Una guerra civile a bassa intensità. In Bolivia dalla scorsa settimana sono morte almeno una trentina di persone negli scontri esplosi tra opposte fazioni. Da un lato i supporter del presidente Evo Morales Aymara, nella stragrande maggioranza indios e appoggiati dal Movimento per il Socialismo (Mas), il suo partito, dall’altra il “movimento civico” della Mezzaluna boliviana, la regione più ricca di idrocarburi della Bolivia e, soprattutto, centro degli scontri che, dall’11 settembre ad oggi, hanno messo a ferro e a fuoco il paese.
Ieri un vertice straordinario dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) tenutosi a Santiago sotto la presidenza della premier cilena Michelle Bachelet ha prodotto una dichiarazione congiunta, con tanto di documento scritto, in cui le 12 nazioni sudamericane che compongono questa neonata unione politica regionale lanciano un appello “al dialogo per stabilire condizioni che consentano di superare l’attuale situazione e accordare la ricerca di una soluzione sostenibile nell’ambito del pieno rispetto dello Stato di diritto e dell’ordine legale vigente”.
Nel testo dei leader sudamericani viene dato un appoggio “pieno e deciso al governo costituzionale del presidente Evo Morales il cui mandato è stato ratificato da un’ampia maggioranza in un recente referendum”.
Inoltre i governi dei paesi del Sudamerica “avvertono che non riconosceranno qualsiasi situazione che possa portare a un colpo di stato, alla rottura dell’ordine costituzionale o che comprometta l’integrità territoriale della repubblica della Bolivia”. Nel testo non vengono citati né l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) né gli Stati Uniti, accusati poche ore prima dal presidente venezuelano Hugo Chávez di tramare nell’ombra per rovesciare Morales. Secondo il quotidiano cileno El Mercurio il mancato accenno a Washington, fortemente voluto da Chávez, sarebbe frutto della pressione diplomatica del presidente brasiliano Lula. Il Brasile, infatti, vuole che sia aperto un dialogo con tutte le parti in causa, al punto da essere stato invocato anche dagli autonomisti di Santa Cruz come migliore mediatore per una crisi che è ancora lontana dall’essere risolta, nonostante l’appoggio dell’Unasur e nonostante governo e separatisti abbiano ripreso a parlarsi e a negoziare.
Per cercare di capire la reale situazione che si sta vivendo in queste ore in Bolivia, Panorama.it ha contattato telefonicamente a Santa Cruz de la Sierra Roberto Aguirre, giornalista del quotidiano El Deber, tra i più letti nella Mezzaluna boliviana che comprende le cinque regioni autonomiste di Santa Cruz, Pando, Beni, Tarija e Chuquisaca, desiderose di maggiore autonomia da La Paz. Da poco è arrivata in redazione la notizia che Angel Farrell, un suo fotografo è stato aggredito. All’ospedale gli hanno dovuto fare d’urgenza una tomografia. “E’ fuori pericolo, ma quest’episodio è solo l’ultimo di una lunga striscia di violenze contro la stampa”.
Dopo i contadini, persino i giornalisti sono diventati bersaglio in Bolivia. Come lo spiega?
Innanzitutto le aggressioni alla stampa qui nella Mezzaluna sono aumentate perché, sempre più spesso, il presidente Morales la attacca in diretta tv. A suo dire, per esempio, noi de El Deber siamo “nemici del popolo”, cosi come tutti gli altri mass-media non governativi. La conseguenza è che la gente del popolo che si identifica in Evo sente che il nemico numero uno è il giornalista e lo aggredisce.
Quali sono le ultime novità sul campo?
Il governo centrale ha imposto lo stato d’assedio a Pando, la provincia ribelle dove nei giorni scorsi si è verificato il maggior numero di vittime. Contemporaneamente è stato ordinato l’arresto del suo governatore Leopoldo Fernández che in un primo momento si pensava fosse scappato per chiedere asilo a Brasilea, città dello stato brasiliano dell’Acre vicinissima al confine boliviano. Fino a quando non è apparso in Tv, rassicurando i suoi di non essere scappato in Brasile.
Quali le speranze di pace dopo la riunione d’urgenza in Cile del vertice straordinario di Unasur (la neonata Unione della Nazioni Sudamericane ndr) per avviare un dialogo tra filo ed anti governativi?
Poche. Almeno fino a quando entrambe le parti continuano a mantenere le loro posizioni.
Ossia?
Il governo di Evo vuole che chi ha occupato tra martedì e giovedì scorso gli uffici pubblici preposti alla raccolta delle imposte e all’immigrazione restituisca il maltolto. Le province ribelli, dal canto loro, vogliono tenersi tutte le tasse derivanti dagli idrocarburi e dalla vendita dei bolli per i passaporti di chi emigra all’estero. Se nessuno cede, ogni tentativo di dialogo rischia di essere inutile.
Qual è la situazione oggi a Santa Cruz?
Dopo Pando è la regione che sta soffrendo di più in termini di violenza. Sino a ieri non si poteva entrare a Santa Cruz via terra perché le tre strade erano state bloccate.
Come spiega tanto odio tra boliviani?
Alla base ci sono in ballo interessi economici enormi e la strumentalizzazione di chi sta dietro questi interessi perché, ad esempio, sia chi blocca le strade sia chi scende armato in strada è in realtà finanziato. Una pena per la Bolivia. Per quanto è dato sapere gli indigeni che bloccano le strade d’accesso ricevono l’equivalente di 7 euro dal Mas, il partito di Morales, mentre gli autonomisti un po’ di meno, circa 5 euro a testa.
Attacchi ai giornalisti a Tarija
Violenze a Santa Cruz
Domenica 1 giugno altre due regioni della Bolivia hanno votato un referendum e scelto l’autonomia con una procedura analoga a quella attivata qualche settimane fa dalla “ricca” Santa Cruz, capoluogo dell’omonimo “dipartimento”, l’equivalente delle nostre regioni. Questa volta, tuttavia, a dire no al centralismo del presidente Evo Morales e a rivendicare un nuovo statuto autonomista sono state due regioni tradizionalmente considerate “povere”, ovvero Beni e Pando, nella zona amazzonica del paese, confinante a nord con il Brasile. Una dimostrazione di come, in realtà, non fosse corretta l’analisi di chi sosteneva che quello di Santa Cruz era un’eccezione causata solo dal reddito e dall’etnia prevalentemente bianca, dal momento che a Beni e Pando la maggior parte della popolazione è meticcia ed è assai rilevante la presenza dei gruppi indigeni come i Sirionó, i Moxeño o e gli Itonoma. Mercoledì 4 giugno, i risultati definitivi hanno sancito ufficialmente la vittoria del “Sì” all’autonomia con maggioranze larghissime: l’80% dei voti a Beni, con un’astensione del 33% e un trionfo ancora più ampio degli autonomisti a Pando, dove i “Sì” sono stati l’82%, con un’astensione però molto alta, pari al 45%. La vittoria degli oppositori del presidente aymara Evo Morales è dunque oramai certa e, a guardare i numeri, schiacciante. Per la cronaca un morto, decine di feriti, urne bruciate e denunce di brogli il bilancio dell’ennesima giornata incandescente nel paese andino.
Come nel caso di Santa Cruz, anche questa volta il governo del primo presidente indio della storia della Bolivia ha definito “illegali” i referendum, ma di certo quest’altra vittoria autonomista non fa altro che approfondire la crisi politica del paese andino e indebolisce notevolmente il governo di Morales. Soprattutto se si considera che dei nove “dipartimentos” in cui è divisa amministrativamente la Bolivia, tre hanno lasciato chiaramente intendere di non essere d’accordo con il “socialismo” del presidente mentre un quarto “dipartimento”, quello di Tarija che concentra l’80% del gas boliviano, voterà un referendum analogo il prossimo 22 giugno e, in base ai sondaggi, sembra scontato che il risultato sarà lo stesso di Santa Cruz, Beni e Pando. “Quello che ci interessa”, ha detto ieri il sindaco di Tarija Mario Cossío, “è conoscere attraverso le urne il desiderio della nostra popolazione in un quadro di legittimità per poi potere parlare tutti assieme e con maggior chiarezza al governo di La Paz”. Dal canto suo Morales minimizza i rischi insiti in questi processi elettorali e punta decisamente al 10 agosto, giorno in cui tutta la popolazione voterà un referendum di revoca del suo mandato. Solo allora si capirà se il futuro del Paese è ancora rappresentato da primo presidente indio della storia boliviana.
Bolivia
Una vista dall’alto della capitale La Paz (by Bencumming - Flickr)
Lo scorso primo maggio il presidente boliviano Evo Morales ha annunciato la nazionalizzazione della Empresa Nacional de Telecomunicaciones (Entel), gigante delle telecomunicazioni boliviano controllato da Telecom Italia. “Entel torna in mano al popolo” ha tuonato, aggiungendo di aver chiesto al ministro dei Lavori Pubblici di “assumere il controllo assoluto delle istallazioni dell’azienda”. Della nazionalizzazione di Entel si è parlato molto in Italia, su giornali e in rete, ma anche la blogosfera boliviana non è da meno ed è interessante vedere come sia trattato lo stesso tema dall’altra parte dell’Oceano.
Voci dai blogger. Il blog di riferimento per capire come sia percepita la questione Entel-Telecom Italia nel paese andino è Telecomunicaciones de Bolivia, dove c’è addirittura una sezione dedicata al tema. L’ultima notizia che risulta inserita è la smentita dell’ambasciata italiana a La Paz delle parole del presidente Morales che, domenica 18 maggio, aveva dichiarato alla stampa locale che il governo di Roma addirittura appoggerebbe la nazionalizzazione.
Quanto ai bloggers in molti sull’argomento si sono espressi negli ultimi giorni, boliviani e non. Da un lato ci sono gli entusiasti che incitano alla lotta di classe e al recupero per la Bolivia delle risorse strategiche nazionali, tra le quali figurano anche le telecomunicazioni. Tra questi risultano anche l’ex first lady francese Danielle Mitterand, ripresa dal blog francese Alterinfo.net, e Justin Delacourt dell’Università del New Mexico, che sul suo lettissimo blog sbeffeggia lo scrittore Fukuyama, sostenitore della “fine della storia”, e fa capire come le scelte di Morales siano corrette.
Dall’altro lato ci sono i bloggers che considerano, invece, le politiche di Morales rovinose per l’economia e ispirate al cosiddetto “socialismo del XXI secolo” del presidente venezuelano Hugo Chávez, come il blog Bolivia Libre il cui autore scrive sia in spagnolo che in inglese e si definisce un “combattente della democrazia”.Divisione geografica. Sulla questione la blogosfera boliviana si divide anche geograficamente. I blogger originari di Santa Cruz, la provincia più ricca del paese che nelle settimane scorse ha approvato a stragrande maggioranza un referendum sull’autonomia definito da Morales “incostituzionale e illegittimo”, sono generalmente contro la nazionalizzazione annunciata dal presidente. Quelli di La Paz ed El Alto, invece, vogliono chiaramente che gli “yankee”, o nel caso di Telecom Italia, i “gringos”, vadano a casa.
Su Fayerwayer.com il fatto che Morales abbia anche annunciato che la Bolivia investirà 30 milioni di dollari nella nuova Entel “statalizzata” ha invece scatenato un dibattito che ha diviso a metà i blogger boliviani. Da un lato c’è chi è a favore perché “così i prezzi per gli utenti diminuiranno”, dall’altro lato, invece, i contrari ben rappresentati da “The Maxx” che spiega bene il motivo dello scontento. “Per Morales lo stato amministra meglio dei privati e perciò vuole nazionalizzare tutto. A me sembra che non capisca ancora che lo stato, soprattutto quello boliviano, ha sempre dimostrato di essere un pessimo amministratore, soprattutto nelle imprese come Entel ad alto contenuto tecnologico”. Sullo sfondo, comunque, anche c’è chi come Joup nel suo blog si lamenta molto di come funziona Entel, descrivendo con precisione tutte le magagne della società boliviana.
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