
Sulla Georgia, dopo la guerra con la Russia della scorsa estate, si sta addensando una nuova tempesta che, seppur più lieve, rischia di sconvolgere gli equilibri del Paese caucasico. Lo scontro fra il presidente Mikheil Saakashvili e l’opposizione, infatti, è giunto a un nuovo scontro e 13 partiti di minoranza vogliono portare 100mila persone nelle strade di Tbilisi a manifestare contro il leader uscito dalla “Rivoluzione delle rose”.
Il motivo? Saakashvili avrebbe tradito proprio le promesse di quella rivoluzione, che lo ha portato al potere nel 2003 e starebbe costruendo - secondo i suoi oppositori - una dittatura personale che ha portato un impoverimento di massa nel Paese. Se l’opposizione riuscirà nel suo intendo, si saprà soltanto fra qualche giorno, quando i risultati di questa sfilata con decine di migliaia di cittadini avrà spiegato i suoi frutti; di certo, sarà la più grande dimostrazione di piazza da quando sei anni fa l’ex presidente Eduard Shevardnadze fu costretto a dimettersi proprio dalla pressione di Saakashvili e dei suoi sostenitori. Tuttavia, per quanto unita dal risentimento contro il leader filo-americano, l’opposizione si presenta a questo appuntamento profondamente spaccata su obiettivi e tattiche per raggiungerli, mentre Saakashvili si trincea dietro i 4 anni di mandato presidenziale che gli restano, nonostante la decisione di scendere in guerra contro la Russia ne abbia fortemente indebilito il supporto.
“È una lotta di potere - ha spiegato Alexander Rondeli, presidente della Fondazione georgiana per gli studi strategici e internazionali - Da quando è stato eletto nel 2003 Saakashvili, col suo fare arrogante e ambizioso, ha iniziato riforme radicali che la società ha fatto fatica a metabolizzare”. Al punto che, contro di lui, si sono schierati non solo i nemici di un tempo, ma anche tanti ex alleati che si sono messi alla testa dei manifestanti che oggi hanno marciato contro il presidente: fra loro l’ex ministro degli Esteri, Salome Zourabichvili, quello della Difesa, Irakli Okruashvili e anche l’ex speaker del parmento Nino Burjanadze. “Siamo qui perché dobbiamo esserci - ha ditto Levan Gachechildaze, uno dei leader dell’opposizione - Siamo qui e staremo fino alla fine, perché Saakashvili se ne deve andare”. Un’opinione condivisa anche da Irakli Alasania, ex ambasciatorre all’Onu che ha rotto con il Presidente subito dopo la guerra della scorsa estate.
Ma nonostante la sua base elettorale sia stata pesantemente erosa dalla scorsa primavera e la situazione si sia fatta peggiore da settembre in poi, in concomitanza con la crisi internazionale, Saakashvili non sembra intenzionato a mollare. E difficilmente riusciranno a spingerlo alle dimissioni, sembrano convinti gli analisti internazionali. È ancora saldo in sella e se non commetterà l’errore di usare la polizia contro i manifestanti, come fece nel 2007, difficilmente si tornerà a votare”.
Georgia: Ossezia del Sud chiede tregua
Il presidente georgiano Mikhail Saakashvili ha firmato il piano di pace proposto dal presidente francese e capo di turno della Unione Europea, Nicolas Sarkozy, per porre fine al conflitto russo-georgiano nato dopo i tentativi indipendentisti dell’Ossezia del sud. L’accordo era già stato visionato dal leader russo Dmitri Medvedev. L’obiettivo più urgente oggi è il ritiro delle forze russe dalla Georgia: lo ha detto il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice a Tbilisi in una conferenza stampa congiunta con il presidente georgiano Mikhail Saakhasvili rilanciata dalle tv internazionali.
Stop alle operazioni militari in Georgia: è l’ordine dato dal leader del Cremlino Dmitri Medvedev. Che ha accettato un accordo in sei punti proposto dal presidente francese Nicolas Sarkozy per risolvere la crisi. Ora bisogna attendere la risposta di Tbilisi. Una svolta dopo cinque giorni di ostilità nel conflitto militare legato alle due regioni separatiste dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia. Medvedev ha però sottolineato che “le truppe di pace russe rispetteranno e continueranno a rispettare le loro funzioni nel Caucaso”. Il leader russo è inoltre tornato a insistere sulla necessità di portare dinanzi al Tribunale penale internazionale il presidente georgiano, Mikheil Saakashvili.
Tbilisi riferisce che diversi villaggi georgiani continuano a essere bombardati. E il segretario di Stato Usa Condoleeza Rice ha intimato alla Russia di “fermare immediatamente e effettivamente” le operazioni militari. Si delinea intanto la dimensione della catastrofe umanitaria: secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) sono almeno 100mila gli sfollati.
Se sulle strade della Georgia avanzano le truppe di Mosca, l’assedio è già una morsa su internet: non sono raggiungibili i siti di istituzioni, forze dell’ordine, giornali, banche. Il ministero degli Esteri è stato costretto ad aprire un blog e a chiedere “ospitalità” online al presidente polacco Lech Kaczynski. E il capo di Stato georgiano, Mikheil Saakashvili, è riuscito a mettere in salvo il suo spazio su internet - già preso di mira lo scorso luglio - attraverso un server negli Stati Uniti. Altri siti web governativi sono ormai irraggiungibili da ore. La guerra psicologia per piegare la resistenza di Tbilisi comincia anche da qui.
A controllare le pedine dell’invasione elettronica sarebbe proprio la Russia. Il principale indiziato, secondo la maggior parte degli analisti di sicurezza informatica, è un gruppo di cybercriminali chiamato Russian business network: gli hacker sfruttano reti di computer connessi a internet (e “catturati” all’insaputa degli utenti) per lanciare campagne di spam e phishing (come Storm worm). Ma questa volta hanno utilizzato la loro potente rete clandestina di computer per travolgere i siti georgiani con grandi quantità di dati, rendendoli di fatto irraggiungibili. Semplificando, è come se migliaia di persone volessero entrare contemporaneamente in un piccolo negozio. Per gli esperti, insomma, si tratta di un Ddos, distributed denial of service.
Un edificio in fiamme in Georgia
Ma l’affondo lanciato contro la Georgia rivela anche un salto di qualità. Le liste di obiettivi (dal Parlamento di Tbilisi ai principali spazi d’informazione online) sono state pubblicate online nei forum russi di hackers professionisti e giovani pirati informatici (script kiddies). Alcuni hanno perfino diffuso software che consentono anche ai non esperti di partecipare all’offensiva “virtuale”, semplicemente mettendo a disposizione la potenza di calcolo del proprio computer. Un salto di qualità che, di fatto, dimostra una sorta di “outsourcing” della pirateria online, alimentata dall’ideologia nazionalista. Se l’intensità degli attacchi contro bersagli scelti in Georgia sembra in crescita, come rilevano le analisi in tempo reale di Arbor Networks, non è ancora chiara la vastità di un’offensiva che, per gli analisti americani di Rbnexploit, potrebbe intensificarsi nelle prossime ore.
L’Estonia ha subito offerto supporto tecnico alla Georgia: l’anno scorso la Repubblica baltica è stata colpita in modo simile dopo aver rimosso la statua di bronzo di un soldato sovietico. Per quasi un mese Tallin è stata bersagliata da un Ddos attribuito alla Russia: i portali web degli istituti di credito sono stati irraggiungibili in una nazione in cui il 94% delle transazioni bancarie avviene online.
Internet si dimostra una porta d’accesso vulnerabile, ma grazie alla rete arrivano testimonianze in diretta del conflitto: un ragazzo con il nickname “hanspoldoja” sta pubblicando su Flickr fotografie che mostrano le abitazioni devastate e i feriti di una Georgia sotto il tiro dei soldati di Mosca. E in poche ore la petizione online “Stop Russia” ha raccolto 14mila firme: al momento, però, il sito è irraggiungibile.
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