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nairobi

Gli slum di Nairobi, dove le donne sono indifese. E dove imparano il kung fu

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  • Tags: donne, La mia Africa, nairobi, slum, stupri
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Kenya Kungfu Grannies

Vivono con il terrore di subire violenze sessuali. Le donne e le ragazze che vivono negli slum di Nairobi hanno paura a uscire di casa (leggi: baracche o poco più) per andare nelle toilette comuni e nei bagni pubblici.

Continua

  • giamp
  • Mercoledì 7 Luglio 2010

Nairobi: vita da street children

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  • Tags: Kenya, nairobi, street-children
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Nairobi

Testo di Daniela Robecchi. Foto di Alessandra Raichi 

Kenya, Nairobi, Periferia, Dagoretti Corner. Da qui prende le mosse Invisible Cities, un progetto italiano di cooperazione promosso dal Consorzio di Solidarietà di Trieste, che si propone di indagare gli effetti di una crescita urbana senza vero sviluppo. Una realtà dove migliaia di uomini, donne e bambini vivono nelle più assolute condizioni di indigenza, dimenticati da tutti, dallo Stato e dalle altre comunità urbane. «Ho deciso di partire da Nairobi - spiega Gianpaolo Rampini, responsabile del progetto - perché qua esiste la più grande baraccopoli d’Africa, Kibera. Abbiamo aperto una scuola di videogiornalismo indipendente per allievi che provengono dalle bidonville e dalle periferie degradate. Un gruppo come questo - aggiunge - ha un enorme vantaggio rispetto a qualsiasi altra troupe: può entrare in luoghi dove è impossibile normalmente realizzare interviste. Ora stiamo ultimando un documentario sul percorso di vita di un gruppo di street children, i bambini di strada, uno dei fenomeni più allarmanti di questo Paese».

Le statistiche parlano chiaro: ci sono dagli 80 ai 100 mila bambini di strada a Nairobi. Ma numeri ufficiali, forniti dal governo, non ce ne sono. Per il governo semplicemente non esistono, sono un popolo di invisibili. Racconta Kevin Otieno, uno dei ricercatori del gruppo Invisible Cities, 21 anni, con un passato da street child. «Vengo da una famiglia di dieci fratelli. Siamo nati tutti fuori dal matrimonio, nessuno di noi sa chi è nostro padre, sappiamo solo chi è nostra madre». Il suo racconto prende il via da Kibera, il più grande slum d’Africa, in una baracca: «La mamma non riusciva nemmeno a pagare l’affitto, darci da mangiare o comprarci i vestiti. Dovevamo guadagnarci la vita da soli. Così andavo per strada, a chiedere l’elemosina». A spingerlo  in strada sono stati altri street children: “Ma perché vieni qua tutti i giorni, e poi te ne torni a casa?” mi chiedevano. “Potresti rimanere qua. Ti fai i soldi e te li tieni per te”».

Nairobi

Kevin è solo uno dei tanti. Il settanta per cento delle madri di questi ragazzi sono sole o abbandonate dai mariti. Spesso devono scegliere tra morire di fame con i propri figli o di aids prostituendosi. I bambini scappano da tutto questo, attratti da una libertà, quella della strada, che si paga a duro prezzo.

Nairobi è una delle città più pericolose al mondo. Per sopravvivere questi bambini devono riunirsi in bande. Le gang sono composte da bambini della stessa età, queste sono legate ad altre bande di ragazzi più grandi, con una struttura verticale fino a giungere ai capi, che magari hanno più di vent’anni. Il gruppo consente la sopravvivenza del ragazzino, che sa che se un giorno va a mendicare e non racimola nulla, c’è sempre il gruppo che bene o male provvederà per lui. Ma tutto questo ha un costo. Esorbitante. Perché la legge della gang è spietata. E per farne parte  si deve passare per un brutale rito di iniziazione, che va dall’esser picchiati alla sodomizzazione.

Stefania Meda, una sociologa del Centro Studi e Ricerche dell’Università Cattolica di Milano, da molti anni segue i bambini di strada, ci racconta che uno street child  lo riesci a riconoscere a centinaia di metri di distanza. «C’è differenza tra un bambino povero che vive nello slum, e uno di strada. Se è povero, magari è vestito di cenci, ma capisci subito che ha qualcuno che si prende cura di lui. Si può persino permettere il lusso di essere un bambino», aggiunge. Uno street child, invece, ha un modo di camminare che è un misto tra la sfida, la durezza e il tentativo di mimetizzarsi per non dare nell’occhio. «È come se avessero una propria divisa, fatta di vestiti ingrigiti, bottigliette per aspirare colla e solventi, sacchetti di plastica per trasportare il materiale da riciclo da rivendere». Li chiamano «chocorà», spazzatura, questi ragazzi.
Il processo di riabilitazione per loro  è molto complesso. La Koinonia Community di Padre Renato Kizito Sesana è uno dei progetti più innovativi creati in Kenya, con dei centri di riabilitazione per bambini di strada che passa attraverso il reinserimento nelle istituzioni scolastiche. Kevin Oteno è uno di quelli che ha avuto questa possibilità: «Gli street children sono considerati persone senza diritti. E io mi sento ancora uno di loro. Non avrei mai immaginato di andare a scuola, di andare all’università» dice. Grazie all’aiuto della struttura creata da padre Kizito questi ragazzi scoprono di avere potenzialità che non sono state incoraggiate. «Io ho sfruttato una possibilità, ma il processo di riabilitazione è davvero duro. Anche perché molti sono tossicodipendenti. Ed è difficile, se sei cresciuto in strada, imparare delle regole. Sono abituati ad una esistenza dove sono loro i padroni del loro destino. Oggi mi alzo e vado in questa direzione, domani nell’altra. Ma una volta che riescono a realizzare che esiste un futuro, iniziano a sognare».

Nairobi

  • redazione
  • Martedì 17 Febbraio 2009

Ucciso per pochi soldi. Le testimonianze sulla morte di padre Bertaina

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  • Tags: Jackson-Murugara, Kenya, nairobi
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padre_padre-Bertaina

“Sono arrivati questa mattina, non sappiamo quanti erano. Hanno assalito padre Bertaina, probabilmente durante un tentativo di rapina, perché in questo periodo gli studenti pagano le proprie rette per il seminario. Lo ha scoperto per caso uno studente, che era andato nel suo ufficio per parlare con lui”. E’ questa la ricostruzione resa telefonicamente a Panorama.it da padre Jackson Murugara, uno dei confratelli di Giuseppe Bertaina, 82 anni, ucciso stamane presso il seminario dei Missionari della Consolata a Langata, nella capitale keniana Nairobi.

Nato nel 1927 nella località di Madonna dell’Olmo, in provincia di Cuneo, secondo quanto riferito dall’agenzia Misna padre Bertaina era in Kenya dagli anni Cinquanta. “Il suo corpo è stato da poco trasportato all’obitorio di Nairobi per l’identificazione, la polizia ci ha reso noto di aver già avviato le indagini”, prosegue Murugara. Secondo le prime ricostruzioni, la vittima sarebbe stata uccisa per soffocamento dagli assalitori, fuggiti senza essere identificati. “L’area è ricca, non ci sono slums (così vengono chiamate le baraccopoli di Nairobi, ndr) - prosegue la nostra fonte - per questo ritengo che gli assalitori debbano provenire da una zona lontana”. Sempre stando a quanto dichiarato da Murugara, è la prima volta che nel seminario di Langata avviene un fatto di sangue.

Finora, nella struttura non si erano mai registrati neanche episodi di violenza, piuttosto comuni nella capitale keniana, che ospita alcune tra le maggiori baraccopoli del Paese. Kibera, Korogocho e Mathare sono solo alcuni degli slum più famosi, distese di case di lamiera abitate da centinaia di migliaia di persone e prive dei più elementari servizi. “La vita qui è dura, ma i criminali sono una ristretta minoranza”, spiega a Panorama.it S.K., un abitante di Mathare che preferisce non essere identificato per ragioni di sicurezza. “Negli slum spesso si vive di espedienti. Molta della gente che abita qui va a lavorare nei quartieri ricchi della città, magari fa il portiere all’hotel Hilton. Ma ci sono anche tantissimi giovani che per sopravvivere rapinano, truffano, scippano. A volte con la connivenza della polizia, che prende mazzette per chiudere un occhio”.

La criminalità è uno dei problemi maggiori della città, soprannominata Nairobbery per l’elevato numero di rapine registratesi negli ultimi anni. “I responsabili spesso sono ragazzi che vivono nella casa a fianco alla tua”, prosegue S.K. “Ma non sono delinquenti nel senso peggiore del termine. In zone come queste non ci sono prospettive, e la gente si arrangia. Spesso questi ragazzi dividono i proventi delle rapine con le famiglie del posto, aiutando i più indigenti. Non lo fanno per arricchirsi”. In un ambiente così degradato, dove il traffico di droga, la produzione illegale di chanja (un liquore locale) e il racket sono le attività più fiorenti, l’autorità statale è praticamente assente. La polizia è conosciuta solo per le “operazioni di sicurezza” che conduce periodicamente e che, secondo quanto riferiscono i residenti, spesso sfociano in esecuzioni sommarie e violenze. A Mathare vivono decine di poliziotti, molti dei quali però fanno servizio nel centro e nelle zone più ricche della città. A controllare lo slum ce ne sono solo una decina. “Ci siamo abituati”, conclude ironico S.K. “Non sarebbe certo qualche poliziotto in più a risolvere i nostri problemi”.

  • matteo.fagotto
  • Venerdì 16 Gennaio 2009

Kenya, ucciso un missionario italiano

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  • Tags: giuseppe-bertaina, Kenya, missionari, nairobi
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Un missionario italiano è stato ucciso oggi a Langata, zona povera a ovest di Nairobi, in Kenya, sembra, durante un tentativo di rapina. Secondo quanto riferisce Misna, l’uccisione di Giuseppe Bertaina, 82 anni, è avvenuta questa mattina tra le 11 e le 12 ora locale nell’Istituto di filosofia dei missionari della Consolata dove lavorava. In base a una prima ricostruzione, due ladri sarebbe entrati nell’ufficio  e, dopo averlo legato e picchiato, gli avrebbero tappato la bocca provocandone la morte per soffocamento. La morte del sacerdote sarebbe stata confermata - sottolinea la stessa fonte - anche dalla casa generalizia in Italia cui apparteneva il missionario, che avrebbe già informato la famiglia. Giuseppe Bertaina era originario di Madonna dell’Olmo, in provincia di Cuneo, ed era stato ordinato sacerdote nel 1951. Nato nel 1927 era in Kenya da almeno 30 anni dove svolgeva l’attivita’ di amministratore presso l’Istituto dove è stato ucciso.

  • redazione
  • Venerdì 16 Gennaio 2009

Kenya, parla il premier: sono l’Obama africano

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  • Tags: Kenya, nairobi, Raila-Odinga
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Rail Odinga, nuovo premier del Kenya

Di Stella Pende da Nairobi

L’uomo del nuovo Kenya, elegantissimo, sventola la cravatta arancione come il fuoco che per tre mesi ha incendiato il suo paese. «Ma questo è anche il colore del sole, simbolo del mio partito» dice, narciso quanto basta, Raila Odinga, leader del nuovo Orange democratic movement (il movimento democratico arancione). E sorride accarezzando il pizzo da moderno leader africano.
Al Penthouse building di Nairobi il suo ufficio è travolto da visite, attese, telefonate, segretarie, assistenti, donne, uomini della sicurezza. È Raila l’uomo sull’onda. Certo, l’accordo sul governo di coalizione con il presidente Mwai Kibaki è un gol per tutto il Kenya, affondato nella crisi nera dopo le elezioni. Ma fra i due attori, tra i due futuri regnanti, è il più giovane Odinga che può diventare la stella di questo nuovo e sospirato corso kenyota. «Vi giuro che il Kenya sarà un modello per tutta l’Africa. Un’Africa che perderà le sue stigmate di colonia infinita. Un’Africa moderna, economicamente competitiva, pacifica e anche politicamente intelligente. Quell’Africa a colori di cui tutto il mondo, dall’America all’Europa, parla ormai da troppi anni. Ma che nessuno ha mai visto. O forse che nessuno ha mai voluto davvero vedere».
Lei ha detto che Kibaki le ha scippato le elezioni, che era inadeguato per questo governo. Non gli ha risparmiato nulla: «Se non lo tengono sveglio con certe pillole russa in piena assemblea». Kibaki ha risposto che è stato proprio lei a volere le stragi. Può negarlo oggi, signor Odinga?
Non posso negarlo. Sono volate parole grosse.
Improvvisamente fate una pace che prevede la divisione dei poteri a metà tra lei, premier, e Kibaki che resta presidente. La vostra coabitazione non sarà proprio una passeggiata.
Ammetto che le premesse non sono state felici. Ma qualcuno dimentica che io e Kibaki abbiamo lavorato a fianco a fianco nello stesso partito per anni. Che siamo stati noi, dopo il governo totalitario e buio di Daniel Arap Moi, a portare il Kenya verso l’alba di una nuova era. L’Africa non conosce mezze misure. È intensa e violenta nelle passioni e negli odi, nelle guerre e nelle malattie. E i suoi uomini sono trascinati dall’umore della terra. Con Kibaki ci siamo allontanati, poi divisi, poi scontrati. Fino a oggi. Ma quest’accordo è il primo passo.

Poliziotti in uno slum di Nairobi
Avete una corsa difficile da vincere.
Qualche giorno fa è stato come essere ai blocchi di partenza di quella corsa. Kibaki e io ci siamo ritrovati insieme per la prima volta in parlamento. E abbiamo capito che volevamo correre insieme. Oggi lavoriamo per aggiungere un emendamento alla costituzione sui poteri del primo ministro. E, mi creda, in questo Kenya dove il presidente è sempre stato l’unico dio è come avere già vinto i 100 metri.
Scusi se insisto, poi ci sarà la maratona.
Ma lei sa che i kenyoti sono meravigliosi corridori. Il governo di unità nazionale dovrà affrontare temi da sempre bollenti, ma mai risolti: la corruzione, la distribuzione delle risorse sul territorio, il diritto di proprietà sulla terra. Ma la scommessa del nostro Kenya è l’educazione; nuove scuole, nuove università, corsi all’estero per crescere una leadership che possa guidare il paese.
Adesso vi chiedono tutti programmi che non avete ancora. Ma almeno Odinga ha un suo particolare modello di coalizione di governo?
Odinga ha studiato e si è laureato in Germania: dal Kenya al Polo Nord! Ma sono stati quel rigore e quella serietà nelle istituzioni il mio imprinting. Per questo oggi il mio modello è la grande coalizione di Angela Merkel con la Spd. Quel governo ci sta insegnando che la tradizione può nutrire le riforme che fanno grande un paese.
Dunque lei vede Odinga nel ruolo di Angela Merkel?
È solo un onore essere paragonato a una grande donna come lei. L’ho conosciuta. Ha intuito, capacità e grazia.
Si dice che il successo di questo accordo arrivi soprattutto da Kofi Annan. È vero?
Il successo di un accordo non arriva senza l’impegno delle parti. Annan ha dimostrato forza, intelligenza ed equilibrio di grandissimo mediatore. Come politico, come africano e come uomo. Arrivava da un intervento cardiaco, è stato chiuso all’hotel Serena quasi un mese e, dopo tanti sforzi, il 3 marzo si è ritrovato davanti al fallimento delle trattative per causa di Mwai Kibaki.
È vero che l’ha chiamata e le ha detto: «Adesso basta: ora vi arrangiate. Io prendo il primo aereo».
Se vogliamo rispettare il gergo mediatico diciamo che a quel punto Kofi ha capito che bisognava eliminare tutti coloro che tifavano contro l’accordo. «Parlerò solo con Kibaki e con Odinga» ha detto. E l’accordo si è fatto in poche ore.
Qualcuno che conosce bene la situazione ha detto che Kibaki e Odinga sono circondati da serpenti che lottano solo per il loro potere di portaborse.
Ognuno ha i serpenti che alleva.
Il «Financial Times» scrive: « Kofi Annan ha detto che la violenza del dopo elezioni non era politica ma etnica». Oggi il vostro accordo è politico. Dunque la violenza etnica non si fermerà…
I giornali inglesi e americani devono smetterla di giocare con la sorte del Kenya. Quando gli scontri si concentravano a Nairobi e a Kisumu, tv e giornali parlavano di Malindi e Mombasa col risultato che quei paradisi, mai sfiorati dalla violenza, sono rimasti deserti. Migliaia di lavoratori cacciati da hotel e villaggi chiusi. E il turismo è il nostro pane. Lasciate capire a noi cosa succede nella nostra terra. Una nostra commissione sta indagando sulle violenze avvenute negli slum di Nairobi e nella Rift Valley.
Però in questi giorni ci sono stati altri sette morti.
Bisogna distinguere la violenza di certe gang criminali che strumentalizzano l’odio e il caos per favorire i loro stessi interessi. Se una chiesa è stata incendiata da fanatici religiosi o tribali, è più facile il giorno dopo rapinare un appartamento addossando la responsabilità alla stessa guerra di tribù.
Signor Odinga, i kikuyu hanno subito violenze atroci, soprattutto nella zona di Kisumu, sua terra di origine e vetrina della sua campagna elettorale.
È vero. Ma ricordi che i kikuyu negli ultimi anni hanno spadroneggiato sui luo ricorrendo a violenze inenarrabili. Il nostro vero obiettivo dovrebbe essere un Kenya dove gli uomini portino un solo nome: kenyoti. Comunque sono certo: l’accordo con Kibaki sarà un freno alla rabbia e una speranza per gli africani che vogliono pace e cambiamento. E sono molti, mi creda.
«L’uomo del cambiamento» urlava il suo manifesto elettorale. Dove ha trovato i soldi per una campagna elettorale così faraonica?
Kibaki ha usato elicotteri, uomini e soldi del governo. Io ho amici ricchi che credono in me. E i ricchi hanno spesso elicotteri e aerei. Abbiamo lavorato con Dick Morris, l’uomo delle campagne elettorali di Bill Clinton, con un gruppo sudafricano e con i più celebri pubblicitari tedeschi.
C’è chi dice che tra i suoi sponsor si sia un gruppo chiamato Obama’s Brothers.
Diciamo che Barack Obama è uno degli amici che crede in noi. Ci crede con quel cuore, un po’ kenyota e un po’ americano. Ci crede e non ci dimenticherà. E noi non dimenticheremo mai lui.
Raila si sente l’Obama del Kenya?
L’America non è l’Africa. Ma anche Obama viene dalla Rift Valley dove suo padre e il mio sono sepolti nella terra rossa. E poi lo ha appena detto lei: Obama come Odinga hanno usato una parola chiave, cambiamento.
Che dice del fallimento di Tony Blair nella sua campagna d’Africa?
Non è stato un fallimento. Blair ha fatto per le Afriche (perché l’Africa non è una sola) molte cose di cui poco si è parlato. Blair ha liberato la Nigeria da 20 miliardi di debito. E non solo la Nigeria. Le pare poco?
Conosce i leader italiani?
Non ho mai incontrato Romano Prodi, ma ho ricevuto una sua generosa telefonata dopo le elezioni. In compenso ho visto Silvio Berlusconi. E lui non è facile da dimenticare.

Supporter del candidato presidenziale Mwai Kibaki a Nairobi

  • redazione
  • Lunedì 17 Marzo 2008

Crisi in Kenya, aumentano i morti: nasce il blog-attivismo

OkNotizie

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  • Tags: africa, blog, Kenya, Mwai-Kibaki, nairobi, Raila-Odinga
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Un sostenitore di Raila Odinga
Un sostenitore di Raila Odinga a Nairobi

Una mappa interattiva per raccontare in tempo reale l’evolversi dei disordini post-elettorali in Kenya. Con la denuncia circostanziata di tutti gli incidenti e le violenze che, nell’assordante silenzio mediatico che ha avvolto la contestata vittoria elettorale di Kibaki, rischierebbero altrimenti di finire nel dimenticatoio. E a cui può contribuire chiunque, inviando una mail o un sms. Il tutto verificato anche grazie all’aiuto delle ONG impegnate in questi giorni sul territorio keniano.

Un’idea nata dal basso, a partire da un appello lanciato lo scorso tre gennaio dal blog Kenyan Pundit, e subito raccolto dal sito Ushahidi, termine che in swahili vuol dire “testimoni”. “È necessario tenere traccia di tutto ciò che sta accadendo, se non altro in un’ottica di lungo termine”, spiega l’ideatore.

Basta scorrere l’elenco delle ultime voci inserite per rendersi conto che gli incidenti e i disordini sono ancora all’ordine del giorno: abitazioni date al fuoco, villaggi distrutti, violenze indiscriminate sui civili ad opera dei supporter di Kibaki o di Odinga, la polizia che spara e uccide durante le manifestazioni degli oppositori.

Certo, contemporaneamente ci sono anche i primi, difficili, tentativi di pace, che il sito Ushahidi ha cominciato a a segnalare ai lettori già da qualche giorno.

Informazione indipendente e dal basso è anche quella dei quattro mobile reporters di Africa News, uno dei più noti portali dedicati al continente africano: dall’inizio della crisi stanno riprendendo i principali avvenimenti con un cellulare, pubblicando poi testi, video e immagini online in tempo (quasi) reale. Una forma di citizen journalism che si è dimostrata assai utile, soprattutto nei giorni successivi alle elezioni, quando c’è stato un vero e proprio media blackout sulle crisi in Kenya.

In generale un po’ tutti gli strumenti del web 2.0 si stanno rivelando utili per dare informazioni che il mainstream ufficiale non riesce a dare, ma consentono anche ai cittadini di organizzarsi anche a distanza. A questo proposito un post del blogger Ndesanjo Macha su GlobalVoices segnala le molteplici iniziative in corso per consentire agli attivisti di costruire una rete pronta (eventualmente) all’azione: sistemi di alert via blog o su Twitter, gruppi su Facebook, risorse condivise su spazi wiki, set fotografici su Flickr.

Emblematico, comunque, l’interrogativo che pone Ndesanjo: “Cosa significa tutto ciò nel contesto di digital divide del Kenya? Non tutti i cittadini hanno accesso a questi servizi. Impegniamoci per risolvere questo problema anche per chi non fa parte dell’élite tecnologica”.

  • nicolabruno
  • Lunedì 28 Gennaio 2008

Kenya: la mission impossible di Kofi Annan

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  • Tags: africa, Kenya, Kofi-Annan, Louis-Michel, Mwai-Kibaki, nairobi, Nazioni-Unite, Parlamento-europeo, Raila-Odinga
  • 2 commenti

Rifugiati sotto il camion degli aiuti
Rifugiati a Nairobi sotto il camion degli aiuti

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Come risolvere la crisi del Kenya? La domanda vale oro, la risposta molto, ma molto, di più. Problema: ad oggi nessuno tra esperti e rappresentanti della comunità internazionale è in grado di trovare una soluzione. A provarci questa volta è l’ex Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, appena giunto a Nairobi per convincere il presidente uscente Mwai Kibaki, dell’etnia Luo, e il suo tenace oppositore Raila Odinga, dell’etnia Kikuyu, a chiudere il conflitto che li oppone dal 27 dicembre scorso, quando Kibaki vinse, tra polemiche e accuse di brogli, le ultime presidenziali.

Al suo arrivo nella capitale keniota, Annan ha invitato le parti in conflitto ad avviare “un dialogo sulla base della buona volontà” ricordando che “non ci potrà essere pace e stabilità senza il rispetto dello stato di diritto”. Ma il carismatico diplomatico ghanese dovrà fare i conti con il blocco imposto dai protagonisti della crisi e con una violenza politica che rischia di trasformarsi anche in violenza etnica tra Luo (Kibaki) e Kikuyu (Odinga). Per voce del ministro degli Affari Esteri, il governo Kibaki ha subito precisato che quella di Annan “non è una missione di mediazione e che la legittimità del presidente non è negoziabile”. Sul fronte opposto, Raila Odinga, ex ministro e leader dell’Orange democratic movement, non dà segni di cedimento. Per l’ennesima volta ha chiesto alla comunità internazionale di adoperarsi per “organizzare elezioni trasparenti”.

I massacri tra le due fazioni intanto non si fermano. Le manifestazioni promosse da Odinga in tutto il paese (e seguite con scarso seguito) sono state represse nel sangue e macchiate da episodi di violenza che hanno ulteriormente accresciuto il bilancio delle vittime registrate dall’inizio della crisi. La soglia dei settecento morti dopo la contestata vittoria di Kibaki sarebbe già stata superata, secondo le stime più attendibili, e 250.000 profughi kenioti, rifugiatisi per lo più in Uganda dopo l’esplosione delle violenze, aspettano ancora di tornare a casa.

Disorientata, la comunità internazionale sembra più che mai divisa sulle strategie da adottare. E ancora una volta, l’Unione europea, la grande assente delle crisi africane, non fa bella figura. La scorsa settimana, il Parlamento si era pronunciato a favore di “un congelamento totale degli aiuti al Kenya”. Il Commissario europeo allo Sviluppo e agli aiuti umanitari, Louis Michel, sbarcato ieri a Nairobi, si è invece detto convinto che la sospensione degli aiuti colpirebbe soprattutto le fasce sociali più povere del Kenya.

Scene di guerriglia urbana a Nairobi

Da profondo conoscitore dell’Africa Michel sa pure che, nonostante la corruzione dilagante, l’amministrazione keniota è una delle poche sul continente africano ad aver creato un sistema di tassazione efficiente che rende praticamente ininfluente il peso degli aiuti europei nel budget statale. Ma il governo Kibaki non può considerarsi al riparo dei guai. Due mesi di conflitto stanno mettendo a durissima prova l’economia del paese. Secondo l’ufficio del turismo keniota, le violenze hanno svuotato gli alberghi (-90%) provocando un buco finanziario di 31 milioni di euro nel solo mese di gennaio in un Paese in cui il settore alberghiero genera il 20% del Pil nazionale. Non bastasse, la crisi keniota sta mettendo a rischio tutta la regione dell’Africa centrorientale. Per Kibaki e Odinga, il destino dei paesi frontalieri non è all’ordine del giorno. La loro battaglia si sta giocando tutta in casa. E anche da qualche parte in Europa. Entrambi infatti si sarebbero rivolti alla Corte penale internazionale dell’Aia: Odinga per denunciare “crimini contro l’umanità”, Kibaki addirittura per “genocidio”. Al peggio non c’è davvero fine.

Una donna schiva le pallottole tra manifestanti di fazioni opposte

  • diego.manila
  • Venerdì 25 Gennaio 2008

L’Africa che mangia l’Africa. Reportage tra le fiamme del Kenya

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  • Tags: Daniel-Arap-Moi, etnia, Kenya, Kibera, Kikuyu, Korococho, luo, Malindi, nairobi, Raila-Odinga, scontri, slum
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[i]3 gennaio 2008[/i] - Sostenitori dell'Orange Democratic Movement manifestano a Nairobi contro le forze di polizia.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]<br />

di Stella Pende

“Li hanno fatti bruciare vivi. Hanno buttato dalla finestra uno straccio intriso di benzina, i bambini e le donne erano indietro, vicino all’altare di legno. Sono caduti come mosche. Non gli è bastato dare alle fiamme le loro case. Hanno voluto punirli perché erano di etnia kikuyu. Ma questa strage accenderà altre stragi. I fratelli taglieranno a pezzi i figli dei fratelli. Sarà un Ruanda kenyota”. Padre John Tnunga, pastore di rito wakorino, chiesa di riti ancestrali dell’etnia kikuyu, è uno dei pochi sopravvissuti all’ultima feroce strage africana che commuove il mondo. Quella di Eldoret, dove i nemici dei kikuyu hanno incendiato la chiesa di Kiambo e devastato negozi e case.
Non basta, dalle terre rosse del Kenya occidentale scappano, terrificati dai machete dei ribelli, più di 70 mila uomini, donne e piccoli. Sono 350 i morti delle ultime ore di questa nuova odissea africana. Guerra di fratelli. Kikuyu contro luo, etnia contro etnia. Film dannato che si ripete: quello dell’Africa che mangia l’Africa.
E questo orrore proprio in quel Kenya che era vetrina dorata di giraffe e di elefanti. Oggi invece il paradiso kenyota rischia di cadere negli inferi. Per chi ci vive. Per 45 mila italiani e i nostri 3.500 turisti che tutti gli anni riempiono le sue spiagge color della luna.
Tutta colpa dell’elezione beffa del 27 dicembre scorso che ha montato una guerra fra il presidente Mwai Kibaki, leader del partito arcobaleno sostenuto dai kikuyu, e Raila Odinga, uomo dell’opposizione di etnia luo e padre del Movimento democratico arancione. Dopo giorni di notizie intermittenti e uno scrutinio palesemente avvelenato (”Gli è costato più caro comprare le elezioni che la sua campagna elettorale” si sente dire) Kibaki viene riconsacrato come padrone del Kenya con 4.584.721 voti contro i 4.352.993 di Odinga.
“Kibaki hai rapinato le elezioni, ma noi ti ruberemo il cuore per mangiarlo tutti insieme”: così recita il grazioso murale della stazione di Nairobi, col panciuto Kibaki truccato da porcellino già bello e pronto in tavola. Immagine fedele alla rabbia dei tifosi di Odinga, candidato sognato e voluto dall’etnia luo e da tutti quei piccoli gruppi che rappresentano la gente povera. Una sorta di Bertinotti keniota.
Intellettuale, studi nella Germania dell’Est, una confessata passione per le bretelle, aveva prima militato accanto a Kibaki per affondare il vecchio regime di Daniel Arap Moi, guidando il Kenya dalla vecchia dittatura del partito Kanu durata 24 anni alla novella democrazia. Poi nel 2005 il referendum che li divide, quello per il cambio della costituzione contestato da Odinga ma fortemente voluto da Kibaki, che si trasforma per quest’ultimo in un boomerang. “Quel referendum lanciava il ruolo del primo ministro, eterno sogno di Odinga, senza dargli però alcun potere, vietava la terra agli stranieri, concedeva l’eredità alle donne, bandiva l’aborto e il matrimonio fra persone dello stesso sesso” spiega padre Giulio Albanese, esperto africanista. “C’erano buoni motivi per votarlo e altrettanti per respingerlo. Ma i kenyoti lo hanno bocciato, trasformandolo in un plebiscito contro Kibaki”. Ottima occasione offerta a Odinga per diventare il leader dell’opposizione scegliendo per rappresentarsi il colore arancione, quello del sole. Fino a queste elezioni di fuoco. “Gente del Kenya, aiutatemi a regalarvi un’elezione illuminata dalla stella della giustizia” ha detto. “Non arrendetevi”.
Dieci minuti dopo la proclamazione di Kibaki si incendiano gli slum di Kibera e di Korococho, polveriere umane cariche di armi e di milioni di poveracci impestati di miseria e aids. Notti insanguinate. “State tappati nelle vostre baracche. I figli sotto il letto” aveva detto Paolino, padre cattolico di Kariobanghi, considerata in Kenya una parrocchia di frontiera. “E invece non potrò più dimenticare quell’alba del 30 dicembre”: la prima istantanea che gli resterà tatuata negli occhi è quella di due fratelli crocefissi alla loro capanna. “I kikuyu e i luo vivono mischiati: il Kenya è una macedonia di etnie. Se si mettono l’una contro l’altra, questo paese diventerà una polveriera”.
Cassandra africana. In quattro giorni 250 morti a Kisumu, est di Nairobi, dove l’obitorio non accetta più i cadaveri. A Nakuru, raccontano, le case dei kikuyu sono state marcate con una parola sola: morte. A Nairobi i professori di politica dicono che la sola speranza è in un accordo: Odinga ha vinto le elezioni parlamentari, dunque potrebbe spartirsi la torta col presidente. Scenario possibile: Odinga primo ministro con grandi poteri, quello che in Kenya, repubblica totalitaria, non è mai accaduto, e a Kibaki la poltrona presidenziale.
“Sarebbe l’unica speranza, ma è un accordo lunare: Odinga si è già conquistato 90 uomini in parlamento e Kibaki ne ha solo 30. Odinga ha tutto il diritto di voler essere presidente. Il paese rischia di diventare una furia se non saranno i padroni della comunità internazionale ad aiutarci”. A parlare è il bocciato Tiboko Pastore, consigliere comunale di Odinga a Watamu. “Le elezioni parlamentari dimostrano del resto la truffa di Kibaki” aggiunge Albanese. “Perché un popolo che da poco ha votato compatto per Odinga per il parlamento non avrebbe dovuto votarlo anche per le presidenziali?”.
Idea, a quanto pare, condivisa dalla comunità internazionale: quella europea, che ha fortemente protestato per queste elezioni, e perfino gli amici di Kibaki nell’amministrazione Bush che lo avevano appoggiato. Le ultime notizie danno una sorpresa: potrebbero essere Arap Moi e George W. Bush i padrini di un accordo tra i duellanti kenioti. Qualcuno addirittura vede Barack Obama, di radici keniote, come apostolo della nuova pace.
L’ipotesi da scartare è quella di nuove elezioni. “Il paese non ce la farebbe a sostenere economicamente una nuova campagna elettorale” dice Pastore. Comunque andrà, non sarà certo il povero presidente della commissione elettorale, Samuel Kivuito, a proclamare il nuovo leader. “Per dare l’annuncio della vittoria di Kibaki ha dovuto nascondersi in una saletta lounge del Kicc (Kenyatta international conference center) con i pochi giornalisti fedeli a Kibaki” racconta ancora Pastore. “Davanti alla truffa e al veto di trasmettere notizie in diretta, come nelle più sane delle dittature una folla infuriata lo aspettava urlando. Per uscire ha dovuto farsi scortare con rottweiler e auto blindate dal capo della polizia, il generale Hussein Ali”.
Quando è arrivato nella sala della State House, il tapino ha trovato una triste festicciola per pochi eletti. Nulla a che vedere con il trionfo del 2002, dove tra il baobab dell’Uhuru Park di Nairobi migliaia di kenyoti cantarono la gloria del nuovo presidente cavaliere di democrazia e di nuove ricchezze. “Queste elezioni violente, la chiusura dei negozi, il blocco dei trasporti hanno fatto perdere allo stato almeno 31 milioni di dollari: un tonfo per il business”. Betty Maina, direttore dell’Associazione manufatturiera, foulard rosso fuoco intonato al tema, racconta: “Tutto questo bloccherà investimenti e affari”.
Se ne sono accorti gli italiani in vacanza sulle spiagge incantate della costa. Serpenti di auto davanti ai distributori di Malindi, supermercati poveri di rifornimenti e di spaghetti a Mombasa. Poca Coca-Cola e molto panico a Watamu, dove gli albergatori predicano il “non è cambiato niente” (”I miei clienti continuano ad arrivare diligentemente dall’Italia” giura Maurizio Vaccarella, tycoon del Blue Bay) e le piccole agenzie sono tempestate di richieste singolari: “Quanto costa un jet privato per andare da Watamu al casinò di Malindi senza pericolo?” racconta Tunda Vuka dell’agenzia Tunda investment: “Ho ricevuto perfino richieste di elicotteri privati da 30 posti per andare da Watamu a Malindi”.
Sulle spiagge e nei villaggi le voci galoppano: “D’Alema ha detto di non muoversi”. “L’aeroporto di Mombasa è chiuso”. “No, è aperto. Però ci sono i posti di blocco”. “Sulla strada per Malindi è stato avvistato un pulmino di guerriglieri”. “No, erano raccoglitori di mais”… Sopra tutto e tutti arriva la voce di Elisabetta Belloni, laeder dell’unità di crisi alla Farnesina: “Abbiamo pregato i tour operator di fermare i viaggi dall’Italia. Ma tranquilli: in caso di pericolo la Farnesina aumenterà i voli di ritorno”. Nel Kenya della verità, mentre scrivo, a Ngong road a Nairobi hanno appena ammazzato un ragazzo di 15 anni. Aveva addosso una maglietta arancione. Quella di Raila Odinga. Quella del colore del sole.

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  • Sabato 5 Gennaio 2008
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