Verde di Baghdad ma gli altri due battaglioni sono schierati nelle province calde di Dyala e Wasit dove partecipano al fianco delle truppe irachene e americane alle offensive contro i miliziani di Al Qaeda e i ribelli sciiti sostenuti dall’Iran. Per consentire ai georgiani di affiancare efficacemente le truppe americane, Washington ha addestrato i battaglioni di Tblilisi che si sono avvicendati in Iraq alle tattiche di contro-guerriglia e di combattimento in ambiente urbano standard nelle forze statunitensi. Grazie a queste capacità operative acquisite sul campo i reparti georgiani sono in grado di dare filo da torcere alle truppe russe della 58esima Armata (quella che ha combattuto in Cecenia) che stanno avanzando in Ossezia del Sud e in Abkhazia.
Gli USA hanno accettato di buon grado il rientro di queste truppe e Washington ha messo a disposizione gli aerei cargo con i quali velocizzare il rimpatrio. “Stiamo aiutando le unità georgiane perchè possano completare il ridispiegamento necessario a far fronte alla attuale situazione della sicurezza” ha dichiarato a Baghdad il maggiore John Hall, portavoce del comando americano. Mille georgiani sono già rientrati e secondo il colonnello Bondo Maisuradze, comandante delle forze georgiane in Iraq, “l’operazione richiederà qualche giorno” ma è evidente che il richiamo dei 2.000 veterani dall’Iraq lascia intendete che per Tbilisi la guerra con la Russia non sarà di breve durata.
Il sostegno militare americano alla Georgia prese il via nel 2002 nell’ambito dell’operazione Enduring Freedom con l’invio di 600 Berretti Verdi per addestrare i militari di Tbilisi all’antiterrorismo. Le forze speciali USA donarono 8 elicotteri alla Georgia che ha ammodernato negli ultimi anni alcuni mezzi ereditato dall’URSS come i 7 cacciabombardieri Sukhoi 25 e gli elicotteri d’attacco Mi-24 aggiornati in Israele. Gerusalemme ha fornito inoltre molti equipaggiamenti e istruttori per le unità da ricognizione e il battaglione di forze speciali georgiano che ha ottenuto addestramento anche dagli incursori britannici. I mezzi in servizio comprendono 200 carri armati, altrettanti blindati e 110 pezzi d’artiglieria in parte di provenienza ucraina e in parte affluiti come aiuti dai paesi della Nato in vista del prossimo ingresso di Tbilisi nell’Alleanza. Tra questi 120 carri armati T-55 rimodernati da Praga e un cacciamine tedesco mentre i greci hanno donato una nave pattuglia e una motovedetta lanciamissili, quest’ultima affondata lunedì sera dalle navi russe al largo delle coste abkhaze.
Appena rientrato dal suo viaggio in Cina, George W. Bush ha rilasciato una dichiarazione sulla crisi georgiana dal Giardino delle Rose della Casa Bianca. “Quello che sta facendo il governo russo è inaccettabile”, ha detto il Presidente Usa; l’escalation del conflitto è “drammatica e brutale”; la Russia rischia di mettere in seria crisi il suo rapporto con gli Stati Uniti e l’Europa. Bush non ha però minacciato alcuna concreta ritorsione nei confronti di Mosca, che oggi - per bocca del presidente Medvedev - ha annunciato la fine dell’operazione in Georgia. Per ora, la reazione occidentale non può certo essere definita forte. Un po’ perché è ammesso da tutti che l’offensiva comandata da Vladimir Putin è stata la risposta all’attacco georgiano contro l’Ossezia Meridionale; e, poi, perché è, come sempre, la realpolitik a farla da padrone. “In effetti la risposta statunitense è stata per adesso sostanzialmente debole. Ma con Mosca, Washington deve fare i conti anche per altre crisi, come quella sul nucleare iraniano. Quindi, meglio dialogare. E poi, che misure efficaci possono prendere gli Usa? Cacciare i russi dal G8? Che senso avrebbe, se non quello di rafforzare un già potente “partito dei falchi” nell’establishment russo?”. Jonas Bernstein è l’analista di punta sull’ex Unione Sovietica del prestigioso American Foreign Policy Council. Risponde alle domande dal suo ufficio della capitale statunitense mentre dalla repubblica caucasica continuano ad arrivare le drammatiche notizie della guerra contro la Russia. Columnist del Moscow Times e del Washington Post, Bernstein lavora in uno dei think-tank vicini all’amministrazione statunitense. La sua è una visione pragmatica della situazione.
“Certo. Se i russi dovessero andare oltre il controllo dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, e decidessero di mantenere le loro truppe in Georgia, probabilmente si alzerebbe il livello della retorica da parte degli Usa e dell’Unione Europea, si inizierebbe a parlare di sanzioni.” Ma per ora, questa è una lontanissima ipotesi. In questo quadro, è quindi difficile pensare che l’annunciata missione odierna del Presidente francese Nicolas Sarkozy a Mosca e Tbilisi possa portare ad una fine delle ostilità. “A meno che… Mosca non ritenga di avere preso tutto quello che voleva” - ribadisce Bernstein. Neppure la Vecchia Europa – con il suo rapporto meno aspro con la Russia, con i suoi canali diplomatici e commerciali privilegiati – può avere qualche possibilità di mediare tra le parti nel momento in cui l’ex seconda superpotenza mondiale ha deciso di mostrare i suoi potenti muscoli. La sua volontà di tornare ad avere influenza in quella zona dell’ex impero sovietico è stata dimostrata negli ultimi giorni.
Il messaggio lanciato è chiaro: nessuno può mandarci via di qui. Da luoghi che una volta erano parte integrante dell’Urss e che poi, dopo la sua scomparsa, sono rimasti per anni “cortile di casa” di Mosca, la quale controllava e condizionava il destino dell’area caucasica anche attraverso le sue basi militari. Un messaggio indirizzato a chi – l’attuale dirigenza georgiana e la Casa Bianca – voleva l’entrata di Tbilisi nella Nato per contenere la rinascente potenza russa. “E’ un progetto che a questo punto sembra avere pochissime possibilità di riuscita”, dice l’analista. Una strategia che contempla(va) anche la questione dell’energia. Tema che si intravvede sullo sfondo di questo conflitto. ”Assolutamente sì - conferma Jonas Bernstein - Nessuno vuole rimanere escluso da una zona dalla quale transitano le più importanti pipe-lines che trasportano il gas e il petrolio dai giacimenti dell’Azerbaijan e del Kazakhstan verso l’Occidente”. E’ il Grande Gioco, che vede come confini del palcoscenico su cui viene rappresentato, a sud, l’Afghanistan, a est, le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale e, infine, a nord ovest il Caucaso. Non è un caso che nel decennio di decadenza della forza del Cremlino, gli Stati Uniti, ma anche altri attori, abbiano cercato di “soffiarle in posto” in quella importantissima area. Chi ha permesso Mosca di mantenere un presidio in quella regione sono state le popolazioni di origine russa che la politica etnica, soprattutto di Stalin, aveva collocato strategicamente nelle diverse zone dell’impero sovietico. E’ stata il punto di forza del Cremlino. E, ora che i suoi muscoli sono tornati potenti, nessuno può più fare i conti senza l’Orso Russo.
LEGGI ANCHE: Lo speciale Georgia - Il FORUM - Guarda la GALLERY
L’Orso Russo vuole mangiarsi un pezzo della Piccola Georgia. Con il passare dei giorni, gli obiettivi del piano militare di Mosca sembrano essere sempre più chiari. L’Armata ex sovietica non si accontenta di mettere sotto il suo completo controllo l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, le due repubbliche secessioniste all’interno del territorio georgiano, ma vuole la conquista di Gori, la città natale di Josif Vissarionovic Dzugasvili, in arte Stalin, uno dei punti strategici più importanti del Paese. I tank russi sono alle porte della città e la popolazione, dopo due giorni di bombardamenti, è stata evacuata.
L’assedio di Gori
“Controllare Gori vuole dire fare scacco matto – dice Zviad Pochkhua, caporedattore del quotidiano in lingua inglese Georgian Times e presidente dell’Associazione dei Giornalisti Georgiani Indipendenti – È il perno. Per spostarsi da ovest a est, ma anche da sud a nord, è indispensabile passare di lì. Attraverso Gori scorre l’autostrada che collega il porto di Poti, sul Mar Nero con la capitale e poi con l’Armenia, e l’Azerbaijan. Prenderla significa, quindi, tagliare in due il paese e isolare Tbilisi”.
Sarebbe un colpo quasi mortale. Non solo dal punto di vista militare, ma anche politico. Il giornalista georgiano, nel suo fluente inglese, spiega infatti che i russi potrebbero dettare le loro condizioni e chiedere che il Presidente Mikhail Saakashvili si faccia da parte. “Non penso che Dmitri Medvedev e Vladimir Putin vogliano far avanzare le loro truppe oltre Gori, ma sono sicuro che, ora, i due hanno intenzione di fare cadere il nostro governo. Per gettare completamente nel caos il paese. Sotto il tiro dei cannoni di Mosca, il nostro presidente potrebbe essere costretto a dare le dimissioni. I russi allora potrebbero cercare di condizionare la situazione politica a Tbilisi, cercando di fare tornare in auge i loro uomini come Igor Giorgadze, l’ex capo del Kgb nella zona”. Questi però sono scenari futuribili: “Sì, per ora – precisa Zviad Pochkhua – la popolazione georgiana è molto unita attorno a Saakashvili, anche se e i russi dovessero, come probabile, occupare una vasta fetta del territorio georgiano”.
Il conflitto russo-georgiano: il servizio di Al Jazeera
Nonostante ci sia ancora qualche sporadica resistenza, l’Armata Russa ha quasi completamente occupato l’Ossezia del Sud. Mosca ha poi deciso di inviare 9000 soldati sul secondo fronte di guerra, l’Abkhazia. Dopo aver preso Gori e dopo aver “ripulito” dalla presenza di soldati georgiani la zona di Zugdidi, a sud dell’enclave separatista, i russi arriverebbero a controllare metà del paese. In questa situazione, il sogno di un’adesione alla Nato di Saakashvili - se sopravviverà politicamente alla crisi – sembra essere destinato irrimediabilmente a sfumare. Si tornerebbe indietro di un decennio, spiega il caporedattore di Georgian Times, “con i russi in grado di influenzare il destino della piccola, ma importantissima (dal punto di vista geostrategico) nazione caucasica.

L’attacco sferrato questa notte dalle forze armate di Tbilisi contro la repubblica secessionista e filomoscovita dell’Ossezia del sud rischia di scatenare una guerra su più vasta scala. Le postazioni degli insorti nella provincia autonoma sono state bombardate all’alba dai caccia georgiani e secondo il governo di Tbilisi, dopo i raid aerei, la Georgia è stata a sua volta attaccata da almeno tre Sukhoi-24 russi che hanno sganciato bombe in prossimità del villaggio di Kareli. In un appello televisivo alla nazione, Mikhail Saakashvili, il presidente georgiano filoccidentale, ha ordinato la mobilitazione generale e affermato che la maggior parte del territorio sudosseto è ormai sotto il controllo georgiano.
Da Pechino, dove è andato per la cerimonia di apertura dei giochi olimpici, il primo ministro russo Vladimir Putin ha minacciato una ritorsione immediata, mentre il presidente Dmitri Medvedev ha convocato a Mosca una riunione di emergenza del consiglio nazionale di sicurezza. Che però non è riuscita ad accordarsi su un emendamento che chiedesse a entrambe le parti di rinunciare
alla forza. I corrispondenti delle agenzie russe dalla capitale sudosseta Tskhinvali parlano di decine di morti fra la popolazione civile. Su richiesta della Russia, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha tenuto una seduta straordinaria notturna per fare il punto sulla crisi, ma non è riuscito a concordare una dichiarazione congiunta sul cessate il fuoco a causa dell’opposizione di Usa e Gran Bretagna, alleati di Saakashvili.
Tbilisi: il presidente georgiano Mikhail Saakashvili
Di Matteo Buffolo
Visti i risultati delle elezioni, il presidente della Georgia, il filo-occidentale Mikhail Saakashvili, ha sicuramente tirato un sospiro di sollievo. Dopo la conferma alle presidenziali in gennaio, infatti, le consultazioni amministrative che si sono tenute il 20 maggio rappresentavano uno scoglio importante per il suo partito. Ieri, però, le nuvole si sono diradate sul governo di Tbilisi quando la Commissione elettorale centrale ha annunciato i primi risultati. Risultati che, tuttavia, sono stati subito contestati dall’opposizione, che parla di brogli e minaccia la più grande per questa consultazione elettorale, mentre per ora l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa) non si è ancora pronunciata a riguardo.
“In Abkhazia (la regione separatista filorussa teatro di scontri diplomatici con Mosca nelle scorse settimane n.d.r.) i soldati hanno sparato su alcuni autobus di civili per cercare di impedire loro di recarsi alle urne - ha detto David Bakradze, ex ministro degli esteri molto vicino a Saakashvili - Per fortuna gli elettori sono riusciti a raggiungere la città di Zugdidi, dove hanno potuto votare”.
Ingresso nella Nato. Questo risultato permetterà alla Georgia di gestire più agevolmente le pressioni russe, anche se allo scorso summit Nato a Bucarest il suo ingresso nell’Alleanza Atlantica è stato per ora rifiutato, nonostante il deciso supporto del presidente degli Stati Uniti George Bush. Per Saakashvili, salito al potere con la “Rivoluzione delle rose” nel 2003, la sfida è riuscire a mantenere salda la presa su Abkhazia e Sud Ossetia, le due regioni separatiste fomentate da Mosca, tenendo al tempo stesso saldo il timone verso la democrazia.
“E queste elezioni - ha dichiarato Giga Bokeria, uno dei più importanti membri del Movimento di unità nazionale, il partito del Presidente - sono un passo importante. Ci aiuteranno a ricostruire il supporto internazionale nei nostri confronti”. Un supporto che sembra indispensabile per fermare le minacce sovietiche.

Mikhail Saakashvili, eroe della ‘rivoluzione delle rose’ del 2003, continuerà a guidare la Georgia per i prossimi cinque anni: dopo una estenuante altalena durata ben oltre le 24 ore, il presidente della commissione elettorale centrale Levan Tarkhnishvili ha annunciato che il presidente uscente ha ottenuto il 52,8% dei voti nelle elezioni presidenziali anticipate di domenica.
Saakashvili evita così la necessità di un ballottaggio col rivale più accreditato, il candidato unico delle opposizioni Levan Gaceciladze: ma l’opposizione non sembra accontentarsi del pronunciamento di una commissione elettorale che considera vassalla del potere in carica e chiede il riconteggio di circa 100 mila schede. Già nella notte fra sabato e domenica, quando il presidente in pectore aveva festeggiato in base a un exit poll che lo vedeva vincente, i candidati rivali avevano gridato ai brogli e tirato fuori loro analisi su un inevitabile ballottaggio. E oggi gli oppositori sono scesi in piazza per sottolineare, al momento in modo pacifico, che non intendono lasciare mano libera a quello che definiscono un dittatore. A Tbilisi, una folla di 10.000 persone ha sfidato il gelo per manifestare il suo sostegno ai rivali di un presidente il cui carisma e’ rimasto gravemente danneggiato dalla dura reazione alle manifestazioni antigovernative del 7 novembre, culminate in una violenta repressione, una lunga serie di arresti, la proclamazione dello stato di emergenza e la chiusura delle emittenti scomode.
Gli osservatori occidentali hanno concesso con maggiore o minore entusiasmo il loro avallo alla correttezza della consultazione, “in linea - si legge in un comunicato emesso a scrutinio ancora iniziale - con le raccomandazioni e gli standard delle elezioni democratiche”. Ma se l’americano Alcee Hastings, leader della delegazione dell’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), ha parlato di un “passo trionfale” per la giovane democrazia georgiana, il rappresentante dell’Odihr - l’ufficio di monitoraggio dell’Osce - Dieter Boden ha citato “intimidazioni” durante la campagna e irregolarità da valutare nelle sedi opportune, rimandando a febbraio il giudizio finale.
Quanto al capo delegazione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Matias Eorsi, pur plaudendo alla “risposta democratica e alla soluzione pacifica” data alla “preoccupante crisi” di novembre, ha invitato “tutti a rispettare le regole del gioco e la costituzione”. Le violazioni “dovranno venire non solo lette, ma studiate, perché non si verifichino più. E’ un imperativo per il futuro della democrazia georgiana”.

Più diplomatica, ma altrettanto critica, la rappresentante del Parlamento europeo Marie Anne Isler Begun, che ha plaudito alla “possibilita’ per i georgiani di scegliere liberamente”, ma ha invitato a tenere conto anche della richiesta, sponsorizzata dalle opposizioni, di elezioni legislative in primavera.
Saakashvili resta il beniamino dell’Occidente, ma nel ruolo di sorvegliato speciale. Il presidente georgiano deve fare poi i conti in patria con un crollo verticale di consensi, paragonando il risultato attuale con il 96% dei voti ottenuto nel 2004. Non ha pagato presso gran parte dell’elettorato una politica economica aggressivamente liberista che piace all’estero, ma ha alti costi sociali e ha finito per creare - come nella Russia vituperata dal presidente georgiano - una classe di ‘oligarchi’ privilegiati a fronte di una larga fetta di popolazione ridotta alla pura sussistenza.
Il nuovo governo georgiano dovrà tenere conto del rischioso scivolone, e dedicare probabilmente piu’ attenzione ai finora disertati campi del welfare e dell’occupazione. A seconda delle fonti, si calcola che fra il 30% e il 50% della popolazione attiva sia senza lavoro, e l’emigrazione e’ diventata un fenomeno di massa.
In questo quadro, e’ stato perso di vista il referendum sull’adesione alla Nato, che la commissione centrale elettorale prendera’ in considerazione solo dopo il completamento dei conteggi sulla presidenza. Stando ad alcuni exit poll, anziché il plebiscito del 90% pronosticato dai sondaggi, il sì ha vinto, ma solo con il 60%. La geopolitica, ha constatato l’Ansa in interviste con i cittadini di Tbilisi - dove peraltro Saakashvili avrebbe ottenuto il risultato peggiore - non è certo la vera preoccupazione di una popolazione che stenta a trovare lavoro e quando ci riesce deve accontentarsi di salari minimi e condizioni arbitrarie.

Ancora tre giorni per convincere gli elettori, soprattutto quella percentuale di indecisi che i sondaggi calcolano intorno al 25% : sono ormai allo sprint finale i sei candidati che si contenderanno la vittoria nelle elezioni presidenziali anticipate del 5 gennaio in Georgia. E gli elettori sono chiamati a pronunciarsi anche su un quesito puramente accademico sul piano giuridico, ma fortemente simbolico su quello politico: l’adesione alla Nato, vista come fumo negli occhi dal potente vicino russo, che dalla rivoluzione delle rose del 2003 e dall’ascesa al potere del filo-occidentale Mikhail Saakashvili ha toccato il punto più basso nelle relazioni bilaterali, comunque sempre difficili dopo il crollo dell’Urss.
Sull’esito del referendum per l’ingresso nell’Alleanza atlantica - che non avrà effetti pratici immediati - c’è poca suspence. Secondo i più recenti sondaggi, quasi il 90% dei georgiani è favorevole. Meno scontata, anche se largamente data per probabile, è la riconferma di Saakashvili: i giornali governativi e anche qualche testata indipendente danno al protagonista della rivoluzione delle rose un 40% di preferenze, in nome di una sospirata stabilita’. Ma non tutti concordano, e qualche media locale vede anzi in vantaggio il campione delle opposizioni unite, l’imprenditore Levan Gaceciladze. L’ipotesi di un ballottaggio dall’esito incerto rimane in piedi.
Il ‘ragazzo d’oro’ della svolta a Occidente vede la sua immagine molto offuscata da quel lontano 2003 nel quale si presentava, con una rosa in mano, al palazzo del potere e otteneva nelle presidenziali del 2004 il 96% dei voti. Scandali, omicidi eccellenti, una corruzione comunque persistente nonostante le numerose campagne avviate, una classe di ‘oligarchi’ che non ha nulla da invidiare a quella russa, una distribuzione delle ricchezze che lascia al margine i più, e soprattutto lo scivolone autoritaristico con cui in novembre Saakashvili ha decretato lo stato di emergenza contro un’ondata di manifestazioni a lui ostili hanno tolto molto fascino al personaggio.
La veloce marcia indietro, con la proclamazione delle presidenziali anticipate, e il dignitoso farsi da parte lasciando l’interim presidenziale al capo del parlamento Nino Burdzhanadze, sono stati interpretati dai piu’ come un ossequio alle strigliate del dipartimento di stato americano, che aveva inviato a Tbilisi un suo emissario per ricondurre il ‘pupillo’ Saakashvili alla ragione. L’apparato amministrativo, sostiene l’opposizione, e’ ancora saldamente in mano al presidente uscente, e la campagna elettorale ne risulta squilibrata. In circa 30.000 sabato sono scesi in piazza per protestare preventivamente contro i brogli. A monitorare la correttezza del voto nei 3.4000 seggi allestiti in tutto il paese e’ peraltro arrivata una nutrita delegazione di osservatori internazionali: circa 1.000 fra i rappresentanti del Consiglio d’Europa, dell’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa (Osce), dell’Unione europea (Ue)e della Csi (Comunita’ di stati indipendenti) , ai quali si sono aggiunti singoli rappresentanti da Europa, Usa e Asia.
Gli ultimi commenti