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Moqtada-al-Sadr

Epa/Khider Abbas
No all’America! è lo slogan incendiario che sabato scorso il leader radicale sciita Moqtada al-Sadr ha alternato alle promesse di moderazione, nel suo primo
discorso pubblico
al ritorno dall’esilio volontario in Iran. Se da una parte ha invitato gli iracheni a resistere all’occupazione, dall’altra ha precisato che la battaglia contro le forze straniere sarà anzitutto “culturale”.
Per rassicurare sunniti e cristiani, l’enigmatico Al-Sadr ha promesso che “la nostra mano non toccherà nessun iracheno” perché “siamo un unico popolo, non siamo d’accordo con i gruppi che compiono stragi”.
Continua
C’è anche un cittadino italiano di origine irachena, che lavorava per il Dipartimento della Difesa americano, tra le vittime di un attentato a Sadr City, quartiere sciita di Baghdad in mano alle truppe dell’imam Moqtada al Sadr, in cui hanno perso la vita stamane anche due soldati, due civili statunitensi e sei iracheni. L’esplosione, che ha causato anche il ferimento di dieci altri cittadini iracheni, è avvenuta nell’ufficio del vice responsabile della sede municipale, probabilmente l’obiettivo designato dei terroristi. Sempre stamani, il responsabile del consiglio municipale del quartiere meridionale di Abu Dishir di Baghdad, rapito ieri, è stato ritrovato cadavere. Non esiste un conteggio aggiornato dei funzionari municipali uccisi negli ultimi tempi in Iraq, ma dal marzo 2003 al luglio 2007 - secondo gli ultimi dati - sono stati almeno 250. “Le milizie sciite temono i progressi e hanno paura del potere della popolazione” ha detto il colonnello americano John Digiambattista. Parole che riflettono la tensione crescente in vista delle elezioni provinciali che si svolgeranno in tutto il Paese ad Ottobre e che sono considerate cruciali per rafforzarne la stabilità politica del Paese.

A Nassiryah, la città dell’Iraq meridionale che per tre anni e mezzo è stata presidiata dal contingente militare italiano, sono gli estremisti sciiti dell’esercito de Mahdi dell’imam Moqtada al Sadr a farla da padroni. Nonostante vi sia un governatore fedele al governo di Baghdad del premier Nouri al Maliki la presenza dei miliziani estremisti sciiti sostenuti dall’Iran costituisce da anni una minaccia per la stabilità della città. Gli italiani non li hanno mai cacciati dal quartiere di Sabiah, loro roccaforte appena a nord dei ponti sul fiume Eufrate che furono teatro di tre battaglie contro il contingente Antica Babilonia nella primavera-estate 2004.
I miliziani terrorizzano la città e cercano di imporre la legge islamica come mostra questo filmato nel quale viene data la caccia ai commercianti sospettati di vendere alcool nei mercati della città. Il video mostra l’imam Aws al-Khafaji (il leader dei sadristi a Nassiryah che proclamò la guerra santa contro gli italiani) che in un comizio si scaglia contro i vizi e il commercio di alcool, la preparazione del raid condotto dai guerriglieri che si muovono armati su alcuni pick-up e girano indisturbati per la città prima di entrare in un mercato e catturare alcuni sospetti. Il tutto senza che la polizia, addestrata dai nostri carabinieri, intervenga.
Ecco il video
Quale sia il peso dei miliziani di Sadr è emerso a fine marzo quando l’esercito del Mahdi ha scatenato un’insurrezione in tutto il sud e nel quartiere sciita di Baghdad, Sadr City. Benché gli scontri più violenti si siano registrati a Bassora, il 28 marzo i miliziani hanno assunto il controllo del centro di Nassiryah mantenendolo per alcuni giorni durante i quali negli scontri sono state uccise almeno 15 persone tra le quali 8 agenti di polizia.

Chiamato a deporre di fronte a una commissione del Senato a Washington, il comandante delle forze americane a Baghdad, David Petraeus, ha esortato (guarda il video) il Parlamento Usa a non affrettare il ritiro dall’Iraq: “La situazione sul terreno è sì migliorata rispetto a settembre” ma non “in modo omogeneo” in tutto l’Iraq e i progressi registrati sono ancora troppo “fragili e reversibili come hanno dimostrato gli eventi delle ultime due settimane” per giustificare un’ulteriore riduzione delle truppe.
Al rientro di circa 20 mila soldati dal fronte entro luglio (su un totale di 158 mila) deve quindi fare seguito, secondo il generale, “un periodo di pausa di 45 giorni” prima di decidere ulteriori riduzioni del contingente americano. Petraeus, contestato nell’audizione da alcuni pacifisti che indossavano l’hijab nero, avevano il viso truccato di un bianco cadaverico e le mani imbrattate di rosso sangue, è apparso preoccupato soprattutto per il ruolo giocato dall’Iran e dalle milizie sciite radicali capeggiate da Moqtada al Sadr, mentre il numero dei miliziani vicino ad Al Qaeda, ha dichiarato con soddisfazione, è “stato significativamente ridotto”, anche se non azzerato.
Quando il ritiro delle truppe?
Contro Petraeus si è scagliata non solo la pattuglia pacifista ma anche il senatore democratico Carl Levin, del Michigan, che ha definito senza mezzi termini la strategia di Petraeus come “un piano di guerra senza exit strategy“. Al suo fianco si è invece subito schierato John Mccain, che ha ribadito di “vedere genuine prospettive di un successo” in Iraq, che potrebbe essere minato da un ritiro troppo affrettato delle truppe. Un chiaro riferimento alle posizioni di Hillary e Obama, tutt’e due favorevoli ad accelerare, anche se con alcuni distinguo, il piano di ritiro.
Il presidente americano George Bush annuncerà giovedì in un discorso televisivo le sue decisioni sul livello di truppe in Iraq in un discorso di circa venti minuti. Tutto lascia pensare che seguirà il giudizio dato oggi al Congresso dal generale Petraeus e che, dopo la fine del ritiro dei 20 mila uomini a luglio, non darà seguito a un ulteriore riduzione delle truppe.
Il sostegno di John McCain
La reazione di Obama

V anno della guerra in Iraq: guarda la GALLERY
Sta scivolando fra le mille notizie di scontri e attentati che da cinque anni segnano le cronache, sempre più stanche, dall’Iraq. Ma da tre giorni a Bassora (la terza città del Paese, porto e terminale petrolifero super-strategico) si sta combattendo una battaglia cruciale: il presidente iracheno Nouri al-Maliki martedì ha lanciato all’attacco migliaia di uomini per riprendere pieno controllo della regione (2,5 milioni di abitanti) che, dopo il ritiro delle truppe britanniche nel dicembre scorso, era via via finita sotto il controllo dei fondamentalisti sciiti finanziati e appoggiati dall’Iran. Un’operazione militare in grande stile, molto pubblicizzata come “una grande campagna condotta esclusivamente dall’esercito iracheno”. Bene, dopo tre giorni di aspri combattimenti (il numero delle vittime resta segreto) l’Esercito di al-Maliki non guadagna terreno e oggi il presidente è stato costretto a chiedere l’intervento degli aerei americani. Oltre che sul concetto di operazione esclusivamente irachena, al-Maliki ha dovuto fare marcia indietro anche sull’ultimatum lanciato alla vigilia dell’attacco: aveva dato tempo ai ribelli fino a domenica per deporre le armi, oggi ha spostato la data all’8 aprile, promettendo denaro a chi consegnerà le armi.
Ma più che la battaglia in sé, quello che preoccupa è soprattutto la possibilità di un’escaltion dello scontro tra gli sciiti iracheni. Il sito Debka, vicino all’intelligence israeliana, riporta sollevazioni in tutto il Sud: il centro di Nassirya sarebbe già nelle mani delle milizie fondamentaliste e sarebbero in corso scontri nelle città di Kut, Hilla, Kerbala, Amara, Diwaniya. Di certo la situazione è critica a Baghdad, dove ieri sera è stato dichiarato un coprifuoco di tre giorni. Il grande quartiere sciita di Sadr city è in subbuglio, si odono spari per le strade e l’ambasciata Usa (all’interno della ultraprotetta Zona Verde) ha ordinato a tutti i dipendenti di restare per quanto possibile all’interno dei bunker e di indossare sempre elmetto e giubbotto antiproiettile.
Lo scoppio di una guerra aperta tra sciiti moderati (che fanno riferimento al presidente) e sciiti fondamentalisti (l’Esercito del Mahdi di Moqtada al-Sadr e le brigate Quds) renderebbe ancora più caotica una guerra civile che finora veniva semplificata nello scontro fra gli sciiti della nuova leadership emersa dopo la guerra del 2003, e i sunniti dell’ex regime di Saddam Hussein.
La battaglia di Bassora viene considerata da molti analisti come “una scommessa in cui al-Maliki vince o perde tutto”: ieri sera George W. Bush non ha fatto mancare il suo appoggio, elogiando pubblicamente il presidente iracheno (”sta riportando il paese alla normalità”). Quasi contemporaneamente il leader fondamentalista Moqtada al-Sadr ha chiesto una soluzione politica della crisi: per oggi pomeriggio è convocata, sotto coprifuoco, una riunione straordinaria del parlamento iracheno.
Bassora: il servizio della Bbc

Le perdite americane in Iraq hanno raggiunto le 4.000 unità. Una cifra simbolica alla quale si aggiungono 308 soldati uccisi tra i contingenti alleati (inclusi 175 britannici e 33 italiani) e almeno 8.000 militari e poliziotti iracheni. Al di là dell’impatto sociale e politico delle perdite sui vari Paesi, queste cifre sono in realtà sostenibili sul piano militare ed equivalgono in media a meno di mille caduti all’anno dei quali circa il 20 per cento (per un totale di 737) è stato vittima di incidenti o di cause diverse dal fuoco nemico.
Per tre anni, tra il 2004 e il 2006, il peso dei caduti americani (il 97% dei quali è morto dopo la presa di Baghdad) risultava ingigantito dall’assenza di una strategia che sembrasse in grado di conseguire la vittoria contro una guerriglia costruita attorno all’alleanza tra nazionalisti sunniti e mujaheddin legati ad Al Qaeda. La situazione è cambiata negli ultimi dodici mesi con il comando delle operazioni affidato al generale David Petraeus che ha utilizzato al meglio i rinforzi, pacificando la provincia di Al Anbar (dove sono stati uccisi il 32% dei soldati americani) e portando dalla propria parte le milizie tribali sunnite. La “Dottrina Petraeus” (qui il reportage del Time a firma di Joe Klein) ha permesso di mettere all’angolo Al Qaeda, le cui milizie oggi sono relegate per lo più nell’area di Mosul e sempre più impopolari anche tra i “resistenti” iracheni.
Il video-servizio Ansa
Dall’inizio dell’anno le perdite americane sono state di 96 soldati contro i 280 del primo trimestre del 2007 mentre le cause di morte sono quasi esclusivamente bombe stradali e attentati suicidi, a conferma che le capacità degli insorti sono limitate alle azioni terroristiche. Prudenti le valutazioni degli esperti militari che evidenziano la necessità di consolidare il miglioramento della situazione sul terreno. Per questo il Pentagono ha chiesto alla Casa Bianca di rallentare i piani per la riduzione delle truppe in Iraq che dovrebbero scendere a 130.000 in estate.
Il comando Usa a Baghdad considera oggi che i principali avversari siano le milizie sciite filo-iraniane dell’Esercito del Mahdi guidato da Moqatada al Sadr, responsabili della pioggia di razzi che il giorno di Pasqua ha ucciso 12 civili nella “Zona Verde” di Baghdad e che in queste ore stanno impegnando le truppe governative irachene a Bassora.
I successi conseguiti da Petraeus hanno contribuito a ridurre l’impatto del
conflitto sulla campagna presidenziale americana e oggi neppure Barack Obama
e Hillary Clinton parlano di ritiro immediato delle truppe dall’Iraq.
Il video-servizio (in inglese) di Reuters

Forse è eccessivo chiamarlo ritiro ma certo l’abbandono dell’ultima base a Bassora indica un disimpegno dei militari britannici dalla seconda città irachena che rischia di creare seri problemi al governo di Baghdad e alle forze statunitensi. Le truppe britanniche hanno infatti completato stamattina il ritiro dall’ultima loro base in città situata all’interno di una residenza di Saddam Hussein sullo Shatt el Arab. Il controllo del Palazzo è passato all’esercito iracheno mentre i 500 soldati britannici del 4° Battaglione Fucilieri che lo presidiavano si è trasferito alla base che Londra mantiene all’aeroporto, a 20 chilometri dalla città, da dove verrà rimpatriato. Il primo ministro Gordon Brown ha sottolineato che il ritiro “era da tempo pianificato” e che nel sud dell’Iraq le truppe britanniche stanno assumendo progressivamente “un ruolo di supervisione” lasciando all’esercito iracheno la gestione della sicurezza anche se i 5.000 soldati inglesi che restano basati all’aeroporto mantengono la capacità di intervento in città. La situazione della sicurezza a Bassora è però costantemente peggiorata negli ultimi mesi a causa dei feroci scontri tra le milizie sciite, mentre ai guerriglieri filo-iraniani dell’esercito del Mahdi sono da attribuire i numerosi attacchi contro la base britannica sullo Shatt el Arab, 300 negli ultimi due mesi; i caduti sono stati 22 da maggio e 170 dal marzo 2003.
Le basi in città sono ora controllate dalle forze irachene che i rapporti dell’intelligence ritengono però inadeguate a far fronte alle milizie che si contendono il controllo della città mentre almeno un terzo dei poliziotti iracheni sarebbe colluso con le diverse fazioni. Fonti britanniche hanno espresso al quotidiano Times l’auspicio che il ritiro contribuisca a ridurre la violenza in città ma molti temono invece che si scateni un bagno di sangue. Perplessità e critiche giungono anche dagli americani. Il ritiro dalla città viene visto da Washington come il segno di un imminente disimpegno militare britannico dall’intero sud Iraq che costringerebbe gli Usa a inviare rinforzi anche in questa regione. Gli americani temono poi che il ripiegamento britannico lasci campo libero alle milizie sostenute dai pasdaran iraniani che potrebbero assumere il controllo della città e colpire i pozzi petroliferi e le linee di rifornimento che dal Kuwait alimentano le truppe statunitense nel centro e nel nord del paese. In termini militari il ripiegamento britannico verso l’aeroporto è un segnale di debolezza. Moqtada al-Sadr, capo dell’Esercito del Mahdi e principale strumento di Teheran in Iraq, ha annunciato in un’intervista al quotidiano The Independent che “i britannici si stanno ritirando a causa della resistenza che hanno incontrato”. Ai proclami di vittoria di al-Sadr rispondono le preoccupazioni del governo iracheno. Il ministro degli Esteri, Hoshyar Zebari, ha criticato lo “scarso impegno” dei soldati britannici a Bassora. La Gran Bretagna”, ha detto al Times, “è una grande potenza che non può fuggire dinanzi alle proprie responsabilità in Iraq. Pensavo che i britannici investissero maggiori sforzi nella ricostruzione dell’Iraq, delle forze di sicurezza e dell’amministrazione, ma per molto tempo hanno oziato senza impegnarsi troppo”. L’abbandono di Bassora è dettato soprattutto da ragioni politiche quali lo scarso consenso dell’opinione pubblica nei confronti dell’operazione in Iraq, la necessità di ridurre le perdite tra i soldati di Sua Maestà e l’esigenza per Brown di mostrare “segni di discontinuità” con il suo predecessore, Tony Blair. Aspetti che contrastano con la necessità militare di mantenere il controllo del territorio per contrastare la guerriglia. Anche gli italiani, dopo l’attentato contro la base Maestrale dei carabinieri, il 12 novembre 2003, ritirarono tutte le truppe fuori da Nassiryah lasciando alle forze irachene il controllo della città. Questo consentì ad alcune centinaia di miliziani filo-iraniani di assumere il controllo dei tre ponti sull’Eufrate impegnando gli italiani in ben tre battaglie tra la primavera e l’estate 2004. Se la stessa situazione dovesse verificarsi a Bassora i britannici dovrebbero affrontare una battaglia ben più imponente e sanguinosa, contro migliaia di miliziani, per riprendere il controllo della città.
Bush: visita a sopresa in Iraq

Ci risiamo. I video di bin Laden ricompaiono ciclicamente come gli avvistamenti di Ufo nel deserto del Nevada o come i rumors che vorrebbero Elvis e Bob Marley vivere insieme in un atollo del Pacifico. Particolare non trascurabile: veri o montati ad arte, i filmati fatti in casa dallo sceicco saudita preoccupano la Casa Bianca e l’Occidente molto più delle leggende di marziani e rock star. In quei filmati potrebbero nascondersi avvertimenti in codice, ripete lo spauracchio dei servizi segreti americani. E anche nel caso servissero soltanto a rilanciare la propaganda qaedista, si tratterebbe comunque di segnali da non sottovalutare. Così un video diffuso da al-Qaeda il 14 luglio ha riaperto il dibattito sulla sua sorte, quasi sei anni dopo l’11 settembre 2001 e l’attacco al cuore degli Stati Uniti. Nel video di 40 minuti bin Laden è apparso solo per 50 secondi inneggiando al martirio ma secondo tutti gli esperti si trattava di immagini vecchie di tre o quattro anni.
Osama apparve per la prima volta dopo l’11/9 nell’ottobre 2001, subito dopo l’inizio dell’attacco americano in Afghanistan. Poi, l’11 settembre 2003, al Jazeera trasmise un messaggio con immagini inedite di bin Laden che camminava in montagna in compagnia di Ayman al-Zawahri, il numero due di al-Qaeda.
L’ultimo video dello sceicco del terrore risale all’ottobre 2004, alla vigilia delle elezioni presidenziali statunitensi, mentre l’ultimo messaggio audio è del primo luglio 2006. Pochi mesi dopo apparve anche un nuovo filmato diffuso nel quinto anniversario della strage alle Torri Gemelle, ma il Pentagono sentenziò che si trattava di un replay di immagini del 2001, confermando le voci della morte del leader di al-Qaeda (probabilmente in seguito alle note disfunzioni renali) che sarebbe stata mantenuta segreta per galvanizzare i seguaci della rete terroristica.
Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Stephen Hadley, non si è voluto pronunciare in proposito ma tutte le fonti ufficiali di Washington si sono sempre rifiutate di prendere in considerazione l’ipotesi della morte di bin Laden in assenza di prove concrete, anche quando nella primavera 2002 fonti militari si dissero certe di aver ucciso Osama bin Laden seppellendolo dentro una grotta in Afghanistan.
A ribadire che la caccia al nemico pubblico numero uno continua, la taglia sul leader di al-Qaeda è salita a 50 milioni di dollari. Hadley ha dichiarato che “la minaccia di al-Qaeda resta alta ma non è ai livelli di prima dell’11 settembre”. Ma l’intelligence Usa ritiene che al-Qaeda punti nuovamente a colpire il territorio statunitense. E che organizzi nuove attentati dai “santuari”, basi e i rifugi che ospitano i suoi leader divisi tra il Pakistan occidentale (la regione del Waziristan al confine con l’Afghanistan) e l’Iran orientale (nei pressi della città di Mashod, non lontano dal confine afgano).
Nel frattempo, morto o non morto il suo ideologo, l’organizzazione terroristica avrebbe cambiato i connotati. Il National Intelligence Estimate, il rapporto dei servizi americani periodicamente consegnato alla Casa Bianca e frutto del lavoro di 16 agenzie di spionaggio, ritiene che al-Qaeda abbia assunto una struttura bicefala, guidata da due Consigli islamici. Mentre Osama e Zawahiri continuerebbero guidare le cellule terroristiche dal Waziristan pakistano, in Iran si troverebbero Saad bin Laden, figlio di Osama; l’egiziano Saif al-Adel, responsabile delle operazioni militari all’estero; e Suleiman Abu Gheit, già portavoce di al-Qaeda ed oggi responsabile della propaganda. Attorno a questi tre personaggi, presenti in Iran dall’indomani della caduta dei talebani in Afghanistan, si sarebbe costituita una struttura territoriale che ha sedi nella base militare di Lavizan, nel sobborgo di Chalous a nord di Teheran, e a Mashod, da dove armi e rifornimenti vengono inviati ai taleban che operano in Afghanistan contro la Nato. L’ipotesi troverebbe conferma anche nei carichi di armi iraniane recentemente intercettate dai militari alleati in Afghanistan e sosterrebbe la tesi degli appoggi ricevuti da al-Qaeda dai pasdaran iraniani già coinvolti direttamente nel sostegno ai miliziani estremisti sciiti di Moqtada al Sadr e alle cellule di al-Qaeda in Iraq che combattono gli anglo-americani.
Le due centrali operative, in Pakistan e Iran, terrebbero i legami con un ulteriore centro direzionale di al-Qaeda attivo in Nord Africa (con base probabilmente in Malì) e con le diverse cellule che operano autonomamente in numerosi paesi dal Medio Oriente all’Europa.
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